pianoforti Martha Argerich, Stephen Kovacevich, Gabriela Montero
violini Joshua Bell, Renaud Capuçon, Henning Kraggerud
viola Yuri Bashmet
violoncello Mischa Maisky
dvd Medici Arts 3070928
La Medici Arts aveva iniziato qualche anno fa a trasmettere in streaming video i concerti più interessanti del Festival di Verbier senza particolari “protezioni” ossia senza impedire che qualche buon utilizzatore dei software di video capture potesse registrare in qualità decente le trasmissioni stesse. La politica è recentemente cambiata e di fronte all’impossibilità di operare come in passato non resta che ... acquistare i dvd che vengono messi in commercio. Tra i pezzi forti di questo videodisco citerei essenzialmente la Sonata per violino e pianoforte di Bartok con Capuçon del 27 luglio 2007, il Quintetto op. 57 di Sostakovic e la Partita in do minore di Bach. Quest’ultima, accanto alle Kinderszenen di Schumann che erano apparse in un altro dvd, rappresenta praticamente l’unico indizio per un poco probabile ritorno in pubblico della Argerich in qualità di solista all’interno di un recital completo. Grande musica e interpreti tutti di grande levatura.
Luca Chierici
interpreti I. Dam-Jensen, A. Scholl, C. Dumaux, T. Semmingsen, B. K. Jensen
direttore Lars Ulrik Mortensen
orchestra Concerto Copenhagen
regia Francisco Negrin
regia video Uffe Borgwardt
formato 16:9
sottotitoli It., Ing., Fr., Ted., Sp.
2 dvd Decca 0743348
La storia di Partenope regina di Napoli corteggiata da quattro principotti bellimbusti tra i quali si barcamena con arte sopraffina (c’è Arsace, che lei preferisce ma che per lei ha lasciato Rosmira la quale l’ha inseguito e, onde poter restare anche lei in quelle stanze, s’è vestita da uomo e corteggia la padrona di casa; c’è il languido timidone Amindo; e c’è Emilio, battagliero principe di Cuma che vuole tanto la donna quanto il di lei regno), è la stessa della Rosmira fedele di Vivaldi di recente emersa anch’esso dall’oblio: ma, senza voler far troppo torto al Prete Rosso, Händel musicalmente la vince mentre neppure c’è gara sul piano teatrale. La si conosceva, quest’opera, attraverso le registrazioni di Kuijken e di Curnyn (costui l’ha di recente portata in scena al Coliseum di Londra in uno strepitoso spettacolo di Christopher Alden, il non meno talentuoso gemello di David): vi s’affianca adesso questo video, con la forza d’uno spettacolo a mio avviso tra i massimi mai raggiunti dal recente repertorio barocco.
Ancora una volta, Händel si dimostra instancabile sperimentatore di drammaturgie innovative o comunque ricche di possibilità al di fuori dei più consolidati schemi. Qui, difatti, s’avventura sul terreno della commedia, caratterizzata da una licenziosità tutta a fior di pelle, punteggiata sia da oasi di pungente melanconia sia da azzeccatissime frecciate satiriche: contraltare pertanto perfetto dei lavori più riusciti di William Congreve (Amore per amore; ancor di più Così va il mondo), coi quali condivise - stupirebbe il contrario - l’avversione riservata loro dalla bigotta borghesia emergente, antesignana, e per ragioni abbastanza analoghe, del puritanesimo vittoriano.
A queste premesse, Negrin reagisce in maniera conseguente. Lascia del tutto perdere pepli corazze spade e cimieri, proprio come aveva in mente Händel che parlava di Dei ed eroi intendendo i riconoscibilissimi aristocratici inglesi: e imposta la propria regia su un’intelligente, fantasiosissima rivisitazione della migliore sophisticated comedy hollywoodiana. Un po’ di Lubitsch nell’impianto assai chic; molto di Hawks nel ritmo narrativo; moltissimo di Wilder nell’acre vetriolo ironico che sprizza per ogni dove: il tutto, attraverso una recitazione che definire sublime non è far dell’iperbole bensì registrare semplicemente un fatto. Tuva Semmingsen, nei finti panni mascolini di Eurimene, sembra la Katharine Hepburn di Il diavolo è femmina; il controtenore Andreas Scholl fa il fatuo debosciato meglio di Cary Grant al suo meglio nelle innumerevoli pellicole basate sullo scontro dei sessi, quelle di Cukor in testa; l’altro controtenore, Christophe Dumaux, ricalca con humour impagabile il Jimmy Stewart di Scandalo a Filadelfia; Bo Jensen è il macho un po’ calcolatore e parecchio tontolone che in giochi del genere perde sempre e tutti ne sono lieti; e la protagonista Inger Dam-Jensen guarda agli esempi supremi della Rosalind Russell di La ragazza venerdì e della Jean Harlow di Argento vivo, uscendo con tutti gli onori da simile arduo cimento.
Direzione spigliatissima al pari della regia, e canto che farà sicuramente imbufalire i custodi del cimitero degli elefanti in crisi d’astinenza da flabelli e pennacchi per la parte scenica, e da trilli, messe di voce, cavate fantasmagoriche delle dive d’antan per quella vocale: qui la fusione tra i due aspetti avviene al contrario, ovvero voci piccole, timbri di bellezza normale, tecniche buone ma non certo trascendentali, al servizio però dell’alchimia teatrale che il vile piombo vocale muta nell’oro del grande artista della parola in musica musicalissimamente padroneggiata, fusa col gesto del grande attore. Per me, questo è teatro ad alto livello. Piaccia o no (a me mi piace) l’opera è - oggi - sempre più teatro in musica. Per coloro che la pensino così, questo video è un must, e magari ci fosse anche quello di Alden, ambientato nella Parigi Dada di Coco Chanel e di Nancy Cunard, fotografate da Man Ray nei panni di Emilio! Gli altri, fuggano a gambe levate a far compagnia alle cariatidi custodi del fonografo a tromba e per le quali il teatro è orrida blasfemia.
Elvio Giudici
interpreti J.-M. Charbonnet, V. Vaneev, S. Kunaev, V. Grivnov
direttore James Conlon
orchestra Maggio Musicale Fiorentino
regia Lev Dodin
regia video Andrea Bevilacqua
formato 16:9
sottotitoli It., Ing., Fr., Ted., Sp., Russo
2 dvd Arthaus 101387
Filmato nel 2008, lo spettacolo aveva mostrato già una decina d’anni prima la sua splendida scenografia tutta listoni lignei e su due livelli di David Borovsky, il leggendario collaboratore per oltre trent’anni di Yuri Lyubimov al teatro Taganka: morto nel 2006, la sua opera è stata rimontata alla perfezione dal figlio Alexander, anch’egli scenografo e attuale colonna sia del teatro d’Arte di Mosca sia dell’Alexandrinsky di San Pietroburgo. Il teatro Malyj di San Pietroburgo, che Lev Dodin guida in prima persona dall’83 dopo avervi impresso una determinante svolta nei dieci anni antecedenti, nella sua spiccata impronta psicologico-realistica è parecchio affine al linguaggio cui s’è sempre attenuto il Taganka (e d’altronde, Borovsky creò le scene per Lyubimov allorché questi montò nel 1990 la Lady Macbeth ad Amburgo): in entrambi, la marcata rinunzia al naturalismo porta a impiegare gli (scarsi) oggetti quotidiani quali materiali inerti d’un procedimento narrativo centrato per intero sulla fisicità attoriale. Recitazione che quanti hanno applaudito i molti suoi spettacoli di prosa a Milano e Torino riconosceranno subito come tipicamente riferibile a Dodin: articolatissima nel basarsi su quadri d’insieme di straordinaria fluidità, ogni momento conseguente all’altro e ciascuno mirato a definire psicologie spicciole che, sommandosi e integrandosi alla perfezione, compongono uno spaccato sociale. Là dove serve, Dodin ricorre anche al naturalismo: virandolo però in simbolo, sorta di primo piano simultaneamente scenico e musicale (sottolineato in tal caso dal salire del piano su cui siede l’orchestra fino al livello del palcoscenico; in dvd, inevitabile, l’effetto si perde un po’), ottenendosi non già un allentamento di tensione bensì l’esatto suo contrario. Esempio calzante, la celebre scena di sesso tra Sergei e Katherina: quando il frenetico ondeggiare d’una semplice lampada di ferro appesa al soffitto allude agli invisibili colpi di reni con un’efficacia la cui intensità ciascuno costruisce con la propria fantasia e recettività nel confrontarsi col magmatico ribollire strumentale.
In perfetta identità d’approccio, la direzione di Conlon evidenzia i più minuti particolari integrandoli uno nell’altro con un procedimento “cinematografico”, per così dire, che è poi quello stesso su cui la partitura si costruisce: tutta rubati, sottili pulsioni dinamiche, esplosive scansioni ritmiche sciolte istantaneamente in microstrutture cameristiche che l’orchestra sostiene superbamente, così che l’atmosfera creata dall’esemplare fusione di suono e gesto cattura alla prima nota e non ti lascia se non all’ultima. Un tipo di spettacolo, inoltre, ideale a riassorbire talune falle vocali attribuibili a carenze più fisiche che tecniche..
Un po’ esile e corta, difatti, la voce di Sergei Kunaev per reggere le impennate di Sergei; e percettibili durezze nelle repentine fiondate all’acuto d’una Charbonnet molto più soprano lirico che spinto: ottimi attori entrambi, però (lei, in particolare, trova nella scena finale momenti strepitosi), e soprattutto capaci di fraseggiare lungo una tavolozza accentale che tale recitazione giustifica e completa in modo magnifico. Il Boris di Vladimir Vaneev, poi, è memorabile. Non ricerca una grandiosità plebea ma accentua invece la piccineria laida di chi ha i soldi e comanda con becera cattiveria perché la struttura sociale glielo consente: linee vocali dunque non caricate ma al contrario sfumate, contorte, con repentine oasi d’una sensualità come sfatta, che capisci subito quanto sia venata di sadismo, cui si contrappongono scatti isterici di perfidia compiaciuta. Superbi i molti – e tutti determinanti – ruoli di fianco, e benissimo il coro: gli insistiti primi piani del quale, tuttavia, evidenziano a mio parere troppo il sensibile divario tra canto, ottimo, e recitazione invece alquanto parrocchiale.
Elvio Giudici
interpreti A. Winska, H. Thate, K. Streit, A. Korn, E. Szmytka, W. Gahmlich
direttore Nikolaus Harnoncourt
orchestra Staatsoper di Vienna
regia Ursel e Karl Ernst Herrmann
regia video Brian Large
formato 4:3
sottotitoli Ing., Fr., Ted., Sp., Cin.
2 dvd Dg 004400734540
Spettacolo del 1989, ripreso al teatro An der Wien durante le Wiener Festwochen. Direzione tipica dell’Harnoncourt mozartiano di allora, in piena virata rispetto ai suoi inizi e pertanto assai diversa dall’incisione solo audio dell’85 per la Teldec: agogica rallentata, ricerca di molte nuance all’interno di una nuance, attenuazione drastica della bruciante sofferenza sensuale e desolazione melanconica che - complice anche la regia di Ponnelle - permeavano l’approccio zurighese di soli cinque anni prima. Analoga eliminazione drastica d’ogni concessione farsesca, naturalmente, grazie alla regia di stampo classico degli Herrmann, lineare e asciuttissima ma lontana dagli esiti massimi del Tito, dell’Idomeneo, del Così fan tutte.
Un muro bianco con porta nera all’inizio (e Belmonte “emerge” dall’orchestra approdando in questa landa che sembra remota ed è invece culla della ragione e della tolleranza), poi una sorta di labirinto visto dall’alto nel quale soprattutto Selim e Konstanze s’aggirano inquieti (“Martern aller Arten” cambia così carattere non di poco, e non certo in peggio), per poi sparire in una discesa invisibile posta al termine del percorso. E analogo impianto narrativo serrato in un unico arco privo di sbavature o divagazioni: rilievo insolito vi assume Selim, attore eccezionale nel plasmare una sorta di spleen nient’affatto sensuale bensì disincantato, profondamente scettico fin dal suo comparire sdraiato languido sulla portantina con una rosa bianca in mano, che dona a Konstanze contemplandone aggrondato - ma come se l’aspettasse - l’accettazione forzata. Lettura indubbiamente interessante, sia musicalmente sia scenicamente.
A limitarne però non di poco l’impatto, è che il migliore di tutto il cast sia proprio Selim, impersonato da Hilmar Thate: antica colonna del Berliner Ensemble, attore eccelso di teatro e di cinema (era il giornalista del Veronika Voss di Fassbinder), secondo me surclassa persino il Brandauer del video BelAir con la regia di Miller. Acidula, tagliente come una lama di rasoio in alto e vuotina in basso, Aga Winska risulta peggiorata rispetto alla già brutta esecuzione di Drottningholm con Östman. Artur Korn è un Osmin formato tascabile, che la regia rende un cucciolone introverso e scontroso con diversi spunti intrigantissimi, vanificati però da canto ai limiti dell’inconsistenza. Appena discreti la Szmytka e Gahmlich, veterani dei ruoli di Blonde e Pedrillo, l’unico canto accettabile è quello di Kurt Streit, peraltro non in serata delle più felici.
Elvio Giudici
interpreti S. Daolio, D. Formaggia, P. Dilengite, N. Carone
direttore Manlio Benzi
orchestra Internazionale d’Italia
regia Alessio Pizzech
regia video Matteo Ricchetti
formato 16:9
sottotitoli It., Ing.
dvd Naxos 2.110263
Cosa può fare un re in incognito se non innamorarsi d’una povera villanella? E cosa fa una villanella per bene che s’è innamorata d’un re, allorché cade l’incognito e lui è costretto a tornare al suo paese per salvarlo da un’inopportuna rivoluzione (sempre utili, i cosiddetti e non meglio specificati nihilisti, come Giordano aveva scoperto già in Fedora), se non lasciarlo andare raccomandandogli di pensare talvolta a lei? I romanzi popolari della Salani. I bassifondi del teatro borghese piccolo e minimo frequentato dagli abbonati all’Illustrazione Italiana, e gli angiporti ancor più infimi del melodramma d’inizio secolo. Tutto si tiene, e tutto si autocelebra entro quel composito blocco di compositori tra i quali Giordano s’intruppa e che programmaticamente - ovvero sciaguratamente - volge le spalle all’Europa, cui guarda invece Puccini nelle sue vesti di unico erede di Verdi. Puccini. Nel teatro del quale, le trame possono magari essere simili (ma mai sceme come questa, e neppure antesignane del gusto alla Grand Hotel come Fedora), però la loro traduzione musicale sta su galassia diversa da questa: popolata da canzoncine da salotto non più aristocratico bensì piccolo e piccolissimo borghese, il cui gusto permea da cima a fondo un’opera nata morta ma costretta ai soliti due passi fuori dalla tomba imposti dal solito festival in disperata ricerca d’evento. L’orchestra strimpella sulla soglia minima del decoro, il coro è uno strazio, la scena in pratica non c’è e ognuno passeggia, casca, sta lì come e quanto gli pare: Serena Daolio mostra un discreto materiale, che ove ammorbidisse l’emissione al presente piuttosto rigida e spinta, potrebbe sperare in una carriera; Danilo Formaggia canta “O mia Marcella, abbandonarti?” non proprio come Schipa in una sua famosa incisione, ma è l’unico che canti fraseggiando e mostrando un’autonoma capacità di stare in scena. (28 agosto 2009)
[interpreti] M. Lincoln, G. Mackay-Bruce, D. Knock, I .Jervis, M. Kesselman
[orchestra] strumentisti vari
[regia] Tony Britten
[regia video[ Tony Britten
[formato] 16:9
[sottotitoli] nessuno
[dvd] Signum Vision 004
Due numeri fa ho avuto modo di parlare della compagnia Music Theatre London: una sorta di Opera Pocket per la quale Tony Britten ha tradotto il Falstaff di Verdi arrangiandone la musica per dieci elementi. Operazione analoga l’ha condotta su Bohème: e con analoga felicità di risultati. Niente coro, ambientazione la Londra moderna, Rodolfo aspirante scrittore di teatro, Mimì non più tisica bensì persa nel gorgo della droga, come apprendiamo da un rapido intermezzo tra secondo e terzo quadro, quando dopo una notte d’amore la vediamo alzarsi di nascosto e prepararsi una dose, nonché allontanarsi dal pub dov’è in compagnia degli amici per seguire un pusher che le ha fatto cenno.
Quello che immediatamente colpisce, è come anche da un contesto musicale che di per sé sarebbe prossimo al musical, basti ben poco per spazzar via ogni traccia del nefasto puccinismo in cui ad esempio il bruttissimo musical Rent stava immerso fino al collo. La gestualità quotidiana d’una recitazione asciutta e priva d’ogni enfasi, che si potrebbe benissimo replicare sul palcoscenico lirico, dimostra quanta forza teatrale possieda una vicenda insensatamente accusata di zuccherosa melensaggine. Così come, proprio perché prosciugate dall’impetuoso erompere degli archi e armonicamente stenografate, se ne comprendono anche meglio le strutture interne e, con esse, la genialità con cui la scrittura sa piegarla a un dialogo teatrale che Puccini è l’unico tra gli operisti del Novecento – non solo italiani – ad aver raccolto da Verdi e ad aver portato più avanti lungo vie diverse ma altrettanto valide. Inutile sottolineare quanto recitino tutti da padreterni, e quanta musicalità ne regga il canto (fa un po’ soffrire solo il registro acuto vetroso e acidulo di Mimì, ma pazienza): teatro di grandissimo livello, dunque, come già nel caso del precedente Falstaff. In entrambi i casi, tuttavia, s’è costretti a segnalare la grave mancanza di qualunque sottotitolo: quantunque eccellente sia la dizione di ciascuno, aver sott’occhi il testo inglese gioverebbe assai.
Nel mondo del rock progressivo, ma anche in certi circoli della musica colta, Brian Eno è trattato con grande rispetto, se non proprio come un autentico guru. In ambienti culturali nei quali il pensiero debole è considerato un pregio, in cui una sorta di snobismo al contrario fa delle cose più elementari veri e propri paradigmi (ce ne sono anche in Italia), ecco prosperare interesse e attenzione per una musica completamente insulsa, per un compositore privo del pur minimo interesse. A chi pensa che tutta la premessa sia esagerata, si consiglia caldamente la visione di questo dvd Music for Airports, dove il pur notevole ensemble newyorkese Bang on a Can arrangia ed esegue quattro frammenti dall’originale album di Eno (datato 1978), pensato per voci, vari strumenti e sintetizzatore. Sarà pur vero che egli concepì il pezzo come ambient music, per essere fruito in un aeroporto (il Fiorello La Guardia di Nwe York) a diversi livelli di attenzione, però la ricercata semplicità qui rasenta l’analfabetismo musicale. Se a ciò s’aggiunge un insopportabile video – cinquanta minuti di immagini sfocate di vari luoghi aeroportuali (sale d’attesa, pista di decollo, ecc.) - realizzato da Frank Scheffer, il disastro è completo. Molto più interessante, perlomeno a livello informativo, il documentario In the Ocean, che illustra la storia e la filosofia del gruppo Bang on a Can.
[soprano] P. Hoffmann
[recitante] J. Leutgeb
[regia] R. Hoffmann
[scene] Z. Hadid & P. Schumacher
[ensemble] Recherche
[direttore] Beat Furrer
[dvd] Kairos
Il teatro di Beat Furrer da anni sancisce, modernamente, l’impossibilità di raccontare in maniera lineare una storia, però non rinuncia, contro la post-modernità, alla complessità di pensiero; anzi proprio in virtù della prima radicale rinuncia, Furrer è libero di cercare forme nuove, rimanendo fedele a uno sperimentalismo che non è però mai astruso, fine a se stesso. Furrer non confonde mai libertà con l’arbitrio; le sue scelte musicali si fondano sempre su ragioni drammaturgiche, anche se su di una drammaturgia evidentemente non convenzionale. Begehren (Desiderio) è la sua ultima fatica, presentata a Graz nel 2003, con la regia e coreografia di Reinhild Hoffmann, scenografia della grande architetto iraniana Zaha Hadid e di Patrik Schumacher. Di quest’opera la Kairos ha già pubblicato il cd, da noi recensito; adesso pubblica il dvd di quella performance. Come s’anticipava, la drammaturgia è già insita nella música di Furrer, Hoffmann si “limita” ad assecondare le scelte musicali con uno spettacolo essenziale, scabro, dove però le due figure principali (LUI e LEI, interpretati rispettivamente dall’attore Johann Leutgeb e dal soprano Petra Hoffmann) trovano incarnazione in due personaggi concreti, visione moderna dell’eterno mito di Orfeo. Uno spettacolo imprescindibile per capire alcune delle ragioni d’essere del teatro moderno.
[interpreti] R. Gilfry, C. Tilling, H. Delamboye, T. Randle, A. Arapian
[direttore] Ingo Metzmacher
[orchestra] The Hague Philharmonic
[egia] Pierre Audi
[regia video] Misjel Vermeiren
[formato] 16:9
[sottotitoli] It., Ing., Fr., Ted., Sp., Ol.
[dvd] 3 Opus Arte OA 1007
La doppia occasione favorevole del centenario della nascita di Messiaen e d’un allestimento della sua unica opera ad Amsterdam, (uno dei teatri attrezzati a videoregistrare professionalmente ogni loro produzione, offerta poi alle diverse etichette dvd che possono pubblicarla subito o dopo qualche tempo: lungimiranza allo stesso tempo commerciale, promozionale ma anche artistica che da noi - Scala in testa - sono ben lungi dall’aver compreso, perpetuando così una cecità gestionale d’antiche e consolidate radici) fa sì che approdi al dvd lo spettacolo di Audi, anziché quello supercelebre di Peter Sellars scelto da Gerald Mortier a inaugurare la sua gestione sia del festival di Salisburgo sia di quello della Ruhr.
Iniziativa coraggiosa, dunque: premiata dall’eccellenza d’una realizzazione esemplare. Innanzitutto, Metzmacher dirige benissimo: all’insegna dell’energia e dell’agogica spedita in luogo del languore metafisico; e dove l’attenzione estrema al dettaglio s’iscrive in una visione d’insieme dal potente respiro narrativo e dalla progressione drammatica priva d’alcuna soluzione di continuità. La decisione di Pierre Audi di porre l’immensa orchestra sul palcoscenico, alle spalle dei cantanti, crea spontaneamente un intimismo ideale alla natura dell’opera, senza nulla sacrificare del suo gigantismo sinfonico. L’azione si concentra sul piccolo rettangolo ligneo lievemente rialzato al proscenio, tra pochissimi elementi scenici dal tratto infantile, come potrebbero disegnarli i bambini che circondano Francesco nei celebri tre quarti d’ora della predica agli uccelli: gestualità asciutta, ma mai ieratica e neppure stilizzata, a scansare per quanto umanamente possibile l’effetto oratorio e a sciogliere i fitti simbolismi etico-religiosi alla Paul Claudel del testo.
Molto aiutata in questo dalle eccezionali riprese di Vermeiren, che sfrutta ogni angolatura possibile: il montaggio provvedendo poi a comporre una fusione suono-immagini tra le più esemplari dell’intero catalogo video. Rod Gilfry fa un Francesco tutto diverso da quello di van Dam creatore del ruolo, ma non meno efficace: più terragno, per dir così, meno trascendente ma non per questo meno poetico, oltre al fatto che canta benissimo e con un fior di voce. Discreta Camilla Tilling come Angelo (ma spero lassù si canti con più levigata morbidezza); grande artista Hubert Delamboye nei panni invero bizzarri del Lebbroso (una guaina di plastica gialla tutta maculata di nero); eccellente il gruppo dei frati, e formidabile l’imponente massa dei centocinquanta coristi.
Elvio Giudici
Mozart Concerti K 466 e 242 Adagio K 261 e Rondò K 373 Sinfonia K 373 Beethoven III Tempo del Triplo Concerto
[pianoforte] Martha Argerich, Paul e Rico Gulda
[violino] Renaud Capuçon
[violoncello] Gautier Capuçon
[direttore] Christian Arming
[orchestra] New Japan Philharmonic
[dvd] Opus Arte
Di grande rilievo in questo dvd è soltanto la bellissima interpretazione di Martha Argerich del Concerto in re minore K 466 di Mozart. Non può presentare lo stesso interesse la pur pregevole esecuzione del Concerto per 3 pianoforti K 242 insieme con i figli di Friedrich Gulda, che era stato uno dei suoi maestri (dove si nota la stravaganza di una cadenza del terzo tempo in cui i pianisti citano altra musica di Mozart del tutto estranea). Il resto è indicato come “bonus” perché non rientra nel titolo del dvd (Martha Argerich plays Mozart live from Tokyo); ma faceva a quanto sembra parte del programma eseguito a Tokyo il 27gennaio 2005 in una serata dedicata alla memoria di Gulda. I fratelli Capuçon sono i protagonisti con la Argerich di una bella esecuzione del III tempo del Triplo di Beethoven (perché solo il III tempo?); inoltre il violinista Renaud suona l’Adagio K 261 e il Rondò K 373 e il direttore Christian Arming conclude con una breve sinfonia del 1779. Tutto di buon livello; ma restano memorabili soltanto la misura, l’intensità poetica, la ricchezza di sfumature con cui Martha Argerich suona il Concerto K 466.