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Viaggi
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New York |
Metropolitan gratis nei parchi
Summer recitals Series
Per festeggiare i suoi 125 anni, il Metropolitan di New York questa volta esagera. Si parte con i classici Summer Recitals Series, concerti gratis nei parchi.
Paulo Szot
La rassegna gratuita si apre il 13 luglio a Central Park, con un recital di Paulo Szot, vincitore del Tony Awards per Il naso di Sostakovich,
Da metà luglio a metà agosto il venerdì sera
Tutti i venerdì sera dal 17 luglio fino al 14 agosto al Cotona Park nel Bronx, al Queensbridge Park nel Queens, all’East River Park a Manhattan, al Coffrey Park a Brooklyn e al Tappen Park a Staten Island. Il 17 verranno eseguite arie d'opera e canzoni popolar dal baritono John Moore e dal soprano Ashley Emerson accompagnati al pianoforte da Vlad Iftinca.
Schermi giganti al Lincoln Center
Da questa estate, davanti al Met al Lincoln Center, ci sarà la possibilità di assistere al Summer Hd Festival: tutti i titoli della stagione passata proiettata su schermi giganti (www.metopera.com).
La prima volta che si va a New York, conviene concentrarsi su Manhattan, concedendosi al massimo un salto a Brooklin. Certo rimane la curiosità di fare un salto alla periferia del Bronx, oppure un giretto nel Queens, tuttavia è consigliabile cominciare col farsi un’ idea chiara e precisa del cuore di New York piuttosto che voler vedere tante cose e poi restare con una visione superficiale che non rende bene l’atmosfera e l’essenza del posto.
Manhattan, allo stesso tempo, è comunque immensa… Forse la cosa migliore è partire da Central Park e venire verso sud, verso la Lower Manhattan (oppure viceversa, partire dalla Lower Manhattan e percorrere verso nord fino a Brooklin).
I luoghi assolutamente da non perdere, partendo da Central Park sono: il Metropolitan Museum of Art (che, però, è immenso: è uno dei musei più grandi, importanti e famosi al mondo e porta via tantissimo tempo per visitarlo. E non è consigliabile il breve giretto; meglio piuttosto se c'è sufficiente tempo, evitate di entrarvi, come pure al’American Museum of Natural History. Il Rockefeller Center (5a Ave tra la 50a e la 51a Str. - con i Channel Gardens, la Lower Plaza, il Ge Building che è sede della Nbc), Times Square, due passi lungo Broadway per assaporarne l’atmosfera, il Palazzo dell’Onu, l’Empire State Building (su cui conviene salire per godersi la vista sulla città - tempo atmosferico permettendo), Madison Square Garden, un breve giro a Soho e nella Little Italy, Chinatown e la Lower Manhattan (Wall Street, Ground Zero - Wtc), il ponte di Brooklin, la Statua della Libertà ed Ellis Island.
Per muoversi, si consiglia indubbiamente la metropolitana, oppure un buon paio di scarpe per girare in superficie. È infine importante munirsi di una mappa della città. Attenzione, però, al periodo in cui andate, perchè potrebbe fare molto caldo, ma anche molto freddo.
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Norvegia |
La Norvegia d'estate è un luogo incantato
I boschi dei Troll
Nella penombra dei boschi è possibile udire dei suoni sinistri che la credenza popolare attribuisce ai Troll. In realtà sono i rumori di ruscelli e di fronde mosse dal vento.
Il faro di Husøy
È uno dei posti più silenziosi del mondo,
a nord dell’isola di Senja. Circondati dal mare
si ode solamente il contrappunto dei gabbiani alle onde.
Valdres
Uno dei pochi luoghi della Norvegia dove resiste la tradizione del dulcimer che, come il tipico violino dell’Handarger, viene suonato soltanto tra le comunità rurali.
Il canto delle balene
Nei pressi di Andenes possono avvistarsi
folte quantità di balene. I suoni
che emettono sono tra le più affascinanti musiche del mare.
E POI IL PIANISTA LEIF OVE ANDSNES
ORGANIZZA OGNI ANNO UN FESTIVAL TRA I FIORDI.
Quando si dice “una ridente cittadina”. Sorridono tutti a Risør, luogo incantato sulla costa in frantumi della Norvegia del sud. E, come ogni estate che si rispetti, anche in paradiso, lì tra i fiordi, si svolge un festival musicale. È il Risør Kammermusikkfest, 18 anni d’età, diretto da Leif Ove Andsnes. Il pianista norvegese oltre a essere tra le migliori, versatili e prolifiche personalità musicali degli ultimi tempi, ha il tempo e la voglia per una settimana di organizzare una densa serie di concerti cameristici che spaziano dalla musica barocca a quella più recente con una disinvoltura disarmante: “Non mi sono mai piaciuti i festival di sola musica contemporanea. Non c’è varietà e si concentra un unico genere senza diversificare e lasciare spazio ad altro”.
E dunque, in una maratona di quasi quattro appuntamenti al dì, diventa facile passare da Georg Muffat a Leo Ornstein, da Antonio Vivaldi a Charles Ives, da Joseph Haydn a György Ligeti. Proprio Haydn e Ligeti, apparentemente lontani tra loro, sono i protagonisti di questa edizione che ha come leitmotiv l’“uomo che gioca”, Det lekende menneske in norvegese: “Entrambi sono compositori con grande senso dell’humor, avevano una grande sensibilità per la sorpresa. Non sono stati compositori sentimentali, melanconici. Non guardavano mai al passato. O meglio lo facevano ma per poi creare qualcosa che li proiettasse avanti nel futuro. Senza nostalgia. Brahms per esempio era uno che portava sulle spalle un grande peso della tradizione, costretto quindi a consolidare e portare a compimento un certo romanticismo. Haydn e Ligeti sono due campioni dell’invenzione. Haydn, inoltre, stette per un lungo periodo in Ungheria, pertanto tra i due c’è anche una certa comunanza geografica”. L’uomo giocoso, l’uomo che si diverte grazie alla musica e attraverso di essa… E anche per Andsnes la musica è un gioco?: “Non ho mai visto la musica come un lavoro, per me è una completa passione. Per essere giocoso devi essere spontaneo, ma per essere spontaneo devi essere libero. Non è facile programmare di essere libero, ma quando accade è una gran cosa”.
L’uomo ha creato le macchine e gli strumenti per giocare e creare. Il tema è ricco di spunti per creare un programma davvero eterogeneo che possa anche far divertire il pubblico, dalla sonatina Death of the Machines di George Antheil al Poema sinfonico per 100 metronomi di Ligeti, passando per il famosissimo pezzo di Leroy Anderson The Typewriter, che a Risør ha costituito un’occasione di riscatto del voltapagine del festival, il quale per una volta si è visto cambiare i fogli dello “spartito” della sua macchina da scrivere dallo stesso Andsnes. Il festival è anche un modo per riunire musicisti scandinavi e dimostrarne la fattura: “Abbiamo, oltre a buoni compositori, anche dei musicisti molto preparati in Norvegia, anche se ancora non sono star mondiali”, dice Andsnes che non fa mancare però alcune eccezioni di lusso come Thomas Quasthoff, Christian Tetzlaff e Marc-André Hamelin. Colpisce, ma il pianista lo sa spiegare bene, anche una frequenza di pubblico e una curiosità invidiabili, a prescindere dalle musiche in programma. Forse i norvegesi sono più attenti e colti? “Io credo semplicemente che il pubblico ormai si fidi di noi. Ci siamo costruiti un audience lungo gli anni. Anche se gli spettatori non conoscono alcuni autori in programma (e quest’anno ce n’erano tanti di misconosciuti), sanno che ascolteranno sempre buona musica. Sono mentalmente molto aperti e curiosi. In più c’è anche una certa preparazione musicale dal pubblico che viene da fuori, per esempio da Oslo, apposta per ascoltare un dato interprete o una composizione ben precisa. C’è una buona commistione tra chi non sa molto di musica e chi la ama”. L’atmosfera da villaggio della cittadina portuale dipinta di bianco si riflette nel carattere squisitamente cameristico dei concerti: “Non abbiamo bisogno di rincorrere o imitare altre situazioni che esistono già. La forza del festival è una dimensione intimistica che non vogliamo perdere. Non è importante l’acustica imperfetta della chiesa di Risør, ma la vicinanza tra musicisti e pubblico”. In effetti si fa di tutto per evitare il palcoscenico. Sono aboliti piedistalli, vetri oscurati, autografi. La missione, riuscitissima, è di diffondere contenuti elevati attraverso modi popolari. A Risør, dove tutto è fatto di legno, anche la chiesa ove si svolgono i concerti offre un’acustica che non è così imperfetta in realtà, è anzi degna di un auditorium. Sono concerti in maglietta e sorriso, e Andsnes veste entrambi con orgoglio. Lo stesso orgoglio con cui il pianista abita la sua terra. Del resto è la più importante figura musicale dai tempi di Grieg, e avrà pure da condividerne lo spirito, da raccoglierne parte dell’eredità: “Riguardo Grieg, so solo che amo la sua musica. Forse in comune abbiamo anche l’amore per la Norvegia e la passione per il viaggio. Quando lui era giovane voleva andare via dalla Norvegia e viaggiare per l’Europa. Ma quando si trovava all’estero poi voleva tornare a casa. E questo succede anche a me: voglio uscire fuori, ma poi ho bisogno di tornare anche per riconciliarmi con la natura del mio paese”. Sembrerebbe un carattere norvegese, una tipica inclinazione scandinava, quella di un’inquietudine che non si traduce in un carattere particolarmente ribelle o insofferente alla sedentarietà, ma in un allungamento, una proiezione, verso altre realtà pur mantenendo i piedi ben piantati nelle proprie origini: “Non è un caso che le mie case siano a Bergen e a Copenhagen”.
D’altro canto i suoi riferimenti pianistici hanno inevitabilmente provenienze extranorvegesi: “I più grandi per me sono stati Dinu Lipatti, Artur Schnabel e Arturo Benedetti Michelangeli, soprattutto nella sua interpretazione del repertorio francese”. È un esploratore Andsens, che ama passeggiare per i monti della sua Norvegia, ascoltare la musica delle cascate e della brezza, spinto dalla stessa pulsione che lo porta a essere un interprete anziché un compositore: “non credo di avere il materiale genetico per scrivere, per comporre. Ma adoro ricercare, scoprire cose nuove”. Come la genesi delle composizioni di Grieg; come Risør, il lato “caldo” della Norvegia, dove “al primo incontro, persone che mai hai visto ti dicono: “Ciao, come stai?”.
Federico Capitoni
Chi è Leif Ove Andsnes
Pianista di successo, è nato a Karmøy, un’isola della costa ovest norvegese, nel 1970. Ha debuttato con un
recital a Bergen, a 17 anni. Su etichetta Emi ha inciso i concerti per pianoforte di Mozart n. 17 e n. 20 e Dalbavie e Lutoslawski con l’Orchestra della Radio Bavarese diretta da Franz Welser-Möst
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Dublino |
Per conoscere la città
IL VIAGGIO
Tariffe low cost sono assicurate dall’irlandese Ryanair e dalla compagnia di bandiera Aer Lingus. È una novità del 2008 la tratta Roma-Belfast. Infoline www.ryanair.com/site/IT/ e www.aerlingus.com
INFOLINE SUI LUOGHI MUSICALI
Comhaltas
32 Belgrave Square
Monkstown
tel. +353 1 2800295
www.comhaltas.ie
Rté Performing Groups Admin Building Rté, Donnybrook
tel. +353 (1) 208 2617
www.rte.ie
National Concert Hall Earlsfort Terrace
tel: +353 (1) 4170000.
www.nch.ie
Docklands
Authority 52-55 Sir John Rogerson’s Quay
tel. + 353 (1) 818 3300
www.analogconcerts.i
Opera Ireland - www.operaireland.ie
Wexford Festival Opera
Wexford Operahouse High Street
tel. +353 53 912 2144.
www.wexfordopera.ie
MUSICA IN CITTA'
Feste celtiche ma anche concerti sinfonici e d'opera
Sono le schubertiadi in versione irlandese. Lo scopo è lo stesso: far musica fra amici, dilettandosi nel modo più naturale possibile. Musica intesa, dunque, come uno strumento di socializzazione dove non guasta l’impulso offerto da una bruna Guinness, la birra sinonimo d’Irlanda che porta impressa sull’etichetta l’arpa celtica. Così, la sera ci si dà appuntamento nel pub di turno, per una session musicale dove basta uno sguardo, una mezza parola per avviare la serie di brani che appartengono al corredo cromosomico di ogni buon Irlandese. Non c’è spartito, la trasmissione di questo bagaglio avviene oralmente, da padre a figlio. Si canta e si suona in un angolo del pub: ognuno ha un proprio strumento d’elezione ma sa destreggiarsi fra fiddle (sorta di violino), uilleann pipes (della famiglia delle cornamuse), zufoli, flauti e fisarmoniche.
Nell’Irlanda del decollo economico che negli ultimi quindici anni le ha guadagnato l’appellativo di Tigre Celtica, anche la musica è entrata nella sfera del business per cui nelle aree ad alta concentrazione turistica, a Dublino è il dedalo di viuzze di Temple bar, i locali si sono organizzati istituendo palchetti, un programma settimanale di performance con gruppi che sostituiscono l’estemporaneità di una session con la regolarità di proposte dove la classica ballata Dirty old town in versione pop si avvicenda a brani di successo degli U2, la gloria di Dublino.
RIUSCIRA' LA CANZONE GAELICA A CONVIVERE CON IL POP DEGLI U2?
Che male c’è? Tanto male, sentenziano i puristi dal loro quartiere generale, a un passo da Dublino, cioè il “Comhaltas Ceoltoiri Eireann”. È l’istituto che ha fatto della preservazione del patrimonio musicale irlandese la propria ragione d’essere. Qui sono severamente bandite le versioni pop delle canzoni, guai a nominare il termine microfono. Si coltiva la musica e la danza irlandesi in versione filologica, grazie all’insegnamento, a una serie di spettacoli, concerti e festival che culminano nel Fleadh Cheoil, il festival nazionale quest’anno atteso a Tullamore. Il Comhaltas ha contribuito fortemente alla rinascita della musica autoctona anche grazie alla rete di 400 filiali sparse nel mondo, “la musica irlandese stava ormai languendo quando Comhaltas ha deciso di rivitalizzarla partendo dalle fondamenta: l’insegnamento”, spiega Siobhán Ní Chonaráin, ai vertici di Comhaltas. Da mezzo secolo l’obiettivo è uno: “Far conoscere la musica autenticamente irlandese senza scendere a patti con il pubblico cedendo agli additivi che snaturano il genere”, proclama la signora Ní Chonaráin che difende la filologia fin dal suo nome: rigorosamente in gaelico. La musica irlandese vive la sua età dell’oro al punto di proiettare un cono d’ombra sulla musica cosiddetta d’arte che non manca di scendere a patti con il genere folk. Lo sanno bene i complessi di musica classica più rappresentativi d’Irlanda, tutti e cinque riuniti sotto la cupola dell’emittente nazionale televisiva e radiofonica, Rté. Sono la Rté National Symphony Orchestra, di fatto l’orchestra numero uno dell’isola, la Rté Concert Orchestra, la Rté Vanbrugh Quartet, la Rté Philharmonic Choir e la Rté Cór na nóg, 140 strumentisti che nelle diverse combinazioni monopolizzano la vita musicale dello Paese, a partire da Dublino. Complessi che senza problemi, soprattutto nei mesi estivi, strizzano l’occhio alle canzoni gaeliche con concerti allargati a gruppi irlandesi. “Del resto, la musica irlandese è molto radicata nel nostro Paese”, spiega Séamus Crimmins, dal maggio 2007 executive director di Rté Performing Groups. Poi in autunno, con l’avvio della stagione canonica, si ritorna al classico. I Gruppi della Rté cavalcano l’onda della ripresa economica alimentando programmi che di anno in anno diventano più fitti, con il beneplacito del governo che per il 2008 ha doppiato i 4.300.000 di euro di sovvenzioni del 2002. Del resto, si asseconda un pubblico che nel riflettere questa fase di benessere, “viaggia, è più colto, curioso ed esigente d’un tempo”, spiega Crimmins. L’Orchestra Sinfonica d’Irlanda non ha ancora una casa tutta sua, però si affida a un locatario di alto profilo: la National Concert Hall, una macchina da guerra musicale manovrata da 111 persone. La Nch promuove cinquecento appuntamenti l’anno, per il 40% prodotti in proprio, distribuiti fra le tre sale alle quali - dal 2012 - andrà ad aggiungersi un’altra, in fase di progettazione. “Desideriamo competere con le grandi sale internazionali” ci spiega Sinead Doyle, dell’organizzazione.
LE SALE DI DUBLINO OSPITANO GRANDI ORCHESTRE
Parla chiaro il cartellone del 2008-9 con Dublino che entra a pieno titolo nel circuito delle grandi Orchestre, dai Berliner, alla Philharmonia Orchestra, alla Filarmonica di San Pietroburgo. Fra i solisti, spuntano i nomi di Anne-Sophie Mutter, Murray Perahia, Olli Mustonen, Renaud Capuçon, Martha Argerich. A breve la National Concert hall sarà chiamata a rivaleggiare con il Libeskind Theater (attivo dal 2010), l’Abbey Theatre, il Point theatre e il National Conference Centre, un pugno di edifici che stanno sorgendo nel vecchio porto di Dublino, nell’area Docklands. “Cultura, musica e danza in particolare, troveranno così quella sede adeguata che Dublino non sempre riesce ad assicurare”, auspica Mary Mc Carthy, Executive arts manager della società che sovrintende al progetto di rilancio di quest’area - un tempo depressa della città.
Anna Franini
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Palermo |
Giovanni Sollima descrive la sua città attraverso i suoni
Chiesa dello spasimo
Nella Kalsa, una delle parti più
antiche di Palermo, risalente
all’epoca araba.
“L’ho vista per la prima volta
nel 1995, guidato da Leoluca
Orlando. All’epoca era coperta
da stratificazioni centenarie
di detriti, oggi è una meraviglia
a cielo aperto”.
Il lungomare
“C’è un punto preciso di fronte
alle rocce, ventosissimo, dove
una volta ho suonato.
L’effetto è incredibile: il suono,
appena emesso dallo strumento,
viene cancellato dalla forza
del vento”.
L’antico monte dei pegni
“Sembra uscito da un disegno
di Escher, complicatissimo, intricato, con spazi perfetti per il suono.
Penso a una sala immensa a cui
si accede da una porta minuscola.
È come entrare in un altro mondo, sorprendente”.
I mercati storici
“Vucciria, Capo, Ballarò, tutti luoghi
in cui sono passivo rispetto al suono, che qui è vocalità estrema, stratificata, con un parlato che disegna
vere e proprie linee melodiche”.
Giovanni Sollima
L'INTERVISTA
Nella musica di Giovanni Sollima Palermo c’è tutta. Non cercata, guardata da lontano, nella distanza, percepita come ponte magico verso un passato che ne ha scritto l’unicità. E’ una Palermo che suona, diffonde tracce sonore che la rendono par excellance luogo d’identità e di scambio, attraverso i suoi contrasti stridenti, le infinite dissonanze, i conflitti e le cicatrici portate con onestà. Sollima non ragiona sulla scelta di raccontarla, tra esecuzione e composizione. Succede e basta. La città siciliana e con lei una delle voci più interessanti del suo essere di oggi rimbalzano sull’altra sponda del Mediterraneo, opposta per mille e più ragioni. Sotto le luci artificiali accese lo scorso maggio sulla Croisette per il Festival du Cinema a raccontarla per immagini c’è anche Wim Wenders, che nel suo Palermo Shooting Sollima l’ha voluto nella duplice veste di compositore – di un brano della colonna sonora - e interprete. Ma il gioco del due, del duplice e dell’opposto, torna ancora una volta sulla strada di questo violoncellista visionario e votato a un raccontare nuovo, mai uguale. Eccolo protagonista, a recitare e suonare, di un altro appuntamento in programma a Cannes negli stessi giorni: il cortometraggio-fenomeno del regista norvegese Lasse Gjertsen Sogno ad occhi aperti/Daydream che su YouTube è, oggi, vicino al milione di views. Terra Aria, tratto dal cd Works (Sony, 2005) ne è la colonna sonora. Sono solo due delle mille e più cose che il musicista ha in carnet per questo anno denso di collaborazioni, commissioni, debutti. Già, “cose”. Meglio pensarla con una dimensione sensoriale, oltre che cosmopolita, la musica di Giovanni Sollima, performance fatta per essere, oltre che ascoltata, guardata e toccata (chi dimentica, a marzo dell’anno scorso, il tripudio di sensazioni che suggeriva il suo strumento di ghiaccio nel teatro–igloo in Val Senales a 3.200 metri e molti, molti gradi sottozero?).
Curioso impenitente, abile nell’adottare e mescolare forme, tecniche e stili contrastanti, Sollima ha conquistato negli anni territori a lungo preservati da ogni genere di contaminazione grazie alla sua spontaneità raggiante e a una cultura profonda. Il suo debutto alla Carnegie Hall? Resta l’unico italiano nella storia del massimo auditorium classico americano ad avere eseguito nella sala pincipale un intero programma di proprie musiche. Quello alla Scala? Un mix tra repertorio barocco, Jimi Hendrix e suoi lavori. Un pastiche, per i puristi. Per lui il manifesto di un dialogo, e di un ascolto, possibili. Non sbaglia: due settimane dopo (è il gennaio dello scorso anno) lo stesso programma va in onda nella fascia di maggior ascolto di Radio Deejay, votata a molto ma di certo non alla musica colta. Rock, jazz, musica elettronica e i suoni etnici di tutta l’area mediterranea, sviscerati, ricompattati e capovolti, marcano il suo stile inconfondibile. A eseguirlo in tutto il mondo i grandi della classica – le ultime commissioni arrivano da Yo-Yo Ma e da Riccardo Muti per Ravenna Festival 2008 dove il 22 giugno si è tenuta la prima esecuzione assoluta di Passiuni per voce recitante-cantante e orchestra, ispirato dal mondo bizantino – e del rock, Patti Smith in testa, ospite anche del suo ultimo lavoro discografico We Were Trees appena uscito su etichetta Sony, che raccoglie quattro racconti, ciascuno diviso in più sezioni.
Nei suoi lavori si respira una certa aria mediterranea. Quanto e come Palermo l’ha ispirata, stuzzicata?
“Non c’è nulla di ragionato in questo, anzi, direi l’opposto. È come se alla città chiedessi di starsene lì, ferma, inerme, ma è fisiologico. A un certo punto c’è una specie di calo degli anticorpi e malgrado cerchi di restarne lontano la città mi viene incontro e mille piccoli elementi s’ingigantiscono sul pentagramma. Di Palermo m’interessa il suo esprimersi lanciando segnali dal passato, quel meccanismo che la rende bella e difficile e fa sentire l’ombra di qualcosa, la percezione di una strana alternanza tra vita e morte, un dualismo perenne. Un po’ come Napoli, ma più cupa e scura. Sono attratto dal contrasto, fa parte del mio modo di essere, sentire, suonare. Lavoro di più su altri fronti, ma capita che la città entri nell’architettura dei pezzi, a volte, e gli archi, almeno per come li sento, hanno la forza evocativa dell’aria, del fuoco, del calore, del gelo e del respiro a pieni polmoni”.
Cosa le resta da tradurre in musica di questa città?
“O al contrario cosa ho già espresso! In We Were Trees Tree Raga Song, dedicato a Monika Leskovar (violoncellista croata con cui Sollima collabora di frequente, ndr) ha una libera concezione della forma. Vuole seguire la vita degli alberi attraverso il giorno, la mattina, il legno, il temporale, la notte… Ho pensato alla grande magnolia che stupì Monika quando la vide a Palermo a Villa Garibaldi. Non una descrizione naturalistica, piuttosto una storia che collega gli alberi all’essere umano. L’anno scorso ho avuto la sensazione che lo stesso albero mi spingesse a scrivere When We Were Trees. Era aprile o maggio, a Palermo già molto caldo. I rami con la loro strana energia e le radici aeree toccavano, e toccano, i balconi di casa mia. In realtà non è soltanto la mia città o quell’albero a risuonare nei sei movimenti. Ho pensato a Stradivari aggirarsi nella foresta di Paneveggio, a ‘sentire’ i tronchi più adatti per i suoi strumenti... Qualcuno mi ha detto che verso la fine dell’800, per iniziativa di un nobile siciliano, le foglie di magnolia venivano affrancate e spedite… Poi c’è Nyagrodha, che in sanscrito significa ‘che cresce verso il basso’ e ci vedo la stessa piazza dove abito, in passato teatro di eventi cupi, dalla Santa Inquisizione all’assassinio, nel 1909, del poliziotto italo-americano Joe Petrosino, uno di quei personaggi raccontati perfino nei fumetti e nelle raccolte di figurine”.
Quale sarebbe la sua città se non fosse questa?
“Non sarebbe una città. Mi piacerebbe avere un punto d’osservazione privilegiato, magari starle di fronte, o sopra, di certo vederla da fuori. Palermo è una specie di Seattle della Sicilia, un meltin’ pot con una forte matrice gattopardesca. È come se fosse all’ombra di un grande albero che toglie la luce e sotto cui tutto fatica molto, moltissimo a crescere”.
Cosa le piacerebbe ascoltare, vedere, perché no? organizzare nella sua città?
“Non penserei a un singolo evento, a una manifestazione, anzi. Un anti-festival lontano dalle istituzioni paludate, con cui intercettare il linguaggio di una creatività borderline, in un certo senso, nato in quell’intercapedine creativa che nutre ancora il forte desiderio di sentirsi, toccarsi, scoprirsi. Qualcosa di non banale da vivere nella quotidianità, non relegato a momenti dedicati, a calendari precostituiti”.
Qual è il suo ruolo in Palermo Shooting?
“Wenders, nel suo stile, ha girato senza sceneggiatura, seguendo solo ferree regole formali. In Palermo Shooting tornano molti temi cari al regista tedesco, il viaggio come ricerca, l’inquietudine, la scoperta del nuovo attraverso la storia di un berlinese di mezza età che lascia tutto per una nuova vita a Palermo. Io sono me stesso, nella pellicola, suono un brano scritto al momento. Ciò che ho scoperto attraverso le immagini di Wenders è una realtà rallentata, di una lentezza quasi onirica, con qualcosa di evanescente”.
E Passiuni, il progetto creato per Ravenna Festival?
“È volutamente siciliano, un lavoro sul tema del sacro sviluppato a partire dalla messa bizantina di rito ortodosso in cui Chiara Muti è la voce recitante e cantante. La linea melodica è assimilabile al diagramma di una lingua arcaica. La cantata contiene parti in siciliano antico, nella lingua neogotica di Piana degli Albanesi e parla di sante e streghe, di roghi e Sant’Uffizio e, diretta dallo stesso Riccardo Muti”.
Isella Marzocchi
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