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Biografie

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Janácek Leos
Hukvaldy, 3 luglio 1854/ Ostrava, 12 agosto 1928

Figlio di un maestro elementare, trascorse l’infanzia in povertà; studiò musica a Brno, continuando poi a Praga  (1874), e poi a Lipsia e Vienna (sino al 1880).

Tornato a Brno, lavorò assiduamente come compositore, didatta, direttore di coro e d’orchestra; si dedicò intensamente anche alla ricerca del canto etnico, e alla ricerca psicologica e fisiologico-acustica.

Nel 1887 compose “Sarka”, un’opera che risente ancora degli influssi di Smetana e Dvorak; proseguì poi il suo lavoro di compositore percorrendo un cammino più personale.

Con l’opera “Janufa” del 1904, Janacek raggiunse il suo linguaggio definitivo,  quello con la caratteristica chiarezza ritmica e l’elemento del “parlato” assimilato a quello squisitamente lirico, con funzioni altamente espressive.

Nelle sue successive opere teatrali, emergono gli elementi morali – che caratterizzeranno sempre l’opera di Janácek -, ma anche gli aspetti ironici e soprattutto di critica verso la società borghese, attraverso espressioni musicali sempre fresche e chiare, a volte intrise di un latente senso di angoscia.

Tra i lavori suoi più maturi e importanti, ricordiamo “Viaggio del signor Broucek sulla Luna”, “Kala Kabanova”, “Diario di uno scomparso” (una stupenda raccolta di liriche), “Da una casa di morti” (da un’idea di Dostoevskij) ecc.

Notevole anche la sua produzione sinfonica e cameristica, caratterizzata da un linguaggio ormai pienamente e consapevolmente novecentesco.


 
Kagel Mauricio
Buenos Aires, 24 dicembre 1931/ Colonia, 18 settembre 2008

Il compositore argentino Kagel si può considerare un autodidatta; dopo esser stato Direttore del Colon di Buenos Aires, nel 1956 si trasferì in Germania, per lavorare a Colonia; insegnò ai Corsi di Darmstadt e svolse attività di direttore d’orchestra.

Partendo dapprima dalla lezione di Webern, e sviluppando poi un sua ricerca personale (forse sullo stampo iniziale di uno Stockhausen, ma con successive scelte assai differenti), Kagel ha sempre ricercato inesplorate forme di linguaggio musicale, uscendo talvolta anche dagli schemi tipici del linguaggio novecentista. Per esempio, un aspetto essenziale della sua poetica consiste nell’insistente concessione alla componente gestuale, o l’uso di strumenti non proprio ortodossi nell’ambito squisitamente musicale: nell’opera di Kagel si può ben parlare di surrealismo o di neodadaismo.

Tra i suoi lavori più noti, si ricordano “Anagrama” (1958) per voci e strumenti, “Transicion” del 1959, per pianoforte, percussioni e due nastri magnetici, “Hètèrophonie” del 1961 per orchestra; e molti altri lavori per coro, per strumenti elettronici o complessi sinfonici.

Ligeti György
Dicsoszentmarton 28 maggio 1923 – Vienna 12 giugno 2006

Nasce nel 1923 a Dicsöszentmárton (oggi Tarnaveni, Romania) il 28 maggio, da genitori ebrei ungheresi. Negli anni1941-43 studia al Conservatorio di Kolozsvár (Cluj-Napoca). Patisce in prima persona la tragedia della guerra: costretto ai lavori forzati dal partito nazista; i suoi genitori, suo fratello e altri parenti sono deportati ad Auschwitz (solo sua madre si salverà). Dal 1945 al ‘49 studia all’Accademia Liszt di Budapest con Sándor Veress, fra gli altri.

Nel ’56 è tra i protagonisti dei fatti di Ungheria, poi subisce la successiva repressione. Con la moglie Vera passa il confine austriaco di notte e a piedi, portando con sé solo una cartella di composizioni.

Nell’anno 1957-58 è allo studio di musica elettronica di Colonia, dove viene a contatto con la musica di Stockhausen, Kagel, Boulez. Dopo Apparitions (1959), che lo porta all’attenzione della critica, inizia la stagione dei capolavori degli anni Sessanta: Atmosphere (1961), Requiem (1963-65), Lux Aeterna per 16 voci soliste (1966) e in Lontano per orchestra (1967). S’impone con uno stile particolarissimo, costituito dalla presenza di fasce di suono omogenee “brulicanti” al loro interno.

Nel 1968, con l’uscita del film 2001 Odissea nello spazio di Kubrick (la cui colonna sonora utilizza brani da Atmosphere, Requiem e Lux Aeterna), conquista una grande popolarità. Anche con il Kammerkonzert per 13 strumentisti, uno dei suoi lavori più noti per la sua curva emotiva chiara e appassionante, conquista ampie platee. Nel 1973, dopo varie attività di insegnamento, gli viene assegnata la cattedra di composizione alla Musikhochschule di Amburgo, che terrà fino al 1989.

Dopo Le Grand Macabre (1977), comincia una riflessione sul passato musicale, in forma anche di citazioni stilistiche, con un’attenzione rinnovata all’aspetto ritmico e figurale, che lascerà il segno soprattutto nel Trio per corno, violino e pianoforte e nel Concerto per violino. Dalla micropolifonia sfuggente, immersa in masse omogenee, si passa a una polifonia esplicita, che costruisce strutture brillanti e spesso “luminose”, per usare un termine ligetiano.

Intorno al 1985, con il primo libro di Studi per pianoforte, va precisandosi l’ultimo stile, con una marcata influenza del gamelan e della poliritmia africana. Proprio gli Studi diventano un fenomeno discografico e conquistano il repertorio di numerosissimi pianisti. Seguono il Concerto per pianoforte (1985-88), il Secondo libro di Studi per pianoforte (1988-1994). il Concerto per violino (1992), il Terzo libro di Studi per pianoforte (1995).

Una seconda versione de Le Grand Macabre viene data a Salisburgo nel 1997 e ripresa a Parigi al Théâtre du Châtelet nella stagione successiva. Nel 2004 esce in Italia il libro-intervista di Eckhard Roelcke e György Ligeti Lei sogna a colori?, in cui ripercorre la sua vicenda biografica e artistica. Muore il 12 giugno 2006, dopo una lunga malattia.

Andrea Estero

Liszt Franz
Raiding 22-X-1811 - Bayreuth 31-VII-1886
Oggi gode di una popolarità inferiore presso il grande pubblico. Ma almeno il sapere musicale lo ha collocato nell’Olimpo dei compositori geniali e visionari. La creazione di un virtuosismo trascendentale, negli studi e nelle fantasie su motivi d’opera, l’invenzione del “poema sinfonico”, testa d’ariete di quella “musica dell’avvenire” che troverà in Wagner il suo simbolo, la scoperta della modernità negli aforistici pezzi per pianoforte della maturità, dove la musica tende al silenzio e si libera dalle convenzioni. Ecco il capitale contributo di Franz Liszt.
Con la giusta approssimazione queste tre direzioni coincidono pure con le fasi della sua biografia. La prima, preceduta dal trasferimento dall’Ungheria (nasce a Doborjan, oggi Raiding, nel 1811) a Vienna (nel 1822), si svolge a partire dal 1828 a Parigi. Qui Franz conosce l’intellighenzia musicale (e non) della capitale culturale d’Europa (Chopin, Berlioz, Mendelssohn, George Sand), con cui intreccia rapporti duraturi. Nel 1833 incontra la contessa Marie d’Agoult (con lei trascorrerà lunghi periodi in Svizzera e in Italia). In questi anni Liszt è il protagonista di affollatissimi recital, e le scelte compositive si “attardano” su questa condizione.
La conoscenza di Wagner, nel 1840, contribuisce alla successiva metamorfosi: l’idolo delle folle, ancora legato agli statuti musicali dell’età del Biedermeier, si ritrova in mezzo alla temperie culturale promossa dai giovani compositori tedeschi e aderisce al programma wagneriano di rinnovamento musicale. Dopo la breve permanenza in Polonia con la principessa Caroline von Sayn-Wittgenstein (aveva lasciato la D’Agoult nel 1844), nel 1848 si stabilisce a Weimar. Qui, mentre svolge un’intensa attività di direttore d’orchestra, compone i suoi capolavori sinfonici, i “poemi”, le Sinfonie su Dante e Faust, i Concerti per pianoforte e orchestra, ma anche la Sonata in si minore.
Quello che succede a Roma tra il 1861 e il 1862, nel periodo della seconda svolta, è senza dubbio curioso: cercherà di sposare Caroline von Sayn-Wittgenstein, ma finirà per entrare nel Monastero della Madonna del Rosario, dopo una crisi mistica (nel 1865 riceverà in Vaticano gli ordini minori). La vita dell’abate Liszt trascorre ora tra composizioni pianistiche e opere sacre dal tono “crepuscolare”. Nel 1870 la figlia Cosima ottiene il divorzio dal precedente matrimonio e sposa Richard Wagner. Se con il neo-genero Liszt aveva avuto in precedenza qualche incomprensione ora il rapporto torna intatto, come negli anni ruggenti di Weimar. Proprio a Bayreuth, nei giorni del Festival wagneriano, viene colpito da un attacco mortale di polmonite. Era il 31 luglio 1886.

Andrea Estero
Mascagni Pietro
Livorno 7-XII-1863 - Roma 2-VIII-1945
Una formazione interrotta

Volere essere il Beethoven italiano e finire per rimanere il compositore dell’evergreen di sempre, Cavalleria rusticana. Pensare in grande per poi ritrovarsi prigioniero di mitologie di un’Italia piccola piccola. Un dilemma, un paradosso, che riduce all’unità una lunga serie di traversie artistiche e umane. Fin dal 1881, quando arrivò perfino a comporre una cantata “Alla gioia”, sul beethoveniano testo di Schiller tradotto da Andrea Maffei, per poi ritrovarsi a peregrinare in giro per l’Italia come direttore d’orchestra di compagnie di operetta. Così, ancora dopo 32 anni, in cerca della sua Nona Sinfonia, Parisina (su libretto di D’Annunzio), le aspirazioni tornano a infrangersi sulle sue stesse ambizioni e sullo spettro di quel successo fulminante, di quell’opera scritta di getto, facile facile e in un atto. D’altra parte la sua formazione musicale era specchio di un’Italia culturalmente in ritardo, per quanto eccelsa nel tramandare i retaggi del suo passato. Pietro Mascagni nato a Livorno nel 1863 da una famiglia di panettieri, affianca fin da piccoli gli studi umanistici a quelli musicali: pianoforte e canto come contralto nella Schola Cantorum della Chiesa di San Benedetto.

Non dovette bastare, forse, l’iscrizione nel 1876 al nuovo Istituto musicale livornese guidato dal compositore e critico Alfredo Soffredini, uno dei personaggi più in vista della scena musicale italiana, dove i programmi di studio prevedevano capricci e preludi sinfonici, scene drammatiche e brani sacri (di questo periodo si ricordano la Sinfonia in fa maggiore, la Elegia per soprano violino e pianoforte, l’Ave Maria per soprano e pianoforte, perfino un Pater Noster per soprano e quintetto d’archi). Né il successivo trasferimento nel 1882 al Conservatorio di Milano, la vera Università della musica italiana, dove divenne amico di Puccini (entrambi toscani nella classe di Amilcare Ponchielli): dopo un polemico colloquio con il direttore dell’Istituto nel 1885 Mascagni lascia Milano, abbandona gli studi regolari, abbraccia la carriera di direttore itinerante di cui sopra. Nel 1886 viene nominato Maestro di suono e canto alla Filarmonica di Cerignola, città dove la sua compagnia si era fermata stabilmente.

Operista per concorso

A Cerignola nel 1888 aveva sposato Arcenide Marcellina Carbognani detta Lina, da cui aveva avuto un figlio morto nel 1887 a quattro mesi di vita. Isolato in provincia, lo troviamo impegnato a dirigere la sua Messa di gloria interpretata dagli allievi della scuola di cui era direttore. Nel luglio del 1888 compare sul “Teatro illustrato”, il periodico dell’editore Sonzogno, il bando di concorso per un’opera in un atto.Mascagni sceglie di partecipare con un soggetto verghiano e affida la stesura del libretto all’amico livornese Giovanni Targioni-Tozzetti, subito - mentre nasceva il secondo figlio Domenico - completa la partitura. Nel 1890 la giuria proclama i risultati: Cavalleria rusticana precede altri 72 lavori. Mai fu più equanime un pubblico concorso (né più utile un’inserzione su un giornale): il 17 maggio l’opera debutta con un clamoroso successo al Teatro Costanzi di Roma e subito dopo in molti teatri italiani e stranieri. Quella della diffusione contemporanea su più palcoscenici è una novità, lo specchio della trasformazione del mondo dell’opera. Ma il nuovo sistema di promozione e amplificazione non funzionerà in futuro come per Cavalleria: né il 17 gennaio 1901 quando Le Maschere debutteranno in sei teatri diversi (Roma, Milano,Venezia,Torino, Genova,Verona, con successo solo nella Capitale); né il 20 gennaio 1912, con Mascagni sul podio della Fenice e Tullio Serafin su quello della Scala a dirigere la prima di Isabeau. Nel frattempo erano nati anche L’Amico Fritz (Roma, 31 ottobre 1891), Guglielmo Ratcliff (Milano, 16 febbraio 1895), Iris (22 novembre 1897). Altre e diverse soddisfazioni erano venute però dalla nascita di Edoardo (1891) e di Emilia (1892).

Compositore d’Italia

Mascagni non fu solo compositore, ma anche direttore d’orchestra di professione. Nel 1898 dirige alla Scala sei importanti concerti, proponendo per la prima volta in Italia la “Patetica” di Cˇ ajkovskij, l’anno successivo a Pesaro (dove è direttore del Liceo Rossini) una serie di concerti con l’orchestra dell’istituto. Nell’aprile del 1901 è a Vienna a dirigere il Requiem di Verdi in mortem, ospite di Gustav Mahler. Del 1902 sono le tournée europea (Vienna, Bucarest, Madrid) e americana. Nel giro di pochi anni il sistema dell’opera italiana diventerà un mercato internazionale e Mascagni, nel 1911, partirà pure per una tournée sudamericana lunga 7 mesi. Nel Sudamerica tornerà nel 1922 per una seconda tournée e poi di nuovo a Vienna, Praga,Varsavia e Budapest. Compositore, direttore ma anche destinatario di incarichi istituzionali: dopo la destituzione dal Liceo di Pesaro (ma il tribunale di Ancona nel 1906 riconoscerà le sue ragioni), assume la carica di direttore della Scuola nazionale di musica di Roma (1903-1911), poi quella di direttore artistico del Teatro Costanzi di Roma (1909-1910). Con Marconi, Pirandello, Fermi e D’Annunzio sarà accademico d’Italia, titolo prestigioso conferito a eminenti personalità dal Fascismo, che lo promosse come compositore nazionale fin dal 1927 quando fu chiamato a rappresentare il Paese in occasione delle celebrazioni organizzate nel 1927 a Vienna per il centenario della morte di Beethoven. Nel pieno delle sue funzioni di compositore ufficiale presenta la sua ultima opera, Nerone (1935), che però non piacque al dedicatario Mussolini. Mentre per il cinquantenario di Cavalleria (1940) incide l’opera in disco, contribuendo con le sue stesse mani alla fama imperitura e soffocante di quel suo giovanile capolavoro.

Andrea Estero
Massenet Jules
Montaud,12 V 1842 – Parigi 13 VIII 1912
Comporre un’opera, orchestrarla, seguire la sua messa in scena, curarne la pubblicazione. La biografia di Jules Massenet coincide quasi del tutto con il ciclo produttivo del sistema operistico parigino negli anni del Secondo Impero. Laddove anche gli spostamenti andata e ritorno da Parigi alla residenza in campagna e dalla capitale francese alle altre grandi città europee erano scanditi, ritmati, al suono di repliche e premières. E questo, lungi dall’essere una non notizia, è al contrario un eloquente indizio per comprendere la personalità di un compositore che nell’epoca delle parabole artistiche irripetibili e degli individualismi esasperati sceglie la strada dell’automatismo produttivo, dell’anonimato creativo. Chi è l’uomo Massenet? Un signore borghese, che ama la vita tranquilla, meglio se in campagna, disdegna la vita mondana, crede nei sacri valori della famiglia e del lavoro, al quale dedica tutte le ore della giornata. C’est tout.

Anno dopo anno

Il padre era un imprenditore del settore agricolo, la madre insegnante di pianoforte, un’attività che esercitò soprattutto dopo il 1847, quando il marito andò in pensione e la famiglia si trasferì a Parigi. Lui, ultimo di quattro figli, a dieci anni fu ammesso al Conservatoire, classe di pianoforte e solfeggio. Per dieci anni studiò continuativamente musica, passando poi alla composizione con Ambrosie Thomas. Timpanista negli stessi anni al Théâtre Lyrique, familiarizzò presto con le opere di Gounod, Reyer e altri compositori francesi, ma anche di Gluck, Mozart, Beethoven e Weber. Vincitore del Prix de Rome nel 1863 con la Cantata David Rizzio (una sorta di master in composizione per i più brillanti diplomati), visse in Italia per due anni, viaggiando molto, incontrando gente (Liszt, soprattutto, e la sua futura moglie Ninon) e componendo poco (un Requiem, qualche chansons e una suite). Come ogni altro compositore francese che si rispetti.

Tornato a Parigi nel 1866, piantò le fondamenta di quell’edificio solido e spazioso che fu la sua carriera di operista: il matrimonio con Ninon (da cui ebbe una figlia, Juliette), il legame con Georges Hartmann, suo editore e punto di appoggio per venticinque anni, la sinergia con l’ambiente del Conservatoire, di cui poi sarà professore di composizione (dal 1878). Prima che ne diventasse direttore, Thomas offrì a Massenet l’opportunità di presentare all’Opéra Comique un’opera in un atto. Con la Grand’ tante, “creata” il 3 aprile 1867, la pachidermica carriera prese il via.

Quarantacinque anni trascorsi placidamente tra grands opéras, opéras comiques, drames lyriques, ma anche scènes pittoresques (o dramatiques, napolitaine, hoingroises), con incursioni nel terreno pianistico e della chansons. Una vita senza traumi e scosse, da esplorare come un continente più che da raccontare cronologicamente, scandita da tappe artistiche obbligate: dopo Méduse (interrotta per gli sviluppi della guerra franco-prussiana del 1870), Le roi de Lahore (1877), Hérodiade (1881, a Bruxelles però, l’intreccio biblico-amoroso a Parigi avrebbe fatto scandalo), Manon (1884), Werther (1892 a Vienna, a Parigi l’anno seguente), Thaïs (1894), Chérubin (Monte Carlo 1905) e Don Quichotte (Monte Carlo 1910).

Giorno dopo giorno

In quarant’anni l’Europa si trasforma, la musica si evolve, in Francia affronta l’onda creativa della generazione di Debussy, Ravel, Fauré. Massenet non cambia, mantiene imperturbabile la stessa direzione. E la medesima agenda. Sveglia alle quattro del mattino e composizione fino a mezzogiorno (più tardi inizierà alle cinque d’estate e alle sei d’inverno); pomeriggio dedicato all’insegnamento e sere a casa o dagli allievi dove spesso si faceva musica e salotto. Vita regolarissima, dopo il 1899 nella nuova residenza di campagna a sud di Fontainebleau.

“Riserva la mattina per la composizione e l’orchestrazione, senza aspettare l’ispirazione che altrimenti non arriva”, raccomandava agli allievi. E così diceva anche a se stesso, tenendo fede al comandamento per moltissimi anni. Lavorava a un tavolo dove era stato incastrato un pianoforte Pleyel, in modo da consentire pochi movimenti e zero distrazioni. Così l’orchestrazione di una Navarraise lunga 257 pagine poteva essere completata in appena nove giorni.

Scelto l’argomento, selezionata una fonte letteraria, individuato il librettista, visitava i luoghi veri legati a quella vicenda (per comporre Werther si spinse da Bayreuth fino a Wetzlar, dove Goethe concepì la romanzo). “Quando ho raggiunto il cuore del mondo dei miei personaggi, quando sono vivi nella mia immaginazione, lascio passare due anni senza scrivere niente”. Scatta l’attesa. E “nel momento in cui la partitura è scritta nella mia mente, la trascrivo dalla memoria in sei mesi”, racconta nei Souvenirs pubblicati a puntate, più tardi raccolti in volume. Poi, mentre l’orchestrazione era ancora in corso, lo spartito veniva corretto e dato alle stampe prima che iniziassero le prove. Nelle partiture autografe, oggi conservate nella Biblioteca dell’Opéra, si trovano in calce annotazioni sul tempo, gli eventi quotidiani, le persone che gli stavano intorno. Il diario di una vita vissuta sì proficuamente. Ma tutt’altro che pericolosamente.

Andrea Estero
 
Nono Luigi
Venezia, 29 gennaio 1924/ Venezia, 8 maggio 1990

Dopo essere stato allievo di Gian Francesco Malipiero dal 1941 al 1946, Nono prosegue gli studi musicali sotto la guida di Bruno Maderna, ma anche di Hermann Scherchen e Hans Rosbaud. Contemporaneamente segue gli studi umanistici laureandosi in giurisprudenza presso l'università di Padova.

Nella sua ricca formazione culturale si vanno così delineando due aspetti fondamentali della sua personalità artistica: l'impulso costante e prepotente verso il nuovo e il culto appassionato dell'antica tradizione della musica polifonica fiamminga e rinascimentale. Nono inaugura la sua carriera di compositore nel 1950 con le "Variazioni canoniche sopra una serie di Schönberg" per orchestra da camera.

L'anno seguente è la volta di "Polifonica - Monodia - Ritmica" per 6 strumenti e percussioni. Ma il primo grande componimento che afferma le vocazioni espressive di Nono è il cosiddetto "Trittico lorchiano", composto tra il 1951 e il 1953. Partendo dai versi di Garcia Lorca, Nono crea un grandioso e commovente monumento composto da "Espana en el corazon" per soprano, baritono, coro misto e strumenti, "Y su sangre ya viene cantando" per flauto e piccola orchestra e "Memento, Romance de la guardia civil espanola" per voce recitante, coro parlato e orchestra. Dalla passione per Lorca il compositore passa rapidamente a quella per i temi civili e politici, senza tralasciare uno straordinario lirismo.

Nel 1954 nascono così contemporaneamente la rabbiosa e viscerale "Victoire de Guernica" per coro misto e orchestra su testi di Paul Eluard e il delicato "Liebeslied" per coro misto e orchestra. L'anno seguente il compositore si sposa con Nuria Schönberg e crea gli "Incontri" per 24 strumenti; seguono poi "Il canto sospeso" (1955-1956), "La terra e la compagna" (1957) e i "Cori di Didone" (1958). Nel 1959, con la conferenza "Presenza storica della musica di oggi" tenuta a Darmstadt, Nono conferma definitivamente il suo distacco dalla Nuova Musica, il suo sempre più intenso interesse per la musica elettronica e accentua il suo impegno politico, come dimostrano "Diario polacco '58" e l'opera del 1960 "Intolleranza".

Si concentra allora sull'applicazione delle tecnologie elettroniche, manifestando l'esigenza di coniugare impegno politico e ricerca linguistica. Nascono così componimenti come "La fabbrica illuminata" del 1964, "Ricorda cosa ti hanno fatto in Auschwitz" del 1966, "Per Bastiana Tai-Yang Cheng" del 1967 e "Non consumiamo Marx" del 1969.

Nel 1971 è la volta di "Como una ola de fuerza y luz" che, proseguendo il tema dell'impegno ideologico, lo avvolge di commosso lirismo. Una grande sintesi di linguaggi arriva nel 1978 con "Al gran sole carico d'amore", con l'allestimento scenico di Jurij Ljubimov.

Con il quartetto d'archi "Fragmente-Stille, An Diotima" del 1980, Nono si muove verso una maggiore interiorizzazione e una più decisa problematicità. Le apparecchiature elettroacustiche che agiscono in tempo reale caratterizzano "Diario polacco n. 2" del 1982, "Guai ai gelidi mostri" del 1983 e "Omaggio a Kurtag" del 1983; tutte queste esperienze confluiscono nel 1984 nell'opera "Prometeo" (sottotitolo "Tragedia dell'ascolto"), rappresentata nella Chiesa di San Lorenzo a Venezia all'interno della Biennale con una suggestiva installazione a forma di arca dell'architetto Renzo Piano.

 
Orff Carl
Monaco di Baviera, 10 luglio 1895/ Monaco di Baviera, 29 marzo 1982

Compositore e didatta tedesco: terminati gli studi liceali si iscrive all'Accademia musicale di Monaco nel 1913, dove studia sotto la guida di Beer-Walbrunn, avendo già al suo attivo diverse composizioni.

Carl Orff dal 1915 al 1917 dirige i Muenchner Kammerspiele di Monaco, poi è a Mannheim e Darmstadt. Rientrato nella città natale, svolge un'intensa attività come insegnante e completa la preparazione musicale con Kaminski. Dedicatosi inizialmente al genere teatrale si rivolge con interesse allo studio della musica antica e di Monteverdi.

Con la moglie Dorothée, nel 1924, fonda a Monaco la Guentherschule, in cui si effettuano corsi di educazione collettiva di ginnastica ritmica, musica e danza. Nell'ambito di questa esperienza, ha modo di usare le tecniche musicali che saranno alla base della sua orchestra di strumenti a percussione: bicchieri, campane, xilofoni ecc.

Le idee di Orff, raccolte durante questo lavoro, sono poi diventate un metodo con la pubblicazione intitolata "Das Schulwerk". Dal 1930 al 1933 dirige il Bachverein di Monaco, mentre dal 1950 tiene la cattedra di composizione presso la Hochschule fuer Musik della stessa città, interrompendo un periodo totalmente dedicato all'attività creativa.

La produzione musicale di Orff, dopo un primo periodo ispirato a certi schemi schönberghiani, è interamente composta da teorie e tecniche del tutto nuove e personali. La sua musica, benché non indifferente a certi caratteri delle correnti contemporanee neoclassiche, è resa originale dall'utilizzo sapiente e insistente delle percussioni, che rendono le sue composizioni esasperatamente ritmiche e ricche di colori esotici.

Di notevole interesse è il trittico intitolato "Trionfi" composto dalle opere-cantate e l’opera-balletto in un atto "Carmina Burana" (1937), su testi di canzoni profane medievali. Seguono poi "Catulli Carmina" (1943), "Ludi scaenici", su testi dai carmi del poeta latino, con le stesse caratteristiche spettacolari della prima opera; "Trionfo di Afrodite" (1953), "concerto scenico" in parte su testo di Catullo.

Questa raccolta, pubblicata nel 1953, riunisce tre capolavori caratterizzati da una sapiente riorchestrazione di vivaci e efficaci pezzi che, malgrado uno scanzonato uso di sonorità moderne, mantengono il carattere gioviale, e al tempo stesso austero, tipico delle composizioni antiche. Le stesse caratteristiche stilistiche sono riscontrabili in "Der Mond" (1939), "Die Kluge" (1943), "Die Bernauerin" (1947), "Antigone" (1949), "Astutuli", (1953) e "Prometeo", (1968).

 
Purcell Henry
Westminster , Londra, 10 settembre 1659/ Westminster, Londra, 21 novembre 1695

Purcell fu dapprima cantore nella Cappella reale, iniziando contemporaneamente la sua attività di compositore di musica sacra e di pezzi vocali di vario genere. Fu compositore per i violini de re dal 1677, poi dal 1679 fu organista nell’Abbazia di Westminster, e dal 1682 organista della Cappella reale, acquisendo contemporaneamente grande fama come compositore.

Dal 1683 fu conservatore degli strumenti del re, e visse gli ultimi anni di vita circondato dalla più viva ammirazione dei contemporanei, scrivendo per ogni occasione, dal teatro alla chiesa, per i privati e per le grandi festività. Esattamente come per Mozart e per Schubert, negli ultimi anni di vita fu preso da un febbrile necessità di comporre, come se egli avesse intuito l’immanente fine della sua esistenza.

Nella produzione di Purcell il posto più importante è senza dubbio occupato dagli anthems; ma sia chiaro che tutta la sua produzione (notevolissima) appartiene alle più alte vette della capacità espressiva di tutti i tempi.

Tutto quello che egli scrisse è di altissima intonazione artistica e creativa, e, in alcuni generi tipici dell’epoca, la sua produzione risulta assolutamente imbattibile. Per esempio, come autore di canzoni fu impareggiabile, ma anche nella scrittura per complessi di viole (formazione assai usata all’epoca) risulta essere eccellente.

Formatosi nell’ambiente di corte, ne assimila tutte le caratteristiche, e le traduce elegantemente in musica; il tutto in soli 36 anni di esistenza. Si dovrà attendere sino a Haendel (naturalizzato inglese) per avere un’altra personalità così forte nel mondo inglese.

 
Quantz Johann Joachim
Oberscheden, 30 gennaio 1697/ Potsdam, 12 luglio 1773

Quantz fu compositore, flautista e teorico musicale; prima di diventare il più grande virtuoso di flauto della sua epoca, imparò a suonare tutti gli strumenti di un’orchestra.

Studiò composizione con Fux, e dal 1724 fu a Roma; fu poi a Napoli, dove studiò con A. Scarlatti, Hasse e Mancini; a Venezia conobbe Vivaldi, B. Marcello e Albinoni.

Trasferitosi a Parigi e Londra vi ottenne successi incredibili; nel 1728 fu primo flautista alla Cappella di Dresda; in seguito conobbe Federico II di Prussia, al quale impartì lezioni di flauto, seguendolo in innumerevoli viaggi; dal 1741 sino alla morte fu alla corte prussiana.

Quantz pubblicò in vita un numero assai esiguo di composizioni, ma lasciò una mole impressionante di manoscritti – sempre per tale strumento – dedicati a Federico II; lasciò 296 concerti per uno o due flauti e orchestra, circa 200 sonate con basso continuo e molti trii e quartetti.

Se è vero che l’estetica delle opere di Quantz risulta essere pesantemente influenzata da quella di Vivaldi, senza però arrivare allo stesso risultato sul piano artistico, è anche vero che egli apportò importanti modifiche allo strumento, e lo portò a rango di strumento solista all’interno delle orchestre (per la prima volta nella storia della musica), scrivendo anche numerosi trattati per il suo strumento.

 

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