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Mozart
Concerti per oboe e fagotto
oboe e direttore Alfredo Bernardini
orchestra Zefiro
cd Sony 88697924082

Riappare col marchio Sony un’esemplare incisione mozartiana di cinque anni fa dell’ensemble barocco che Alfredo Bernardini creò nel 1989 chiamandolo Zefiro, come il gentile vento primaverile mitizzato dai greci, in onore dei winds, cioè gli strumenti a fiato di cui si riprometteva di esplorare il vasto repertorio, prevalentemente settecentesco. In locandina, tre lavori giovanili di Mozart, scritti fra i 17 e i 19 anni, dei quali ci viene proposta una lettura di rara limpidezza e serenità.
In apertura, una pagina dalla grazia viva e leggera di chiara influenza francese, il cui accompagnamento orchestrale è per lo più confinato ai soli archi: il Concerto per oboe in do maggiore K 285d (catalogato anche come K 271-k) composto nel 1777 per l’oboista salisburghese Giuseppe Ferlendis, più noto nella successiva trascrizione per flauto (K 314) scoperta da Bernhard Paumgartner nel 1920. Segue il Concerto per fagotto K 191, unico sopravvissuto - ritrovato nel 1934 - dei tre scritti nel 1775: vero trionfo della melodia dove il vorticoso Alberto Grazzi ha tutto l’agio di esaltare il proprio strumento. In chiusura, il Concertone per due violini, oboe e violoncello K 190, riconducibile al 1773, nel quale il trattamento degli strumenti solisti, i giochi di contrappunto, le sfumature, le imitazioni fanno intravedere quello che saranno le future sinfonie concertanti.

giancarlo cerisola
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Mozart
Dissonanze
quartetto Ebène
cd Virgin 50999 070922 2 0

L’audacia e la passione giovanile sono le caratteristiche per prime più evidenti del quartetto fondato nel 1999 da quattro allievi del Conservatorio di Boulogne-Billacourt, ma ben presto ci si rende conto che la cifra interpretativa delle tre pagine mozartiane tanto diverse fra loro è sorretta da una maturità, una coesione e un equilibrio ideali per sottolinearne i contrasti. Il titolo del cd deriva dal celebre Quartetto K 465, sesto ed ultimo del ciclo dedicato ad Haydn, cui la tenebrosa e contrastatissima introduzione dell’Allegro iniziale valse il nome di Dissonanze. Musicologi dotti e ben intenzionati cercarono di correggere questa anomalia ma dovettero arrendersi all’evidenza di un tessuto polifonico ordito con logica magistrale, che gradualmente rilascia la tensione. In apertura del cd, il secondo dei quartetti dedicati ad Haydn, il K 421 che la leggenda vuole fosse stato concepito la notte stessa in cui Costanza gli dette il primo figlio: in realtà a quella data, il 7 giugno 1783, fu terminato. È una delle testimonianze più tragiche di solitudine interiore, tratteggiata con tinte scure che la penna di Mozart fa apparire più elegiache che tragiche. Come intermezzo giocoso fra due opere di tanto spessore, il complesso francese ha inserito il Divertimento K 138, ultimo di una terna composta a Salisburgo all’inizio del 1772 che ebbe maggior successo nella versione per orchestra d’archi che per quartetto: e in effetti, sono pagine affascinanti e ricche d’invenzioni curiosamente a cavallo fra i due generi musicali.

giancarlo cerisola
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Dvorák Sostakovic
Quintetti per pianoforte
pianoforte Matteo Fossi
quartetto Savinio


Ambizioso e audace l’accostamento di due capolavori così diversi tra loro da parte di interpreti tanto giovani, che tuttavia reggono brillantemente il confronto discografico con formazioni assai più collaudate e celebri. Il quartetto intitolato ad Alberto Savinio - fratello di Giorgio De Chirico, intellettuale fra i più curiosi ed artista tra i più eclettici - è stato fondato nel 2000 da quattro strumentisti formatisi alla Scuola di Musica di Fiesole, dalla quale proviene anche il fiorentino Matteo Fossi oggi trentatreenne. Caratterizzata da suono morbido, pieno e incisivo, calibrato sul colore del pianoforte, la lettura del Quintetto di Dvorák è all’insegna d’una cantabilità appassionata ma mai spampanata, frequente rischio per tanta musica slava. Emblematico dell’intero contenuto formale e spirituale dell’opera è l’irresistibile Dumka, caratteristico tempo di danza popolare slava, dove il compositore sfrutta senza riserve quell’ingrediente tipico dello stile boemo che è il contrasto fra tonalità maggiori e minori. Tutt’altro spessore e tutt’altra atmosfera nel Quintetto di Sostakovic, la cui attrattiva, immediata e ir­resistibile, risiede nella vitalità e nella mutevolezza della mu­sica, che alterna una severa austerità - d’ascendenza bachiana, come il Preludio d’apertura - a una commossa rivisitazione d’alcuni stilemi del folclore tradizio­nale. Musica, esaltata dai nostri eccellenti interpreti con un caleidoscopio di sonorità e di alternative agogiche, che da dopo l’entrata in scena del pianoforte vira verso un’atmosfera di sensualità sempre più struggente, con screziature d’inquietante sovreccitazione.

giancarlo cerisola
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L’heure exquise
Mélodies françaises
violoncello Christian-Pierre La Marca
pianoforte  Amandine Savary
soprano Patricia Petibon
cd Sony 88697881592

A dir poco entusiasmante il concerto al quale il giovane violoncellista provenzale ci invita con questo cd articolato su musiche quasi tutte vocali e quasi tutte trascritte da lui medesimo, cui ha dato lo stesso titolo - L’heure exquise - di una delle bellissime poesie di Verlaine musicate da Hahn. L’assunto che la voce del violoncello sia la più vicina alla voce umana fa di queste Romanze senza parole una sorgente inestinguibile di emozioni esaltate da un prodigioso caleidoscopio espressivo. Una più bella dell’altra, le venticinque mélodies sono tutte francesi, o di area francese, e coprono un arco temporale che va dalla belle époque all’intero XX secolo. La trascrizione per violoncello e pianoforte consente all’ascoltatore un approccio più immediato, con punti di autentica fascinazione: fra i più alti, Les chemins de l’amour di Francis Poulenc, la celebre canzone di Joseph Kosma Les feuilles mortes, il valzer zigano Fascination di Fermo Dante Marchetti, Je te veux di Eric Satie. Preziosissimo, e d’altronde fondamentale come nei recital vocali, il contributo pianistico di Amandine Savary; altrettanto prezioso quello di Patricia Petibon limitato a una mélodie di Poulenc e a una di Ernest Chausson. Impossibile non citare gli altri compositori, autori delle versioni originali, e cioè: Cécile Chaminade, Claude Debussy, Henri Duparc, Thierry Escaich, Gabriel Fauré, Charles Gounod, Reynaldo Hahn, Jules Massenet, Maurice Ravel, Camille Saint-Saëns

giancarlo cerisola
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Bach
Sinfonia
orchestra Accademia Bizantina
direttore e organo solo Ottavio Dantone
cd Decca 478 2718

I diciannove brani registrati rappresentano quasi l’integrale delle musiche strumentali - per la precisione, tredici sinfonie, quattro concerti, e due sonate - destinate da Bach ad aprire alcune delle sue cantate. Geniale riciclatore di musiche altrui - secondo una prassi del resto ben codificata -, il Cantor soleva riciclare assai spesso e a maggior diritto anche musiche sue, molte delle quali nate per occasioni decisamente mondane e festose. Origini che riusciamo a intuire in un ascolto isolato come in questo caso, e che mutano completamente se le ascoltiamo inserite nelle cantate, aderendo come un guanto al loro tessuto emotivo. Radunarne così tante in un solo cd ci consente una carrellata esaustiva nel preziosissimo e mai abbastanza esplorato repertorio strumentale di Bach con picchi di grande bellezza come nelle cantate “Wir müssen durch viel Trübsal” e “Ich hatte viel Bekümmernis”. Se il merito primo di tanta emozione spetta di diritto all’autore, uno non inferiore va riconosciuto alla concertazione - originale, dinamicissima, intensamente melodica - di Ottavio Dantone, eccezionale anche come solista d’organo, e alla sua prodigiosa Accademia Bizantina.

giancarlo cerisola
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The percussive planet
percussioni Martin Grubinger
esecutori The Percussive Planet Ensemble
regia video Hans Hadulla
formato 16:9
dvd Dg 00440 073 4633

Difficile da definire, e soprattutto da collocare nel repertorio classico - nonostante la storia della musica ci insegni come nel tempo i generi si siano trasformati e integrati fra loro - anche quest’autentica consacrazione degli strumenti a percussione celebrata Martin Grubinger, il giovane multi-percussionista austriaco ormai reperibile anche nei cartelloni di grandi orchestre come i Berliner e Santa Cecilia. Il concerto, intitolato The percussive planet, è stato registrato nel maggio 2010 durante una tappa del suo tour internazionale nell’avveniristico auditorium della Philharmonie di Colonia in occasione della MusicTriennale Köln. Il programma consta di nove brani (tre dei quali per sole percussioni) firmati da specialisti del genere quali il giapponese Keiko Abe, il caraibico Michel Camilo, Iannis Xenakis, Rod Lincoln, Matthias Schmitt, Joseph Burchartz e lo stesso Grubinger. Il complesso è formato da nove percussionisti (con un cospicuo campionario di strumenti, anche rarissimi), una chitarra elettrica, un pianoforte, quattro trombe (la prima è Burchartz, uno degli autori), quattro tromboni, quattro corni e un basso tuba. È inutile dire che sono tutti bravissimi e che, anche chi non è abituato a questo repertorio, superati i primi momenti di sopresa, si lascia conquistare dall’inesauribile trionfo del ritmo.
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The goat rodeo session
violino Stuart Duncan
mandolino Chris Thile
violoncello Yo-yo Ma
contrabbasso Edgard Meyer
cd Sony 88697891862

Definire crossover questo concerto sarebbe sbrigativo e limitativo. Piuttosto, ibrido musicale molto prossimo al jazz per la sua natura improvvisatoria. Ma non è jazz. E nemmeno ascrivibile tutta intera al genere country: vero infatti che spesso evoca i grandi spazi, ma sono spazi di marcato sapore cameristico. Difficile da catalogare, insomma, una musica un po’ scritta e un po’ improvvisata, elegiaca, sinuosa, spesso ipnotizzante: di certo c’è che è una musica senz’altro americana. La definizione più appropriata scaturì nel corso delle interminabili e animate discussioni che impegnavano i quattro musicisti, tutti fuoriclasse del loro strumento, durante la registrazione avvenuta l’estate scorsa in una fattoria del Massachusetts: “a goat rodeo”, come in gergo si definisce una situazione particolarmente caotica (forse noi diremmo elegantemente “un bel casino”). Due degli undici brani del concerto sono anche cantati, o meglio sussurrati da Aoife O’Donovan coadiuvata da Chris Thile, negli States celebre come cantante e mandolinista della band di musica acustica Nickel Creek. A parte il grande Yo-yo Ma, che non ha bisogno di presentazione, gli altri due strumentisti sono Stuart Duncan, qui in veste di violinista, ma anche virtuoso di mandolino, chitarra e banjo in un genere tutto particolare del country detto Bluegrass music; e il contrabbassista e compositore Edgar Meyer, di estrazione decisamente classica.

giancarlo cerisola
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Gurlitt
Nana
interpreti I. Papandreou, M. Solyom-Nagy, P. Schöne, J. Batukov, R. Carlucci, V. Ghazaryan
direttore Enrico Calesso
orchestra Filarmonica di Erfurt
3 cd Capriccio 67054

Secondo simultaneo cimento, su soggetti simili, fra Gurlitt e Berg: e non c’è gara in nessuno dei due inevitabili confronti. Il primo fu coi due Wozzeck, che Berg manda in scena nel ’25 e Gurlitt l’anno appresso; il secondo, concerne due soggetti ispirati entrambi a una femme fatale tanto affascinante quanto distruttiva: mentre Gurlitt lavorava infatti a Nana, tratta dal romanzo di Balzac, Berg stava componendo la ben altrimenti complessa Lulu. I punti d’incontro fra i due compositori finiscono qui: interessante fin che si vuole, alla musica di Gurlitt manca l’impronta d’una grande personalità, per non dire d’una personalità tout court. Piacevole, colta, tanto eclettica da sfumare i suoi tratti distintivi, la struttura volteggia attraverso gli stili in auge nel primo dopoguerra: da Richard Strauss per i frequenti episodi di conversazione, a Franz Lehár e Jacques Offenbach, con occasionali e prudentissime incursioni atonali. Pronta nel 1933, l’opera non trovò la via del palcoscenico per gli ostacoli del regime nazista (cui inizialmente aveva peraltro aderito, e pure con entusiasmo) che ne aveva scoperto gli antenati ebrei e che nel ’37 lo costrinse all’esilio in Giappone dove morì, ottantaduenne, nel ’72.
Nana andò finalmente in scena solo nel 1958, a Dortmund. L’attuale incisione, a tratti disturbata da forti rumori di palcoscenico, è il live di uno spettacolo del 2010 nel teatro di Erfurt diretto dal suo giovane Kapellmeister, il veneto Enrico Calesso che pare vi stia svolgendo un ottimo lavoro: fa difatti tutto il possibile per infondere energia espressiva e interesse drammaturgico alla plumbea atmosfera in cui sta immersa la (lunga) narrazione. Modesta la consistenza vocale del cast (la protagonista Ilia Papandreou è a tratti di sgradevolezza davvero cospicua in un registro acuto le cui sollecitazioni continue sono tradotte in grida spesso laceranti), peraltro molto volonteroso sul piano espressivo. Menda non da poco, il libretto tedesco non è corredato da alcuna traduzione.


elvio giudici
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Martin
La tempesta
interpreti R. Holl, C. Buffle, S. O’ Neill, D. Wilgenhof
direttore Thierry Fischer
orchestra Filarmonica della Radio Olandese
3 cd Hyperion 67821


Il catalogo del compositore svizzero contempla solo due opere: la prima, del 1956, tratta da Shakespeare è La Tempesta, o meglio Der Sturm avendo scelto di musicare non il testo originale bensì la versione tedesca di Schlegel; la seconda, del ‘63, è Monsieur de Pourseaugnac, da Molière. Nel da poco ricostruito Staatsoper di Vienna, la prima ad andare in scena fu proprio Der Sturm, nel giugno del ’56, spettacolo del quale si conoscevano alcuni brani radiofonici. Grazie a una registrazione della radio olandese del 2008, disponiamo adesso di un’integrale dell’opera che funge anche da compendio dell’arte di Martin: al quale si può ascrivere una notevole originalità e una limpida chiarezza formale, in cui evidenti traspaiono sia i primi legami col tardo romanticismo tedesco, sia i successivi influssi dell’impressionismo francese e del neoclassicismo di Stravinskij e Hindemith, nonché tratti dodecafonici di chiara ispirazione da Kurt Weill. Diretta con notevole impegno, l’opera è cantata in modo invece abbastanza alterno: di grana grossa ma ruvida il Prospero di Robert Holl, grande impeto nel Ferdinando di Simon O’Neill e nella Miranda di Christine Buffle, ma sotto l’energia c’è pochino.

di elvio giudici
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Lina Ramann
Liszt Padagogium
a cura di Rossana Dalmonte
editore Lim
pagine 211

Nell’ultima parte della sua vita, a partire dal 1869, l’esistenza di Liszt divenne “trifurquée”. Divisa cioè tra tre principali luoghi di residenza: Weimar (in primavera/estate), Roma (poi Villa d’Este a Tivoli, in autunno) e Budapest (nel pieno inverno). In tutte e tre queste “piazze” Liszt, spostandosi  con lunghi e faticosi viaggi ferroviari in seconda classe, teneva quelle che oggi si chiamano masterclass pianistiche. Allievi di tutte le nazionalità lo seguivano tra un polo e l’altro, oppure sceglievano la loro città di riferimento. A Weimar, dove il granduca Carlo Alessandro, gli aveva messo a disposizione una bella casa all’interno del parco cittadino, a prendere nota delle sue lezioni, c’era anche Lina Ramann, la sua biografa ufficiale. Che “registrò” le indicazioni che Liszt dava ai suoi allievi per interpretare le sue stesse composizioni. E “interpretare” è la parola giusta trattandosi di suggerimenti e indicazioni che avevano a che fare con la “resa” musicale ed espressiva di un pezzo (manca completamente il training tecnico/esecutivo). Ne venne fuori un capitale volumetto, il Liszt Pädagogium. Che ora, complici anche i festeggiamenti per il bicentenario lisztiano, torna in una nuova edizione curata da Rossana Dalmonte, la massima studiosa italiana di Liszt, autrice di una ben informata premessa su Lina Ramann, il rapporto con gli altri “diari” redatti dagli allievi, la “paternità” dello scritto (quanto si deve alla Ramann e quanto a Liszt?). Per ciascuno dei 21 brani scelti, la Ramann fa precedere delle informazioni storico-analitiche relative al Liszt compositore (che giustamente la curatrice integra e “corregge” in nota) alle richieste del Liszt pianista ed esecutore, concentrate sui momenti cruciali del pezzo o sulla sua visione d’insieme, a volte con virgolettati dello stesso Liszt.
Inutile dire che l’interesse per questa pubblicazione non è solo pratico (come testimonia il formato oblungo, da tenere sulla tastiera del pianoforte), ma anche storico e documentario. Più che un trattato di esecuzione pianistica, si rivela come uno spaccato, in presa (quasi) diretta, del mondo lisztiano e delle suo modo “atipico” d’intendere il virtuosismo, improntato a una grande libertà, anche immaginativa. Nell’introduzione la stessa Ramann chiama in causa la premessa all’edizione completa dei poemi sinfonici, dove Liszt mette in guardia dal battere il tempo battuta per battuta, suggerendo di seguire lo sviluppo delle frasi e dei periodi. E fondando così la direzione d’orchestra moderna. Da riscoprire anche l’affermazione di un Liszt “poeta di suoni”, “retore, rapsodo e mimo”, e dunque del suo stile esecutivo “poeticamente libero”, e della funzione narrativa delle “pause vuote”, delle “note con corona”, delle cadenze, simile a quella della punteggiatura. Oltre che l’idiosincrasia per il rispetto letterale dello spartito, che riaffiora come memoria della sua stagione virtuosistico-improvvisativa. Le note storico-critiche alle composizioni preoccupano un po’ la Dalmonte, perché “obsolete”. Ma quanto ci dicono del sapere “diffuso” su quei brani e dei presupposti a partire dai quali lo stesso Liszt componeva?

di andrea estero
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