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Recensioni Concerti

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Wagner
Siegfried
interpreti S. Macallister, M. Wohlbrecht, T. Gazheli, J. Seipp, J. Casselman
direttore Stefan Anton Reck
regia Walter Pagliaro
teatro Petruzzelli

BARI - Non scrocchiano mai i corni del teatro Petruzzelli alle prese con una partitura, quella del Siegfried, che agli ottoni dedica le sue più generose sfide e attenzioni. Bravi, come in quasi nessun altra fondazione lirica italiana. Succede infatti che il vetusto Politeama stia soltanto ora ricostituendo, dopo l’apertura, i suoi propri complessi lirico-sinfonici, attingendo a quella generazione agguerritissima che popola le nostre orchestre giovanili. Ebbene, questi valenti musicisti, a differenza che altrove, lavorano con un contratto a tempo determinato; mentre il decreto Bondi riduce o annulla la possibilità di assumerli in organico, col rischio di farseli scappare. L’Italia è proprio un paese per vecchi.
L’entusiasmo di una Fondazione giovane traspare dovunque. “Io Petruzzelli” recitano le magliette sportive delle maschere, mentre il pubblico riempie la sala. Si va in scena lo stesso, nonostante le notizie che giungono da Roma. E si rappresenta addirittura la seconda giornata dell’Anello, dopo il Prologo al Piccinni e la prima in un padiglione della Fiera del Levante. Servono impegno e risorse per allestire un Ring, molte di più di quelle, centellinate, che arrivano dallo Stato e dalla Regione. Ma il sovrintendente e direttore artistico è di quelli ostinati e preparati, che parlano col pubblico e spiegano sul programma di sala la necessità e la bellezza di un’opera, di uno spettacolo. Del perché Sigfrido deve approdare per la prima volta a Bari.
Musicalmente è un’edizione notevole, quella presentata come fiore all’occhiello della stagione di quest’anno. Il cast, con l’eccezione della Brunilde instabile di Jayne Casselman, è una bella scoperta. Niente “nomoni”, ma le ottime voci di Thomas Gazheli (Wotan), Joachim Seipp (Alberico) e Matthias Wohlbrecht (Mime). Anche Scott Macallister è un Sigfrido educato, anche fin troppo nello squillo. Stefan Anton Reck li sostiene con una direzione che non prevede indugi, respiri, sprofondamenti nel magma wagneriano. I tempi spediti e attenti alla recitazione ci riportano alle origini del Siegfried come fiaba. Alla pura e quasi disimpegnata teatralità.
Alla dimensione metateatrale del Ring, invece, ci aveva già pensato Herbert Wernicke, ambientando il suo Oro all’interno del Festspielhaus di Bayreuth (suggerendo quindi l’identificazione degli dei con gli stessi Wagner). Ora Walter Pagliaro torna sulla metafora, portando il primo atto nelle cantine/fucine di un palcoscenico (tra l’attrezzeria, in mezzo a un orso perfetto per Siegfried fa capolino anche un cigno); il secondo nel palcoscenico di un teatro-nostalgia dove prendono forma i sogni, anche i più ingenui come quelli di un drago che difende un tesoro; l’ultimo tra le poltrone di una platea, luogo dell’incontro e del confronto, anche tra i due nuovi amanti (obbligatoria l’identificazione del rogo di Brunilde con quello del Petruzzelli). Solo che all’intrigante impianto non corrisponde una conseguente gestualità, modellata su quelle inedite situazioni. I personaggi si muovono secondo indicazioni convenzionali, senz’altro utili all’alfabetizzazione dell’opera. Trova spazio, semmai, qualche annotazione di natura psicanalitica, secondo cui la ricerca della madre da parte di Sigfrido coinciderebbe con il suo percorso di maturazione sessuale (che infatti lo porterà fino a conoscere Brunilde). Da cui gli sporadici strusciamenti vagamente fetish su ciò che resta della veste di Siegliende e il duello con Wotan ambiguamente fallico (la mia lancia contro la tua spada). Ma come si conciliano questi rimandi con l’impianto metateatrale, peraltro solo impostato? Insomma il regista mette tanta carne al fuoco, ma poi non sembra “cucinarla” fino in fondo.   
Andrea Estero
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Wagner
L'Oro del Reno
interpreti R. Pape, J. M. Kränzle, D. Soffel, A Larson, S. Rügamer
direttore Daniel Barenboim
regia Guy Cassiers
teatro alla Scala
MILANO
 MILANO - Più che i contenuti, ampiamente illustrati dal Dramaturg Erwin Jans nel programma di sala, il nuovo Ring che la Scala ha affidato al belga Guy Cassiers sorprende per la novità dell’idioma teatrale. Certo, la decadenza di una civiltà e l’affermazione di nuovi idoli – così com’è evocata da Wagner – coincide in maniera impressionante con analoghe trasformazioni epocali tutt’ora in corso, che Cassiers attribuisce a una globalizzazione che sottomette l’uomo al primato della tecnologia e riduce la realtà a virtualità. Però il “messaggio” passa attraverso una completa ridefinizione dello spazio scenico. E forse non ne potrebbe prescindere.
La parola (cantata), il gesto e la “scenografia” non esistono più così come li abbiamo conosciuti nella grande stagione del teatro borghese, fondato sul principio del racconto lineare e della verosimiglianza. Ora esplodono in una costellazione di micro-eventi simbolici e allusivi. Da intendersi come doppisensi o potenzialità interpretative, più che come risposte “statiche” al testo e alla partitura. Così Cassiers “decostruisce” i personaggi nelle componenti autonome del corpo, dell’immagine e della voce: gli dei sono essere ieratici che ragionano cantando, ma anche danzatori che esprimono le emozioni nascoste, rivelate dalla musica; mentre nel regno dei Nibelunghi quei corpi perdono autonomia, diventano massa corporea dominata da Alberich. I giganti proiettano ombre che alludono agli eventi presenti e futuri, come oscure premonizioni. Tutti, poi, possono essere ripresi, proiettati, manipolati su schermi giganti, alternandosi a cangianti “video-scenografie”  materiche o tecnologiche (queste ultime nel regno “tecnocratico” di Alberich). Sono immagini puramente virtuali. Come quelle seducenti e “pubblicitarie” delle Figlie del Reno, pronte a sparire con un clic.    
Il compositore che più di ogni altro ha innovato nella drammaturgia musicale, dichiarando il primato non della musica o della parola, ma dell’azione scenica nel suo complesso, risponde perfettamente a questo impianto. A cui non dobbiamo chiedere, però, ciò che già nelle premesse non può darci: cioè risposte univoche alla domande sulle “intenzioni” wagneriane. Anche perché – come tutto il Ring – anche il Rheingold è un capolavoro dell’ambiguità. Chi è davvero Wotan, quale verità si nasconde dietro la metafora dell’oro, non è possibile saperlo con precisione. Solo ipotizzarlo. Ecco così che anche la forte presenza della gestualità coreografica, per sua natura più vaga e allusiva di quella propriamente teatrale come nel teatro-danza di Pina Bausch, raggiunge lo scopo di interpretare quel prismatico flusso orchestrale. Senza inchiodarlo a definizioni univoche, come nell’ingenuotta tassonomia dei temi wagneriani (non prevista da Wagner). 
Anche Barenboim “sente” il conflitto tra gli elementi, da sbalzare e ricomporre come essenza della scrittura (non solo) wagneriana. Ma alle accensioni sinfoniche, liberate nei momenti puramente orchestrali (al netto di qualche assenza di rifinitura), preferisce il laborioso ordito, per “servire” le inflessioni della parola cantata. René Pape, al debutto in un Wotan non ancora problematico, si staglia per volume e copertura di suono, e musicalità. Stephan Rügamer (Loge) per l’insidiante presenza del corpo-voce. La Fricka di Doris Soffel stride in acuto, mentre è autorevole l’Alberich di Johannes Martin Kränzle. Tra gli altri spicca la pertinenza vocale e stilistica dello acidulo Mime di Wolfgang Ablinger-Sperrhacke.
Andrea Estero
 
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Verdi
Aida
 interpreti M.Carosi, M.Alvarez, M.Cornetti, M.Vratogna, G.Prestia
direttore Nicola Luisotti
regia David McVicar
teatro Covent Garden
LONDRA
LONDRA - Si può fare un’Aida senza Egitto? Altroché. Ha senso? Certo che sì. A cosa serve, difatti, drammaturgicamente parlando, l’Egitto? Solo a proiettare lontano lontano qualcosa che nell’ultimo quarto dell’Ottocento era troppo vicino per non dare fastidio: una guerra di conquista, ovvero coloniale. Ma il succo vero del dramma riguarda pur sempre un triangolo amoroso: reso però infinitamente più complesso dall’essere condizionato non più solo da se stesso bensì da logiche di potere nelle quali il fanatismo religioso gioca ruolo di primo piano. E se dunque le vedessimo da vicino, per una volta, tali logiche? Altrimenti detto: e se provassimo a raccontare per davvero la storia di Aida quale s’evincerebbe da musica e testo, anziché dalla cosiddetta tradizione esecutiva? 
Ecco allora McVicar immergerci in un buio che nessun raggio di sole interrompe: mai. Il sipario trasparente davanti al quale comincia a srotolarsi il  preludio, ricorda le tele di canapa di Mark Rothko: ma i suoi tipici riquadri hanno i colori virati sul grigio e nero; e dietro, ecco delinearsi un monolito astratto che sulla sua parete ruvida ha infisse delle lance. Simbolo della società che immediatamente ci si para davanti: una teocrazia dove il concetto di sacrificio è prima regola di vita. I sacerdoti controllano i capi militari che li attorniano, ciascuno speranzoso della nomina caduta su Radamès che esce appunto da quel gruppo. Ma controllano anche l’esecutivo, i sacerdoti: Amneris entra in scena attorniata da ancelle che la temono e ne hanno evidente paura (“Vieni o diletta”: diletta? con quella mano che con violenza ne solleva il capo chino guardandola sprezzantemente. Non è un invito, quel “vieni”, è un ordine protervo), ma lei stessa getta ai sacerdoti sempre presenti occhiate altere, sì, ma nel fondo anche ansiose. Il Re arriva in scena vecchio cadente, con al guinzaglio un uomo-cane dorato, simbolo d’un potere condizionato dalla casta religiosa che lo ingloba controllandone ogni gesto. (...)
Luisotti, nonostante un’orchestra (e un coro, ahimè) alquanto debolucci, tali conflitti li delinea con efficacia formidabile: tempi spediti e sonorità energiche per il quadro d’assieme, nel quale i ripiegamenti lirici si ritagliano sfumature mirabili ma dove i colori hanno la densità cupa della minaccia, presente anche quando pare invisibile (anzi, soprattutto allora). (...) Micaela Carosi è la migliore Aida che un teatro possa oggi sperare: grande voce (da quando non si sentivano i do del concertato venir fuori con simile luminosa autorità?), bella, benissimo emessa e sostenuta, quindi capace di piegarsi a fraseggi sempre vari, intensi, sfumatissimi. Molto bene Marianne Cornetti: voce ampia, sicura e omogenea tanto su quanto giù, senza sbracature ma con un’intensità di vibrazione emotiva quale non le si era ancora mai sentita. Marcelo Alvarez debuttava Radamès: qualche comprensibile prudenza al prim’atto, ma una scena del Nilo chiaroscuratissima e con mezze voci paradisiache. (...)
Elvio Giudici
(La versione completa di questa recensione compare sul numero 133 di Classic Voice, giugno 2010)
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Massenet
Werther
interpreti F. Meli, S. Ganassi, S. Gamberoni, G. Caoduro, M. Trempont
direttore Michel Plasson
regia Marco Carniti
scene Alessandro Chiti
costumi Giusi Giustino
Teatro Regio
PARMA
 
PARMA - Se mai ancora servisse, ecco la dimostrazione di come si possa inscenare uno spettacolo degno, per non dir degnissimo, utilizzando quelle magre decime che l'opera pia della cosa pubblica italiana ti mette a disposizione. Questo Werther parmense c'è riuscito senza batter grancassa, anche se è d'obbligo ammettere che un duo vocale protagonistico  come quello formato da Francesco Meli e Sonia Ganassi non tutti i giorni si può metterlo insieme.(...) La regia portava il nome (a me ignoto) di Marco Carniti, al quale, senza far offesa a nessuno, mi pare di poter riconoscere una discreta parte della qualità davvero alta di questa produzione. E con mezzi  irrisori affatto: uno spazio neutro con parete a fronte e due elementi laterali a inquadrare quel nulla mimando di volta in volta un interno domestico, una piazza, un salotto, un esterno innevato. Ma su tal nulla la regia agita una storia di grande verosimiglianza psicologica e occulta tensione, relegando in genere sullo sfondo i personaggi di contorno alla loro obiettiva insignificanza (è l'unica carta debole di Massenet), in eleganti controluce, omaggio forse alle celebri silhoulettes strehleriane, e nei bei costumi primo Novecento della Giustino.       
Su questo fondale di grande economia e forte pathos la compagnia musicale si dava come pressoché perfetta. Michel Plasson, professionista di sicura tenuta in questo repertorio, ha ottenuto, in ispecie dai fiati, gli effetti voluti; e Francesco Meli era in grande serata: acuti timbratissimi e luminosi, compreso l'impervio si naturale del finale secondo, mezze voci di stupita malinconia giovanile e perfino un buon falsettone nell'aria di sortita; a lui le più accese acclamazioni del pubblico parmense. Ma che aggiungere sulla Charlotte di Sonia Ganassi, la quale è ormai da gran tempo fra le cantatrici più egregie della scena nazionale per l'omogeneità assoluta dei registri e la finezza dell'eloquio? (...)
                                                                                                                             Aldo Nicastro
(la versione completa di questa recensione compare sul numero 133 di Classic Voice, giugno 2010) 
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Verdi
Simon Boccanegra
interpreti P. Domingo, F. Furlanetto, A. Harteros, F. Sartori
direttore Daniel Barenboim
regia Federico Tiezzi
teatro alla Scala
MILANO
 MILANO - Non era questo il Simone che ci si aspettava, dopo l’ultima, storica, produzione scaligera con Abbado e Strehler. Non tanto sulla carta, altrettanto promettente, quanto per gli esiti. Deludente lo spettacolo di Federico Tiezzi, indeciso tra la statica illustrazione scenograficamente autosufficiente e le presenze simboliche posticce (gli alberi appesi in alto a indicare le radici ritrovate; l’emersione degli italiani dell’Ottocento a commentare il “sacrificio” di Simone, incorniciato da un gigantesco e macchinoso specchio mobile). Nella sua calligrafia, più che l’ambientazione medievale, e dunque “fedele”, colpiscono alcune soluzioni di maniera: i ben dieci soldati corazzati chiamati a incatenare Paolo (utili solo a compilare un insieme pittoricamente efficace) o la morte di Maria, risolta in una oleografica (e non necessaria) processione. E come dovrebbe presentarsi Amelia con Adorno al cospetto di Simone, se non in vestito da sposa?
Barenboim è un grande direttore, anche in Verdi. Ma la sua concertazione è sembrata più preoccupata di attenuare quanto di terrigno c’è in quella tradizione, che di rendere giustizia ai suoi idiomatici e teatralissimi scarti. Il finale del Prologo, autenticamente verdiano nella sua fatalistica dissociazione tra lutto e trionfo, ne esce slentato. Ma anche la scena del Consiglio si regge sulle presenze sceniche, più che sul compatto cemento orchestrale. Della legittima ricerca di una spiccata dignità strumentale, in tanti passaggi resta solo un generico tentativo di nobilitazione.
Tutte le attenzioni e il peso si concentravano così su Placido Domingo, eccezionalmente nel ruolo di Simone. La miracolosa tenuta della sua voce (nonostante la recente operazione) e la generosa volontà di mettersi in gioco con tutte le risorse del grande artista, non riescono a sopravanzare i limiti - di suono e di “corpo” vocale - della sua prova baritonale. Pur spiccando in una compagnia dove Ania Harteros si riscatta con personalità da precedenti più insipidi, Ferruccio Furlanetto resiste a qualche opacità nella tenuta vocale, Sartori trova l’abbrivio nelle svettanti arie di Adorno e il giovane Massimo Cavaletti affronta con successo la prova di Paolo.
Andrea Estero
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Verdi
Simon Boccanegra
interpreti L. Nucci, T. Iveri, F. Meli, R. Scandiuzzi, S. Piazzola
regia Giorgio Gallione
direttore Daniele Callegari
teatro Regio
PARMA 
PARMA - Lotte di classe e di fazione, bieca Realpolitik a base di “oro, possanza e onore” (si legga: voto di scambio); una partitura di colore oscuro ricca di sottigliezze armoniche e tonalità minori, ma belcanto pochino. Era già ben avanti sui tempi quando fece fiasco alla Fenice nel 1857: con l’aiuto di Arrigo Boito diventò un Boris all’italiana, applaudito alla Scala nel 1881 e presto rimosso dai cartelloni. Giusto quell’anno moriva Musorgskij, sai che piacere se avesse potuto leggere la partitura riveduta… 
L’allestimento di Gallione e Fiorato, già in circolazione da tre anni, è ormai un classico; entrerà negli opera omnia del bicentenario verdiano su Dvd ad alta definizione. Per chi non l’avesse mai visto, basti dire che i due, genovesi purosangue, hanno ricreato una Superba espressionista e molto chic, con prospettive anamorfiche di stretti carruggi, palazzi gotici striati di marmo e ardesia, giardini nascosti, e il respiro sinfonico di un mare che, annunciato fin dal breve preludio, pulsa sempre nella mente anche quando è lontano dagli occhi. Incubi düreriani e un enorme panorama xilografico dalla Weltchronik di Schedel (1493) posticipano la vicenda di un secolo e mezzo, il che di questi tempi è una quisquilia. 
A fare la differenza rispetto ai precedenti bolognesi e palermitani di questo Boccanegra è un cast inappuntabile. Non ci si racconti che è l’addio di Leo Nucci al ruolo di Simone. Per come si muove in scena da giovane corsaro nel prologo, e poi da energico statista venticinque anni dopo, per gli scatti irosi uso Sprechgesang, le note filate in acuto persino oltre il dovere, pare in grado di durare per centinaia di recite ancora. Marmoreo nei bassi cavernosi quanto nell’incesso cardinalizio, il Fiesco di Roberto Scandiuzzi fa breccia con ampio fraseggio ne “Il lacerato spirito”, poi torreggiando negli scontri al calor bianco col protagonista e nei nobili sdegni verso il traditore Paolo, qui interpretato da un biondone gagliardo come Simone Piazzola, rivelazione della serata. 
Tale non sarebbe a rigore Tamar Iveri, la georgiana dal profilo di aquiletta che nel ruolo di Amelia ha debuttato al Covent Garden otto anni fa; ma Londra è lontana, e fra i parmensi la memoria di un secondo premio “Voci verdiane” vinto nel 1998 pareva già sfumata. Donde le ingenue meraviglie per una voce dal colore sontuoso e flessibile, solidi centri e pianissimi di velluto, acuti sfavillanti e tutto ciò che serve per l’unica primadonna di un’opera maschilista. Dopo un recente Idomeneo che non a tutti è piaciuto, Francesco Meli, tornato ai vertici di lirico spinto, eroico e cabalettante, faceva mirabilia e riscuoteva meritate ovazioni da un pubblico che ai tenori poco o nulla perdona. Vedremo come se la cava nell’imminente Werther; ma che coraggio il giovanotto!
Con polso febbrile, mancanza d’inibizioni e curiosità di sperimentazioni timbriche, il bravo Daniele Callegari aggrediva la partitura stimolando tutti quanti a darsi senza riserve: memorabile la scena del Gran Consiglio, con corrusche esplosioni orchestrali e acuti saettanti nella sezione sopranile del popolo. 
                          Carlo Vitali
 
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Verdi
Attila
interpreti I. Abdrazakov, V. Urmana, R. Vargas, G. Meoni, S. Ramey
direttore Riccardo Muti
regia Pierre Audi
teatro Metropolitan
New York
NEW YORK -  A 68 anni Riccardo Muti, direttore tanto carismatico quanto controverso, ha finalmente debuttato al Met. Perché un’attesa così lunga? Primo: il Met è stato per lunghi anni il regno di James Levine; secondo: non solo Muti aveva molto da fare a Milano e Philadelphia, ma è anche notoriamente assai esigente. Questa volta ha chiaramente ottenuto ciò che voleva: una prima al Met con una bella opera giovanile di Verdi, eseguita troppo di rado. 
L’opera in questione era l’Attila, qui offerta per la prima volta nella nuova edizione critica coprodotta dalla University of Chicago Press e da Casa Ricordi. Le opere verdiane del primo periodo sono talora derise per gli accompagnamenti monotoni e la struttura convenzionale, ma il genio di Muti sta appunto nel lavorare su questi problemi, indugiando sui momenti migliori della partitura e scoprendo tutte le batterie nei momenti più elettrizzanti: arie, duetti e finali. Nell’Attila c’è una dozzina di buone melodie. Muti sa renderle tutte memorabili; il terzetto dell’ultimo atto è così magistrale che Verdi potrebbe averlo scritto 25 anni dopo. Nulla di meccanico o di accomodante nell’atteggiamento di Muti verso la sua musica. L’orchestra del Met sapeva di essere in buone mani; i musicisti si sono dati senza risparmio e ne è venuta fuori una serata emozionante. 
L’elegante basso russo Ildar Abdrazakov non produce forse sonorità grandiose come Samuel Ramey o Nicolai Ghiaurov ai loro esordi, ma nel ruolo di Attila domina la scena e dispiega una linea melodica d’impressionante bellezza.(...) Nel ruolo di Odabella, micidiale in tutti i sensi, Violeta Urmana supera gli ostacoli quasi proibitivi nell’aria del prologo. Il suo canto è sicuro ed espressivo da cima a fondo, gli acuti consistenti e radiosi. Nei panni di Foresto, eroe amoroso e patriottico, il tenore Ramon Vargas mostra di poter passare senza troppa fatica da ruoli belcantistici ad altri di maggior peso; canta con passione e sicurezza, seppure con occasionali problemi d’intonazione nella mezza voce. (...)
Meno piacevole la parte visiva, con costumi di Miuccia Prada e scene dello studio Herzog & de Meuron (i progettisti del Tate Modern di Londra). Alla regia di Pierre Audi si deve imputare la staticità poco fantasiosa dell’azione: molto movimento sulle prime, ma presto i cantanti si piazzano di fronte al pubblico, si rivolgono al coro dopo la prima strofa e tornano a girarsi per la seconda. (...) Efficaci nella prima scena le rovine di Aquileia dopo il saccheggio, ma in seguito una foresta verticale a mo’ di sipario verde pendente fin quasi a terra schiaccia i cantanti.
Robert Levine
(la versione completa di questa recensione compare sul numero 131 di Classic Voice, aprile 2010)
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Mozart
Idomeneo
Idomeneo
interpreti F.Meli, A.B.Gulin, G.Bridelli, B.Bargnesi, E.Scala
direttore Michele Mariotti
regia Davide Livermore
teatro Comunale
BOLOGNA
BOLOGNA - Che sia un’opera seria, Idomeneo, è sicuro: struttura musicale, argomento, taglio narrativo sono quelli. L’involucro musicale, pertanto, deve esaltare la severa classicità d’un impianto che guarda dappresso al marmo della tragédie-lyrique francese esposto tuttavia a un’aria oltremodo mozartiana nel soffio melodico, nell’intrico sapiente delle armonie (il proliferare delle tonalità minori!) e dei passi contrappuntistici, con le “rotture” che modulazioni dissonanti, cromatismi, impasti timbrici insoliti incidono su quel marmo con effetto il cui choc era allora immediato e oggi va invece ricreato. Tutto questo, Michele Mariotti l’ha evidenziato splendidamente (che lavoro, quello sui fiati!), ribadendo ancora una volta la sua statura di grande direttore. (...)
Contrasto di civiltà, rapporto padre-figlio, nuovo ordine sociale che l’utopia vorrebbe far nascere sulle ceneri d’un integralismo sordo a ogni ragione: Idomeneo è senza dubbio tutto questo. Ma allora, in sostanza è un processo di crescita, è la possibilità d’un mutamento che da altro non può nascere se non dall’accettazione di sé e delle proprie responsabilità. Qualcosa che riguarda la mente, insomma. Allora Davide Livermore, durante l’ouverture, presenta Idomeneo che getta in una vasca vari oggetti connessi metaforicamente a ciò con cui deve confrontarsi: pezzi di frontoni di templi greci quali retaggio della cultura; macchine vistose indispensabili allo status sociale; un letto dove sesso e amore possono essere complementari oppure antagonisti. Si apre il sipario, e siamo dentro quella vasca. Che dunque diventa evidente metafora dell’inconscio(...)Direzione e regia sostengono un cast dove alle ancora acerbe ancorché da seguire Giuseppina Bridelli e (meglio) Barbara Bargnesi, all’interessante Enea Scala e al pessimo Paolo Cauteruccio, s’affiancano due stature maggiori. Gigantesca quella di Francesco Meli, voce la più bella del panorama tenorile odierno e tecnicamente tra le più rifinite(...). Angeles Blancas Gulin è un’Elettra vocalmente parecchio disordinata, ma stridori e disuguaglianze sono travolti come fuscelli nella piena d’un temperamento vocale e scenico al calor bianco, che scolpisce personaggio non meno che memorabile.
Elvio Giudici
La versione completa di questa recensione compare sul numero 130 di Classic Voice (marzo 2009)
 
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Mi riferisco alla versione completa: una recensione in ginocchio, molto sotto il limite della cintola. La regia, pasticciona e velleitaria, รจ stata apertamente buata dal pubblico. Francesco Meli era del tutto "miscast"; tagli alla partitura degni di una spedizione punitiva in quel di Castel del Piffero. Consiglio alla redazione: toglietegli una stella, e saranno sempre troppe!
Elisabetta Pianigiani

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Puccini
Manon Lescaut
Interpreti  M. Serafin, W. Fraccaro, D. Tiliakos.
Direttore Renato Palumbo.
Regia  Graham Vick
Teatro La Fenice 
VENEZIA 
VENEZIA - La serata inaugurale della stagione 2010 della Fenice presentava una Manon Lescaut deludente dal punto di vista musicale, ma interessante, anche se molto discutibile, solo per la regia di Graham Vick. La direzione di Renato Palumbo nella sua rigidezza appariva inadeguata a molti momenti chiave del sinfonismo di questa partitura, e controllava male il volume dell’orchestra spingendo i cantanti all’urlo (come non si dovrebbe fare nemmeno in Cavalleria rusticana). Il tenore Walter Fraccaro sembrava possedere solo i polmoni necessari per cantare la parte di Des Grieux, e perfino il soprano viennese Martina Serafin, di gran lunga la migliore, era talvolta portata al grido e sembrava a disagio nella parte di Manon (...). Graham Vick (con Andrew Hays e Kimm Kovac per scene e costumi) mostra fin dall’inizio la discarica che nel IV atto prenderà il posto del deserto, perché il primo atto si svolge su una piattaforma sospesa al di sopra di questa cupa voragine. È un sinistro monito per una azione dove anche il primo incontro amoroso di Manon e Des Grieux è ironicamente presentato in un mondo falso, con gli studenti in pantaloni corti e con le apparizioni sospese in aria di cigni da Luna Park. Pochi elementi evocano la scena del secondo atto, senza compiacimenti settecenteschi. Nel terzo le donne condannate alla deportazione appaiono sospese in aria, come messe alla gogna (...). Non ricorderemo questa Manon Lescaut come lo spettacolo migliore di Vick; ma il pur discutibile lavoro dell’insigne regista restava il maggior motivo di interesse della serata.
Paolo Petazzi
 
La versione completa di questa recensione compare sul numero 130 di "Classic Voice" (marzo 2010)
 
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Mozart
La Clemenza di Tito
Interpreti: G. Kunde, T. Romano, M. Bacelli, E. Monti, F. Russo Ermolli, V. Priante.
Regia: Luca Ronconi
Direttore: Jeffrey Tate
Teatro:  San Carlo
NAPOLI 
NAPOLI - Ultima opera seria di Mozart, La Clemenza di Tito di Mozart è un capolavoro che, in un clima di infinita malinconia, rivela tenerezze, estasi liriche, accensioni drammatiche stilizzate e visionarie, una straordinaria ricchezza di sfaccettature e di ambiguità, a lungo sottovalutata fino a circa mezzo secolo fa. Nella serata di apertura della stagione al Teatro di San Carlo la complessa e quasi enigmatica ricchezza di questa partitura era posta in luce da Jeffrey Tate con levigata bellezza di suono e con accuratissima chiarezza. Tate coglieva con raffinate sfumature le morbidezze cantabili, i chiaroscuri, le inquietudini e gli smarrimenti della Clemenza. La sua visione si incontrava felicemente con la concezione interiorizzata della regia di Ronconi, che scavava nei drammi dei personaggi eliminando ogni concessione all’esteriorità spettacolare, quasi come se mettesse in scena una tragedia di Racine (non si deve dimenticare che il dramma metastasiano rielaborato da Mozart e Mazzolà è la prosecuzione della Berenice di Racine). (...) Determinante era la cura della recitazione di ognuno degli interpreti, che formavano una compagnia equilibrata e di alto livello. Per prima va citata Monica Bacelli, di commovente intensità nella parte di Sesto. Autorevole e stilisticamente impeccabile era il Tito di Gregory Kunde. Teresa Romano, da due anni uscita dall’Accademia della Scala, ha rivelato grandi qualità nella ardua parte di Vitellia, per le cui difficoltà è parsa ancora un poco acerba. Una bellissima apertura per una stagione che nella sua brevità rivela la difficile situazione economica del teatro napoletano.
Paolo Petazzi
 
(la versione completa di questa recensione compare sul numero 130 di “Classic Voice”, marzo 2010)
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