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Biografie

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Rachmaninov Sergej
Oneg [Novgorod] 1-IV-1873 - Los Angeles 28-III-1943
Voleva fare il compositore, Sergej Vasilyevich Rachmaninov. Il compositore autenticamente russo. Invece, alla soglia dei cinquant’anni, si ritrova a macinare tournée come pianista, negli Stati Uniti, a Cuba, in Canada. Mille concerti in 25 anni, cinquanta ogni anno. E più di cento registrazioni discografiche. La sua musica, al contrario, nella nuova Unione Sovietica, non poteva essere eseguita. Rachmaninov nasce il 1 aprile 1873, in una famiglia di ricchi possidenti, amanti dell’arte. L’esordio è felice. Ma il primo segno della decadenza arriva presto, quando il padre dilapida tutto il patrimonio e il giovane Sergej si trova senza disponibilità economica. Studia al Conservatorio di San Pietroburgo, poi pianoforte con Nicolai Zverev e il cugino Alexandre Siloti a Mosca. Gli piacerebbe comporre (affronta studi regolari anche in questa disciplina, e si diploma in pianoforte e composizione), ma eccelle solo alla tastiera. Mentre cresce la sua fama di pianista, precipita quella da autore: la sua Prima Sinfonia, il primo lavoro della “maturità”, eseguita nel 1897 con la direzione di Glazunov, è accolta con grande freddezza o anche ostilità, al punto che non sarà mai più eseguita e rimarrà inedita, vivente l’autore. Come uno spettro riapparirà negli incubi di Sergej, ossessionato - nonostante la felicità dell’ispirazione melodica che gli si attribuisce - dalla sua presunta “inettitudine”. Il blocco dura circa tre anni. Non serve l’incontro con Tolstoj - che lo scoraggia. Rachmaninov si affiderà, per tre mesi, a una terapia d’ipnosi. Raggiunta la tranquillità comporrà il suo Secondo Concerto per pianoforte. Dopo il matrimonio con la cugina Natalia Satina, diventa direttore musicale al Bolsˇoj. Ancora un incarico legato alla sua bravura come interprete; ancora un compromesso, con l’intento però di far rappresentare a Mosca i suoi lavori teatrali (che avranno però un’accoglienza contrastata). Dopo un soggiorno a Vienna e a New York nel 1909 (dove il suo Terzo Concerto fu diretto da Gustav Mahler), dopo piccoli, insidiosi insuccessi, è il momento della catastrofe. I Bolscevichi prendono il potere, Rachmaninov il 23 dicembre 1917 prende la via - senza ritorno - dell’esilio. La sua villa verrà distrutta, lui vivrà negli Stati Uniti (New York, poi la California), in Francia e in Svizzera. Celebrato come concertista di fama mondiale.

Andrea Estero

Ravel Maurice
Ciboure – 7 marzo 1875 / Parigi - 28 dicembre 1937
Antiaccademico e nazionalista. Come la maggior parte dei compositori della sua generazione. Quelli che si schieravano a grandi proclami dalla parte della Grande Guerra. In Italia, per esempio. Voglia di mostrare i muscoli, per affermare il primato culturale della nazione di appartenenza, quando ci si azzuffava per rivendicare la “scoperta” della forma sonata, dell’opera, della musica per danza. Quale popolo ha composto quella musica per primo? Era questo il clima in cui visse Maurice Ravel. E che lo portò ad arruolarsi nell’esercito francese per 18 mesi (l’aviazione lo scartò, dovette accontentarsi di un posto da carrista, finì poi per guidare l’ambulanza). Era convinto che il conflitto mondiale avrebbe cambiato completamente l’assetto del mondo. Una società ormai invecchiata, che si specchiava nei modi di un sapere musicale attardato su vecchi modelli. Quell’accademia lo bocciò più volte al Prix de Rome, banco di prova per giovani e ambiziosi compositori in erba usciti dalla classi del Conservatoire (solo nel 1901 conquistò il secondo posto, con la cantata “Mirra”). La ribellione trovava sfogo nella costituzione di gruppi artistici alternativi all’intellighenzia dominante: prima gli “Apache”, vita sregolata e forte inclinazione al consumo di alcolici; poi, con la prima maturità, la “Società musicale indipendente”, gemella delle tante associazioni moderniste che, anche in Italia, segnavano l’avvento del nuovo secolo. Ecco, la musica di Ravel nasce da tutto questo: vitalismo, giovanilismo, orgoglio nazionale (molte sue musiche si ispirano a un mitizzato passato della musica francese). A cui va aggiunta forse anche l’origine basca (nato vicino a Biarritz, nella regione basca francese, da madre basca e padre svizzero), lo spirito laicista, ateo, l’amore per la classicità.

La bandiera della modernità, sventolata per tutta la vita come un vessillo (Stravinskij lo paragonò a un orologiaio svizzero per la precisione dei meccanismi musicali), diventerà alla fine un boomerang. Nel 1932 fu coinvolto in un incidente d’auto che lo paralizzerà progressivamente, fino alla morte, sopraggiunta il 28 dicembre 1937, in seguito a un intervento chirurgico al cervello.

Andrea Estero
Strauss Richard
Monaco di Baviera 11-VI-1864 - Garmisch 8-IX-1949
Grande virtuoso del “poema sinfonico”, genere che con lui conosce il suo più grandioso sviluppo; audace riformatore del teatro d’opera, con i drammi dai toni espressionisti prima (Elektra, Salome), ispirati a un classicismo “nostalgico” poi (Il Cavaliere della rosa, Capriccio), cesellatore di pagine strumentali di parnassiana bellezza, Richard Strauss è uno dei maggiori compositori del Novecento. Il padre, Franz Joseph, era primo corno nella cappella di corte monacense; la madre, Josephine Pschorr, discendeva da un’agiata famiglia di produttori di birra. Il giovane Strauss mostrò prestissimo il suo talento. Aveva ventidue anni quando fu associato da Hans von Bülow nella direzione dell’Orchestra di Meiningen. Dopo un primo viaggio in Italia e un soggiorno a Bayreuth, fu nominato maestro sostituto all’Opera di Monaco e dal 1889 al 1894 Kapellmeister alla corte di Weimar, dove l’esecuzione del poema sinfonico Don Giovanni accese l’interesse intorno a lui. Dopo l’esordio come direttore alla corte di Monaco e nel 1898 alla regia cappella di Berlino, nella capitale divenuto ormai compositore di fama internazionale, diresse dal 1908 al 1918 l’Opera di corte. Nel 1914-1924 fu all’Opera di Vienna a fianco di F. Schalk; nel 1933, dopo un decennio dedicato alla composizione, accettò la presidenza della Musikkammer del Reich, che lasciò nel 1935. Caduto il Nazismo espatriò in Svizzera. Nel 1947 venne assolto dall’accusa di collaborazionismo.

Andrea Estero
 
Telemann Georg Philip
Magdeburgo, 14 marzo 1681/ Amburgo, 25 giugno 1767

Telemann iniziò la sua attività di musicista esercitando come maestro di cappella in una chiesa di Lipsia, dove fondò anche un coro studentesco. Viaggiò più volte in Polonia, prima di stabilirsi, nel 1708, a Eisenach quale maestro di cappella a Corte.

Dal 1712 fu poi a Francoforte e nel 1721 si stabilì a Amburgo, dove svolse attività di maestro di cappella e organizzatore della vita musicale della città. Nel 1728 fondò il primo giornale di musica tedesco, il “Getreuer Musik-Meister”.  

Contemporaneo di J.S. Bach, Telemann fu una delle figure più estroverse e interessanti del suo periodo. La sua musica dimostra come egli assimilò tutti gli stili del tempo, presi dalle scuole tedesche, francesi e italiane.

La sua produzione è a dir poco copiosissima (scrisse più di Bach e Haendel messi insieme), e anche se essa risulta spesso assai superficiale, rappresenta un importante anello di congiungimento tra l’epoca che fu di Bach e quella di Mozart, ovvero un ponte ideale fra il barocco e il rococò.

Il suo lavoro più conosciuto è la “Tafelmusik” del 1733, destinata all’esecuzione durante i banchetti di festeggiamento.

 
Ullmann Viktor
Teschen,1 January 1898/ 18 October 1944, Auschwitz-Birkenau

Viktor Ullmann studiò a Vienna con Schoenberg, e con Haba a Praga, città dove visse sino al 1942, quando fu internato – come ebreo - nel lager nazista di Terezin.

Collega di Zemlinsky a Praga, è ricordato come la figura musicale dedita all’organizzazione di eventi culturali nel campo di lavoro di Terezin, dove rimase due anni. Di lui rimane solo l’opera “Der Kaiser von Atlantis”: nel 1944 fu trasferito nel Lager di Auschwitz, dove venne ucciso.

Wagner Richard
Lipsia, 22 maggio 1813 – Venezia, 13 febbraio 1883
Nascita e formazione 1813-1832

Chi fu il vero padre di (Wilhelm) Richard Wagner? Non è questione secondaria per un compositore che ha posto i rapporti tra parenti al centro dei suoi più importanti lavori teatrali. I dati anagrafici ci dicono che Richard nasce a Lipsia il 22 maggio 1813 ultimo di nove figli da Carl Friedrich, funzionario di polizia, e Johanna Rosine Pätz. Carl Friedrich morirà però dopo qualche mese, il 23 novembre, nell’epidemia tifoidea seguita alla battaglia di Lipsia. A fargli da padre sarà dunque l’attore, poeta e pittore Ludwig H. Ch. Geyer, che sposerà l’anno successivo Johanna Rosine. C’è chi sostiene, però, che l’attore e poeta potrebbe essere il padre naturale: lo stesso Richard non ne fu mai sicuro, o non volle esserlo, per le supposte origini ebraiche di Geyer.

La famiglia si trasferisce a Dresda nel 1814, dove Geyer ottiene un impiego presso il Teatro di Corte. A Dresda, e poi di ritorno alla città natale, si svolge la formazione culturale e musicale di Richard. All’Università di Lipsia Wagner studia musica, prende lezioni di armonia con un musicista locale, poi con il Kantor della Thomaskirche (l’erede di Bach!). In futuro tenterà di ridimensionare queste esperienze scolastiche, per salvaguardare l’immagine di genio istintivo, tipicamente romantica. È la prima “menzogna” contenuta nella sua autobiografia, che glissa sulle opere per pianoforte e per orchestra scritte nel 1832 (e sulla Sinfonia che seguì, composta in un perfetto, accademico, do maggiore) ed esalta, al contrario, la trascrizione per pianoforte della Nona di Beethoven.

Il fortunoso debutto 1833-1842

Anche Wagner, come Verdi, ebbe i suoi “anni di galera”. Una stagione divisa tra intrepidi ideali e obblighi professionali. La gavetta comincia a Würzburg, dove lo ritroviamo a vent’anni maestro del coro nel teatro della città. Come in ogni apprendistato qui Wagner si fa le ossa, accostandosi alle opere di Marschner, Weber, Paer, Cherubini, Rossini e Auber, di repertorio nel sistema operistico tedesco. Negli anni 1834-1836 è direttore musicale di una compagnia teatrale ambulante, dove però imparerà a dirigere (conoscerà nel corso di questa esperienza la sua futura moglie, l’attrice e cantante Christine Wilhelmine - “Minna” - Planer). Nel 1837 è a capo del Teatro d’opera di Riga, pochi soldi e tanti progetti.

A Lipsia era però entrato a far parte, grazie agli auspici di Heirich Laube, amico di famiglia e carismatico radicale, della Giovane Germania, movimento politico e letterario che predicava ideali socialisteggianti e rigettava il moralismo classico-romantico (Goethe come Hoffmann) in favore di una liberazione condotta sotto il segno di un nuovo edonismo, ispirato al mito mediterraneo. Nell’opera comica Das Liebesverbot, in una Palermo lussureggiante, i siciliani godono e si amano mentre i regnanti di origine nordica ne censurano i costumi. Entrambi cantando in uno stile tra Bellini e Auber. La prima di questo “Divieto d’amare” (il 29 marzo 1836) andrà in scena proprio grazie alla sua compagnia di ambulanti: idealità e prosaicità questa volta si trovano in singolare sinergia.

Gli anni di galera di Wagner trovano una degna conclusione a Parigi. I Wagner raggiungono la capitale francese da Riga nel 1839, in un viaggio avventuroso a bordo della goletta “Teti”, che poi Richard, nella sua autobiografia, romanzerà ad arte (passando per i burrascosi fiordi norvegesi - si legge - ha trovato ispirazione per l’Olandese volante). Il suo rapporto con l’ambiente parigino è disastroso, nonostante l’amicizia e i favori del compositore di successo (e di origine ebraica) Meyerbeer. Sbarca il lunario scrivendo trascrizioni operistiche per vari organici e cronache musicali per la “Gazette musicale”. Forse la sua proverbiale idiosincrasia per la cultura francese ha origine da qualche rifiuto (e qualche debito) di troppo.

Gli anni di Dresda 1843-1849

Grazie al travolgente successo dell’operone Rienzi (il 20 ottobre 1842, al Teatro di Corte di Dresda), e alla tiepida accoglienza riservata a quel capolavoro che è l’Olandese volante (il 2 gennaio 1843), Wagner - tornato in patria - è il candidato naturale al posto di maestro di cappella alla corte del re di Sassonia. Per il compositore sono anni ferventi e decisivi: a Dresda, con uno stipendio sicuro, può finalmente volare alto. Tra il 1843 e il 1845 porta a termine il Tannhäuser (viene rappresentato nel “suo” teatro il 19 ottobre 1845), studia l’epica carolingia e la lirica medievale tedesca, scrive un abbozzo in prosa dei Maestri cantori, organizza l’esecuzione della Nona di Beethoven (una sinfonia all’epoca considerata ineseguibile), fa rappresentare l’Ifigenia in Aulide di Gluck, per la quale redige un nuovo finale, appronta un abbozzo in prosa del Ring, datato 4 ottobre 1848.

Ma a Dresda, proprio nell’anno 1848, spira anche un travolgente vento rivoluzionario, scoppia la rivolta, si ergono le barricate. Wagner aveva manifestato le sue simpatie per i gruppi repubblicani e rivoluzionari, stendendo un progetto di riforma del teatro d’opera “democratico”; era rimasto affascinato dalla figura di Bakunin - oltre che dalle opere di Marx ed Engels - che aveva conosciuto personalmente, trasferendo queste predilezioni in infiammati scritti polemici che comparivano periodicamente sui “Volksblätter”; continuava a progettare epiche teatrali (tra cui un Jesus von Nazareth) ispirate alla supremazia dell’amore sulla legge e la proprietà privata teorizzata da Proudhon e Feuerbach; fino a prendere parte all’insurrezione del maggio 1849.

Presto, quando le truppe prussiane guadagnarono il controllo della città il compositore è costretto a partire perché ricercato. Deve lasciare tutto, ma se l’è voluto: la tranquilla routine del buon Kapellmeister (e il suo stipendio modesto ma sicuro) non era fatta per lui.

Un compositore in esilio 1849-1863

Giunge a Zurigo, dopo essere passato da Chemnitz e da Weimar, ospite di Liszt, che poi lo aiuterà a varcare la frontiera svizzera (la generosa disponibilità, ai limiti del masochismo, che Liszt dimostra nei confronti di Wagner è uno di quei misteri che non possono essere spiegati, solo contemplati). Nella città svizzera vedono la luce suoi scritti capitali. In L’arte e la rivoluzione (1849) sono evidenti i richiami alle teorie “umanistiche” e anticapitaliste di Proudhon e Feuerbach, trasferite ora nel dominio operistico. In L’opera d’arte dell’avvenire (1849) balzano in primo piano le due parole chiave della polemica wagneriana: il “Volk”, il popolo (tedesco), depositario di una creatività non ancora corrotta, e l’“opera d’arte totale”, cioè la riconciliazione delle varie dimensioni della rappresentazione in una nuova unità, specchio di una società rinnovata. Teoria ribadita in Opera e dramma (1850-1851), che si concentra invece sugli strumenti del “mestiere” wagneriano, tra lo “Stabreim” (un verso tipico del tedesco antico basato sull’allitterazione), e i “melodischen Momente” (ovvero i Leitmotive).

Nel frattempo Lohengrin riceve la sua prima rappresentazione a Weimar, grazie agli auspici di san Liszt, mentre Wagner, per forza di cosa assente, viaggia in Italia.

Il 1854 è un anno scarso di eventi, ma decisivo nei fermenti: Richard conosce il pensiero di Arthur Schopenhauer, abbracciando quindi una prospettiva filosofica pessimistica, contrassegnata dal tema della rinuncia, che avrà una grande influenza nelle opere successive (e immediatamente nel soggetto “buddista” Die Sieger, che non verrà completato). Un vero e proprio voltafaccia rispetto all’ottimismo degli scritti politico-musicali zurighesi, subito riscontrabile nella composizione dell’Oro del Reno e della Walkiria. Ma questa è un’altra storia, che si completerà più avanti. Emblema subito compiuto di questo nuovo indirizzo è invece il Tristano e Isotta, la cui composizione (inizia a lavorarvi il 20 agosto 1857) scalza quella del Siegfried, che verrà ripreso solo nel 1869.

L’esilio, come di regola, fortifica il senso di appartenenza nei confronti della patria negata (e il conseguente disagio per le altre culture?): a Londra, in occasione di una serie di concerti (1855), subisce gli strali di una stampa e di un pubblico ostile, che Richard bolla come “filistei”; nel 1861 il suo Tannhäuser viene presentato a Parigi, scatenando tafferugli tra wagneriani e sciovinisti del luogo (la stessa cosa succederà dieci anni dopo in Italia); nel 1862 inizia a comporre I Maestri cantori di Norimberga, vera apoteosi della cultura musicale e poetica tedesca. Calmati i bollenti spiriti giovanili, riscoperte le ragioni della sua propria Kultur, sono maturi i tempi per un rientro in patria.

Monaco e Bayreuth 1864-1877

A Monaco comincia una nuova vita. Dopo Schopenhauer, l’altro uomo della provvidenza si chiama Luigi II, re diciottenne di Baviera. Se Arthur aveva pensato alla salute intellettuale di Richard, re Ludwig pensa a quella materiale (cosa abbastanza impegnativa se il beneficiario è un megalomane scialacquatore): appianando tutti i suoi debiti e ricoprendolo d’oro. È stato calcolato che nei 19 anni di “protezione” il compositore è costato una cifra pari a un settimo di un intero bilancio annuale dello Stato di Baviera (562.914 marchi dell’epoca!).

La donna della provvidenza, grande sacerdotessa e depositaria dell’eredità di Wagner, si chiama invece Cosima, figlia di Liszt, moglie del direttore d’orchestra Hans von Bülow, che rimase un fedelissimo del Maestro anche quando quest’ultimo decise che sarebbe diventata la sua seconda moglie. Isolde, la prima figlia di Richard e Cosima, nasce il 10 aprile 1865, nello stesso anno in cui a Monaco viene rappresentata Tristano e Isotta.

Gli scandali finanziari wagneriani consigliano al re di invitare gli ingombranti ospiti a un soggiorno forzato a Tribschen, sul Lago di Lucerna. Nonostante tutto tra il 1869 e il 1870 Monaco vede le prime rappresentazioni dei Maestri cantori, L’oro del Reno e la Walkiria. Nel 1870, in occasione del centenario della nascita, Wagner celebra Beethoven dedicandogli uno scritto. Alla vigilia dell’unificazione tedesca questa ricorrenza acquista un valore particolare, e Wagner ne cavalca gli umori candidandosi al ruolo di compositore della nuova nazione. A Bayreuth, il 22 maggio 1872, viene posta la prima pietra del Festspielhaus, uno spazio (costosissimo, per il quale si rischia la bancarotta) pensato per la rappresentazione delle sue opere. La “succursale” del nuovo tempio è villa Wahnfried, dove la famiglia Wagner va a vivere dall’aprile 1874. I critici di tutta Europa accorrono nella cittadina della Franconia per assistere, nell’estate del 1876, alla prima rappresentazione completa dell’Anello del Nibelungo.

Gli ultimi anni 1878-1883

Che relazione potrà mai esserci tra Parsifal e i vegetariani? Primo di tutti gli “osservanti” che verranno, Wagner sposa la teoria secondo la quale la specie umana si è resa impura a causa dell’assunzione di sangue animale. La rigenerazione può avvenire solo con il ritorno all’antica dieta vegetale e attraverso il contatto con il sangue purissimo di Cristo (oltre che con la preservazione della razza ariana, l’unica in grado di cibarsene). Questi argomenti, a sfondo antisemita, trovano sviluppo in una serie di scritti pubblicati nei “Bayreuther Blätter” e aprono la strada alla mistica dell’eucarestia che verrà messa in scena con il Parsifal. L’ultima opera di Wagner verrà rappresentata nel 1882, con la direzione dell’ebreo Hermann Levi. Dopo il festival di quell’anno Richard e Cosima si trasferiscono a Venezia, per curare la salute del compositore, colpito da un attacco cardiaco nel marzo del 1882. Il 13 febbraio 1883 è il giorno fatale: mentre sta lavorando al saggio Sul Femminile nel Maschile, Wagner si accascia stroncato da un infarto. Sarebbe stato contento del suo funerale, con la salma trasportata su una gondola tra le nebbie lagunari fino alla stazione, e poi traslata nel giardino di villa Wahnfried, a vegliare sulla nascita di un mito.

Andrea Estero
Wolf Hugo
Windischgraz (Slovenj Gradec) 13 marzo 1860 – Vienna, 22 febbraio 1903
Hugo Wolf è un personaggio da romanzo. Romanzo mitteleuropeo, per l’esattezza. Quasi un archetipo del musicista folle e ribelle, depresso e malinconico, vitale e sensuale di tanta letteratura immersa nella decadenza viennese. Da Musil a Roth, da Hofmannsthal a Schnitzler fino al dottor Freud. E cedendo alla tentazione di una lettura psicanalitica, è fin troppo facile leggere l’irrequietezza di Wolf come conseguenza di un rapporto traumatico con l’autorità. A iniziare dal padre che gli impone lo studio del violino a cinque anni, per poi vietargli la carriera musicale. Ma Hugo Wolf è un ribelle. Si scaglia contro il conservatorio di Vienna, lascia il lavoro di insegnate e di Kapellmeister a Salisburgo per asfissia. Per fortuna il suo talento lucido e sregolato, complesso e lirico viene notato da alcuni mecenati che lo sostengono. Così come il suo amore per Wagner. Assoluto e determinante. Come quello per le donne, che lo porterà alla morte per sifilide. Osteggiato dal mondo musicale (noto il suo odio per Brahms e il disprezzo per Rubinstein), Wolf è stato invece apprezzato da poeti e scrittori. Un affetto ricambiato, con una produzione eccelsa di Lieder, dove ha reso materia viva, emozionante, palpitante le poesie di Mörike (1888), Eichendorff (1889) e Goethe (1890), ma anche antichi testi popolari italiani e spagnoli tradotti da Heyse (Spanisches e Italienischen Liederbuch, 1891- 1896). Tra i suoi lavori strumentali i più significativi sono i Quartetti in fa minore (1878-84), la Penthesilea (1883-85) e la Serenata italiana (1887). Wolf ha composto anche l’opera Der Corregidor (1895), un momentaneo ma completo successo.

Andrea Estero
 
Xenakis Iannis
Braila, 29 maggio 1922/ Parigi, 4 febbraio 2001

Iannis Xenakis fu compositore e architetto; svolse a Atene gli studi musicali e quelli scientifici (ingegneria), e nel ’47 si stabilì a Parigi come architetto nello studio di Le Corbusier, col quale curò l’allestimento di un padiglione dell’Esposzione di Berlino.

Negli stessi anni frequentò in Francia i corsi di composizione di Honegger e Messiaen, diventando in breve uno dei massimi esponenti delle avanguardie musicali.

Ha insegnato al Centre of Mathematical and Automated Music all’Indiana University e in un istituto parigino da lui fondato.

La tecnica compositiva di Xenakis si può definire stocastica, e viene totalmente desunta da modelli matematici.

Da certi punti di vista, i suoi lavori si possono accomunare a certe esperienze di Boulez, da altri punti di vista si potrebbe pensare a certa produzione di Stockhausen, ma il cammino che compie Xenakis è del tutto personale; rimane dunque una delle menti più aperte allo sperimentalismo musicale di tutto il ‘900.

Tra i suoi lavori si devono citare “Metastasis” per orchestra del 1954, “Achorripsis” per 21 strumenti del 1957, “Orient-Occident” per suoni elettronici del 1960.

 
Ysaÿe Eugène
Liegi, 16 luglio 1858/ Bruxelles, 12 maggio 1931

Violinista, direttore d’orchestra e compositore, fu il più famoso violinista francese del suo tempo. Il suo nome è da accostare a quelli di Kreisler, Thibaud e Enesco. In seguito alle sue trionfali tournèes negli Stati Uniti, ottenne il posto di primo direttore della Cincinnati Symphony Orchestra, nel 1918. 

Lo stile compositivo di Ysaye si può dire appartenga alla corrente post-romantica: si tratta di brani di grande effetto, rivolti più alla trascendentalità tecnica del suo strumento che non ad un oggettivo svisceramento di nuove forme di linguaggio.

Famose si possono dire solo le sue Sonate per violino solo, un banco di prova sul piano della difficoltà tecnica, che segue a ruota il virtuosismo di un Paganini o le Sonate di Prokofiev o – assai più difficili – quelle di Bartok.

 
Zandonai Riccardo
Rovereto, 28 maggio 1883/ Pesaro, 5 giugno 1944

Fu allievo di Mascagni al liceo musicale di Pesaro, del quale divenne più tardi direttore (1939). Nel 1908 nacque la sua prima opera teatrale, “Il grillo del focolare”, ma il suo lavoro migliore è forse “I cavalieri di Ekebú”; svolse anche notevole attività direttoriale, dirigendo le proprie opere in tutta Europa.

Fra il 1908 e il 1933 scrisse una decina di opere, fra le quali rimangono in repertorio “Giulietta e Romeo”, “Francesca da Rimini”, con libretto basato su un’idea di D’Annunzio. Scrisse altra musica sinfonica, e un concerto per violino e orchestra, e fra la musica da camera si ricorda soprattutto un Trio.

 

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