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Mascagni Pietro
Livorno 7-XII-1863 - Roma 2-VIII-1945
Una formazione interrotta

Volere essere il Beethoven italiano e finire per rimanere il compositore dell’evergreen di sempre, Cavalleria rusticana. Pensare in grande per poi ritrovarsi prigioniero di mitologie di un’Italia piccola piccola. Un dilemma, un paradosso, che riduce all’unità una lunga serie di traversie artistiche e umane. Fin dal 1881, quando arrivò perfino a comporre una cantata “Alla gioia”, sul beethoveniano testo di Schiller tradotto da Andrea Maffei, per poi ritrovarsi a peregrinare in giro per l’Italia come direttore d’orchestra di compagnie di operetta. Così, ancora dopo 32 anni, in cerca della sua Nona Sinfonia, Parisina (su libretto di D’Annunzio), le aspirazioni tornano a infrangersi sulle sue stesse ambizioni e sullo spettro di quel successo fulminante, di quell’opera scritta di getto, facile facile e in un atto. D’altra parte la sua formazione musicale era specchio di un’Italia culturalmente in ritardo, per quanto eccelsa nel tramandare i retaggi del suo passato. Pietro Mascagni nato a Livorno nel 1863 da una famiglia di panettieri, affianca fin da piccoli gli studi umanistici a quelli musicali: pianoforte e canto come contralto nella Schola Cantorum della Chiesa di San Benedetto.

Non dovette bastare, forse, l’iscrizione nel 1876 al nuovo Istituto musicale livornese guidato dal compositore e critico Alfredo Soffredini, uno dei personaggi più in vista della scena musicale italiana, dove i programmi di studio prevedevano capricci e preludi sinfonici, scene drammatiche e brani sacri (di questo periodo si ricordano la Sinfonia in fa maggiore, la Elegia per soprano violino e pianoforte, l’Ave Maria per soprano e pianoforte, perfino un Pater Noster per soprano e quintetto d’archi). Né il successivo trasferimento nel 1882 al Conservatorio di Milano, la vera Università della musica italiana, dove divenne amico di Puccini (entrambi toscani nella classe di Amilcare Ponchielli): dopo un polemico colloquio con il direttore dell’Istituto nel 1885 Mascagni lascia Milano, abbandona gli studi regolari, abbraccia la carriera di direttore itinerante di cui sopra. Nel 1886 viene nominato Maestro di suono e canto alla Filarmonica di Cerignola, città dove la sua compagnia si era fermata stabilmente.

Operista per concorso

A Cerignola nel 1888 aveva sposato Arcenide Marcellina Carbognani detta Lina, da cui aveva avuto un figlio morto nel 1887 a quattro mesi di vita. Isolato in provincia, lo troviamo impegnato a dirigere la sua Messa di gloria interpretata dagli allievi della scuola di cui era direttore. Nel luglio del 1888 compare sul “Teatro illustrato”, il periodico dell’editore Sonzogno, il bando di concorso per un’opera in un atto.Mascagni sceglie di partecipare con un soggetto verghiano e affida la stesura del libretto all’amico livornese Giovanni Targioni-Tozzetti, subito - mentre nasceva il secondo figlio Domenico - completa la partitura. Nel 1890 la giuria proclama i risultati: Cavalleria rusticana precede altri 72 lavori. Mai fu più equanime un pubblico concorso (né più utile un’inserzione su un giornale): il 17 maggio l’opera debutta con un clamoroso successo al Teatro Costanzi di Roma e subito dopo in molti teatri italiani e stranieri. Quella della diffusione contemporanea su più palcoscenici è una novità, lo specchio della trasformazione del mondo dell’opera. Ma il nuovo sistema di promozione e amplificazione non funzionerà in futuro come per Cavalleria: né il 17 gennaio 1901 quando Le Maschere debutteranno in sei teatri diversi (Roma, Milano,Venezia,Torino, Genova,Verona, con successo solo nella Capitale); né il 20 gennaio 1912, con Mascagni sul podio della Fenice e Tullio Serafin su quello della Scala a dirigere la prima di Isabeau. Nel frattempo erano nati anche L’Amico Fritz (Roma, 31 ottobre 1891), Guglielmo Ratcliff (Milano, 16 febbraio 1895), Iris (22 novembre 1897). Altre e diverse soddisfazioni erano venute però dalla nascita di Edoardo (1891) e di Emilia (1892).

Compositore d’Italia

Mascagni non fu solo compositore, ma anche direttore d’orchestra di professione. Nel 1898 dirige alla Scala sei importanti concerti, proponendo per la prima volta in Italia la “Patetica” di Cˇ ajkovskij, l’anno successivo a Pesaro (dove è direttore del Liceo Rossini) una serie di concerti con l’orchestra dell’istituto. Nell’aprile del 1901 è a Vienna a dirigere il Requiem di Verdi in mortem, ospite di Gustav Mahler. Del 1902 sono le tournée europea (Vienna, Bucarest, Madrid) e americana. Nel giro di pochi anni il sistema dell’opera italiana diventerà un mercato internazionale e Mascagni, nel 1911, partirà pure per una tournée sudamericana lunga 7 mesi. Nel Sudamerica tornerà nel 1922 per una seconda tournée e poi di nuovo a Vienna, Praga,Varsavia e Budapest. Compositore, direttore ma anche destinatario di incarichi istituzionali: dopo la destituzione dal Liceo di Pesaro (ma il tribunale di Ancona nel 1906 riconoscerà le sue ragioni), assume la carica di direttore della Scuola nazionale di musica di Roma (1903-1911), poi quella di direttore artistico del Teatro Costanzi di Roma (1909-1910). Con Marconi, Pirandello, Fermi e D’Annunzio sarà accademico d’Italia, titolo prestigioso conferito a eminenti personalità dal Fascismo, che lo promosse come compositore nazionale fin dal 1927 quando fu chiamato a rappresentare il Paese in occasione delle celebrazioni organizzate nel 1927 a Vienna per il centenario della morte di Beethoven. Nel pieno delle sue funzioni di compositore ufficiale presenta la sua ultima opera, Nerone (1935), che però non piacque al dedicatario Mussolini. Mentre per il cinquantenario di Cavalleria (1940) incide l’opera in disco, contribuendo con le sue stesse mani alla fama imperitura e soffocante di quel suo giovanile capolavoro.

Andrea Estero

Massenet Jules
Montaud,12 V 1842 – Parigi 13 VIII 1912
Comporre un’opera, orchestrarla, seguire la sua messa in scena, curarne la pubblicazione. La biografia di Jules Massenet coincide quasi del tutto con il ciclo produttivo del sistema operistico parigino negli anni del Secondo Impero. Laddove anche gli spostamenti andata e ritorno da Parigi alla residenza in campagna e dalla capitale francese alle altre grandi città europee erano scanditi, ritmati, al suono di repliche e premières. E questo, lungi dall’essere una non notizia, è al contrario un eloquente indizio per comprendere la personalità di un compositore che nell’epoca delle parabole artistiche irripetibili e degli individualismi esasperati sceglie la strada dell’automatismo produttivo, dell’anonimato creativo. Chi è l’uomo Massenet? Un signore borghese, che ama la vita tranquilla, meglio se in campagna, disdegna la vita mondana, crede nei sacri valori della famiglia e del lavoro, al quale dedica tutte le ore della giornata. C’est tout.

Anno dopo anno

Il padre era un imprenditore del settore agricolo, la madre insegnante di pianoforte, un’attività che esercitò soprattutto dopo il 1847, quando il marito andò in pensione e la famiglia si trasferì a Parigi. Lui, ultimo di quattro figli, a dieci anni fu ammesso al Conservatoire, classe di pianoforte e solfeggio. Per dieci anni studiò continuativamente musica, passando poi alla composizione con Ambrosie Thomas. Timpanista negli stessi anni al Théâtre Lyrique, familiarizzò presto con le opere di Gounod, Reyer e altri compositori francesi, ma anche di Gluck, Mozart, Beethoven e Weber. Vincitore del Prix de Rome nel 1863 con la Cantata David Rizzio (una sorta di master in composizione per i più brillanti diplomati), visse in Italia per due anni, viaggiando molto, incontrando gente (Liszt, soprattutto, e la sua futura moglie Ninon) e componendo poco (un Requiem, qualche chansons e una suite). Come ogni altro compositore francese che si rispetti.

Tornato a Parigi nel 1866, piantò le fondamenta di quell’edificio solido e spazioso che fu la sua carriera di operista: il matrimonio con Ninon (da cui ebbe una figlia, Juliette), il legame con Georges Hartmann, suo editore e punto di appoggio per venticinque anni, la sinergia con l’ambiente del Conservatoire, di cui poi sarà professore di composizione (dal 1878). Prima che ne diventasse direttore, Thomas offrì a Massenet l’opportunità di presentare all’Opéra Comique un’opera in un atto. Con la Grand’ tante, “creata” il 3 aprile 1867, la pachidermica carriera prese il via.

Quarantacinque anni trascorsi placidamente tra grands opéras, opéras comiques, drames lyriques, ma anche scènes pittoresques (o dramatiques, napolitaine, hoingroises), con incursioni nel terreno pianistico e della chansons. Una vita senza traumi e scosse, da esplorare come un continente più che da raccontare cronologicamente, scandita da tappe artistiche obbligate: dopo Méduse (interrotta per gli sviluppi della guerra franco-prussiana del 1870), Le roi de Lahore (1877), Hérodiade (1881, a Bruxelles però, l’intreccio biblico-amoroso a Parigi avrebbe fatto scandalo), Manon (1884), Werther (1892 a Vienna, a Parigi l’anno seguente), Thaïs (1894), Chérubin (Monte Carlo 1905) e Don Quichotte (Monte Carlo 1910).

Giorno dopo giorno

In quarant’anni l’Europa si trasforma, la musica si evolve, in Francia affronta l’onda creativa della generazione di Debussy, Ravel, Fauré. Massenet non cambia, mantiene imperturbabile la stessa direzione. E la medesima agenda. Sveglia alle quattro del mattino e composizione fino a mezzogiorno (più tardi inizierà alle cinque d’estate e alle sei d’inverno); pomeriggio dedicato all’insegnamento e sere a casa o dagli allievi dove spesso si faceva musica e salotto. Vita regolarissima, dopo il 1899 nella nuova residenza di campagna a sud di Fontainebleau.

“Riserva la mattina per la composizione e l’orchestrazione, senza aspettare l’ispirazione che altrimenti non arriva”, raccomandava agli allievi. E così diceva anche a se stesso, tenendo fede al comandamento per moltissimi anni. Lavorava a un tavolo dove era stato incastrato un pianoforte Pleyel, in modo da consentire pochi movimenti e zero distrazioni. Così l’orchestrazione di una Navarraise lunga 257 pagine poteva essere completata in appena nove giorni.

Scelto l’argomento, selezionata una fonte letteraria, individuato il librettista, visitava i luoghi veri legati a quella vicenda (per comporre Werther si spinse da Bayreuth fino a Wetzlar, dove Goethe concepì la romanzo). “Quando ho raggiunto il cuore del mondo dei miei personaggi, quando sono vivi nella mia immaginazione, lascio passare due anni senza scrivere niente”. Scatta l’attesa. E “nel momento in cui la partitura è scritta nella mia mente, la trascrivo dalla memoria in sei mesi”, racconta nei Souvenirs pubblicati a puntate, più tardi raccolti in volume. Poi, mentre l’orchestrazione era ancora in corso, lo spartito veniva corretto e dato alle stampe prima che iniziassero le prove. Nelle partiture autografe, oggi conservate nella Biblioteca dell’Opéra, si trovano in calce annotazioni sul tempo, gli eventi quotidiani, le persone che gli stavano intorno. Il diario di una vita vissuta sì proficuamente. Ma tutt’altro che pericolosamente.

Andrea Estero
 

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