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Recensioni Libri

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Jonathan Cott
Conversazioni con Glenn Gould
editore Edt
pagine 121    
euro 12,50

Nel 1974 la figura di Glenn Gould era così “rock” che “Rolling Stone” gli dedicò una lunga intervista, pubblicata in tre puntate. Aveva 42 anni e da dieci aveva abbandonato la vita concertistica per dedicarsi alla sala d’incisione e alla creazione di programmi radiofonici e televisivi. Un “personaggio” per il music magazine, quasi come gli eponimi divi. Incalzato da John Cott, e nonostante la sua proverbiale timidezza, Gould si racconta a ruota libera, con una franchezza che non si ritrova nei suoi scritti. E affronta, compendiandoli, i temi a lui più cari: la registrazione come arte, il rapporto coi grandi compositori del passato, la curiosità nei confronti delle musiche che piacevano ai suoi “ospiti”. Pubblicata in volume nel 1984, tradotta in italiano già nel 1991, l’intervista esce ora per Edt in una nuova traduzione, completa di repertorio musicale e programmi radiofonici e televisivi di Glenn disposti in bell’elenco. Restando, al di là di tutto, un significativo esempio delle potenzialità che si annidano nell’incontro tra mondi e culture diversi.
Andrea Estero
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Marco della Sciucca
Palestrina
editore L’Epos
pagine 414    
euro 43,80

Per i compositori classico-romantici troviamo le più ardite definizioni. Quando invece si tratta delle precedenti civiltà musicali gli individui passano in secondo piano. Si parla solo di stile, generi e tecniche compositive. Ma Josquin è come Dufay, Agricola come Palestrina? In controtendenza con questa musicologia “straniante”, esce questa bella monografia palestrianiana di Marco Della Sciucca. L’autore definisce la sua strategia “reinvenzione narrativa”. Che significa intrecciare vita, opere, contesto culturale, stile. E restituire ai grandi autori preclassici un’anima. Se davvero su Palestrina non esistono fonti musicali e documentarie da dissodare, ma solo da raccogliere in unico volume, non restava che ricomporre l’affresco in unità. Della Sciucca compie questo sforzo esegetico in tre vasti capitoli, fanciullezza e adolescenza, maturità, gli ultimi anni, come nelle antiche monografie di un tempo. Comprimendo fortuna, mito e “ricezione” del Nostro (una materia sterminata) in poche pagine. La trattazione è però per nulla “romanzata”, ma condotta con una capacità d’indagine analitica rara, soprattutto in questi repertori. E d’altra parte catalogo delle opere, bibliografia e discografia confermano la solidità di una monografia esemplare.
Andrea Estero

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Samuel Adler
Lo studio dell’orchestrazione
a cura di Lorenzo Ferrero
editore Edt
pagine 923
euro 49
Rispetto all’armonia, al contrappunto, alla “dottrina delle forme”, è stata considerata alla stregua di un pensiero debole. Un sapere che si acquisisce sul campo. E del tutto secondario, anche cronologicamente nella genesi di un’opera (prima si scrive lo scheletro, poi si strumenta). In realtà l’orchestrazione è un ambito ad alto grado di sistematicità. Certo mai deduttiva, con regole calate dall’alto; ma sempre frutto dell’osservazione empirica. Finalmente esce in italiano il più completo, utile, ricco manuale per lo studio di questa seducente pratica. Dove s’impara che i primi e unici teorici di questa pratica sono stati loro: gli stessi compositori. (3 settembre 2009)
Andrea Estero
 
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Caroccia, Maione, Seller
Giuseppe Martucci e la caduta delle Alpi
editore Lim
pagine 450
euro 40
 
Che l’Italia dell’Ottocento non sia stata solo melodramma è ormai cosa nota. Che le relative testimonianze strumentali non siano però tutte, per il solo fatto di essere esistite, ugualmente significative è altrettanto di pubblico dominio. Ma un nome dovrebbe decisamente essere sottratto all’oblio: quello di Giuseppe Martucci. A cento anni dalla sua scomparsa la Società italiana di musicologia e il Conservatorio di Napoli, con la città natale di Capua, gli hanno dedicato un convegno. I cui atti vengono ora pubblicati con un titolo che promette un sicuro impatto. Perché una benefica invasione di temi e sensibilità “oltremontane” ci fu davvero nello Strapaese Italia tra Otto e Novecento. E Martucci ne fu protagonista. Con i saggi di Marina Mayhofer, Giorgio Sanguinetti, Pier Paolo De Martino, Bianca Antolini, Antonio Rostagno, Quirino Principe e molti altri questa storia viene alla luce nei suoi dettagli: contestuali, musicali e culturali. E se è vero che la storiografia non debba stare sempre e soltanto con i vincitori, può senz’altro contribuire  alla giusta riscossa dei vinti. (25 agosto 2009)
Andrea Estero
 
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Reinhard Strohm
The Operas of Antonio Vivaldi
[editore] Olschki
[volumi] 2
[pagine] 790
[euro] 85
 
 
L’inglese è (col tedesco) la lingua forte della musicologia internazionale. Inglesi e americani, c’è niente da fare, sono i più bravi (perché il sistema internazionale incoraggia, nei loro paesi, la ricerca). Così l’Istituto italiano Antonio Vivaldi, con la Fondazione Cini di Venezia, commissiona il volume “che mancava” sul Prete Rosso a Reinhard Strohm. E la Olschki lo stampa nella stessa lingua dell’eminente professore di Oxford, destinandolo a un’ampia circolazione internazionale. Un libro, c’era da aspettarselo, che sprizza autorevolezza da tutte le pagine. Strohm lo conosciamo come acuto studioso dell’opera del Settecento (L’opera italiana del Settecento, Venezia, Marsilio, 1991, questa volta tradotto in italiano). Ora si concentra sull’ambiente operistico veneziano della prima metà del XVIII secolo, analizzandolo dal punto di vista storico, stilistico, “materiale”, delle estetiche e prassi esecutive. Per poi passare al setaccio di un accurata descrizione (musica e libretto) i più di quaranta titoli che possono considerarsi “opere”, “pasticci” compresi.  
Andrea Estero
 
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Mauro Balestrazzi
Pavarotti Dossier
[editore] L’Epos
[pagine] 263
[euro] 28,30 
“C’è un Luciano da salvare”, titolava l’articolo di Elvio Giudici, comparso sul numero di “Classic Voice” dell’ottobre 2007, un mese dopo la scomparsa di Pavarotti. Ed era “il cantante d’opera” che lui stesso voleva restare post mortem, temendo di essere fagocitato dal suo alter ego, Big Luciano, il fenomeno mediatico di cui, nello stesso numero, scriveva Alberto Mattioli. Ci pensa ora Mauro Balestrazzi ad articolare e ampliare questa tesi, peraltro condivisa da molti. E lo fa con un libro intelligente, dai benefici immediati. Raccogliendo e sistemando significativi documenti relativi alla ricezione critica su uno dei tenori più importanti del Secondo dopoguerra. Come cantava, quali ruoli gli erano più congeniali e perché, quali i pregi e le debolezze della sua voce? I passaggi cruciali della sua carriera nelle parole della stampa italiana e internazionale. Muoia Big Luciano, viva Luciano Pavarotti. Ma la cura avrà effetti duraturi?
Andrea Estero 
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Susanna Pasticci
Parlare di musica
[editore] Meltemi
[pagine] 263                                
[euro] 21
 
 
Parlare di musica. Non solo scriverne. Tradurre in parole, frasi e concetti un’esperienza percettiva, sensoriale, emotiva. Il nuovo libro curato da Susanna Pasticci arriva al nocciolo della nostra esperienza di appassionati, commentatori, più o meno chiacchieroni (non importa se professionisti o dilettanti): piegare quel vissuto a forme, del linguaggio e del pensiero, totalmente estranee. Frasi principali e secondarie, periodi più o meno ipotetici, costruzioni sintattiche eleganti e no, regolano il nostro ragionare. Ma non il nostro sentire (e forse, neanche il vivere). Ecco il problema, affrontato nell’introduzione dalla curatrice, che riannoda i fili dall’estetica romantica alle riflessioni contemporanee, e poi sviluppato da Gian Piero Moretti in un più denso intervento. Che Anna Proclemer e Antonio Sardi de Letto, svolgono in forma di dialogo. E che Valerio Magrelli sonda con le seduzioni della su poesia. Piace in questo volume il passaggio dalla densità di alcuni saggi alla scorrevolezza discorsiva di altri. Il sapere formalizzato e la (predominante) testimonianza personale. Che cadenza anche l’articolazione dei capitoli centrali. Nel secondo si parla di “spiegare la musica”, divulgarla. E si va dall’esperienza dei programmi di sala redatti per la Filarmonica romana (Arrigo Quattrocchi), al bel sito dell’Università di Siena tutto scienza e divulgazione (Talia Pecker Berio, Cecilia Panti). Meno centrato l’intervento di Giordano Montecchi sulla presenza della musica su quotidiani e periodici in generale: l’articolo su un giornale, anche una semplice recensione, non è divulgazione, ma informazione: la quale ha i suoi statuti, le sue regole e professionalità (e una non trascurabile letteratura teorica). Come d’altra parte conferma l’intervento di Massimo Acanfora Torrefranca sulle guide all’ascolto nei cd, analizzate nella prospettiva di più ampie strategie di comunicazione. Belli e documentati i saggi del capitolo “raccontare la storia della musica” (Piperno, Giuriati, Petrobelli, quest’ultimo in un illuminante dialogo sull’Opera con Antonio Rostagno) anche se non tutti trattano dell’oggetto promesso (più “disciplanato” quello di Zenni sul jazz). Di musica si parla anche alla radio e tv. Come? Chiediamolo a Luca Marconi, autore di una vera e propria semiologia dei passaggi televisivi, qui accompagnata da un più esperienziale, ma non meno significativo, scritto di Susanna Franchi. Stefano Catucci svela i retroscena della conduzione “classica” su Radio3, tra storia e cronaca. Nell’ultimo capitolo parlano i musicisti. Con Campogrande e Signorini anche Max e Francesco, fratelli Gazzè.
Andrea Estero
 
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Renato Meucci
Strumentaio
[editore] Marsilio
[pagine] 391                                
[euro] 29 
Costruire strumenti musicali è un lavoro artigianale. Lo “strumentaio” appartiene alla stessa schiatta dei falegnami, orafi, calzolai. Il neologismo, che recupera in realtà una terminologia attestata storicamente, è di Renato Meucci, autore di un libro originale e avvincente, oltre che documentatissimo. Indispensabile per ogni ricerca musicologica che necessiti - come capita spesso - di approfondimenti organologici. 
Gli strumenti musicali sono un manufatto inserito in un contesto produttivo autonomo. C’è un mercato che determina, oggi come ieri, la loro fabbricazione. Con tutti i possibili nessi sociali, legislativi, professionali. Dall’affascinante ambiente dei costruttori di clavicembali di Anversa, ai liutai lombardi. Fino all’industrializzazione - che vede il tramonto dei costruttori italiani - e ai successivi “ritorni” artigianali. 
D’altra parte flauti, violini e compagnia suonante sono da sempre in forte relazione con il mondo del pensiero e delle idee estetiche, perché interpretano le esigenze poste dalla creatività. Come scordare che i legni con le chiavi furono “inventati” per assecondare il nuovo protagonismo strumentale tra Sette e Ottocento? Meucci padroneggia da par suo questa vasta materia corredandola con una vasta bibliografia e un significativo apparato iconografico.
Andrea Estero
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