• Mondo Classico

    Speciale Festival 2022

    Scopri la versione completa nel numero di luglio agosto di Classic Voice Clicca qui per sfogliare l'anteprima dello speciale Festival 2022 Per rimanere aggiornato con le ultime informazioni da Classic Voice e ricevere le nostre offerte Iscriviti alla newsletter

    Dopo l’apertura del baule verdiano…

    Quando “Classic Voice” rivelò sette anni fa il contenuto del baule verdiano custodito a Sant’Agata, con i manoscritti musicali per lo più inediti e inaccessibili agli studiosi, nessuno avrebbe immaginato che nel giro di pochi anni quei preziosi documenti sarebbero diventati disponibili dando un contributo importante agli studi verdiani. Dal 26 al 28 maggio la Fondazione Levi di Venezia, ospiterà il primo convegno di studiosi programmato dopo l’apertura del baule, in cui si parlerà in modo specifico delle prospettive aperte alla ricerca dalla possibilità di analizzare quei documenti per tanti anni rimasti inavvicinabili e gelosamente custoditi dagli eredi del maestro. Ideatori e organizzatori dell’incontro, intitolato “La filologia all’opera: Verdi e le nuove prospettive sul processo compositivo”, sono due noti studiosi: Vincenzina C. Ottomano e Michele Girardi, docenti del Dipartimento di filosofia e beni culturali di Ca’ Foscari. Sarà possibile seguire il convegno anche in streaming sul canale YouTube della Fondazione Levi (https://www.youtube.com/user/FondazioneLevi) Ecco il calendario delle tre giornate di lavori: Giovedì 26 maggio 2022 Le carte di Villa Verdi (presiede Fabrizio Della Seta) Anselm Gerhard: “I manoscritti musicali di Sant’Agata: ricognizione provvisoria, prospettive della ricerca, il caso dei quartetti per archi” Vincenzina C. Ottomano: “Dal «baule» e da altri tesori: considerazioni su schizzi e abbozzi di Falstaff” Giovanni Meriani: “Gli abbozzi per Luisa Miller: una ricognizione” Roger Parker: “Sketch Studies: canti di sirene” Venerdì 27 maggio 2022
 Dall’archivio alla scena (presiede Michele Girardi) “La ricerca sul processo compositivo” tavola rotonda Opere e romanze (presiede Vincenzina C. Ottomano) Candida Mantica: “L’edizione critica di Macbeth1865: una fonte principale multipla per una autorialità collettiva?” Damien Colas Gallet: “Dall’atto compositivo all’edizione. Il caso di Don Carlos” Carlida Steffan: “Lo Stornello per l’Album Piave: dagli abbozzi alla stampa” Francesco Izzo: “Le riduzioni per canto e pianoforte tra testo e interpretazione” Ruben Vernazza: “Filologia degli ‘scarti’. Il caso dell’Abandonnée” Sabato 28 maggio 2022
 I libretti nel processo creativo (presiede Paolo Fabbri) Alessandro Roccatagliati: “Ancora sul libretto di Aida: una lavorazione rivista sugli autografi” Emanuele D’Angelo: “Novità dalle carte ‘verdiane’ di Arrigo Boito” (Mauro Balestrazzi) Su "Classic Voice" di carta o nella copia digitale c'è molto di più. Scoprilo tutti i mesi in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html
  • Recensioni Opere Concerti e Balletti

    Verdi – Aida

      VERONA - Da sempre, il turista vagamente melomane va all’Arena per lo spettacolo e poi per le voci, laddove il mediamente appassionato ci va per viceversa, e naturalmente il serioso intellettuale non ci va affatto. Data l’età, in Arena ho ascoltato praticamente tutte le grandi voci degli ultimi sessant’anni. Ne dovrebbe seguire il consueto e mortificante pellegrinaggio al Muro del Pianto Vocale: ma non ci penso proprio. Anna Netrebko è una grande voce al modo antico: timbro splendido e personalissimo, di quelli subito riconoscibili; linea ampia, stupendamente omogenea in tutti i registri, morbida, luminosa nel raggiare degli acuti e debordante d’armonici nello scendere sotto il rigo, governata da musicalità di livello strumentale. Ma soprattutto, tecnica antica. Di quelle che consentono controllo assoluto dell’emissione, e quindi possibilità di lavorare sulla dinamica di conserva al lavoro sulla parola, aiutato da dizione perfetta: cosa che non tutte le grandi voci automaticamente fanno, preferendo spesso star lì in vetrina a fasi ammirare di per sé. Lei no. Intanto, lei entra e subito non ce n’è per nessuno: si guarda solo lei, questione di carisma, ce l’hai o non ce l’hai, e lei ne ha a pacchi. Ma poi attacca, e nel suo formidabile “correre” questa voce si sfrangia in un’infinità di colori, accenti, inflessioni, chiaroscuri; sale e scende ispessendo o assottigliando la linea sempre aderendo al significato della frase e all’oscillogramma psicologico. Segnalo, da vociomane, la prodezza prodigiosa d’un do acuto ai “cieli azzurri” (una delle note più pestifere di Verdi, anche perché tra le pochissime sue scritte davvero male) attaccato piano, rinforzato e smorzato via via fino a svanire in quell’immensa conca lasciando dietro di sé stordita stupefazione: ma con ben altra emozione sottolineo piuttosto certi piani così timbrati da avvolgere di suono fin l’ultimo di quei gradoni; la partecipazione attiva ai concertati, anziché nascondersi nelle loro pieghe come fanno tante e anche tanto famose; l’acutissimo senso teatrale nel costruire l’evoluzione d’un personaggio apparentemente facile, a fronte di quello forse più d’effetto di Amneris, e invece assai più complesso e articolato nella sua sensualità sottile, schiva epperò ovunque conturbante: come appunto dimostra questa artista, per la quale l’aggettivo “storica” è ormai l’unico appropriato. Yussif Eyvazov è nell’ingrata posizione di dover sopportare il rischio della nomèa di “signor Netrebko”, aggravato dal timbro non propriamente baciato dagli Dei. E invece sa cantare, accidenti: cantare un gran bene, come sfoggia subito smorzando alla grande il si bemolle dell’aria (che non sarà pestifero come il do “azzurro” – anche perché scritto meglio - ma insomma  siamo lì) dopo averla, se non proprio cesellata, fraseggiata molto bene senz’altro. Ma poi chiaroscura di continuo, dando senso a tutto quello che canta: interprete autentico, insomma, non solo “canna grande così”, per dirla alla loggionese antico. Clémentine Margaine m’è piaciuta molto meno: voce modesta per timbro ed estensione, incerta nell’emissione, interprete non più che corretta. Ambrogio Maestri ormai è alla frutta se non al digestivo, e non sono certo due acutoni tenuti allo spasimo a “fare” un buon Amonasro. E non manca lo sconfinamento nell’indecenza nel caso di Ramfis: Gunther Groissböck c’entra poco col buon canto in generale e niente del tutto in quello del repertorio italiano, che pronuncia alla burgunda e massacra nello stile. Armiliato non viene del tutto a capo delle insidie poste dalla particolarissima acustica areniana, e di scollamenti ne fa avvertire parecchi, specie nelle pagine corali, pur accompagnando nel complesso bene. E lo spettacolo è di Zeffirelli. Certo, tanta roba. Ma meno di molte altre Aide, e col ragguardevole vantaggio d’un impianto scenico che, oltre ad essere gradevole da guardare, consente d’eliminare gli eterni e micidiali intervalli tra scena e scena, riducendoli a uno solo: e d’altronde, com’ebbe a dire il mai abbastanza rimpianto Vick, se hai un palcoscenico così non puoi metterci solo una sedia e un portaombrelli. Elvio Giudici   Su "Classic Voice" di carta o nella copia digitale c'è molto dipiù. Scoprilo tutti i mesi in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html  

    Bellini – Beatrice di Tenda

      MARTINA FRANCA - Hai visto mai che l’apporto più significativo di Fabio Luisi al festival

    Vicenza Jazz “New Conversations” XXVI edizione

    VICENZA – “Peggio di un bastardo”, così in una celebre autobiografia scritta con l’aiuto di Nel King
  • 278-279 - Luglio - Agosto 2022
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  • Dibattiti e sondaggi

    Mozart e il virus

    “Sabato sera Sua Altezza Reale la Principessa fidanzata si è sentita male, e ieri le è comparso il vaiolo”. La principessa fidanzata è Maria Josepha d’Asburgo Lorena, promessa sposa di Ferdinando IV di Borbone re di Napoli: non ce la fa e dopo una settimana “è diventata sposa del fidanzato celeste”. Aveva 16 anni. Autore della lettera, datata Vienna ottobre 1767, è Leopold Mozart. La morte di Maria Josepha ha come conseguenza la chiusura dei teatri per sei settimane in tutti i territori dell’Impero; le opere e i concerti programmati per festeggiare il suo passaggio nelle varie città durante il viaggio da Vienna a Napoli vengono cancellati. A Vienna sono soprattutto i bambini a morire: “Su 10 bambini il cui nome viene annotato nel registro dei decessi, 9 erano morti di vaiolo”. Leopold decide di lasciare “questa città infestata”. Prende la strada di Olmütz, 200 chilometri a nord; oggi, la città si chiama Olomouc e fa parte della Repubblica Ceca. Arrivano, alloggiano alla locanda All’aquila nera, verso le 10 del mattino Wolfgang comincia a sudare, ha le guance bollenti e rosse, le mani invece sono gelate, il polso è irregolare.  Il 31 ottobre il vaiolo esplode: la febbre diventa molto alta, le pustole lo ricoprono interamente, il corpo si gonfia, il naso è una palla. Leopold, un no-vax  che non crede nel beneficio dell’inoculazione, già largamente diffusa, prega: in te Domine speravi, non confundar in aeternum. Il terrore dura una settimana, poi la febbre scende, le pustole si seccano, spariscono. Wolfgang si alza, si guarda allo specchio e dice: “Adesso assomiglio a Mayr”. Andreas Mayr, un violinista di Salisburgo con il volto butterato tipico di chi ha avuto il vaiolo. Per tutta la vita Mozart porterà i segni della malattia. Suo padre, con acutezza da sindacalista, pensa a una sorta di cassa integrazione per gli artisti senza lavoro: “Sarebbe opportuno che qualcosa venisse autorizzato, in considerazione delle persone che devono vivere di queste attività”. Sarebbe lieto di sapere che oggi in Italia qualcosa per fronteggiare l’epidemia Covid-19 è stato previsto. Per i lavoratori dello spettacolo, sia quelli stabilizzati che i precari  (la netta maggioranza tra musicisti, danzatori, attori, tecnici), il decreto Cura Italia predispone della forme di assistenza, diverse a seconda dei diversi tipi di contratto in essere e senza escludere le numerosissime partite Iva. Sarà dunque necessario imparare come viene disciplinato dall’Inps il Fondo di Integrazione Salariale. Ma sarà solo il primo passo; il secondo è fare tesoro di questa emergenza per attrezzarci in vista delle prossime. Troppo facile prevedere, nell’immediato futuro, la difficoltà a riprendere il cammino con il passo abituale, in particolare per le realtà più deboli; la riduzione dei cachet artistici; la proposta  - in nome dell’emergenza - di condizioni contrattuali peggiorative in tutti i comparti; l’affermarsi della persuasione che, di fronte alle infinite emergenze, il nostro sarà l’ultimo settore di cui occuparsi. La maggiore responsabilità ricadrà - già ricade, adesso - sulla Siae. M anche le associazioni concertistiche, le tante cooperative di spettacolo e di servizio, la compagnie teatrali, dovranno vincere la radicata tendenza all’azione individuale, riscoprendo il gioco di squadra. Non basterà pregare, come Leopold Mozart. Sarà necessario avere fiducia in nuovi vaccini. Cerchiamoli subito. Sandro Cappelletto     Su "Classic Voice" di carta o nella copia digitale c'è molto di più. Scoprilo tutti i mesi in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html  

    Gli estremi si toccano

    Gentile Direttore, la recente programmazione di due nuove opere italiane si presta ad alcune considerazioni che mi permetto di sottoporre ai lettori di “Classic Voice”. La ciociara di Marco Tutino e Ti vedo, ti sento, mi perdo di Salvatore Sciarrino, prontamente e autorevolmente recensite dalla tua rivista, condividono a mio parere un tratto essenziale: l'assenza di un requisito non negoziabile perché si possa parlare di teatro musicale. Si può scegliere di narrare una trama o di procedere senza un contesto narrativo, di scrivere o no a numeri chiusi, di essere realisti o astratti, di rendere il canto comprensibile o di frammentarlo e ridurlo a fonema, di seguire una linea melodica o di spezzarla, di rispettare l'armonia tonale o di non tener conto di alcun predeterminato procedimento armonico, ma se si va in scena, se si chiama un regista a firmare l'allestimento, se si viene programmati all'interno della stagione di una fondazione lirico-sinfonica, allora vorrei assistere a un melo/dramma. Invece, entrambi i compositori dimostrano di non avere alcun desiderio di caratterizzare e differenziare i loro personaggi con i mezzi che contraddistinguono un'opera in musica e la rendono un caratteristico genere teatrale. Il lavoro di Tutino, che condivide con il romanzo di Alberto Moravia (1957) e il film di Vittorio De Sica (1960) soltanto il titolo, procede accumulando nel tempo un generico sinfonismo nel quale nuotano tutte le voci, che si possono distinguere non in base al carattere, ma soltanto per via del diverso registro. Sciarrino esaspera una sua tipica formula - salto ascendente nell'emissione seguito da un veloce glissando e dalla ripetizione di una o più parole - e la estende a tutti i personaggi, rendendoli così indistinti. Tutino procede in presenza, Sciarrino in assenza (il protagonista, Alessandro Stradella, è presente solo attraverso citazioni musicali: quasi - si parva licet - un Godot in musica), ma l'esito non cambia. Altro elemento comune è un aspetto mistico: una mistica della banalità per Tutino, che fa della prevedibile semplicità della propria musica e della corrività del testo un orgoglioso vessillo, e una mistica del tecnicismo per Sciarrino, unita a un'autoreferenzialità che, come testimoniato dalla recente mostra a lui dedicata a Milano, assume anche tratti feticisti. Infine, le due opere condividono il disinteresse verso l'umanità possibile delle donne e degli uomini che portano in scena, ridotti a caricature vocali e a stilemi di un tempo che fu. Gli estremi si toccano. Sandro Cappelletto   Su "Classic Voice" di carta e in digitale c'è molto di più. Scoprilo in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html  
  • Eventi
    Al via con "Elisir d'amore" su strumenti storici la nuova edizione della kermesse bergamasca

    Tutti i colori di Donizetti

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  • Novità CD

    Frédéric Lodéon “Le Flamboyant”

      In Francia Frédéric Lodéon è conosciuto come volto televisivo, il cui senso dell’umorismo ha aiutato la diffusione della musica classica a un ampio pubblico. Ma l’ex allievo di Rostropovic è prima di tutto un immenso violoncellista, dotato di un temperamento impetuoso. La sua eredità discografica per Erato ed Emi viene raccolta per la prima volta in un cofanetto che include numerosi inediti.         Su “Classic Voice” di carta o nella copia digitale c’è molto di più. Scoprilo tutti i mesi in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html      
  • Novità DVD

    Puccini Madama Butterfly

      L’opera che inaugurò la stagione 2016-17 della Scala approda in un doppio dvd curato da Decca e Rai Com. Si tratta della versione originale del 1904 (la “prima” Butterfly, poi pesantemente rimaneggiata da Puccini dopo il fiasco scaligero), con Riccardo Chailly sul podio, la regia di Alvis Hermanis e Maria José siri nel ruolo del titolo.         Su “Classic Voice” di carta o in digitale c’è molto di più. Scoprilo tutti i mesi in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html    
  • Recensioni CD

    Bach – Suites inglesi n.1, 2, 3 Concerto Bwv 1052

      Ritiratosi da tempo dal concertismo militante, Ashkenazy se ne esce ogni tanto con qualche disco pregevolissimo che non fa altro che confermare la statura di un artista tra i massimi degli ultimi sessant’anni. Il pianista aveva già reso omaggio a Bach attraverso le incisioni complete del Clavicembalo ben temperato, delle sei Partite e delle Suites francesi, oltre che di pochi altri pezzi sparsi tra i quali il Concerto italiano. Qui il quadro si arricchisce, per ragioni a noi ignote, delle sole tre prime Suites inglesi e gli editori hanno pensato bene di aggiungere a questa pubblicazione un bonus costituito dal Concerto in Re minore Bwv 1052 diretto da David Zinman con la London Symphony. Particolare piuttosto insolito, l’incisione del Concerto risale al gennaio del 1965 con la scelta, a quei tempi, di un accoppiamento in long playing piuttosto inedito con il  secondo Concerto di Chopin, l’op. 21. Anche se l’incisione risale al 2019, fa piacere trovare ancora qualche interprete che si dedica a Bach, con somma venerazione, al termine della propria carriera (è recente la comunicazione da parte di Pollini di volere prendere in considerazione il secondo volume del Clavicembalo, scelta che fa già ingolosire tutti i suoi ammiratori). Il gesto perentorio con il quale Ashkenazy attacca la Suite n.1 in La dà subito un’idea dell’importanza di questo disco, in cui la scrittura bachiana viene ricreata su uno strumento moderno con straordinaria ricchezza di colori, senza eccessiva pedanteria ma con ovvia precisione per ciò che riguarda la realizzazione degli abbellimenti, e soprattutto con un entusiasmo, diremmo quasi una gratitudine nei confronti del genio bachiano che è davvero commovente (si ascolti come Ashkenazy “canta” la Sarabanda!). Altrettanto deciso è l’incipit della notissima seconda Suite, croce e delizia di ogni studente ma è ancora nella Sarabanda, con i suoi bellissimi agréments, che il pianista sembra confessare il proprio innamoramento nei confronti del melos bachiano. Severa la Bourrée (che differenza con la recente, gentile, lettura della Argerich), folgorante la Giga conclusiva. E nella terza Suite (che peccato la mancanza degli altri numeri) Ashkenazy ci affascina nuovamente attraverso una coloratissima lettura delle Gavotte e l’andamento inesorabile della Giga. Luca Chierici   Su “Classic Voice” di carta o nella copia digitale c’è molto di più. Scoprilo tutti i mesi in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html      
  • Recensioni DVD

    Mozart – Così fan tutte

    L’anno scorso il festival di Salisburgo ha voluto lo stesso andare in scena; dovendosi però eliminare l’intervallo, ridurre i tempi, stare distanziati (in teoria: in realtà, sono quasi sempre attorcinati uno all’altro, e in platea il pubblico appare senza mascherina e parecchio numeroso), ha partorito un torso tagliando parecchio. Inni e osanna, peraltro, da parte dei drogati da teatro, che purché ci si vada va bene tutto. A me non va affatto bene, se si deve fare un brutto teatro purché si faccia teatro, meglio a casa con un bel dvd. La regia di Loy provvede a dare un minimo di senso plasmando un Così movimentatissimo, con grandi corse lungo l’enorme ampiezza del palcoscenico della Sala Grande, un gran buttarsi per terra, uno stare in scena quando non si dovrebbe, a fare i pali con occhi sbarrati mentre un altro canta. Qualche idea è da tenere a mente: le due ragazze che compaiono a tessere le lodi non del proprio amante ma di quello della sorella; “Come scoglio” Fiordiligi lo indirizza proprio al suo amante Guglielmo, quasi a respingerlo consapevolmente, e nel finale primo i quattro scoprono l’attrazione d’un eventuale scambio di coppie. Che la scoperta dell’attrazione fisica sia un processo doloroso, e che i cinici Alfonso e Despina vivano la vicenda soffrendo della consapevolezza della propria aridità, è molto interessante: ma i tagli del second’atto privano di chiarezza ogni serio tentativo drammaturgico, rendendo lo svolgersi della vicenda troppo zoppicante e sbrigativo. Solito problema, peraltro, che ha reso e tuttora rende difficile da comprendere e da accettare l’ottica supremamente illuminista del Così. Sicché il prim’atto c’è quasi tutto, i tagli sono praticati nel secondo perché si persevera per l’ennesima volta nel fatale equivoco di ritenere tutta l’azione appannaggio del primo atto, mentre nel secondo non avverrebbe niente: laddove avviene per l’appunto - attraverso la successione delle arie solistiche che frammezzano i due decisivi duetti - l’azione vera che rende supremo capolavoro quest’opera, ovverosia la scoperta di quanto l’impulso sessuale possa vincerla su quello sentimentale, e come si possa amare due persone contemporaneamente senza necessariamente essere spregevoli (o zoccole, come talora sussurra l’ottica maschilista). Purtroppo, se la regia ha spunti embrionali ma interessanti, la direzione non ne ha. Chiassosa, sbrigativa, pochissimo articolata all’interno, qua e là financo rozza nonostante l’ostentato splendore del tessuto strumentale, dove peraltro come da tradizione viennese atavica (che i Filarmonici paiono recuperare con malcelata soddisfazione) gli archi annegano nel loro oro antico i legni che viceversa sono il cuore pulsante dell’animo mozartiano. Cast discreto. Magnifici i timbri vocali di Bogdan Volkov e di Andrè Schuen, tenore e baritono che senza dubbio vedremo spesso nelle locandine del prossimo futuro: speriamo tuttavia imparino a fraseggiare un po’ di più e non si limitino a pattinare sulla superficie di scritture ben altrimenti complesse di quanto fanno sentire qui. Elsa Dreisig ha un bel registro acuto e parecchi problemi giù, con fissità assortite e fraseggio abbastanza qualunque. Marianne Crebassa, puntualmente portata sugli scudi da tutta la critica francese, a me continua a dire niente: pigola e ciangotta, tutta smorfie e moine da mal tempo che fu. Lea Desandre è bellissima da vedere ma la sua vocetta acidula la rende molto sgradevole da sentire. E Johannes Martin Kränzle, grande wagneriano, con Alfonso c’entra niente. Elvio Giudici   Su “Classic Voice” di carta o nella copia digitale c’è molto di più. Scoprilo tutti i mesi in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html      
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