PALERMO - Lode al Massimo di Palermo per aver messo in scena una delle opere più significative del compositore ceco, mai rappresentata prima in Italia. A dire il vero, rappresentata pochissimo dappertutto. Così come sempre scarsa e di nicchia è stata fino a pochi anni fa l’attenzione per tutta la sua musica: fu, infatti, nel 1990 per il centenario della nascita, e soprattutto nel 2009 per il cinquantenario della morte che si è registrato un risveglio d’interesse per la sua produzione ricca di composizioni sinfoniche, concertistiche, per balletto, da camera e teatrali. Suo ultimo titolo, proprio questa Greek Passion destinata ad essere rappresentata nel 1957 al Covent Garden, dove invece, nonostante il sostegno del direttore musicale e suo compatriota Rafael Kubelík, non andò in scena e per motivi politici - i tesi rapporti diplomatici fra Grecia e Gran Bretagna per l’inasprirsi del conflitto cipriota - e per il subdolo atteggiamento del compositore e membro del cda Sir Arthur Bliss. Martinu sottopose l’opera a una revisione musicale e drammatica che vide la luce a Zurigo nel ‘61, due anni dopo la sua morte. La versione originaria - la stessa di Palermo - andò in scena a Bregenz solo nel ’99 (l’anno dopo, finalmente, il debutto al Covent Garden) grazie al recupero dovuto al musicologo ceco Ales Brezina, direttore del Bohuslav Martinu Institut di Praga.
Il libretto, in inglese per via della progettata destinazione londinese, fu tratto dal musicista stesso - sfoltendolo di molti eventi e personaggi - dal romanzo di Nikos Kazantzakis Cristo di nuovo in croce, pubblicato in America col titolo di The Greek Passion. Ambientato negli anni Venti, all’epoca del conflitto greco-turco, narra le vicende di una piccola comunità greca alle prese con una realtà che ne mette a dura prova la fortezza morale. È Pasqua e, secondo tradizione, gli abitanti - o meglio, i notabili - del villaggio di Lykovrisi scelgono tra i compaesani gli attori destinati a interpretare i diversi personaggi della Passione nelle funzioni della settimana santa dell’anno successivo. Ecco, però, che la simulazione rituale si trasforma poco a poco in realtà e tutti si trovano a vivere, e affrontare, le stesse situazioni dei personaggi che devono incarnare. Gesù sarà l’ingenuo e mansueto pastore Manolios che come il Cristo allontanerà le tentazioni della carne fuggendo sia dalla viziosa vedova Keterina, scelta per il ruolo di Maddalena, sia dalla promessa sposa Lenio, pronta a consolarsi col pastore Nikolio. E come il Cristo morrà per mano di Giuda (il conciatore Penait, suo amico, inizialmente spaventato dal ruolo e restio ad accettarlo), condannato dalla sua comunità per la pietà predicata nei confronti dei fratelli colpiti dalla sventura. Questi ultimi sono i profughi di un paese vicino, messo a ferro e fuoco dai turchi, alla disperata ricerca di asilo e solidarietà. Ed ecco che a contatto con una realtà che esige di rendere concreta la solidarietà umana, l’egoismo immediatamente affiora, prende il sopravvento e l’afflato ecumenico pasquale - proprio come Schengen - viene sospeso, addirittura con pretesti indegni come paventare il contagio attribuendo al colera la morte di una donna giunta fin lì stremata dai tormenti.
All’articolazione drammatica del libretto fa riscontro l’intensità di un discorso musicale di immediata presa sullo spettatore: una musica semplice solo all’apparenza, in realtà di un virtuosismo di somma eleganza realizzato con largo uso di strumenti non convenzionali: un affascinante crossover di generi e stili, da Puccini a Strauss, dal folklore nazionale al neoclassicismo di Stravinski, dall’impressionismo francese al jazz, dal barocco allo swing afroamericano. Una musica che al posto di arie chiuse offre ariosi e declamati, intermezzi strumentali, evocazioni mistiche sollecitate dalla liturgia ortodossa. Una musica servita come meglio non si poteva desiderare dall’orchestra e dal coro del Massimo (una menzione particolare alle voci bianche) guidati dall’israeliano Asher Fisch con un piglio drammatico nel quale risaltavano in modo ancora più inquietante i momenti di lirico abbandono. Ottimo anche il cast dove primeggiavano il Manolios di Sergey Nayda, i due sacerdoti - Kostandis quello degli esuli, e Grigoris quello del villaggio - di Nicolò Ceriani e Mark S.Doss, il ricco Archon di Markus Hollop, la travagliata Katerina di Judith Howarth, e la passionale Lenio di Beatriz Diaz.
Ma l’apparato musicale da solo non sarebbe bastato a fare dello spettacolo uno dei più belli di tutta la stagione italiana senza la regia di Damiano Michieletto, che ha reso la vicenda di inquietante attualità, arrivando addirittura a costringere i profughi in una sorta di Centro di Prima Accoglienza (gli ahimè noti CPA): incredibile coincidenza con l’odierna realtà, visto che lo spettacolo era stato pensato e progettato già da un anno. Oltre alla recitazione perfetta di tutti i numerosi personaggi (bambini compresi) e figuranti, ognuno dei quali sembra raccontare una sua storia personale, geniale è la sostituzione dei numerosi ambienti - chiesa, osteria, case varie, piazza ecc. - in un’unica struttura rotante. Una sorta di casa in costruzione - allegoria di un destino comune da edificare - tuttora a livello di rustico con le impalcature in cemento non ancora liberate dalle assi di contenzione, ma con tre piani e molti ambienti essenzialmente arredati, dove hanno luogo le azioni del dramma: altro capolavoro di Paolo Fantin, le cui scene mai si limitano a creare un alveo ideale per la recitazione, bensì “recitano” anche loro, ruotando con la musica ed entrando così direttamente nei momenti più drammatici, assumendo forme sempre nuove aiutate dalle luci di Alessandro Carletti.
direttore Gabriele Ferro
regia Graham Vick
teatro dell'Opera
ROMA
ROMA - Mancava a Roma da qualcosa come trentotto anni questo miracolo di scienza esatta coniugata col palpito cardiaco che è il Ratto, e del resto è lecito sospettare che a quest'opera presiedano spiriti di estraneità al sentire latino non facilmente aggirabili da nessun luogo teatrale nostro: la prima opera in lingua tedesca di Mozart si configura infatti come il vertice insuperato del genere e averci a che fare è impresa di non poco conto. Gabriele Ferro, chiamato dal Teatro dell'Opera a dipanarne oggi i sublimi tratti, è parso ispirato come raramente m'era occorso di registrare nell'accendere con pari empito la vibrazione sentimentale e lo straordinario rigoglio cameristico del capolavoro. Tempi, sonorità, levità di fraseggio, tutto è parso giusto e a misura naturale; e a coadiuvarlo v'era una compagnia di canto di totale estraneità al Gotha discografico ma di cui sarebbe difficile trovare oggi l'eguale per adesione di stile. L'avvocato del diavolo obietterebbe il suo almeno in quanto alla pronuncia, certo: un'italiana, un italoamericano, un romeno e un olandese, con l'unico supporto di idiomatismo della Blonde di Beate Ritter, austriaca di squisita presenza e adeguata bravura. Ma sarebbe roba da cercator di peli. Maria Grazia Schiavo è stata una Konstanze esemplare, che ha ottenuto il suo meritato credito nella "Marternarie", eseguita con magistrale abilità tecnica, e la Ritter le ha fatto da contrappeso nel decidere la indiscussa supremazia femminile in questa distribuzione; poiché né Charles Castronovo né Jaco Huijpen, pur complessivamente degni, sono sembrati esibire pari destrezza nell'eludere le molteplici trappole che il perfido ragazzo salisburghese aveva disseminato nelle parti di Belmonte e Osmin. Il tenore italoamericano affronta il giovane amoroso con discreta baldanza e buona tenuta dei fiati ma ha un centro troppo sfogato per delinearne la puberale ansia d'amore; mentre l'olandese Huijpen ha voce calda e robusta ma denota limiti di estensione in basso. La parte di questo rabbioso antenato di Hagen che è l'orchesco Osmin, situata al confine dell'ineseguibilità, Mozart l'aveva scritta per il basso Johann Ignaz Fischer, al quale pare non fosse precluso nemmanco il re sotto il rigo; ma oggi, scomparso questo ben di Dio, è d'uopo arrangiarsi; ed è già tanto che il buon Huijpen emetta suono, sia pur flebile, anziché aria. La citata Ritter e il romeno Cosmin Ifrim, Blonde e Pedrillo, completavano infine con giustezza il cast; ma la cosa da sottolineare è che nessuno ha concesso spazio a quella pratica del "mozartese" che ci ha afflitti per innumeri anni: niente moine, niente bel porgere, niente statuine di Capodimonte, ma un canto vivo, intriso di sangue e voluttà, pronto a incrinarsi là dove Mozart esige la inviolata trepidazione della gioventù e del suo inappagato desiderio. E il supremo quartetto che chiude il secondo atto è in tal senso un momento di inesprimibile grandezza, forse mai più raggiunto.
La regia di Graham Vick ha apportato di suo la elegante sobrietà di uno scenario astratto, entro cui dominava un cubo multiuso, a tempo e luogo cielo azzurrino o interno di una stanza orientale, con porte che si aprono e chiudono di continuo a decidere dell'instancabile moto perpetuo dei personaggi. E quale intelligenza dell'accadere scenico. Si rammenterà a lungo la scena del colloquio tra Selim (un appropriato Rodney Clarke) e Konstanze: una sequenza di quasi imbarazzanti silenzi a corredo di un Singspiel finalmente riprodotto per intero (a dispetto del pessimo funzionamento dei sopratitoli), che ha dato il senso e la cifra della teatralità di questo regista, attento sempre all'inezia che fa risaltare la verità. Unico dubbio: elusi con ammirabile buon gusto gli immancabili cachinni che pesano da secoli su Osmin, Vick ha però proposto una lettura fin troppo monocorde, quasi che il Ratto fosse una favola oscuramente dominata dal "serio". Il serio è una delle molle drammaturgiche di questa fiaba germanica, ma non l'unica; gli fa da contrappeso, a statuirne la magica ambivalenza, un senso del giocoso e dell'indeterminato che solo la mente di Mozart era in grado di escogitare, e che qui è mancata almeno in parte. Ebbe le sue ragioni Carl Maria von Weber allorché affermò che “il mondo aveva diritto di aspettarsi da lui parecchie opere come il Figaro o il Don Giovanni. Ma con la migliore volontà non avrebbe potuto scrivere un altro Ratto dal serraglio”. Ci provò col Flauto magico, ma non fu esattamente la stessa cosa.
Aldo Nicastro
interpreti G. Kunde, F. Vassallo, S. Radvanovsky, I. Abdrazakov
direttore Gianandrea Noseda
regia Davide Livermore
teatro Regio
TORINO
TORINO - Il Regio di Torino Fratelli d’Italia lo cantano tutti. È la notte dei 150 anni dell’Unità, la città è in festa. Per le strade è tutto tricolore, anche le t-shirt e la cristalleria nelle vetrine dei negozi del centro. Ma è quell’inno cantato a squarciagola che fa la differenza. Insieme con le mise patriottiche: tra cravatte e calzini bianchi, rossi e verdi, sfila la signora in bandiera. Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta. Si canta col cuore, senza retorica. Qui la “patria” non è mai degenerata.
È significativo che questi Vespri siano proposti al Regio. Una festa che non vuole celebrare sarebbe forse piaciuta a Verdi, che proprio con Les Vêpres siciliennes offre un ritratto sfaccettato, in alcuni casi impietoso, degli italiani. Lo tratteggia in francese, con la complicità di Scribe, e per il pubblico dell’Opéra. Nonostante la successiva, goffa, traduzione italiana d’epoca, a cui pare nessun teatro possa rinunciare, s’impegni per farcelo scordare.
“I Vespri”, anche in italiano, sono un capolavoro verdiano dell’ambiguità. Dove i siciliani oppressi e ribelli sono guidati da un cospiratore anche un po’ inconcludente come Procida. E gli occupanti francesi si riscattano con un governatore che alla fine opera per la pacificazione. Nel 1855 il mito della rivoluzione italiana era in crisi, piegato dal velleitarismo delle gesta mazziniane che non portavano da nessuna parte. E Verdi lo andò a raccontare proprio a Parigi...
Nella produzione di Livermore e Noseda l’ambiguità è salva. E non importa se per renderla teatralmente efficace occorra “attualizzarla”. Qui il regista sceglie un presente che è gia passato (la Sicilia di venti anni fa, delle stragi eccellenti) o un futuro da incubo, con il Palazzo di giustizia di Palermo occupato, che speriamo non arriverà mai. D’altra parte il compositore pensando all’Italia del suo tempo lavorò su un fatto medievale, scartando l’ipotesi delle Fiandre cinquecentesche e della Lisbona di un secolo dopo. Per lui contava il rapporto di personaggi sfaccettati in un contesto storico e politico carico di implicazioni. Non il dove e il quando.
Funziona benissimo dunque la scena iniziale di fronte all’ex palazzo dei veleni mentre si celebra il funerale di una vittima eccellente. A officiarlo e a riprenderlo con le tv, sono gli stessi oppressori, simili in questo ai papaveri collusi di oggi; pronti a mantenere l’ordine quando Elena incita i siciliani alla vendetta davanti alle telecamere esattamente come la memorabile vedova Schifani ai funerali di stato del giudice Falcone. E altrettanto ambigua, dunque “giusta”, è l’ “O, tu Palermo, terra adorata” cantata da Procida sullo sfondo della strage di Capaci: luogo ambivalente, di morte e riscatto, di rabbia e commozione. Arrigo ed Elena passeranno alla fine col nemico: una pace “opportuna” (o forzata?) celebrata nella finzione di uno studio televisivo, palestra per applaudite esibizioni sopranili.
Mentre invece tutto sbagliato sembra il finale: quando al posto della cieca rivolta dei siciliani aizzati da Procida arrivano i nostri, nella forma di un Parlamento che avanza a detronizzare il potere “televisivo” di Monforte. “La sovranità appartiene al popolo che la esercita nei limiti della Costituzione”, dice lo striscione. Ma Verdi non concludeva in sospeso, con una rivolta dall’esito incerto, probabilmente un massacro, fatalisticamente sentito?
C’è da dire che lo spettacolo, tutto pensato per immagini pregnanti, non si è giovato di un gioco scenico altrettanto inventivo. I cantanti eseguono bene, altri benissimo; e recitano così così. Il più bravo, Ildar Adbrazakov, è un Procida possente e solido, tutto d’un pezzo; Sondra Radvanovsky convince, nonostante qualche sbavatura negli acuti, trascinando il vocione anche nelle colorature di un rondò spigliatamente gestito. Ma con Kunde, miracoloso all’inizio e poi affaticato, soprano e tenore duettano all’antica (bella però l’idea della confessione d’amore seduti, pudichi). Il meno moderno, per gesto, gusto e fraseggio, è però il pur corretto Monforte di Franco Vassallo.
Anche Noseda, nella Sinfonia e alla fine, ha fatto ricorso alla retorica del suono rutilante ed esibito. Però poi la sua direzione asciutta e concentrata, avara di colori scintillanti e assai poco francese (anche nel taglio dei ballabili grandoperistici), ha trovato il giusto suono dei dilemmi verdiani. Mettendo a nudo lo spigoloso e incalzante scorrimento d’orchestra. E trovando accenti sussurrati e impalpabili negli snodi affettivi. Così verdianamente illusori.
Andrea Estero
interpreti A. Spina, A. Vestri, A. Luongo e L. Cortellazzi, V. Corradetti, C. Armstrong
direttore Michele Mariotti
regia Giorgio Gallione
teatro Comunale “Pavarotti”
MODENA
MODENA - Cosa ricordava Giuseppe Verdi delle settimane di passione del febbraio 1842, durante le prove per il debutto di Nabucco? Lo spunto del libretto di Dario Oliveri di Risorgimento!, in linea con le torrenziali esigenze celebrative accese dal 150enario dell’Unità d’Italia, parte dal (sopravalutato e ultrastrumentalizzato) amor patrio del giovane Verdi. Poco male. Ma la trama si disperde in piccole storie parallele: alle prove di sala della nuova opera (in scena questo mese al Comunale di Bologna, ndr), presenti la Bellincioni e la Strepponi si intrecciano i sussulti patriottici del maestro sostituto, quelli biecamente utilitaristici di Merelli, le sospensioni oniriche della Strepponi (già ‘presa’ dal giovane e cupo “maestrino”), le pruderie rivoluzionarie del conte Belgiojoso, e infine lo scetticismo del Verdi di fine 1900. Così come si moltiplicano nello spettacolo non risoluto di Giorgio Gallione i pianoforti bianchi accatastati in palcoscenico (scene di Tiziano Santi) e i figuranti vestiti da Verdi capitanati dall’attore Umberto Bortolani, cui sono affidate le frasi conclusive dell’atto unico. Parole amare, in aperto contrasto col superfluo “!” del titolo. E recitate. Forse il momento più toccante della vicenda, che deve aver dato molto da pensare a Lorenzo Ferrero al momento di metterla in musica per l’inerte scansione drammaturgica. Il compositore ha evitato le trappole demagogico-musicale (il “Va pensiero” appena si accenna; rispettando la cronologia storica Mameli non c’è e nemmeno il “Guerra, guerra!” di Norma, e Verdi non canta), ma ha dovuto adattarsi alla struttura poco innovativa del canovaccio librettistico. Così, al momento richiesto ha scritto perfino un paio di arie (applaudite a scena aperta in teatro), e seguendo la trama ha liofilizzato i profili musicali di alcuni episodi verdian-babilonesi: evitando però la banale strumentazione moderna, facendoli (ri)suonare come emersioni timbriche dalla memoria. Poiché l’autore di oggi sa di teatro, gli interpreti (Alessandro Spina, Annunziata Vestri, Alessandro Luongo e Leonardo Cortellazzi) erano partecipi e la concertazione di Michele Mariotti era non meno rilevante dell’appassionata direzione, l’oretta di Risorgimento! correva in fretta, ma i tratti più peculiari di Ferrero andavano ricercati nella raffinata scrittura per gli strumenti d’orchestra, più evidente negli episodi senza voci.
Da questo punto di vista, funzionava oltre ogni previsione l’idea di accostare la prima assoluta al Prigioniero di Dallapiccola, partitura che sta conoscendo una seconda (speriamo definitiva) vita teatrale per merito di interpreti e non condizionati da etichette storiciste o veterocritiche. Eseguita come un classico del teatro novecentesco, accentuandone sia la nobile e sofisticata scrittura sia la passione civile che la ispira com’ha fatto Mariotti - attento (e capace) a rilevarne anche il forte retaggio melodrammatico - l’operina rappresenta un’esperienza di ascolto teatrale forte. Qui anche il palcoscenico, a parte i gesti distraenti e superflui d’una ballerina e qualche goffo costume per i figuranti, era gestito da Gallione con incisività, miscelando crudo realismo e metafisica spietatezza. Valentina Corradetti, già Strepponi, ha dato un rilievo forte alla madre e Chad Armstrong è un protagonista convincente.
LONDRA - Qualche mese fa è stato all'onore delle cronache per Hammered Out, un lavoro per orchestra eseguito ai Proms dalla BBC Symphony Orchestra, che celava un segreto: era modellato sul ritmo e sui motivi di una canzone di Beyoncé, Single Ladies. Mark-Anthony Turnage è un compositore ormai cinquantenne, ma continua ad essere l'enfant terrible della musica contemporanea britannica. Il suo istinto dissacratorio è venuto fuori anche in Anna Nicole, la sua nuova opera, messa in scena al Covent Garden, che raccontava la vita, breve, di Anna Nicole Smith: modella, attrice, coniglietta di Playboy, al centro del gossip per il suo matrimonio col petroliere Howard Marshall (lei 26 anni lui 89), per la lunga battaglia per l'eredità, per i suoi eccessi, il ricorso alla chirurgia plastica, l'uso di droghe, la sua morte per overdose, avvenuta nel 2007 in una camera d'hotel in Florida, a 39 anni. Il compositore ha visto questa storia come una parabola tragica nata dall'ossessione per il successo. Lo spudorato libretto di Richard Thomas, pieno di giochi di parole, descriveva con un divertente gusto didascalico, la nascita e la caduta di questa icona pop degli anni 90. Così come la musica, rapida, frenetica, dominata da fiati, percussioni, chitarre elettriche, e un trio jazz sulla scena, che cambiava colori e umori repentinamente - grazie anche alla scattante direzione di Pappano - nel continuo alternarsi di microscene, che ricordava più ritmi delle trasmissioni televisive, delle comiche, dei cartoni animati, che quelli di un'opera. Anche la regia di Richard Jones era in perfetta sintonia con questa rappresentazione farsesca del sogno americano, dove tutto appariva coloratissimo, plastificato, irreale e in perenne movimento, pieno di scene esilaranti: la grottesca descrizione della famiglia nella nativa Mexia; la presa di coscienza di cosa servisse per sfondare nel mondo dello spettacolo (la lezione fondamentale “you need to get some tits” che le viene urlata dal coro; l'esilarante elenco ti taglie delle protesi); l'immediato successo "post-operatorio" come lap dancer e poi come sposa del miliardario (applauditissimo il tenore Alan Oke planava sulla scena dall'alto, come un deus ex machina, e si muoveva sulla scena come un vecchio decrepito, con la tremarella, le mise dorate, lo sguardo estasiato dopo una fellatio della prosperosa mogliettina; i party popolati da culturisti e attraversati da lunghe strisce di coca. Ma era anche un'opera sul voyeurismo dei media, sempre piena di microfoni, di intervistatori, di mimi-telecamera, con corpo umano e testa da cinepresa. Nonostante la presenza di alcuni elementi drammatici, come la morte del figlio Daniel, l'opera restava un divertissement pieno di energia, capace di scatenare l'entusiasmo del pubblico, ma privo di sostanza drammatica, e nemmeno caustico e graffiante. L'eroina siliconata era magnificamente interpretata dal soprano olandese Eva-Maria Westbroek che sfoggiava un'ottima tecnica, anche nelle colorature (ad esempio nella scena del parto ripreso dalle telecamere). Ma anche le sue arie più dolenti, come il suo addio alla vita intonato chiudendosi dentro un sacco mortuario, restavano imbrigliate nella dimensione fumettistica che avvolgeva tutta l'opera.
NAPOLI - Nell’intervallo, diversi spettatori hanno lasciato la sala, all’inizio gremita. La gran parte è rimasta, e alla fine applaudiva con calore. È l’immagine eloquente di uno spettacolo, anzi di uno spettacolone, che ha lasciato profondi dubbi, ma ha catturato il favore del pubblico che ama il kolossal. Per celebrare il recente tricentenario della nascita di Giambattista Pergolesi, il Teatro di San Carlo ha inaugurato la nuova stagione con Pergolesi in Olimpiade, azione melodrammatica da L’Olimpiade di Pergolesi appunto, revisionata e “aggiornata” da Roberto De Simone, che firma anche la regia. Un’operazione complessa, e per certi aspetti macchinosa. Alla base c’è il convincimento della legittimità di un certo margine creativo-improvvisativo, ben presente nella prassi esecutiva dell’epoca barocca, margine che nel primo Settecento intendeva assecondare virtuosismi esecutivi e desideri di novità nel pubblico, come si sa. Su tale assunto, De Simone - profondo conoscitore di quel periodo e della scuola napoletana - ha smontato l’originale, e ha rimontato e composto una sua ideazione, secondo lui più consona e vicina al gusto di oggi, e dunque più fruibile dallo spettatore odierno. Piazza pulita di qualsiasi intento filologico, quindi, visto anzi come sottoprodotto necessariamente inattendibile e di “falso antiquariato”. Via i recitativi del testo metastasiano, sostituiti da intermezzi violinistici e da singoli interventi di strumenti moderni - marimba, vibrafono, chitarra elettrica, fisarmonica, mandolino, sassofoni, tamburo e piatto sospeso, arpa, quartetto d’archi, e altro - con orchestra rinforzata e assemblata in due gruppi simmetrici, farciti di fiati pronti anch’essi a moderne digressioni. Del tutto regge con sicurezza le fila il direttore, Alessandro De Marchi. Ogni brano parte da Pergolesi, ed è poi interpolato da sincopazioni e da improvvisazioni jazz pop rock, e anche dal contributo di una vocalist affiancata da pianista pop e speaker. Ovviamente De Simone scrive benissimo, e qualche pezzo funziona proprio a dovere, come nella settecentesca forma del pasticcio. Gli interpreti, moltissimi, sono volenterosi, e tra le voci emergono quelle di Laura Polverelli, Maria Grazia Schiavo, Raffaella Milanesi, Mark Milhofer. Ma è l’impresa nel suo insieme che non convince, e risulta manierata, pretestuosa, e in fondo anche noiosa, nonostante i propositi modernisti. Sfrondato Pergolesi, inserito De Simone che largamente apre al nostro tempo, domina il gusto baroccheggiante dell’eccesso, soprattutto, si badi, nei rifacimenti. E a tali scelte si adeguano, sotto le luci di Guido Levi, le scene traboccanti di Mauro Carosi, e gli opulenti costumi di Odette Nicoletti, che contribuiscono ad appesantire il tutto. Con buona pace dell’obiettivo di alleggerire e aggiornare…
interpreti N. Stemme, W. Meier, V. Kowaljow, S. O’Neill, E. Gubanova
direttore Daniel Barenboim
regia Guy Cassiers
teatro alla Scala
MILANO
MILANO - Nelle settimane che hanno visto prefigurarsi il naufragio delle Fondazioni liriche, con lo stralcio dell’integrativo al Fus dalla finanziaria, si conferma una certezza. La Scala c’è. E lo ha dimostrato pienamente con le inaugurazioni delle stagioni di opera e di balletto (un Lago dei Cigni di lusso diretto da Barenboim), oltre che con il Concerto di Natale affidato a Daniele Gatti. Qui abbiamo assistito alla piena riconciliazione con la lingua universale del melodramma verdiano. Coesione esecutiva, senso della parola e del teatro in ogni nota, capacità di ripensare la tradizione, scomponendola e ritrovandola nuova: La Scala e Gatti c’erano.
Dal Verdi d’autore al miglior Wagner, Daniel Barenboim ha impresso sul Ring scaligero il sigillo delle cose notevoli. La sua Valchiria ha una “tinta” individuale. L’Oro era dinamico e brillante, proiettato sulle azioni e i pensieri degli dei; il Tristano lento, immenso, “filosofico”. Ora le passioni troppo umane di valchirie ed eroi sono declinate secondo il lessico di un’autentica estetica romantica: entusiasmo melodico sorgivo, cesello umoristico dei particolari, immaginativo virtuosismo strumentale. È l’orchestra di Schumann e di Mendelssohn, di Berlioz e di Liszt, quella che intreccia con la parola dialoghi sensibili e s’impenna nei quadri a più alto tasso descrittivo. Altro che prefigurazioni e degenerazioni del wagnerismo che verrà. La scarna e ossuta introduzione del primo atto potrebbe al contrario essere l’incipit di un poema sinfonico lisztiano, il “duetto” tra tenore e soprano possiede lo slancio emotivo di un Lied. Anche Berlioz avrebbe forse concepito una cavalcata “in levare” e tutto sommato sbrigativa come questa. E i monologhi di Wotan, non suonano, ora come allora, quasi verdiani? D’altra parte Valchiria è una partitura di metà Ottocento, che Barenboim ricolloca nella sua verità storica e nella sua dimensione cosmopolita. Non solo opportunamente, ma anche magistralmente.
In una direzione diversa va la partitura “visiva” di Cassiers. E non è detto che i due piani non si possano in qualche punto incontrare. Se Barenboim opta per il “realismo” (alla Dahlhuas, come spirito del Vormärz), Cassiers risponde con una visione tutta simbolica. Davvero siamo di fronte a uno spettacolo che non può essere giudicato con le categorie consuete di regia e scenografia. Qui i due concetti si confondono: le scene non sono ambienti e decorazioni, ma “parlano”; e i personaggi non restano gli unici depositari dei significati, ma sono parte di un più ampio apparato di segni. Nel primo atto la nuova sintesi funziona alla perfezione: perché se la casa di cartapesta e ombre di Hunding è già il simbolo della grettezza e dell’oppressione che vi abita, Waltraud Meier e John Tomlinson, incensurabili soprattutto come attori, la riempiono con gesti pregnanti, intensi, ma poi soffocati. Da brivido. Molto riuscita anche la raffigurazione della foresta come selva di lance su cui vengono proiettate le leggi immobilizzanti degli dei, e dove si perdono i due amanti, tra cui un Simon O’Neill di appassionato temperamento ma opaco di squillo. Altrove il gioco scenico è invece fin troppo ridotto: l’immobilità forzata del Wotan del sensibile Vitalij Kowaljow funziona come specchio delle sue costrizioni; ma la gestualità personale eppur generica di Brunilde (la svettante e spavalda Nina Stemme) e quella sempre in posa di Fricka (la solida Ekaterina Gubanova) spengono troppo spesso l’azione.
Andrea Estero
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L'ho trovata una esecuzione trascinante, molto commovente. Ottimo Barenboim, sempre grande la Meier.Un po' deluso dalle scene: mi aspettavo di più (più originale la messa in scena della Fura del Baus nella versione allegata alla rivista!)
BOLOGNA - Ispirata alla vita di Margaret Sweeny, la duchessa che dichiarò di “andare a letto presto e spesso”, Powder her Face gode di un privilegio raro per le novità: quello di entrare in repertorio. Dal 1995, anno della sua “creazione”, l’opera non è più uscita dal circuito teatrale. Adès ha confezionato un prodotto tipicamente inglese. Primo comandamento: il primato – da Shakespeare in poi – della dimensione teatrale.
Nel continente avremmo storto il naso di fronte a questa miscela esplosiva che frulla insieme il cabaret graffiante, i sensuali toni da musical, lo sperimentalismo d’avanguardia, le memorie operistiche. Ma lì la querelle sul linguaggio passa in secondo piano. Semplicemente si va a teatro.
Nel frattempo l’opera scandalosa, la prima per intenderci che prevede un blowjob cantato a bocca chiusa, ha varcato i confini britannici. Ed è normale che qualcosa sia andato perso (le numerose allusioni e citazioni del libretto, tutte very english). Eppure l’ingranaggio funziona lo stesso. Forse proprio in virtù di quella lingua musicale cosmopolita. Pizzi, al Comunale di Bologna, ne ha fatto una specie di commedia sofisticata con tocchi surreali, prescindendo dalla vena satirica e noir. Stessi ambienti rosa vivo kitsch per il presente della duchessa e per le sei scene centrali dei suoi ricordi: alla fine oggi è sola com’era ieri. Assecondando al contempo la radice cabaret (con quattro personaggi intercambiabili) più che quella cinematografica, scandita dai ricordi in “dissolvenza” (la realizza David Alden in un video diretto dallo stesso autore). D’altra parte la dimensione onirica è recuperata da alcune invenzioni: come quando nell’interludio che rievoca il matrimonio, si vede la duchessa andare anche col prete. E poi il prete col marito.
All’equilibrio perfetto tra canto, declamato e parlato (scuola Britten) Adès aggiunge una vivace caratterizzazione: la protagonista, un soprano drammatico con accenti lirici tra Berg e Strauss, è Olga Zhuravel: peso minimo, per quanto scenicamente perfetta; la cameriera (amante, confidente e giornalista), un soprano leggero che ricorda Lulu e con un'aria di coloratura “eroica” che cita forse Le grand macabre, è la bravissima e spigliata Zuzana Markova. La debolezza del basso Nicholas Isherwood, rispetto alla prestanza vocale e attoriale del tenore (Mark T. Panuccio), causa però ulteriori problemi di equilibrio nei concertati. Unico neo per la giusta “dizione” strumentale ottenuta da Philip Walsh. Dove l’eccentrica pattuglia di percussioni (c’è anche una palla di legno che colpisce una scatola) ritaglia una scarna teoria di ostinati “d’avanguardia”, come una punteggiatura perenne su cui archi, pianoforte, clarinetti, ottoni, arpa e fisarmonica compongono le loro evoluzioni, ora swingate ora perfide. E che Walsh ricompone in un insieme che scorre fluente, ma non indifferente alla scena.
Andrea Estero
PARMA - C’è un mito resistente da sfatare: quello dei loggioni competenti e inflessibili. Alla Scala e a Parma sono giudici severi, si dice. Macché. Prendiamo il Trovatore che ha aperto il Festival Verdi. Il verdetto dei loggionisti boccia la direzione di Yuri Temirkanov e salva la regia di Lorenzo Mariani. A parte il lato curioso della scena, con il grande direttore russo che si prende un po’ stupito i “buu” e con il regista che – altrettanto basito – scopre di essere stato l’unico graziato, c’è un problema di merito. Questioni di pre-giudizio. E non parliamo del pubblico generico, a cui questo spettacolo può anche essere parso un capolavoro. No: qui si tratta dei sedicenti competenti. Ma allora come si fa a porre in cima al gradimento una non-regia che riesuma tutti i peggiori stereotipi melodrammatici e castigare con i fischi una direzione autorevole, al di là di gusti e preferenze soggettivi? Succede nel mondo al rovescio dei loggionisti parmigiani.
In quello “dritto”, Temirkanov ha diretto un Trovatore stregante, evitando con consapevolezza la retorica focosa della pira. Un tracciato orchestrale ovunque sussurrato e palpitante, che scansa gli stacchi decisi a favore di una gestualità avvolgente. Certo, l’orchestra è forse troppo rigida per seguirne le plastiche evoluzioni. È anche vero che rispetto alla Traviata che ha rivelato a noi il suo talento operistico, il “passo” era stavolta meno spedito. Mancava l’arcata unitaria che allora serrava gli atti inchiodandoci alla poltrona. Talvolta Temirkanov ha perso di vista il racconto. Altre volte il legame con il palcoscenico, sempre preoccupato di restituire dignità strumentale all’invenzione orchestrale. Ma la personalità d’autore, quella non latitava mai.
I Manrico, oggi, non si trovano voltando l’angolo. Chi meglio di Marcelo Alvarez può sostenere la parte, cercando anche le irrinunciabili ritenzioni? Norma Fantini ha acuti sgraziati (alla Prima rinuncia a cantarne uno, sulla stretta della cabaletta), ma è una Leonora espressiva e flessibile; Marianna Tarasova un’Azucena pericolante, di gusto viscerale. Leo Nucci, in un goffo travestimento da Conte di Luna, compie il miracolo vocale (non sempre è così, alla sua età) e cerca l’intesa interpretativa col direttore. Tutti in realtà sembrano zavorrati dai personaggi che si portano addosso. Colpa di una regia votata al massimo disimpegno. Peccato perché le spoglie scene di William Orlandi, segnate da una grande luna incombente (c’era anche nella Lucia di Graham Vick), sarebbero potute diventare un'ottima palestra di recitazione.
interpreti N. Machaidze, R. Villazon, G. Viviani, A. Maestri, B. Bargnesi
direttore Donato Renzetti
regia Laurent Pelly
teatro alla Scala
MILANO
MILANO - Doppio debutto scaligero per questo Elisir. Quello del regista francese Laurent Pelly, uno dei più fecondi e creativi dei nostri giorni, da un ventennio protagonista del teatro d’opera e di prosa europeo, che finalmente comincia a far capolino anche in Italia: di persona solo a Firenze per un nuovo allestimento della Piccola volpe astuta; tramite i suoi aiuti a Torino, a Palermo e alla Scala). E quello, attesissimo, del trentottenne tenore, messicano di nascita e francese d’adozione, Rolando Villazon.
Vincitore undici anni fa di Operalia, l’autorevole concorso creato e patrocinato da Plácido Domingo, Villazon fu immediatamente proiettato sulla ribalta internazionale, e immediatamente la conquistò sia con la sua bella, omogenea, duttile e ben impostata voce “latina” di tenore lirico sia con la sua esuberanza scenica, favorita da un fisico elastico e sottile. Esuberanza che lo portò a caricarsi di troppi impegni, spesso in repertori impervi per la sua vocalità, tanto che a metà 2007 il suo organismo gli presentò il conto costringendolo a una lunga sosta coronata da un intervento alle corde vocali. Indubbiamente, la sua voce risulta oggi affievolita. Lo stile di canto compensa però in termini di fascino quanto ha perso in volume (un’oculata scelta del repertorio potrebbe garantirgli ancora molti anni di carriera): giacché l’artista è diventato ancora più grande. Sfoggiando una variegatissima tavolozza di colori e di accenti, in assoluta sintonia con una recitazione ammiccante e variegata, ha tratteggiato un Nemorino di una poesia malinconica e sfuggente alla Charlot, punto focale di uno spettacolo di impalpabile leggerezza ambientato in una provincia campagnola dell’Italia anni Cinquanta, che la felicissima ripresa di Hans Christian Räth, assistente di Pelly, taglia su misura dei singoli interpreti.
Tutti di primissimo ordine, dalla vivacissima Adina di Nino Machaidze, al gustoso Belcore di Gabriele Viviani, fino all’irresistibile - sia scenicamente che vocalmente - Dulcamara di Ambrogio Maestri.
Altrettanto fondamentali al felice esito complessivo sono parsi altri due eccezionali interpreti. Il coro di Bruno Casoni, di incredibile bravura anche nella recitazione: straordinaria per morbidezza e varietà d’intenzioni la scena contadine-Giannetta in cui viene rivelata l’improvvisa ricchezza piovuta addosso al sempliciotto che istantaneamente si trasforma nel partito più ambito del paese. E la direzione di Donato Renzetti, che non solo ha accompagnato i cantanti come adagiandoli su un cuscino di piume, ma ha sfoggiato veri e propri virtuosismi di concertazione, soprattutto nel settore dei fiati.