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Biografie
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Bach Johann Sebastian
Eisenach, 21 marzo 1685/ Lipsia, 28 luglio 1750
Il massimo rappresentante del barocco musicale nacque in un paese della Turingia come discendente di una famiglia dedita alla musica da almeno quattro generazioni.
Rimasto orfano di padre e di madre a dieci anni, frequentò il liceo di Ohrdruf, ospite del fratello Johann Christoph che gli insegnò i rudimenti della musica, ma Johann Sebastian deve essere considerato essenzialmente un autodidatta.
Egli studiò le opere dei maestri stranieri - in particolare italiani -, venne in contatto con una vita musicale rigogliosa che gli fece conoscere esecutori tedeschi e stranieri e lo indusse a soventi viaggi ad Amburgo dove era in piena fioritura la scuola tedesca del profondo nord.
Nel 1703 entra alla corte di Weimar in qualità di violinista; pochi mesi dopo lo troviamo ad Arnstadt come organista a San Bonifacio.
Ricopre la stessa carica a Mulhausen nella chiesa di San Biagio, e a Dombeim sposa la cugina Maria Barbara, ma nel 1708 ritorna a Weimar in qualità di organista di corte.
Qui diviene nel 1714 primo violino nell’orchestra, ritorna allo studio degli italiani (Vivaldi e Frescobaldi in particolare), ma non riesce ad ottenere nel 1716 il posto di maestro di cappella.
Un anno dopo entra con tale carica alla corte di Cothen, dove rimane sino al 1723 (passando dopo la morte di Maria Barbara a seconde nozze con Anna Magdalena nel 1721), e dove ha modo di dedicarsi in particolare alla musica profana (nascono qui i Sei Concerti brandeburghesi).
Nel 1723 si qualifica infine in qualità di Cantor e direttore di musica a San Tommaso di Lipsia.
Qui rimarrà per il resto dei suoi giorni, non senza spostarsi occasionalmente per inaugurare nuovi Organi, per far visita ai figli, per tenere concerti, e nel 1747 per suonare a Potsdam alla presenza di Federico il Grande.
A Lipsia gli impegni pratici (la scuola, la direzione del coro e dell’orchestra, l’educazione degli allievi) lo assorbono moltissimo, gli attriti col l’autorità locale non gli rendono la vita facile, e anche l’ambiente familiare non è certamente dei migliori.
Eppure Bach trova il modo di scrivere una nuova cantata per ogni settimana e di concepire alcune delle sue più colossali creazioni nel campo della musica sacra (la Grande Messa in si minore e altre quattro messe minori, le Passioni, l’oratorio di Natale, oltre a una serie di composizioni minori).
Nel 1749 si fa operare agli occhi da un celebre oculista inglese, ma perde interamente la vista e le sue condizioni generali si aggravano, tanto che un anno dopo muore di apoplessia, mentre sta per portare a termine la colossale Arte della fuga.
Di lui resta per tutto il sec. XVIII un ricordo imponente più come organista che come compositore (la sua vedova finirà in miseria nella fossa comune).
Solo nel 1802 lo storico Johann N. Forkel ne rivaluta in un saggio l’importanza di compositore, e nel 1829 Mendelssohn presenta a Berlino la Passione secondo S. Matteo: incomincia qui la vera, eterna fama di Bach, che resta incorrotta e altissima a oltre due secoli dalla sua morte.
Il suo nome verrà onorato da molti dei suoi figli diventati musicisti, come Carl Philipp Emanuel, Friedrich Christian, Johann Christof, Wilhelm Firedemann.
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Bartók Béla
Nagyszentmiklós 25-III-1881 - New York 26-IX-1945
Nato a Nagyszentmiklós in Transilvania, crebbe in una famiglia all’interno
della quale la cultura musicale era assai radicata, i primi rudimenti di pianoforte gli furono trasmessi dalla madre.
Nel 1893 iniziò gli studi di composizione a Bratislava con Ekerl, completandoli successivamente presso l’Accademia Musicale di Budapest. Negli anni seguenti intraprese la sua carriera di pianista e contemporaneamente prese ad appassionarsi al canto popolare ungherese e balcanico. Con Kodály si dedicò alla raccolta e allo studio dei brani di questo genere.
Dal 1907 insegnò pianoforte all’Accademia di Budapest, proseguendo ad esibirsi con grande successo in concerti sia in patria, sia all’estero, spesso lo accompagnavano la moglie e il violinista Joseph Szigeti. Intanto si andava formando la sua personalità di compositore. La sua passione per la musica etnica continuò a crescere, indirizzandosi anche verso la musica popolare araba, nel 1913, per studiarla da vicino, si recò fino all’oasi di Biskra nell’Africa del Nord. Nel 1919 fece parte del direttorio musicale del suo paese dando il suo contributo alla riforma democratica.
Le sue composizioni andavano diffondendosi in Europa e in America, e la fama di maggior compositore ungherese del suo tempo andò consolidandosi.
Nel 1934 lasciò definitivamente l’insegnamento per dedicarsi completamente alla ricerca e allo studio del folclore. Nel 1934, quando l’Ungheria si avvicina politicamente alla Germania, decise di lasciare la sua Patria per recarsi negli Stati Uniti. Qui esercitò una sporadica attività di pianista e compositore, tenne alcune conferenze, ottenne qualche docenza di etnomusicologia, ma visse quasi dimenticato e ai limiti dell’indigenza fino alla morte, avvenuta a New York nel 1945.
Andrea Estero
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Beethoven Ludwig van
Bonn 16-XII-1770 (?) - Vienna 26-III-1827
Le origini
Nasce tedesco, vive viennese, diviene - post mortem - l’anima della nazione germanica, poi di quella europea. Ma quel “van” spesso dimenticato (Beethoven o van Beethoven?, una querelle è tutt’ora in corso) ricorda le sue origini fiamminghe. La culla della sua famiglia si trova a Campenhout, una cittadina del Brabante al centro del triangolo Bruxelles-Malines-Lovanio. Andando indietro nel tempo si arriva fino al capostipite Johann van Beethoven, vissuto nella seconda metà del XV secolo. E si continua con una varia umanità (artigiani, un falegname, perfino una donna bruciata come strega...): fino al bisnonno, Michael, mercante d’arte trasferitosi a Bonn per sfuggire ai creditori; fino al nonno, Ludwig pure lui, musicista e direttore d’orchestra prima a Lovanio poi alla corte di Bonn; fino al padre, Johann, cantore presso la stessa Cappella di corte. E sposo, nel 1767, di quella Magdalena Kewerich che sarebbe stata la madre di uno dei più grandi musicisti di tutti i tempi.
Battezzato il 17 dicembre 1770, Beethoven nacque forse il giorno prima. Ma per tutta la vita sostenne di essere più vecchio di uno o due anni, sospettando che suo padre avesse manomesso gli atti per creare la leggenda di un bambino prodigio. Neanche di fronte ai certificati originali si lasciò
convincere. D’altra parte Magdalena aveva avuto un altro figlio, morto subito dopo la nascita, il 2 aprile 1769. E allora si può ipotizzare ragionevolmente un errore di qualche mese.Ma Beethoven, personalità rocciosa, carattere difficile, da sempre spirito pugnace, ragionevole non lo fu quasi mai.
La formazione
Nel 1781 ha termine la scolarizzazione del piccolo Ludwig. Il compositore che cambierà lo status del musicista moderno - da artigiano a intellettuale - conclude il suo cursus studiorum con il diploma delle elementari. La sua coscienza culturale sarà affidata alle intense letture e a qualche lezione universitaria (corsi di logica, metafisica e letteratura greca). Per la
formazione musicale invece - cominciata con le lezioni di violino e pianoforte impartite dal padre e proseguita con vari maestri attivi a Bonn in composizione, violino, viola e organo - potrà vantare un curriculum invidiabile: dopo gli studi con Christian Gottlob Neefe, a Vienna sarà allievo di Albrechtsberger, Salieri e Haydn, tre autorità nella scienza contrappuntistica, nell’arte del teatro, nell’invenzione strumentale, le abilità a cui un compositore di quell’epoca non poteva
rinunciare.
Proprio l’autore della Creazione, di passaggio a Bonn, avevo chiesto al principe elettore che il ragazzo lo seguisse a Vienna. In quest’occasione il conte Waldstein, suo protettore, aveva pronunciato un augurio profetico: «Dalle mani di Haydn riceva lo spirito di Mozart». E anche se il primo cominciò presto a non correggergli tutti gli errori (Beethoven se ne accorse e decise di “recuperare” con il più meticoloso Schenk), l’incontro con quella grande personalità della musica viennese deve avere lasciato il segno.
La carriera di virtuoso
Fu, o cercò di essere, un bambino-prodigio.Ma i primi risultati si videro solo nel 1782, quando vennero pubblicate le variazioni per pianoforte in do minore «del dilettante decenne Louis van Beethoven» e - in un annuncio giornalistico - si poteva leggere di un «ragazzo di 11 anni dotato di un talento molto promettente», che suona «il pianoforte con grande bravura e forza», «per la maggior parte il Clavicembalo ben temperato», che «diventerà di sicuro un secondo Mozart». Ha però già diciassette anni quando improvvisa davanti a Mozart (nel corso di un primo viaggio a Vienna), strappandogli un convinto «costui farà parlare di sé il mondo»; già ventuno quando entusiasma Franz Xaver Sterkel, impeccabile virtuoso alla tastiera. Siamo dunque lontani dai precoci prodigi del piccolo Amadé. Senza accorgersene divenne presto un eccellente, ma “normalissimo”, concertista. Nel 1795 si esibisce di fronte al pubblico viennese in un ciclo di tre concerti. Esegue il suo Primo concerto per pianoforte (in si bemolle, poi catalogato come Secondo) e il K 466 di Mozart, per il quale scrive due nuove cadenze.
Nel corso dello stesso anno compone tre Sonate (op. 2) dedicate ad Haydn e le esegue in
sua presenza; nel 1796 suona a Berlino per Federico Guglielmo di Prussia, nel 1798 presenta a Praga i suoi primi due Concerti per pianoforte, non senza avere dato prova della sua bravura a Dresda e a Lipsia. La carriera di pianista, tardiva ma promettente, s’interromperà presto, con l’acuirsi della sordità.
Le fonti del sostentamento
Quali sono le fonti del sostentamento per un musicista tra Sette e Ottocento? Assunto, a soli quattordici anni come organista e membro dell’orchestra di corte, poi come violista nel teatro di Bonn, nel 1787 gli viene attribuita metà dello stipendio del padre che, alcolizzato, è espulso dalla città; ma anche la responsabilità del mantenimento e dell’istruzione dei fratelli più piccoli. Quando le truppe francesi, nel 1794, rovesciano l’elettorato di Bonn-Colonia, il suo impiego a corte è soppresso. Con questo fatidico licenziamento “in contumacia” (in quegli anni era già attivo a Vienna) inizia l’avventura del musicista nel mare aperto della libera professione, in balia dei successi concertistici e delle cangianti fortune del mercato editoriale. Beethoven, meno propenso all’ottimismo dei sociologi di oggi, comprese subito che non si trattava di un progresso (si leggano le patetiche missive in cui chiederà perfino a Goethe di intercedere per la pubblicazione l’esecuzione delle sue opere); e fece di tutto per procurarsi qualcosa che assomigliasse a una paga fissa. Assicurandosi prima uno stipendio annuo di 600 fiorini concesso dal principe Lichnowsky; poi nel 1809 una rendita vitalizia versata dall’arciduca Rodolfo e dai principi Kinsky e Lobkowitz (quest’ultimo fu costretto a revocarla nel 1811) per trattenerlo a Vienna. Nel 1811 la bancarotta della Stato austriaco porterà a una svalutazione della moneta che ridurrà al valore di circa 1600 fiorini quello stipendio che prima ne valeva 4000.
Gli stili
Nel 1802, su consiglio del medico, Beethoven passa l’estate in campagna a Heiligenstadt. In una letteratestamento, ritrovata tra la sue carte solo di recente e
divenuta celebre con il nome di “Testamento di Heiligenstadt”, si confessa: «O voi uomini che mi credete ostile, scontroso,misantropo, come siete ingiusti con me [...], come avrei potuto infatti dire agli uomini: parlate più forte, gridate, perché sono sordo, [...] come poter confessare la debolezza di un senso, che dovrei possedere molto più degli altri [...]». Un disagio esistenziale che è stato messo in relazione con il maturare di un nuovo stile compositivo “monumentale”. Con la Sinfonia n. 3 “Eroica”, il Concerto n. 3 per pianoforte e orchestra, la Sonata per violino e pianoforte “A Kreutzer”, tutte del 1803 (cui seguirà l’anno successivo la prima versione di Fidelio, con la sua genealogia di ouvertures), Beethoven compie un balzo in avanti rispetto al sonatismo haydniano, nel cui modello si riconoscono ancora le prime due Sinfonie, i primi due Concerti per pianoforte, le prime Sonate per pianoforte fino alla “Patetica”, i Quartetti per archi dell’op. 18. Il “secondo stile”, la cui fiammata divampa fino al 1811, trapasserà nel “terzo” intorno al 1818 (con la Missa solemnis, opera spartiacque): la Sinfonia n. 9, gli ultimi Quartetti per archi, le Sonate per pianoforte op. 109, 110, 111 ne sono le opere più rappresentative.
La politica, gli amori, la famiglia
Nel 1809 Vienna è assediata dai francesi. Beethoven compone il Concerto n. 5 per pianoforte sotto i bombardamenti. I rapporti del compositore con gli ideali dell’Illuminismo e della Rivoluzione sono controversi e oggetto di discussioni. Si trattò solo di una infatuazione giovanile? La dedica a Napoleone
Bonaparte apposta inizialmente sul frontespizio della Sinfonia n. 3 fu in seguito cancellata. E la terza versione del Fidelio, ormai proiettato nella dimensione “ideale” della Grosse Oper, fu rappresentata
nel corso del Congresso di Vienna (nel 1814), di cui Beethoven divenne una sorta di compositore “residente”. Per celebrare il ritorno alla pace (amministrata dalla Santa Alleanza...) vengono eseguite pure la “Vittoria di Wellington” e la cantata “Il momento glorioso”. Con il trionfo della Restaurazione la sua celebrità è alle stelle, la politica lo blandisce, ma non altrettanto si può dire della considerazione degli intenditori, che prima lo osannavano.
In questo periodo si dedica relativamente poco alla musica. Allo stallo creativo contribuisce forse la delusione patita per l’infelice esito della sua relazione con l’«amata immortale». E d’altra parte fin dalla dichiarazione d’amore pronunciata nel 1795 alla cantante Magdalena William, nonostante l’interesse per Giuletta Guicciardi e la passione nutrita per Josephine Brunswick, non ebbe mai una vita sentimentale appagante, né riuscì a far propria l’esperienza di quell’amore coniugale esaltato nella sua unica opera in musica.
La difficoltà di trovare un’alternativa allo stile eroico permane anche negli anni seguenti al Congresso di Vienna. Nel 1816, morto il fratello, ottenne la tutela del nipote
Karl, litigando con la cognata. Dopo la revoca del tribunale e il ricorso contro la sentenza del giudice, gli sarà attribuita definitivamente nel 1820. «Tutte queste traversie hanno di nuovo influito sfavorevolmente sulla mia salute [...] solo a stento posso dedicare qualche ora al giorno al dono più prezioso che il cielo mi abbia concesso, la mia arte, e alle mie muse».
La nascita del mito
Gravemente malato (prima alle vie respiratorie, poi d’itterizia, infine all’intestino), negli ultimi anni dovette provvedere al suo sostentamento (anche se i suoi rapporti con gli editori rimasero poco arrendevoli) e a quello del nipote, che nel 1826 tenterà il suicidio. Corteggiato dalla Società filarmonica di Londra, dopo le ovazioni per la sua Nona Sinfonia, rimarrà a Vienna, visitato da Schubert, Liszt, Weber e Rossini. Muore il 26 marzo del 1827, dopo tre operazioni e durante un temporale. Con i soldi inviati da Londra, Schindler organizzò le esequie e, il 29 marzo, un solenne funerale a cui parteciparono dieci, forse ventimila persone. Questo speciale rito durato tre giorni, con l’orazione funebre tenuta da Franz Grillparzer, diede il via alla consacrazione del compositore. E alla formazione del “mito” di Beethoven: prorompente titano della musica, pura energia creatrice. Quasi essere soprannaturale.
Andrea Estero
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Berio Luciano
Oneglia 24-X-1925 - Roma 26-V-2003
Faccia a faccia con la modernità, affrontata senza paure. Nato in una famiglia di tradizioni musicali nel 1925 (il suo primo insegnante fu suo padre; al Conservatorio di Milano successivamente studiò composizione con Paribene e Ghedini e direzione d’orchestra con Votto e Giulini, con Dallapiccola, a Tanglewood negli Stati Uniti), Luciano Berio fonda a Milano - nel 1955 assieme con l’amico Bruno Maderna - lo Studio di fonologia della Rai, dove vedono la luce le prime composizioni elettro-acustiche: il compositore ligure era fondamentalmente un pioniere, un esploratore (alla fine degli anni Settanta sarà nell’epique dell’Ircam di Parigi; nel 1987 fonderà a Firenze un nuovo istituto di ricerca, “Tempo reale”). Tra il 1960 e il 1972, mentre gli intellettuali italiani brillavano per un sostanziale antiamericanismo, visse, studiò e insegnò - oltre che a Darmstadt - a Darlington, a Harvard, alla Juilliard e alla University of Columbia. Ancora: quando la intellighenzia progressista italiana dubitava delle virtù dell’arte “popolare”, condusse studi particolari sulla musica etnica e “leggera”, anticipando la conciliazione tra cultura alta e bassa, sapere e folclore. Il teatro musicale era dato per morto e sepolto dalle giovani avanguardie. E invece Berio, studiando senza tregua le possibilità espressive della voce umana (si ricorda il sodalizio con la cantante armena
Cathy Berberian), affrontò - già con Passaggio e Laborintus - il problema di una nuova concezione rappresentativa. I compositori della sua generazione avevano rifiutato ogni compromesso con le istituzioni musicali ufficiali; lui si rese disponibile a un nuovo “impegno” del musicista nell’organizzazione della musica, soprattutto negli ultimi
anni, svolgendo le funzioni di presidente-sovrintendente dell’Accademia
di Santa Cecilia.
Andrea Estero
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Berlioz Hector
La Côte-Saint-André – 11 dicembre 1803 / Parigi 8 marzo 1869
L’esperienza del Prix de Rome segna – come in Ravel e in ogni altra carriera compositiva vissuta in Francia che si rispetti – anche la vita di Hector Berlioz. Vi partecipò più volte, vincendo solo nel 1830, nell’anno in cui presentava a Parigi il suo capolavoro d’esordio, la “Sinfonia fantastica”. La vincita prevedeva la possibilità di studiare per qualche anno a Roma, secondo la consuetudine settecentesca che rendeva indispensabile per la formazione di ogni artista un “Viaggio in Italia” alla scoperta dei tesori del Bel Paese. Un bel colpo per un giovane francese di provincia, destinato agli studi di medicina dal padre fisico e poi passato al Conservatorio. Ma da questa permanenza lunga due anni, Berlioz forse imparò solo quello che non voleva essere come musicista: nella sua “Euphonia”, ossia la sua città della musica ideale, è bandita ogni prassi musicale anche soltanto lontanamente imparentata con il sistema impresariale dei teatri italiani, con tutte quelle peculiarità che al giovane Hector sembravano stravizi, eccessi, bassezze, oscenità. Così Berlioz, scartata la volgare Italia, elesse a sua patria musicale la Germania, ponendosi alla testa degli artisti che al di qua del Reno si battevano per le fortune della Romantik. Musica e letteratura, letteratura e musica, proiettate nello spazio sonoro da un immaginifico suono orchestrale. Certo, nel caso di Berlioz gli esiti furono unici, personalissimi.
Di ritorno a Parigi, nel 1832 sposò l’attrice shakespeariana Henrietta Constance Smithson, causa di tante sofferenze giovanili e musa ispiratrice della “Fantastica”. Il matrimonio non ebbe poi successo, dopo qualche anno si separarono.
Oltre che con la composizione delle sue Sinfonie drammatiche, opere strumentali di imponente forza rappresentativa, Berlioz poté svolgere la sua battaglia con la professione di direttore d’orchestra, che lo porto frequentemente in Germania e in Inghilterra, e l’attività di critico musicale, che svolse ininterrottamente per decenni a sostegno di un ideale “progressivo” dell’arte peraltro assai gettonato lungo tutto l’Ottocento. Proprio per questo il suo legame fu forte il suo legame con i “nuovi tedeschi”, con Wagner, entusiasta del suo Roméo & Juliette (1839), e Liszt, che organizzò a Weimar un festival su Berlioz (1855; ma già Schumann aveva recensito la “Fantastica” in termini entusiastici). I suoi lavori drammatici, La Damnation de Faust (1846), Les Troyens e Béatrice et Bénédict (1862) ebbero invece meno successo, non furono sempre capiti. Colpito da ictus, il compositore morì nel 1869; è sepolto accanto alle donne della sua vita, Harriet Smithson (morta nel 1854) e Marie Recio (nel 1862), nel cimitero di Montmartre.
Andrea Estero
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Bernstein Leonard
Lawrence, Massachuttes 25 agosto 1918 - New York, 14 ottobre 1980
Vocazione e formazione
“Se non avessi scoperto la musica mio padre sarebbe sicuramente riuscito a far di me un discreto commerciante o, tutt’al più un rabbino”. Nato nel Massachuttes da una famiglia di ebrei russi, emigrati negli Stati Uniti da Rovno, Louis Bernstein (ma i suoi genitori gli preferirono il più confidenziale Leonard) era in procinto di percorrere le orme del padre Samuel, studioso del Talmud e uomo di affari impegnato nell’industria dei prodotti di bellezza. Ma l’estetica da cui era attratto Lenny aveva poco a che fare con la cosmesi. “Nella soffitta della nostra casa a Boston scoprìi un vecchio pianoforte (…). La tastiera era aperta, la sfiorai e così improvvisamente, restai colpito dal fascino di suonare”. La favola della vocazione improvvisa ostacolata dalla famiglia è efficace mito fondativo di ogni brillante carriera che si rispetti. Figurarsi se la carriera in questione è non solo luminosa, ma addirittura leggendaria. Eppure in quest’epifania musicale spontanea e immediata, nel raptus istantaneo, nel congiungimento fisico e quasi dionisiaco, c’è qualcosa di quintessenzialmente bernsteiniano. “Io cercavo la musica, ne sono sicuro, e quando l’ho incontrata me ne innamorai a prima vista, l’abbracciai, la baciai e le dissi: ‘Tu sarai mia, per sempre!’”. Un trionfo degli istinti subito riequilibrato con la volontà ferrea di seguire una formazione modello: mentre studia pianoforte privatamente (con Helen Coates e Heinrich Gebhard), frequenta prima la Boston Latin School, poi Harvard (letteratura e musica, quest’ultima con il noto compositore, didatta e teorico Walter Piston). Nel 1939 al Curtis Istitute di musica di Filadelfia perfeziona l’abilità alla tastiera con Isabella Vengerova (quella del Bernstein pianista con un vasto repertorio e decine di registrazioni al suo attivo è una storia troppo poco conosciuta), incontra la direzione d’orchestra con Fritz Reiner, entra nei segreti dell’orchestrazione con Randall Thompson. A Tanglewood, nel nuovo istituto estivo della Boston Symphony Orchestra, si specializza nel 1940-41 con Serge Koussevitsky. Il fiume di pura musicalità aveva cercato e trovato solidi argini tecnici e disciplinari. Ora poteva scorrere.
Un esordio “democratico”
Chirurgo della partitura e animale da palcoscenico. Due doti americanissime. In Bernstein complementari. Fin dal tempo in cui, studente e analista modello, seduce i colleghi più importanti eseguendo a memoria la loro musica al loro cospetto: un pezzo uscito dalla penna di Mitropoulos (il direttore greco lo definì “genius boy” e divenne suo mentore), le variazioni per pianoforte di Copland in un party a casa del compositore (ne sortì un rapporto di devota amicizia lungo un’intera vita, con Bernstein che eseguirà e inciderà gran parte delle opere di Copland e quest’ultimo che affiderà al giovane direttore alcuni suoi lavori in prima assoluta). E non importa se nel 1942 diventerà importante, assumendo la carica di assistente di Koussevitsky: dopo le esibizioni giovanili nei locali e teatri off, continuerà a lavorare con un gruppo di cabarettisti (“The Revuers”, dove erano presenti musicisti e attori che diventeranno suoi futuri collaboratori). Alto e basso, pesante e leggero, procedono senza discriminazioni. Negli anni immediatamente successivi al 1943, mentre l’Europa si avvia verso la catastrofe, la stella di Bernstein si accende. Seguendo la sua duplice vocazione: nella direzione e nella composizione, nei sontuosi territori della grande tradizione musicale e in quelli più agili del brillante e dell’effimero. Così nel il 14 novembre 1943, dopo essere stato nominato assistente alla New York Philharmonic Orchestra, coglie un clamoroso successo guidando l’orchestra al posto di un indisposto Bruno Walter (e la diretta radiofonica ne amplifica i clamori); nel gennaio 1944 la sua Sinfonia n. 1 “Jeremiah” ha la sua prima assoluta con la Pittsburg Symphony Orchestra (vince il premio del circolo dei critici musicali newyorchesi); nell’aprile dello stesso anno il suo balletto Fancy Free va in scena al Metropolitan (con coreografia di Jerome Robbins); e ancora a dicembre On the Town fa la sua prima comparsa a Broadway. L’esordio “democratico” di Bernstein può dirsi compiuto.
Dall’incarico stabile alla libera professione
Direttore musicale dal 1945 al ’47 della New York City Symphony Orchestra, a capo dei dipartimenti orchestrali a Tanglewood dopo la morte di Koussevitzky, ospite di riferimento a Tel Aviv sul podio della Israel Philharmonic Orchestra: questi i punti cardinali della prima stagione direttoriale che culmina, dopo il passaggio alla Scala per la Medea con Maria Callas, Bohème e Sonnambula (rispettivamente nel 1953 e 1955, primo americano di nascita sul podio del Piermarini), con la nomina nel 1958 a direttore musicale della New York Philharmonic Orchestra. Bernstein la dirigerà fino al 1969, portandola a livelli di eccellenza mai raggiunti fino ad allora (anche se la sua permanenza a capo di questa istituzione fu inizialmente poco gradita all’intellighenzia musicale della città: il critico del New York Times Harold Schonberg, per esempio, deplorava il suo gesticolare stravagante ed esagerato). Oltre all’estensione al grande repertorio delle avanguardie storiche (solo Schoenberg e gli altri compositori della “Seconda scuola di Vienna” gli erano poco congeniali) e alla singolare rivalutazione del sinfonismo di Mahler, dei suoi dieci anni alla New York Philharmonic si ricordano le energie profuse nella divulgazione del repertorio classico: con l’impaginazione di programmi tematici (a volte brevemente ma efficacemente commentati) e soprattutto con la famosa serie televisiva dei “Young People’s Concerts”, durata quattordici anni. La sua naturale propensione per la comunicazione della cultura si esprimerà anche con l’insegnamento: prima a Tanglewood e alla Brandeis University, poi, nel 1973 all’Università di Harvard (le sue lezioni presso la cattedra di poetica “Charles Eliot Norton” furono registrate per la tv e divennero uno dei tanti volumi di scritti, The Unanswered Question, insieme a The Joy of Music, 1959, Leonard Bernstein’s Young People Concerts, 1961, The Infinite Variety of Music, 1966, Findings, 1982). Dopo il 1969, lasciato l’incarico di direttore stabile e divenuto direttore emerito dell’orchestra newyorchese, il suo impegno direttoriale si riduce (per lasciare spazio alla composizione), e si concentra su poche ma blasonate compagini, fra cui spiccano i Wiener Philharmoniker.
La produzione compositiva, all’inizio, si distingue per quantità e curiosità, nonostante il vincolo rappresentato dalla routine direttoriale. Nei diversi generi: il balletto (Facsimile), il musical (Peter Pan, Wonderful Town), l’opera (Trouble in Tahiti), la musica per film (On the waterfront, “Fronte del porto”, con il quale ottenne una nomination all’Oscar come migliore colonna sonora), la musica sinfonica e da concerto (la Sinfonia n. 2 “The age of Anxiety”, Prelude, fugue and Riffs, Serenade, La Sinfonia n. 3 “Kaddish”, dedicata alla memoria del presidente Kennedy), i capolavori (Candide, West Side Story). Poi, nel periodo della “libera professione”, il comporre si fa comnunque più meditato: l’opera “multimediale” Mass, il musical 1600 Pennsylvania Avenue, l’opera A Quiet Place, e ancora Songfest (un ciclo di song per sei voci e orchestra), il Divertimento per orchestra, la Missa Brevis, le Arias and Barcarolles, per citare solo alcuni titoli. Festival dedicati a Bernstein si sono svolti in Israele (1978), a Londra (1986) e Bonn (1989).
Cultura progressista
L’impegno politico a sostegno di battaglie progressiste ha accompagnato la sua carriera di musicista, non senza polemiche e critiche da parte dei detrattori. Dalla lotta contro il maccartismo (la composizione di Candide s’inscrive proprio in quel clima), all’opposizione alla guerra in Vietnam e alla proliferazione delle armi nucleari, fino al concerto del 1989 che unì orchestrali dell’Est e dell’Ovest in una Nona di Beethoven suonata ai piedi del Muro di Berlino (per l’occasione il direttore sostituì nel testo di Schiller alla parola “Freude”, cioè gioia, la più consona “Freiheit”, libertà). “Radical chic”: così i suoi nemici definirono il suo impegno civile alla notizia di un party organizzato e sponsorizzato da Bernstein a favore delle Black Panters. Sposato con l’attrice cilena Felicia Montealegre nel 1951, padre di tre figli, si separò verso la metà degli anni Settanta (anche se il rapporto con la moglie rimase intenso, fino alle cure che il direttore le riservò in occasione della malattia di lei), vivendo per un breve periodo con il suo partner, Tom Cothran.
Andrea Estero
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Boccherini Luigi
Lucca 19 febbraio 1743 – Madrid 28 maggio 1805
Luigi Boccherini, ossia quando un compositore non è più padrone del proprio destino. Almeno dopo la fatidica scelta di passare dalla libera professione al protezionismo di corte. Prima, negli anni delle tournée europee con il Quartetto toscano (il primo di cui si abbia notizia, costituito con il lucchese Manfredi e i livornesi Nardini e Cambini), la carriera brillante sembra spalancarglisi davanti, senza opporre resistenza; fino al successo di Parigi, nel 1767, dove riesce a pubblicare la sua prima raccolta di quartetti. Poi, dopo il 1770, quando accetta l’offerta del fratello minore del re Carlo III di Spagna, l’infante Don Luis, inizia una lenta, progressiva, anche se artisticamente proficua, parabola discendente. Fino alla morte avvenuta tra lutti e miseria.
Avrà fatto male a legare il suo futuro al bello e cattivo tempo di principi e sovrani, a lasciare la carriera per uno stipendio sicuro? Non è dato saperlo. Né si può credere che un compositore della sua epoca fosse davvero libero di scegliere; se avesse davvero la possibilità di vivere navigando nelle acque rischiose del mercato editoriale e musicale. Certo è che tutto si sfasciò per un nonnulla, nel 1775, quando l’Infante di Spagna cade in disgrazia a causa di “scandalose vicende amorose” che lo obbligano a trasferirsi lontano da Madrid, a Las Arenas de San Pedro. Con il compositore al seguito.
Da lì si comincia a scendere. Quando la tranquilla e periferica esistenza si interrompe, nel 1785, con la morte della moglie Clementina e del protettore. Con sei figli da sfamare e senza lavoro, Boccherini galleggia grazie alla pensione concessa quasi subito da Carlo III. Nel gennaio del 1786 Federico Guglielmo, presto re di Prussia, lo nomina suo compositore.Affrontato nella piena estate di quel medesimo anno il lungo viaggio a Breslavia, il compositore va incontro all'aggravamento di una malattia polmonare, forse esito di una tubercolosi contratta da giovane. Negli ultimi anni la cattiva sorte (sua e degli altri) sembra avere la meglio con la morte a breve distanza di tre figlie ed infine della seconda moglie e la scomparsa nel 1797 del suo nuovo mecenate tedesco. Ad aggravare la crisi sopravviene la rivoluzione francese, la guerra tra Francia, Prussia e Spagna, e il conseguente blocco dei tradizionali mercati editoriali europei. Nelle mani dell’ultimo, squattrinato, protettore, Luciano Bonaparte, fratello di Napoleone, giunto a Madrid per un'ambasciata, Boccherini muore il 28 maggio 1805, all'età di sessantadue anni.
Andrea Estero
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