BOLOGNA - Che sia un’opera seria, Idomeneo, è sicuro: struttura musicale, argomento, taglio narrativo sono quelli. L’involucro musicale, pertanto, deve esaltare la severa classicità d’un impianto che guarda dappresso al marmo della tragédie-lyrique francese esposto tuttavia a un’aria oltremodo mozartiana nel soffio melodico, nell’intrico sapiente delle armonie (il proliferare delle tonalità minori!) e dei passi contrappuntistici, con le “rotture” che modulazioni dissonanti, cromatismi, impasti timbrici insoliti incidono su quel marmo con effetto il cui choc era allora immediato e oggi va invece ricreato. Tutto questo, Michele Mariotti l’ha evidenziato splendidamente (che lavoro, quello sui fiati!), ribadendo ancora una volta la sua statura di grande direttore. (...)
Contrasto di civiltà, rapporto padre-figlio, nuovo ordine sociale che l’utopia vorrebbe far nascere sulle ceneri d’un integralismo sordo a ogni ragione: Idomeneo è senza dubbio tutto questo. Ma allora, in sostanza è un processo di crescita, è la possibilità d’un mutamento che da altro non può nascere se non dall’accettazione di sé e delle proprie responsabilità. Qualcosa che riguarda la mente, insomma. Allora Davide Livermore, durante l’ouverture, presenta Idomeneo che getta in una vasca vari oggetti connessi metaforicamente a ciò con cui deve confrontarsi: pezzi di frontoni di templi greci quali retaggio della cultura; macchine vistose indispensabili allo status sociale; un letto dove sesso e amore possono essere complementari oppure antagonisti. Si apre il sipario, e siamo dentro quella vasca. Che dunque diventa evidente metafora dell’inconscio(...)Direzione e regia sostengono un cast dove alle ancora acerbe ancorché da seguire Giuseppina Bridelli e (meglio) Barbara Bargnesi, all’interessante Enea Scala e al pessimo Paolo Cauteruccio, s’affiancano due stature maggiori. Gigantesca quella di Francesco Meli, voce la più bella del panorama tenorile odierno e tecnicamente tra le più rifinite(...). Angeles Blancas Gulin è un’Elettra vocalmente parecchio disordinata, ma stridori e disuguaglianze sono travolti come fuscelli nella piena d’un temperamento vocale e scenico al calor bianco, che scolpisce personaggio non meno che memorabile.
Elvio Giudici
La versione completa di questa recensione compare sul numero 130 di Classic Voice (marzo 2009)
VENEZIA - La serata inaugurale della stagione 2010 della Fenice presentava una Manon Lescaut deludente dal punto di vista musicale, ma interessante, anche se molto discutibile, solo per la regia di Graham Vick. La direzione di Renato Palumbo nella sua rigidezza appariva inadeguata a molti momenti chiave del sinfonismo di questa partitura, e controllava male il volume dell’orchestra spingendo i cantanti all’urlo (come non si dovrebbe fare nemmeno in Cavalleria rusticana). Il tenore Walter Fraccaro sembrava possedere solo i polmoni necessari per cantare la parte di Des Grieux, e perfino il soprano viennese Martina Serafin, di gran lunga la migliore, era talvolta portata al grido e sembrava a disagio nella parte di Manon (...). Graham Vick (con Andrew Hays e Kimm Kovac per scene e costumi) mostra fin dall’inizio la discarica che nel IV atto prenderà il posto del deserto, perché il primo atto si svolge su una piattaforma sospesa al di sopra di questa cupa voragine. È un sinistro monito per una azione dove anche il primo incontro amoroso di Manon e Des Grieux è ironicamente presentato in un mondo falso, con gli studenti in pantaloni corti e con le apparizioni sospese in aria di cigni da Luna Park. Pochi elementi evocano la scena del secondo atto, senza compiacimenti settecenteschi. Nel terzo le donne condannate alla deportazione appaiono sospese in aria, come messe alla gogna (...). Non ricorderemo questa Manon Lescaut come lo spettacolo migliore di Vick; ma il pur discutibile lavoro dell’insigne regista restava il maggior motivo di interesse della serata.
Paolo Petazzi
La versione completa di questa recensione compare sul numero 130 di "Classic Voice" (marzo 2010)
pianoforte Costantino Mastroprimiano
3 cd Brilliant 93974
Prosegue a dosi massicce l’integrale che Mastroprimiano va incidendo per la Brilliant seguendo criteri editoriali e filologici che lo hanno portato a curare con successo la nuova edizione critica delle opere pianistiche di Clementi per la Ut Orpheus. Dato che non si tratta di repertorio molto conosciuto, vale la pena di riprendere il filo del discorso che avevamo iniziato circa un anno fa recensendo il primo volume dell’integrale. In questa nuova terna di cd troviamo sonate scritte nella prima parte del periodo londinese. Seguendo il catalogo tematico del Tyson si va dall’op. 11 (un abbinamento tra una Sonata e una Toccata, 1784) alle quattro Sonate dell’op. 12 (sempre dell’84, alle quali andrebbe aggiunta una Sonata per due pianoforti che fa parte della stessa edizione) per proseguire con tre delle sei sonate op. 13 del 1785 (le prime tre non vengono considerate qui perché richiedono anche l’accompagnamento di violino o flauto, così come avviene per i successivi numeri d’opera 14 e 15); Mastroprimiano prosegue dunque con la Sonata op. 16, conosciuta con il soprannome de ‘La caccia’ e pubblicata nel 1786 , con il Capriccio op. 17 (1787) e infine la Sonata op. 20 dello stesso anno. Tra il 1784 e il 1787 accadeva di tutto in terra austriaca e Mozart scriveva capolavori a palate, dopo esssersi tra l’altro misurato con lo stesso Clementi di fronte all’Imperatore in una storica serata (24 dicembre 1781) durante la quale il pianista italiano aveva eseguito anche la Toccata op. 11 inserita in questi cd. Non si possono qui avanzare dei paragoni dal punto di vista strettamente musicale, ma è fuori dubbio che il pianismo di Clementi era in quegli anni molto più avanzato di quello di Mozart e questo fatto può essere ben colto in quasi tutti gli esempi di questo volume della Brilliant, con alcune punte più o meno note ai seguaci di questo straordinario comparto della produzione tastieristica di fine ‘700. Non mi resta che aggiungere ancora lodi meritate al pianista che sta portando avanti il grande progetto.
Luca Chierici
Pictures reframed (da Musorgskij, Quadri di una esposizione)
pianoforte Leif Ove Andsnes
visual art Robin Rhode
dvd cd Emi 5099996700525
Le cose si vanno facendo sempre più complesse nel campo multimediale e questa volta al posto di una comune esecuzione dei Quadri di una esposizione siamo invitati ad assistere a una vera e propria performance ideata dal visual artist sudafricano Robin Rhode che commenta l’esecuzione pianistica del solista norvegese attraverso cinque pannelli e una proiezione video centrale (si veda il servizio di copertina del numero 127 di “Classic Voice”, ndr). Che il capolavoro di Musorgskij sia particolarmente indicato per una sperimentazione del genere è a tutti chiaro e la performance è in corso di rappresentazione in varie città (da New York a Napoli a Shangai...) ma ben più comodamente disponibile in dvd. Esecuzione pianistica molto bella, come è lecito attendersi da un interprete intelligente e preparato come Andsnes, e immagini che possono in effetti solleticare la fantasia dello spettatore. Forse non tutti saranno d’accordo sul sacrificio finale di un bell’Ibach a coda destinato ad essere completamente sommerso dalle acque (non si poteva aggiungere come bis la debussiana Cathédrale?).
Luca Chierici
pianoforte Alain Planès
cd Harmonia Mundi HMC 902052
Lodevole l’iniziativa di riproporre il contenuto di uno dei rari concerti tenuti da Chopin a Parigi (21 febbraio 1842) nella Salle Pleyel, magari utilizzando come in questo caso un pianoforte Pleyel del 1836, naturalmente non a doppio scappamento. Planès ci fa ascoltare particolari sonori inediti che come spesso accade vanno persi durante le esecuzioni sui pianoforti moderni. In quest’ottica va ascoltato questo disco, che non va certo a sostituire le innumerevoli versioni di riferimento dei capolavori chopiniani contenuti nel cd (la terza Ballata, quattro Notturni, cinque Preludi, tre Studi, tre Mazurke, l’Improvviso op. 51, il Valzer op. 42 e il solo Andante spianato dall’op. 22). Vuoi per venire incontro alle difficoltà nel dominare uno strumento d’epoca, vuoi per un approccio del tutto antivirtuosistico, Planès sceglie tempi piuttosto lenti che a volte fanno rimpiangere fraseggi più decisi e meno tentennanti di molti suoi colleghi. Impossibile oggi dire con certezza se questo era il modo di suonare dell’Autore.
Luca Chierici
pianoforte Francesco Nicolosi
orchestra Campania Chamber Orchestra
direttore Luigi Piovano
cd Naxos 8.572065
Nella scarsissima produzione strumentale di Paisiello si contano otto concerti per cembalo (o fortepiano) e orchestra scritti tra il 1781 e il 1788, sei dei quali vennero composti per la Principessa di Parma. Dei due più noti (in do e fa maggiore) si conserva l’autografo al Conservatorio napoletano di San Pietro a Majella. Di tutti e otto esistono copie sparse tra il St.Michael College di Tenbury (UK) e la Bibliothèque Nationale di Parigi. Sulla scorta degli autografi napoletani A. Lualdi pubblicò nel 1959 una revisione del Concerto in do maggiore, il primo di questo cd; la stessa operazione venne eseguita da G. Tintori nel 1964 per quello in fa
maggiore. Pietro Spada pubblicò infine una sua revisione critica dei rimanenti sei concerti negli anni Ottanta, cercando di riproporre questi lavori all’attenzione dei solisti. In realtà a un doveroso omaggio verso il nostro patrimonio artistico non sempre si può accompagnare una reale riscoperta di capolavori dimenticati. Neanche un fine cesellatore del settecento clavicembalistico italiano quale fu Benedetti Michelangeli avrebbe potuto cavare granché dalle esili, seppur piacevoli partiture di Paisiello. Che vanno dunque ascoltate con l’orecchio attento a cogliere il gusto imperante in un certo momento storico, senza soffermarsi sull’ovvietà di certe figurazioni tastieristiche (ad esempio il cosiddetto basso albertino di accompagnamento) che sostengono la linea melodica e soprattutto senza neanche lontanamente pensare a quanto Mozart scriveva nello stesso campo e nello stesso periodo. Nicolosi è pianista da sempre attento alla proposta della cosiddetta letteratura ‘minore’ - cosa che ci trova del tutto d’accordo - e sa perfettamente rendere la graziosità galante di questi concerti.
Luca Chierici
violino Ida Haendel
direttore Simon Rattle
orchestra City of Birmingham Symphony Orchestra
cd Testament SBT-1444
Le foto di copertina sono del 1984, epoca della registrazione live del concerto di Elgar, e calamitano l’attenzione sia per la chioma già ricciutissima ma nera corvina del giovane Rattle sia per l’irresistibile, addirittura contagioso, sorriso dell’allora sessantenne violinista anglo-polacca. Presentata al pubblico nel 1910 da Fritz Kreisler diretto dall’autore stesso, la partitura era familiare fin dall’adolescenza alla Haendel e lo dimostra elargendoci a piene mani splendide sonorità e slanci di sensualità, come d’altronde si conveniva ai grandi virtuosi del Novecento. Emozioni se possibile ancora più intense, nella pagina di Sibelius registrata nove anni dopo, durante un’altra esibizione londinese: emozioni del resto condivise dal compositore stesso che già nel 1949 l’aveva definita la sua interprete ideale. Aldilà del fascino suscitato dalla rara densità lirica, dalla potenza drammatica e dall’autenticità dell’ispirazione, la lettura di questa pagina, da lei considerata “una delle più grandi sfide di tutto il repertorio”, è un fondamentale documento su come la prodigiosa violinista abbia saputo mantenere fino in età avanzata la perfetta padronanza della sua arte. Da sottolineare, in entrambi i concerti, la splendida direzione di Simon Rattle con l’orchestra di cui era a capo fin dal 1980 e che lasciò nel ’99 per il podio dei Berliner.
Giancarlo Cerisola
pianoforti Martha Argerich, Stephen Kovacevich, Gabriela Montero
violini Joshua Bell, Renaud Capuçon, Henning Kraggerud
viola Yuri Bashmet
violoncello Mischa Maisky
dvd Medici Arts 3070928
La Medici Arts aveva iniziato qualche anno fa a trasmettere in streaming video i concerti più interessanti del Festival di Verbier senza particolari “protezioni” ossia senza impedire che qualche buon utilizzatore dei software di video capture potesse registrare in qualità decente le trasmissioni stesse. La politica è recentemente cambiata e di fronte all’impossibilità di operare come in passato non resta che ... acquistare i dvd che vengono messi in commercio. Tra i pezzi forti di questo videodisco citerei essenzialmente la Sonata per violino e pianoforte di Bartok con Capuçon del 27 luglio 2007, il Quintetto op. 57 di Sostakovic e la Partita in do minore di Bach. Quest’ultima, accanto alle Kinderszenen di Schumann che erano apparse in un altro dvd, rappresenta praticamente l’unico indizio per un poco probabile ritorno in pubblico della Argerich in qualità di solista all’interno di un recital completo. Grande musica e interpreti tutti di grande levatura.
Luca Chierici
violino Giuliano Carmignola
direttore Andrea Marcon
orchestra Venice Baroque Orchestra
cd Archiv 477 6606
Il titolo del cd, Concerto Italiano, di prim’acchito può far pensare al famoso complesso barocco di Rinaldo Alessandrini: non è così, ma è comunque quanto mai appropriato, designando un’immersione - breve, istruttiva e a tratti anche appassionante - in quel mare profondo e sconosciuto che è la musica italiana del Settecento. Ci guidano il violinista Giuliano Carmignola (autore anche delle cadenze di tre dei quattro concerti) accompagnato da Andrea Marcon alla testa di una formazione anch’essa molto importante fondata nel 1997, l’Orchestra Barocca di Venezia. In cartellone, l’unico nome relativamente noto è quello del livornese Pietro Nardini (1722-1793) considerato il più grande violinista italiano del suo tempo, molto attento ai canoni formali tradizionali ma aperto alla poetica illuministica nell’esaltare la melodia e la bellezza del suono. Altrettanti Carneade, invece, il padovano Domenico Dall’Oglio (1700-1764) ottimo violinista e liutaio per passione, per ventinove anni al servizio della corte imperiale a San Pietroburgo; il dilettante veneziano - d’adozione - Michele Stratico (1728 - post 1782); e il bergamasco Antonio Lolli (1730-1802) la cui tecnica portentosa lo designa come antesignano del virtuoso ottocentesco (unico concerto a non essere una prima registrazione assoluta è il suo).
Nel 1974 la figura di Glenn Gould era così “rock” che “Rolling Stone” gli dedicò una lunga intervista, pubblicata in tre puntate. Aveva 42 anni e da dieci aveva abbandonato la vita concertistica per dedicarsi alla sala d’incisione e alla creazione di programmi radiofonici e televisivi. Un “personaggio” per il music magazine, quasi come gli eponimi divi. Incalzato da John Cott, e nonostante la sua proverbiale timidezza, Gould si racconta a ruota libera, con una franchezza che non si ritrova nei suoi scritti. E affronta, compendiandoli, i temi a lui più cari: la registrazione come arte, il rapporto coi grandi compositori del passato, la curiosità nei confronti delle musiche che piacevano ai suoi “ospiti”. Pubblicata in volume nel 1984, tradotta in italiano già nel 1991, l’intervista esce ora per Edt in una nuova traduzione, completa di repertorio musicale e programmi radiofonici e televisivi di Glenn disposti in bell’elenco. Restando, al di là di tutto, un significativo esempio delle potenzialità che si annidano nell’incontro tra mondi e culture diversi.
Andrea Estero