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Biografie

A B C D E F G H I J K L M N O P Q R S T U V W X Y Z
Corghi Azio
Ciriè [Torino] 9-III-1937
La storia non si fa con il presente. Per scriverla è necessario prendere distanza. Per Azio Corghi è ancora lontano il tempo dei bilanci. Della sua vita si possono solo raccontare fatti, seguire percorsi. Per ora affastellandoli. Nasce a Ciriè, in provincia di Torino, da padre pittore e caricaturista. Studia pittura e pianoforte. Al Conservatorio frequenta le classi di Mario Zanfi (pianoforte) e di Massimo Mila (storia della musica). La sua prima composizione sono delle variazioni per pianoforte (1959), rimaste inedite. Dopo il diploma si trasferisce a Milano, per studiare composizione, musica corale e direzione di coro, direzione d’orchestra, composizione polifonica vocale con Bettinelli, Bortone, Votto, Farina, fino a giungere, tra il 1965 e il 1969, al diploma in tutte le discipline. Il suo Adagio per archi viene eseguito, nel 1964, sotto la direzione del giovane Riccardo Muti. Nel 1967 vince il concorso “Ricordi Rai” con Intavolature, eseguito alla Fenice durante il 30º festival di musica contemporanea. Dopo Sonzogno, passa all’editore Suvini Zerboni. Insegna prima lettura della partitura e armonia e contrappunto al Conservatorio di Torino, poi dal 1971, armonia, contrappunto e fuga presso quello di Milano (in seguito insegnerà composizione a Milano e all’Accademia di Santa Cecilia). Si dedica anche all’attività editoriale e filologica, preparando per il Rossini Opera Festival e Ricordi l’edizione critica dell’Italiana in Algeri di Rossini (1973). Dopo varie composizioni strumentali è la volta di Cactus, azione scenica per voci, strumenti e nastro magnetico (1974), e di Actus III, balletto scritto per il Maggio musicale fiorentino (1977). La prima opera lirica vera e propria, Gargantua in due atti, per il Regio di Torino, arriva nel 1984 e conferma la vocazione per il gioco di riscritture e allusioni umoristiche. Mentre continua il lavoro sul terreno strumentale e vocale, destinato a rimanere interesse costante, inizia quindi la stagione delle grandi commissioni operistiche: Blimunda (Milano, 1990), Divara (Munster, 1993), Isabella (Pesaro,1998), Rinaldo & C. (Catania, 1997), Tat’jana (Milano, 2000), Senja (Munster, 2003), Il Dissoluto assolto (Milano, Lisbona, 2006). È accademico di Santa Cecilia.

Andrea Estero

 
Debussy Claude
Saint-Germain-en-Laye, 22 agosto 1862/ Parigi, 25 marzo 1918

Figlio di modesti commercianti, il caso gli fece incontrare, all'età di 8 anni, un'ex allieva di Chopin che lo avviò seriamente allo studio del pianoforte.

Entrò nel 1872 al Conservatorio di Parigi, che frequentò per 12 anni nelle classi di Marmontel, Franck, Durand, Guiraud, ottenendo quindi nell1884 il "Prix de Rome".

Dopo aver soggiornato 3 anni a Roma, rientrò nella capitale francese cominciando a frequentare ambienti di intellettuali e circoli artistici. Nell1888 si recò per la prima volta a Bayreuth, dove rimase fortemente impressionato dalle opere wagneriane. L'anno seguente si avvicinò alla musica orientale attraverso l'Expositión Universelle.

Con il "Prélude à l'après midi d'un faune" giunse nel 1894 la sua prima grande affermazione, seguita da altre numerose conferme negli anni seguenti. La migliorata situazione economica gli permise così di dedicarsi esclusivamente alla composizione.

Dopo il matrimonio con Rosalie Texier (1899) e la drammatica separazione coincisa con un nuovo rapporto (Emma Bardac, 1904), la sua produzione proseguì intensa fino all'ultimo, nonostante difficoltà di vario genere e i primi sintomi di una malattia incurabile.

Compose opere, balletti, lavori per orchestra, pagine corali, pianistiche, vocali da camera. La musica strumentale da camera consiste di un Quartetto per archi, 3 Sonate per diversi organici, 2 pezzi per clarinetto e pianoforte, un Trio con pianoforte e le "Chansons de Bilitis" che, prevedendo la voce recitante, si sottraggono a una precisa classificazione di genere.

Fra i lavori cameristici che appartengono a una categoria musicale piuttosto singolare e raramente rappresentata, troviamo la Chansons de Bilitis per 2 flauti, 2 arpe, celesta, voce recitante, una lavoro oscillante tra musica di scena e musica da camera.

Le Chansons dovettero tuttavia misurare la loro popolarità con il conformismo degli esecutori e del pubblico: innanzitutto a causa dell'organico originalissimo che ne sottolinea la grazia sensuale ed arcaica; e poi per l'ambiguità del genere che porta la poesia ad essere raffigurata nella musica, ma senza sfociare in canto.

Dopo le "Trois Chansons de Bilitis" per voce e pianoforte, capolavoro del 1898, Debussy nel 1900 si accostò nuovamente alle false poesie greche dell'amico Pierre Louys - spacciate per ritrovamento archeologico - scegliendone 12: "Chant pastoral" ("Canto pastorale"), "Les comparaisons" ("Paragoni"), "Les contes" ("Favole"), "Chanson" ("Canzone"), "La partie d'osselets" ("Astragali"), "Bilitis", "Le tombeau sans nom" ("La tomba senza nome"), "Les courtisanes égyptiennes" ("Le cortigiane egizie"), "L'eau pure de bassin" ("L'acqua pura di vasca"), "La danseuse aux crotales" ("La danzatrice coi crotali"), "Le souvenir de Mnasidika" ("Ricordo di Mnasidika"), "La pluie au matin" ("Pioggia del mattino").

Furono affidate ad una voce recitante contrappuntata da pagine musicali di straordinaria eleganza, essenziali nella scrittura ma pregnanti di un'espressività intima, sottilmente insinuante, venata di erotismo in obbedienza al testo che fa parlare in prima persona Bilitis fanciulla e poi donna, delusa dall'amore degli uomini, votata al circolo di Saffo a Mitilene, quindi esule, prostituta e ragazza sacra.

Questo delicato, raffinatissimo e compiuto ciclo di musiche che soffre di una impopolarità davvero inspiegabile, fu dato in prima esecuzione nel febbraio del 1901 senza produrre particolare impressione.

Parte del materiale fu riutilizzato da Debussy nelle successive "Six épigraphes antiques" (1914) per pianoforte a 4 mani.

Ultimo lavoro da camera scritto da Debussy nell'800, il Quartetto per archi costituisce un altro passo fondamentale nella definizione della poetica debussiana, ispirata alla corrente simbolista.

Tutt'altro che "apostolo del sensazionismo armonico", come ebbe a scrivere con dispetto Vincent D'Indy, nel 1893, anno di questo lavoro, Debussy stava ancora cercando la veste più adeguata alle proprie idee.

Ma già nel Quartetto si possono riscontrare degli elementi caratteristici, in particolare l'invenzione armonica, il gusto per il dettaglio, la grande varietà della scrittura strumentale, la ricerca della sonorità come dimensione psicologica.

Questa partitura impegnò molto l'autore, ma, proprio per la sua novità nei contenuti, nonostante la classica suddivisione in 4 movimenti e l'applicazione ciclica dell'idea tematica, non trovò consensi significativi.

Del resto, un'analisi condotta con l'ottica tradizionale della cultura francese di quell'epoca, influenzata da nazionalismi di maniera e dall'importazione dei modelli tedeschi, poteva scorgervi soltanto contraddizioni, ignorando le intuizioni geniali sotto l'apparente facilità melodica, che puntavano a un'astrattezza simbolica, inafferrabile.

Il Quartetto op. 10, presentato per la prima volta nel dicembre del 1893 dal Quartetto Ysaye alla "Société Nationale de Musique" prevede, come detto, 4 tempi: "Animé et très décidé" ("Animato e molto deciso"), "Assez vif et bien rythmé" ("Abbastanza vivo e ben ritmato"), "Andantino doucement expressif" ("Andantino dolcemente espressivo"), infine "Très modéré" ("Molto moderato"), che muta in "Très mouvementé et avec passion" ("Molto movimentato e con passione").

Il Trio in sol maggiore per violino, violoncello e pianoforte, ritrovato in tempi relativamente recenti, risale al 1880 e si situa in un periodo che per Debussy fu di formazione e di apprendistato. Fu in quel 1880, a 18 anni, che il maestro francese entrò nelle grazie di Madame Nadièzda von Meck, la protettrice di Ciaikovskij, con l'incarico di insegnante privato e di musicista tuttofare. Nei 3 mesi trascorsi al servizio della von Meck egli portò a termine il suo Trio, un'opera interessante, che rimase unica nel suo catalogo di musica da camera, ma ancora acerba, pur nella freschezza delle idee. È un'opera incorniciata dalla grazia e percorsa da un fremito melodico incessante, che però non pare mai decollare, ostacolata dalla fragilità della struttura. I tempi sono "Andantino con moto allegro", "Scherzo intermezzo"; "Andante espressivo" e "Finale: Appassionato".

Lavoro celebre della letteratura per pianoforte a 4 mani, la "Petite Suite" è una breve serie di pezzi, dai titoli di sapore barocco, che risale al 1889.

La produzione debussiana di quel periodo lascia già intuire i successivi sviluppi in direzione progressista, sotto l'influenza dei fenomeni artistici più disparati, che approderanno ad un simbolismo di grande forza innovatrice.

È però ancora presente la tradizione francese, da Fauré a Gounod e a Massenet, rappresentanti di un sentimentalismo raffinato e spontaneo e di un aristocratico intimismo.

La melodiosità è il tratto dominante di questo pezzo del ventisettenne Debussy, dove si sentono gli echi delle delicate Arabesques scritte un anno prima per pianoforte solo.

È un lavoro affascinante, in cui la sensibilità armonica ingentilisce e illumina la felicità dell'ispirazìone.

Noto anche in una versione orchestrata, non da Debussy ma da Henri Busser, un allievo di Franck e Gounod, consta di 4 episodi: En bateau, Cortège, Menuet e Ballet.

Risale infine al 1891 la Marche écossaise sur un thème populaire per pianoforte a 4 mani, una breve Marcia scozzese - "Marche des anciens Comtes de Ross", specificò l'autore, riferendosi con ogni probabilità alla commissione di qualche discendente dell'antica famiglia nobile. Interessante la stilizzazione, che consente un disegno leggero e svelto, adatto al clima sereno e dilettevole del brano. La forma, armonicamente proiettata verso la libertà di invenzioni e accostamenti, è ternaria, con un disteso, gentile episodio centrale e una luminosa conclusione. Questo brano fu pubblicato nel 1903.

Dvorák Antonín
Nelahozeves, Praga 8 settembre 1841 – Praga 1 maggio 1904
C’è un prima e un poi nella vita di Dvorák. La vita del bravo compositore cambia intorno al 1892. Fino ad allora Antonín era stato un bravo, onesto, acclamato musicista della provincia austriaca. Niente di più. Nascita in un villaggio boemo vicino a Praga, studi alla scuola per Organo della città ceca, violista e violinista nell’orchestra del Teatro Provvisorio Boemo, insegnante di pianoforte per arrotondare lo stipendio, compositore a tempo perso (in realtà dal 1871 lasciò l’orchestra per la composizione, guadagnandosi perfino la stima e l’aiuto di Brahms). Poi tutto cambia. Intorno agli anni Novanta la sua vita è sconvolta dalla richiesta di una ricca donna di mondo americana, Jeannette Thurber, fondatrice del nuovissimo Conservatorio di New York. L’ambiziosa mecenate voleva un famoso compositore come direttore, per dare lustro all’istituto. E Dvorák accettò, a patto che i nativi americani e afroamericani indigenti venissero ammessi gratis. Ricoprì la carica fino al 1895, trascorrendo anche un estate a Spillville, in Iowa, nel profondo west, dove si era insediata una comunità ceca. Così il bravo musicista boemo incontra le culture extra-europee. A queste esperienze si deve la composizione di opere famose - e “americane” - come la Sinfonia n. 9 “Dal nuovo mondo”, il quartetto in fa “L’americano”, il Quintetto in mi minore, il Concerto per violoncello. Il ritorno in patria fu seguito da “gran rifuti” eccellenti (quello rivolto a Brahms, che lo aveva invitato a trasferirsi a Vienna) e incarichi a suo modo prestigiosi (fu direttore del Conservatorio di Praga dal 1901 al 1904).

Il suo nome è stato spesso associato allo sviluppo dei cosiddetti stili nazionali, isole linguistiche periferiche che nell’Ottocento affermano una loro identità. Ma attenzione: come nel caso dell’aura “americana” della Sinfonia “Dal Nuovo Mondo”, si tratta dello strato superficiale delle composizioni. In profondità ritroviamo forme e tecniche che, da Beethoven a Brahms, definiscono l’identità del compositore occidentale ed europeo.

Andrea Estero
 
Elgar Edward
Broadheath, 2 giugno 1857/ Worcester, 23 febbraio 1934
Pur avendo iniziato precocemente la carriera musicale come violinista, direttore d'orchestra e organista, fu solo a partire dal 1889 che decise di dedicarsi alla composizione con il massimo dell'impegno. Autodidatta, ebbe già un buon successo nel 1896 con l'oratorio "Lux Christi" ma furono soprattutto le "Variazioni Enigma" (1899) a dargli fama in tutta l'Inghilterra. Ottenne numerosi riconoscimenti per la sua attività (nel 1924 fu acclamato "Master of the Kings Music"), riducendo però moltissimo la produzione negli ultimi 15 anni di vita.

Compose numerosi lavori per il teatro, diversi Oratori, 2 Sinfonie, 2 Concerti (uno per violino e uno per violoncello), pezzi organistici e pianistici. Il catalogo di musica da camera comprende un Quartetto per archi, un Quintetto per pianoforte e archi, una Sonata per violino e pianoforte e altre pagine minori. Due pagine da salotto composte in tempi diversi: la prima, "Chanson de Nuit" (op. 15 n. 1) risale al 1897; la seconda, "Chanson de Matin" (op. 15 n. 2), fu abbozzata l'anno successivo e conclusa nel 1899.

Qui Elgar si diletta nell'invenzione di melodie affettuose, facili, di immediata presa, che affida al violino, mentre il pianoforte ha un ruolo di sfondo. Nonostante non possano dirsi pezzi di grande valore musicale, le 2 Chansons sono tuttavia frutti godibili di una fortunata intuizione e rappresentano, come le numerose pagine di Sibelius, in parte coeve e in parte posteriori, l'omaggio un poco malinconico al puro sentimentalismo, ad un'immediatezza di comunicazione che andava perdendosi. La prima Chanson è composta, vagamente solenne; la seconda è più mossa, d'una freschezza, appunto, mattutina.

L'opera da camera di Elgar è collocata quasi interamente nel '900, anche se non presenta caratteri di accentuata modernità. Tra i pezzi ottocenteschi ha raggiunto indubbia celebrità il breve "Salut d'Amour", scritto nell'autunno del 1888 come dono per la fidanzata Alice Roberts. La versione originale è per pianoforte, ma successivamente questa pagina ebbe diverse trascrizioni originali, tra cui quella per formazione cameristica, che data 1899. La qualità avvincente del lavoro risiede tutta nell'esteriore lirismo che ne accarezza lo svolgimento, e nella semplicità della costruzione.
 
Frescobaldi Girolamo
Ferrara, 13 settembre 1583/ Roma, 1 marzo 1643

Frescobaldi può essere considerato uno dei più importanti compositori per clavicembalo della prima metà del XVII secolo. Era nato a Ferrara, dove il gusto musicale del duca Alfonso II d'Este aveva attirato a corte i migliori compositori del momento. Muovendosi poi verso la città di Roma, finì sotto la protezione di Guido Bentivoglio, che lo portò con sè a Bruxelles, importantissimo centro di ritrovo dei migliori artisti della tecnica compositiva clavicembalistica.

Nel 1608 divenne organista in S. Pietro a Roma, luogo ove egli rimase sino alla sua morte, a parte una breve assenza per recarsi a Mantova nel 1615 e un altro periodo nel quale fu a Firenze per lavorare alla corte dei Medici.

Quale importante compositore di lavori dedicati soprattutto al clavicembalo e all’organo, l’opus di Frescobaldi è rivolta soprattutto a detti strumenti. Nonostante ciò, numerose sono anche le composizioni per vari gruppi di strumenti - come si usava all’epoca. L’opera squisitamente “tastieristica” comprende Toccate, Capricci, Ricercari, e vari movimenti di Danze.

 
Gershwin George
Brooklyn, 26 settembre 1898/ Hollywood, 11 luglio 1937

Uomo di grande cultura musicale e grande sensibilità artistica, in vita sua cercò sovente di entrare nel mondo ufficiale della cosiddetta musica classica, ma rimase (e rimane tutt’oggi) un compositore che sta sul confine tra il classico e il jazz (forse come Joplin, anche se a livelli artistico-creativi decisamente superiori).

Emblematico a questo proposito l’incontro che avvenne tra Gershwin e Ravel: dopo l’incontro avvenuto in Europa, l’americano rientrò comunque nel suo Paese e proseguì il suo cammino, decisamente più leggero di quello dei colleghi europei, ma assolutamente non per questo meno valido sul piano della creatività e della validità musicale.

Estimatore della musica europea, jazz e blues, è unanimamente riconosciuto l'artista che più di altri ha applicato la rigorosità compositiva della musica classica nel mondo delle sette note "leggere". Un esempio fra tutti, la sua "Summertime", è una composizione interpretata da un numero elevatissimo di musicisti appartenenti ai più svariati generi musicali (basti citare Frank Sinatra o Janis Joplin), ma anche da cantanti appartenenti al "rigoroso" mondo della lirica.

Alcune composizioni rappresentative: Lady be good (1924), Rapsodia in Blue (1924), Un americano a Parigi (1928), Porgy and Bess (1935); ma sono moltissimi i lavori meno noti ma non per questo meno validi che l’americano ci ha lasciati (un esempio fra tanti: Girl Crazy, un’opera che a suo tempo tenne cartellone a Broadway per un lunghissimo periodo).

Per la maggior parte della sua vita George collaborò col fratello Ira, paroliere di molti suoi successi e pure lui musicista.

Haydn
Rohrau (Bassa Austria), 31 marzo 1732 / Vienna, 31 maggio 1809

L'imperatrice d'Austria Maria Teresa amava sopra ogni altra cosa occuparsi personalmente del coro della Cattedrale di S. Stefano, a Vienna: quando ella lamentò che la pura voce di soprano del quindicenne Franz Joseph Haydn era ormai in mutazione, il maestro del coro si affrettò a sostituire Joseph col fratello minore,Michael Haydn.
Haydn trascorse gli anni seguenti a suonare per le strade di Vienna, a dare lezioni di musica, a esercitarsi col violino nelle soffitte, a studiare Bach sul suo clavicembalo e a comporre.
A 29 anni, entrò al servizio della grande famiglia ungherese Esterhazy, e per il resto della sua vita non ebbe più nulla di cui preoccuparsi sul piano delle necessità materiali.
Il mecenate di Haydn era il principe Nicola, il più ricco dei nobili del tempo e uno dei più versati artisticamente: in una palude umida e battuta dai venti, a sud-ovest di Vienna, Nicola si fece costruire una favolosa residenza di campagna, che chiamò Esterhazy.
Era una specie di Versailles sul Danubio, coi suoi canali, i cervi nel grande parco, le grotte, due teatri (uno dei quali per l'opera), un coro di cappella, una sala da concerto, e un'orchestra di 16 elementi, l’ideale per un compositore che aveva bisogno di esprimere e creare, nonché di sviluppare quella forma che poi sarebbe stata portata sino al limiti delle sue possibilità da Ludwig van Beethoven, la Forma Sonata.
Ebbene, su questo principato musicale Haydn regnò come un re; dunque le sue vicende umane non influirono più di tanto sulla sua produzione musicale.
Se Haydn oggi porta l'etichetta di "classico", nel suo tempo fu sovente considerato un avventato innovatore, la cui orchestrazione era un po' troppo chiassosa.
Sebbene non sia del tutto vero che egli fu "il padre della sinfonia", come è stato chiamato, più di ogni altro, però, Haydn contribuì a porre la musica strumentale sullo stesso piano della musica vocale, e a favorire l'ascesa della musica da camera al livello e alla complessità richiesta dalle grandi sale da concerto.
Nella sua produzione, a parte lo sconfinato numero di Sinfonie (più di 100), un posto a parte merita quella quartettistica: lui come pochi altri compositori riuscì a creare strutture stupende come le raccolte dei quartetti d’archi.
Nella produzione pianistica, invece, egli seguì lo sviluppo e l’evoluzione sia della forma Sonata in sé che quella del linguaggio in essa usato, passando da un’estetica neo-barocca, a quella puramente classica, sino addirittura a dei timidi abbozzi di "romanticismo", nascosti qua e là tra le righe di quanto andava componendo.
Tra i concerti per strumento solista e orchestra, più che quelli per pianoforte eccellono quelli per violoncello e – soprattutto – quelli per violino e orchestra.
Copiosa anche la produzione vocale: tra tutte le sue composizioni, merita un posto speciale "La Creazione", un magnifico oratorio.
La formazione di Haydn, sul piano artistico e creativo, fu lenta: la sua opera migliore venne scritta quando aveva già compiuto i 36 anni, l'età in cui morì Mozart; alcuni dei suoi lavori più avanzati in ordine di tempo (la sinfonia "Sorpresa", per esempio) denunciano la freschezza e il vigore propri di un uomo molto più giovane; e così, molte delle sue composizioni, che riflettono esattamente quello che fu il suo carattere.
Haydn, con Mozart e Beerhoven, costituiscono la triade genarelmente denominata la "Scuola di Vienna": rimangono i padri del Classicismo, e sulla loro opera poggia tutto il Romanticismo, che esploderà in pieno ‘800.

Henze HansWerner
Gütersloh 1-VII-1926
La catena spezzata

Autore di una musica “impura”, pronta ad accogliere idee, messaggi, grandi miti e grandi ideali, HansWerner Henze incarna il prototipo del compositore tedesco (o di lingua e cultura tedesca), così come lo conosciamo dai giorni di Beethoven. E di quella genealogia che dall’autore della Nona - viaWagner - giunge a Schönberg potrebbe essere l’ultimo (per ora) discendente. Ma questa appartenenza merita alcune precisazioni. Le vicende del nazismo e della guerra hanno infatti inciso in modo rilevante nella sua formazione. Basta osservarlo negli anni della sue prime esperienze musicali. Dal 1942 lo troviamo a Brunswick dove presso la scuola statale di musica studiava pianoforte, percussioni e teoria musicale, suonando i timpani in orchestra. Qui Henze aveva ascoltato per la prima volta le opere di Mozart, rimanendo folgorato da quei capolavori di bellezza e teatralità; nella cattedrale della città accompagnava cantanti e altri musicisti nel grande repertorio sacro. Bach lo aveva già scoperto negli anni precedenti, a Bielefeld, quando gli regalarono il Quaderno di Anna Magdalena. Ma d’altra parte, proprio in quel periodo cruciale, Hindemith, Schönberg,Webern, Berg - così come Stravinsky e Bartók - rimanevano per lui presenze vaghe e poco familiari, perché assenti dalla programmazione concertistica e radiofonica (l’unica opera contemporanea che in quegli anni ebbe occasione di sentire fu Le vin herbé di Frank Martin). Il nazismo censurava la coscienza artistica moderna, interrompendo l’evoluzione di una cultura, spezzando il filo rosso di una tradizione. E il giovane Henze, suo malgrado, si trovò senza un presente. Era un aspirante compositore tedesco, ma la Germania musicale contemporanea era sparita. Dal pubblico al privato, dal politico al familiare, le difficoltà erano le stesse. Il padre Franz, maestro elementare di buone letture e sani principi, fervente sostenitore delle politiche socialiste del Governo diWeimar (prestava la sua opera anche nelle scuole collettive e - da musicista dilettante - dirigeva un coro di lavoratori), era diventato presto soldatino di ferro del nuovo regime. Nella biblioteca di casa Henze continuavano ad entrare testi antisemiti, antisocialisti e fascisteggianti e ad uscire quelli di autori ebrei e cristiani. Certo il piccolo Hans, soffocato dal fanatismo familiare, aveva trovato riparo nel circolo culturale dove il suo insegnante di pianoforte e teoria musicale organizzava concerti di musica da camera. E in quella nuova casa-famiglia poteva leggere anche i libri proibiti: Trakl,Wedekind,Werfel, Hofmannsthal, Mann, Zweig, Brecht. Con i compagni di classe aveva fondato un ensemble e seguiva gli spettacoli del teatro di Marionette.Ma l’obbligo di vestire l’uniforme marrone della gioventù hitleriana era sempre in agguato. L’esperienza come soldato dellaWehrmacht, dal 1944, dopo quella dei lavori forzati, impresse alla fine un sigillo indelebile al suo odio per il nazismo e la guerra.Anche la sua coscienza di tedesco fu messa duramente alla prova. Prima di stanza a Magdeburg (si occupa di radio trasmissioni e riprese video), poi sbattuto al fronte quando i sovietici lanciarono la loro offensiva, Henze non riuscirà a dimenticare il ricordo di una Berlino devastata e in fiamme, dove anche gli animali dello zoo fuggivano impazziti per tutta la città. Giunto come prigioniero di guerra in Inghilterra, visse quell’esilio come occasione per studiare l’inglese e familiarizzare con una cultura diversa. Scoprì una intera generazione di compositori contemporanei ascoltando i canali della BBC. «Tutto quello che i fascisti perseguitano e odiano è per me bellissimo», scrisse di quella esperienza 40 anni dopo. Il filo spezzato stava per essere ricucito.Ma fuori dalla Germania e con apporti molteplici.

Germania anno zero

Oltre al mondo anglosassone, fecondo di apporti nella sua produzione successiva, la seconda patria di Henze sarà l’Italia, simbolo e metafora della cultura classica incarnata in una speciale mitologia mediterranea. Prima del suo viaggio in Italia, però, Henze visse ancora un intenso periodo di formazione e apprendistato, poi di professionismo, in Germania: di nuovo a Bielefeld (fu anche pianista accompagnatore nel teatro della città) e ad Heidelberg, dove prese lezioni private daWolfgang Fortner e frequentò la Scuola evangelica di musica sacra (contrappunto, lettura della partitura, strumentazione e storia della musica). L’apertura nei confronti della contemporaneità fu frutto non solo delle lezioni di Fortner, ma anche della frequentazione dei famosi corsi estivi di Darmstadt. Agli esordi con un Kammerkonzert (1946) e una Prima Sinfonia (1947) di impronta neoclassica o neobarocca, seguirono presto i primi confronti con la dodecafonia. Il suo interesse per la serie, grazie agli insegnamenti di Rufer e Leibowitz, non fu mai rigido o dogmatico: sia per l’approccio “tonalmente flessibile” alla serialità, intesa - berghianamente - come possibilità espressiva, che per la presenza di inusuali indicazioni programmatiche (un esempio è il concerto per cembalo e otto strumenti Apollo et Hyazinthus, del 1948-1949). Dal 1946 al 1952 la Germania visse anni di grande dinamismo, qualcuno disse di frenetico attivismo, quasi una terapia per dimenticare la catastrofe.Anche Henze trascorse il suo Halbzeit, il suo tempo veloce e provvisorio rispondendo con ritmo serrato alle numerose commissioni che un Paese in pieno boom economico e culturale gli proponeva. È la stagione dedicata esclusivamente ai lavori teatrali, dove sperimenta generi alternativi: quello “immaginario” di DasWundertheater (1948), quello coreografico con BallettVariationen (1949) e di Jack Pudding. L’interesse per la danza si manifesta anche nel successivo Concerto per pianoforte (1950). Assistente musicale al Teatro tedesco di Costanza, nel 1950 divenne responsabile artistico e direttore d’orchestra aWiesbaden: molti dei lavori scritti a getto continuo in questi anni, furono in futuro riscritti o rigettati dallo stesso autore. Con l’eccezione di Boulevard Solitude (1950), rielaborazione in chiave moderna e tedesca di Manon Lescaut e capolavoro del teatro musicale del Novecento (dopo la prima a Hannover, l’opera fece il giro del mondo).

Viaggio (e permanenza) in Italia

Stretto a sinistra dagli oltranzisti postweberniani e a destra da una società reazionaria che non accettava la sua omosessualità (forse anche per dar sfogo al rapporto controverso con la sua cultura di origine), nel 1953 Henze si trasferisce in Italia. A Forio, prima, sull’isola di Ischia, dove comporrà Ode an denWestwind (1953) per violoncello (tra i primi esempi di integrazione tra testo letterario e musica strumentale nei modi di una innovativa “poesia per strumenti”) e König Hirsch, una riscrittura teatrale di una fiaba di Gozzi (che in forma rivista prenderà il nome del Re Cervo). A Ischia incontrerà anche la scrittrice austriaca Ingeborg Bachmann, con la quale nascerà un intenso rapporto intellettuale e professionale (tra cui il libretto del futuro Der Prinz von Homburg, del 1958, basata sul conflitto “autobiografico” tra romanticismo tedesco e classicità olimpica). A Napoli, suona nuova residenza, ma soprattutto a Roma, poi nella zona dei castelli romani (oggi ha una casa a Marino), Henze intratterrà una fitta rete di amicizie e rapporti con Auden e Walton, Stravinsky e Visconti, cogliendo di nuovo un grande successo con Elegy forYoung Lovers (1959-1961). Dalle memorie mozartiane a quelle beethoveniane, con la prima della sua Quinta Sinfonia (a NewYork, nel 1963, dirige Bernstein) e l’esecuzione di tutte le prime cinque alla Philharmonie di Berlino (1964) sotto gli auspici di Karajan (i Berliner gli commissioneranno più tardi la Settima). NewYork, Berlino e infine Salisburgo, dove Henze presenta l’altro suo lavoro con libretto di Auden e Kallman (come Elegy rigorosamente in inglese), The Bassarids (1964-1965), un Euripide interpretato in chiave psicanalitica. Dall’Italia Henze gestisce un consenso ampio e crescente. E, per questo, non esente da attacchi e critiche di stampo “apocalittico”.

Quale impegno?

Il periodo successivo coincide con una sorta di attivismo musicale che, sulla scìa dell’esplosione dei movimenti nati nel ’68, tracima a volte in militanza politica. È la fase più didascalicamente impegnata, già iniziata con l’opera collettiva Jüdische Cronik (scritta insieme a Blacher, Dessau, Hartmann eWagner-Régeny) e con In memoriam: DieWeiße Rose, doppia fuga per 12 strumenti dedicata a due giovani martiri antifascisti. In questi anni troviamo Henze manifestare con i gruppi di studenti di sinistra contro la guerra in Vietnam; ad Amburgo, nel dicembre del 1968, fu costretto a rinunciare all’esecuzione del suo oratorio Das Floss der Medusa, perché la NDR si rifiutava di suonare su un palcoscenico su cui era stata issata una bandiera rossa. In questo clima nascono comunque lavori rimarchevoli: la serie di duetti “di protesta” Voices, del 1973, la Sesta Sinfonia presentata all’Avana nel 1969, fino a quel Cimarron per voce e gruppo strumentale (1969-1970, con testi del poeta socialista Hans Mangnus Enzensberger) che diventerà una delle sue composizioni più eseguite e rappresentate. In occasione della seconda contestazione, Henze riuscirà a vivere in modo diverso il rapporto con l’ideologia, concentrandosi sulla realizzazione di progetti artistici concreti: la fondazione del Cantiere internazionale d’arte di Montepulciano (dal 1976), un’utopia musicale e sociale - la città intesa come laboratorio artistico totale - pienamente realizzata; la creazione del WürztalWorkshop e il festival giovanile del Deutschlandsberg, entrambi nella regione della Stiria (1981); più tardi la direzione della Biennale di Monaco, un festival dedicato al nuovo teatro musicale (1988).A Montepulciano proporrà riscritture di opere di Paisiello, lavori ispirati all’universo shakespeariano e una costellazione di lavori gravitanti intorno all’Orfeo di Monteverdi, senza dimenticare la sua favola Pollicino (1980).

None allo specchio

Negli anni successivi, attenuata la spinta ideologica, è tornato a una visione più meditata dei rapporti con la politica e la storia. All’opera, con tre lavori, rappresentativi di “motivi” tipici della sua produzione: i risvolti tragici delle relazioni amorose in Das Verratene Meer (1986-1989, tratta da Mishima, recentemente riadattata al giapponese con il titolo originale Gogo no Eiko), il mito classico in Venus und Adonis (1993-1995), la favola in Upupa (da una leggenda siriana, 2003). E nel genere sinfonico con le tre ultime Sinfonie: la pensosa Settima (1983-1984), stretta tra un’“allemanda” e un adagio ispirato a Hölderlin; la più leggera Ottava (1992-1993), al contrario “inglese” e “italiana”. Laddove la Nona per coro e orchestra (1997), con la sua denuncia nei confronti dei momenti più oscuri della storia tedesca, guarda e capovolge il modello beethoveniano. In una continua ricerca - e in un altrettanto persistente rifiuto - della propria identità.

Andrea Estero
 
Holst Gustav
Cheltenham, 21 settembre 1874/ Londra, 25 maggio 1934

Holst, compositore inglese, allievo di Stanford, nel 1907 diventò direttore musicale al Morley College di Londra. Fu dapprima in Grecia e poi in Medio Oriente, ricavando spunti e suggestioni per i suoi futuri lavori. La sua musica si può dire influenzata da Wagner, dai Sei francesi e da Stravinskij; la sua opera più famosa è sicuramente The Planets, del 1916. Scrisse anche altri lavori sinfonici, balletti, musica vocale e strumentale, nonché sette opere teatrali.

 
Ives Charles
Danbury, 20 ottobre 1874/ New York, 19 maggio 1954

Nato nel Connecticut, figlio di un maestro di banda, cominciò a comporre musica giovanissimo, sviluppando tecniche innovatrici che soltanto molti anni più tardi furono apprezzate in tutta la loro portata. Fece l'organista a New York, ma non si può definire un professionista: uomo d'affari, fondò una società di assicurazioni che gli consentì di dedicarsi alla musica soltanto come a un hobby. Eppure lil suo comporre è tipicamente rappresentativo della società americana del primo ‘900, che fa di lui un compositore di straordinaria importanza (come d’altro canto anche Cage).

Fra le sue composizioni più celebri, si ricordano: Variations on "America" per organo; March "Here's to Good Old Yale", per piano; Piano Sonata no.1; 4 Emerson transcriptions, per piano; Halloween per quartetto d'archi e pianoforte; Scherzo for string quartet; String Quartet n.1 "From the Salvation Army"; String Quartet n.2; Trio per violino, violoncello e pianoforte ecc.

 

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