• Mondo Classico

    I ripensamenti di Verdi

    Dopo un secolo di oblio riemergono gli appunti e le indicazioni con cui Giuseppe Verdi seguiva il processo di composizione e revisione delle sue opere. Li descrive integralmente l’Istituto di Studi Verdiani nel nuovo numero del suo annuario diretto da Sandro Cappelletto (che sarà presentato il prossimo 29 gennaio a Parma), ne offre una significativa anticipazione il mensile “Classic Voice” in edicola. Modifiche, correzioni, incertezze, scelte che trovano testimonianza in più di 5000 pagine autografe di Verdi (5.434 fogli) mai lette prima, suddivise in buste custodite in un ampio baule. Gli appunti riguardano tutte le sue creazioni da Luisa Miller ai Pezzi sacri, passando per dunque per tutti i grandi capolavori da Traviata a Rigoletto, da Aida a Don Carlos. Questi autografi sono stati catalogati e studiati per la prima volta da Alessandra Carlotta Pellegrini, direttrice scientifica dell’Insv, e da Francesca Montresor, che anticipano i contenuti del loro lungo lavoro di disamina su “Classic Voice”. Innumerevoli i segreti compositivi che vengono svelati, tra cui le sofferte cancellature e indecisioni per la stesura della parte musicale del “Credo” di Jago nell’Otello, una versione della Fuga del Falstaff diversa da quella che si ascolta normalmente e le sorprendenti le modifiche di pugno di Verdi, come - per esempio nel Ballo in maschera - l’originario “dolcezza” corretto da Verdi in “grandezza”, “splendore” corretto in “pallore”, o - nel Falstaff - “bocca baciata non perde fortuna” corretto in “ventura”. Dell’esistenza di un “tesoro segreto” di manoscritti musicali verdiani, custoditi in un mitico baule a Sant’Agata, si favoleggiava da anni tra studiosi e musicologi. Ma solo nel giugno 2015 “Classic Voice” aveva pubblicato per la prima volta l’elenco completo delle quasi cinquemila pagine, molte delle quali inedite, senza però poter accedere ai contenuti. La campagna del periodico per rendere accessibile questo inestimabile patrimonio continuò nel marzo 2016 con la pubblicazione di una lettera aperta firmata da cinquanta autorevolissimi nomi della musica (tutti i grandi direttori, da Barenboim, Mehta e Rattle agli italiani Chailly, Gatti e Pappano, e poi Pollini, Accardo e Domingo) e della cultura (tra cui Arbasino, Cacciari, Fo, Veronesi) indirizzata al ministro dei Beni Culturali e al presidente della Repubblica. Anche grazie alle pressioni dell’Istituto nazionale studi verdiani e alla Direzione generale degli archivi, i preziosi documenti furono prelevati per procedere prima alla schedatura e quindi alla digitalizzazione, avvenuta nel corso degli ultimi mesi e conclusa con questa dettagliata e rivelatrice pubblicazione. Su "Classic Voice" di carta o in digitale c'è molto di più. Scoprilo tutti i mesi in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html

    PERSONE dell’anno 2018

    Che cosa lascia in eredità il 2018 in campo musicale? “Classic Voice” se l’è chiesto insieme a tutti i collaboratori della redazione, cercando di individuare gli artisti o le istituzioni il cui percorso artistico e umano fotografa l’anno e lascia un segno importante per intensità di vissuto, creatività e innovazione, proiettato sul futuro. Più di tutti, l’anno è segnato dalla storia incredibile e - successivamente - dalla rinascita di Daniele Gatti. La motivazione è che questo grande talento della direzione d’orchestra soltanto pochi mesi fa sembrava irrimediabilmente perso, sprofondato sotto gli effetti di gravi accuse a mezzo stampa che gli erano costate la carica di direttore musicale dell’orchestra del Concertgebouw di Amsterdam e l’ostracismo più o meno dichiarato di altre istituzioni. E ora, invece, riemerge come da un abisso con la nomina a direttore musicale del Teatro dell’Opera di Roma, per il quale dirigerà tre o forse quattro titoli a stagione: a partire dal raffinato, sorprendente, verdianissimo Rigoletto che ha inaugurato questa, e dalle Vêpres siciliennes che - si dice - apriranno la prossima. Scopri qui sotto i primati nelle varie categorie. [slide-anything id="8996"]
  • Recensioni Opere Concerti e Balletti

    Lo Schiaccianoci – Teatro alla Scala

    Coreograficamente parlando, lo Schiaccianoci di George Balanchine sfida qualunque altra versione di questo caposaldo del grande repertorio. Vale a dire che va oltre a quella cosiddetta “psicologica” di Nureyev, con i fantasmi degli adulti opprimenti, che l’Opéra de Paris e la Scala hanno in repertorio da tempo; a quella del Royal Ballet elegante e composta; a quelle di tradizione del Marinsky e del Bolshoi, per restare al classico. Niente a che vedere con lo Schiaccianoci modernizzato di Nacho Duato, visto alla Scala due anni fa, né con quello autobiografico très français di Maurice Béjart, e non certo con quella di Giuliano Peparini (ex Roland Petit e molti show tv) genere tuttifrutti all’Opera di Roma. La Scala è l’unico teatro in Italia e il secondo in Europa a mettere in scena lo Schiaccianoci balanchiniano, approdato una decina di anni addietro solo a Copenhagen. Balanchine eccelle nel senso che i passi e le dinamiche con lui sono necessari, giusti, armoniosi: se la musica vortica i fiocchi di neve vorticano. Levità e velocità, virtuosismo senza compiacimenti: “danzare per danzare”, visto che danzare pur bisogna, qui non esiste. Che meraviglia. Salti e giri sono il “minimo sindacale”  per dei bravi ballerini, e quelli della Scala, che indossano con gioia questo Nutcracker del 1954 nato per il New York City Ballet, adesso lo sono veramente. Prova ne sia che questo Schiaccianoci senza star ospiti funziona benissimo e piace moltissimo. Balanchine offre molto, coreograficamente appunto, e chiede molto: ogni dettaglio di inventiva, specie per la bravura femminile - ad esempio i tour  alternando passé davanti e dietro per il solo della Goccia di rugiada, la scattante Gaia Andreanò il 30 dicembre - e ogni spunto di musicalità è perfettamente leggibile, se eseguito come alla Scala con la pulizia del caso, per il piacere unico di accordare occhio e orecchio. Il primo atto è per i bambini, che non fanno tenerezza in quanto tali, ma brillano per essere già dei ballerini, semplicemente “piccoli”,  frutto dell’ottima scuola della Scala. In effetti la nostalgia che ha guidato la mano del coreografo nel disegnare il racconto, tanto connesso alla sua infanzia e ai Natali della sua Russia lontana, mostra la festa come un momento di apprendistato dei modi “da grandi” che i ragazzini e le ragazzine devono acquisire, comportandosi da cadetti e debuttanti in formato ridotto e agendo per imitazione degli adulti che fanno da modello. Fritz, siccome è il più piccolo, si sente fuori gioco e per questo inventa capricci e monellerie, e fa dispetto alla sorella; logico, plausibile, senza bisogno di mobilitare psichiatri. Lo zio illusionista Drosselmeier appare in cima all’orologio nei sogni di Clara, ma non è veramente un personaggio da incubo. Il gufo che batte le ore e le ali sul pendolo si trasforma nella sua ombra che sbatte il mantello. Basta così. E i topi non sono spaventosi e i soldatini sono giocattoli. Lode a Balanchine, quindi, per tanti buoni motivi e anche perché evita la usuale pantomima reumatica- e pseudocomica- dei nonni, per lui una coppia con i capelli bianchi, amata e rispettata, perfettamente in grado di prender parte ai balli di società. La musica fluisce morbida e vivace sotto la bacchetta di Michail Jurowski, mentre la vicenda procede con l’albero che si fa gigante - cosa a cui George Balanchine teneva enormememnte, tanto da far spendere ai produttori 80000 dollari per realizzarlo, ripagati però da un successo di cassetta duraturo e immancabile - e con i fiocchi di neve che cadono e cadono deliziosamente, indispensabili perché sia Natale, quando i due giovani protagonisti, all’ultima recita del 2018 Chiara Ferraioli e Edoardo Russo, si avviano verso il Regno degli Zuccheri. Il bosco disegnato da Margherita Palli, che firma il nuovo allestimento milanese, è la scena più bella, più fiabesca di tutte. Il roseo negozio di dolci del secondo atto è meno efficace. Oggetti come il lettino dello Schiaccianoci e la corona del Re Topo sono in formato troppo piccolo per vederli e intenderli da lontano, mentre il trono dove siedono Clara e il suo cavaliere nel secondo tempo è troppo grande. Ma in questo balletto conta soprattutto la coreografia luminosa, e come viene eseguita con cast appropriati. La storia, le scene e i costumi sono di servizio alla danza. Non di rado si vede il contrario. Nel secondo atto, con i ballerini della casa, il gusto balanchiniano per la danza concertante si manifesta in tutto il suo fulgore. La Fata Confetto, Martina Arduino, è delicata e precisa, con stile, accanto a Nicola Del Freo, il suo Cavaliere, vigoroso, puntuale, eccellente partner. Il valzer dei fiori, tutto femminile, potrebbe essere staccato dal contesto, come uno dei tipici brani cosiddetti “astratti” del maestro russo-americano. La danza delle ragazze marzapane, color pistacchio, con la solista Caterina Bianchi, è spumeggiante (niente trio young dei Mirliton, che qui i bimbi sono dappertutto) e Mamma Zenzero, con i figlioletti nella donna enorme, Samuele Berbenni en travesti, è una riuscita assicurata. Se nel primo atto Mattia Sempreboni è un soldatino-pupazzo mirabolante, nel secondo Andrea Crescenzi-bastoncino di zucchero non è da meno con i suoi salti nel cerchio, e Maria Celeste Losa seduce con le bellissime linee molto chic nella danza araba. Nessun manierismo nelle danze etniche, nessuna caduta di gusto, nessun effettismo: questo Schiaccianoci merita di vivere ben oltre le recite di gennaio 2019. Elisa G. Vaccarino   (Su "Classic Voice" di carta o in digitale c'è molto di più. Scoprilo tutti i mesi in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html)  

    Verdi – Attila – Teatro alla Scala – recensione

    Ha ragione Riccardo Chailly quando traccia una linea a congiungere Giovanna d'Arco, Attila e Macbeth in una

    Rigoletto fresco d’inchiostro

    ROMA - Glorificato sul campo prima che dalle corte operistica capitolina. Daniele Gatti, nominato direttore
  • 237 - Febbraio 2019
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  • Dibattiti e sondaggi

    Gli estremi si toccano

    Gentile Direttore, la recente programmazione di due nuove opere italiane si presta ad alcune considerazioni che mi permetto di sottoporre ai lettori di “Classic Voice”. La ciociara di Marco Tutino e Ti vedo, ti sento, mi perdo di Salvatore Sciarrino, prontamente e autorevolmente recensite dalla tua rivista, condividono a mio parere un tratto essenziale: l'assenza di un requisito non negoziabile perché si possa parlare di teatro musicale. Si può scegliere di narrare una trama o di procedere senza un contesto narrativo, di scrivere o no a numeri chiusi, di essere realisti o astratti, di rendere il canto comprensibile o di frammentarlo e ridurlo a fonema, di seguire una linea melodica o di spezzarla, di rispettare l'armonia tonale o di non tener conto di alcun predeterminato procedimento armonico, ma se si va in scena, se si chiama un regista a firmare l'allestimento, se si viene programmati all'interno della stagione di una fondazione lirico-sinfonica, allora vorrei assistere a un melo/dramma. Invece, entrambi i compositori dimostrano di non avere alcun desiderio di caratterizzare e differenziare i loro personaggi con i mezzi che contraddistinguono un'opera in musica e la rendono un caratteristico genere teatrale. Il lavoro di Tutino, che condivide con il romanzo di Alberto Moravia (1957) e il film di Vittorio De Sica (1960) soltanto il titolo, procede accumulando nel tempo un generico sinfonismo nel quale nuotano tutte le voci, che si possono distinguere non in base al carattere, ma soltanto per via del diverso registro. Sciarrino esaspera una sua tipica formula - salto ascendente nell'emissione seguito da un veloce glissando e dalla ripetizione di una o più parole - e la estende a tutti i personaggi, rendendoli così indistinti. Tutino procede in presenza, Sciarrino in assenza (il protagonista, Alessandro Stradella, è presente solo attraverso citazioni musicali: quasi - si parva licet - un Godot in musica), ma l'esito non cambia. Altro elemento comune è un aspetto mistico: una mistica della banalità per Tutino, che fa della prevedibile semplicità della propria musica e della corrività del testo un orgoglioso vessillo, e una mistica del tecnicismo per Sciarrino, unita a un'autoreferenzialità che, come testimoniato dalla recente mostra a lui dedicata a Milano, assume anche tratti feticisti. Infine, le due opere condividono il disinteresse verso l'umanità possibile delle donne e degli uomini che portano in scena, ridotti a caricature vocali e a stilemi di un tempo che fu. Gli estremi si toccano. Sandro Cappelletto   Su "Classic Voice" di carta e in digitale c'è molto di più. Scoprilo in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html  
  • Eventi
    Con "Il re pastore", in scena dal 15 febbraio, la Fenice riscopre l'operista adolescente

    Amare o regnare? I dilemmi del Mozart teenager

    La Fenice torna all'insegna del Settecento: febbraio dedicato alle opere giovanili di Mozart,
    A Palermo apertura di stagione con Cherstich e il collettivo russo AES+F. Video-arte al potere

    Una Turandot da MoMA

    Turandot si conferma terreno congeniale per la ricerca di nuove possibilità teatrali. Stavolta
    Il Regio di Parma riporta in vita le scenografie originali di "Un ballo in maschera". Edizione 1913

    Un Verdi di carta (restaurata)

    C'è una vera scoperta “archeologica” dietro la scelta di inaugurare la stagione del Regio di
  • Novità CD

    John Field

      Finalmente riunito il nucleo della produzione pianistica di John Field (1782-1837), il compositore irlandese pre-romantico che oltre a sette concerti per pianoforte (qui con Benjamin Frith solista e la Northern Sinfonia) ha lasciato il primo corpus di Notturni, ammirato da Schumann e fondamentale per la poetica di Chopin. Nel cofanetto appaiono anche le quattro Sonate per pianoforte.             Su “Classic Voice” di carta o in digitale c’è molto di più. Scoprilo tutti i mesi in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html      
  • Novità DVD

    Belcanto The Tenors of the 78 Era

      Enrico Caruso, John Mc Cormack, Leo Slezak, Tito Schipa, Richard Tauber, Beniamino Gigli e altri fino a Jussi Björling (nato nel 1911 e scomparso nel 1960) in una corposa raccolta che documenta l’arte dei tenori e dei belcantisti attivi nella prima metà del Novecento e le cui voci venivano incise su dischi a 78 giri. Artisti come Gigli, Tauber, Melchior che, con l’avvento del film sonoro, divennero delle star indiscusse.             Nel mensile “Classic Voice” di carta o in digitale c’è molto di più. Scoprilo in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html        
  • Recensioni CD

    Josquin Messes

    Cinque anni fa due ensemble francesi, Biscantor! e Métamorphoses, hanno iniziato a incidere le messe di Josquin des Prez con l’intento (non esplicitamente dichiarato ma palese) di offrirne prima o poi l’integrale, iniziativa finalmente plausibile dato il completamento (dopo quasi un secolo di lavoro) dell’edizione critica del sommo compositore francese. Il progetto continua ora con il quarto disco per le messe “Fortuna desperata” e “Une musque de Biscaye” (quindi composizioni liturgiche su materiali profani), che il saggio introduttivo di Jacques Barbier (autore, dieci anni fa, di un bel libro sul tema) mette in relazione con l’importante (in termini di fonti superstiti) e cospicua (in senso assoluto) ricezione spagnola, la medesima che produsse il “fenomeno” Mille regretz, cioè la chanson più trascritta e più rielaborata di sempre. L’esecuzione, in controtendenza rispetto all’usanza di cantare il Rinascimento a parti reali (cioè con un solo cantore per ogni linea del contrappunto), controlla alla perfezione l’insieme di un organico piuttosto ampio dal quale, in cambio, ottiene un’estesa gamma dinamica che, specialmente in relazione con la scrittura di Josquin, attentissima a modulare i piani sonori e i contrasti tra gruppi di voci, è pertinente e funzionale. Carlo Fiore   Su “Classic Voice” di carta o in digitale c’è molto di più. Scoprilo tutti i mesi in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html      
  • Recensioni DVD

    Berg Wozzeck

    Probabilmente, il punto di partenza di Kentridge è costituito dalle lettere che Berg inviò alla moglie dal fronte della Grande Guerra, amarissime e piene di ripugnanza: periodo nel quale il pensiero tornava ripetutamente al Wozzeck ancora da completare. Scena fissa. Una sorta di edificio semidistrutto (strette piattaforme, scale e camminamenti in equilibrio fatto sembrare molto precario, rialzate su superfici buie; claustrofobici cubicoli per gli interni, come il gabinetto del Dottore all’interno dell’armadio visto nella scena precedente) sul quale le diverse scene si susseguono emergendo volta a volta dall’oscurità in punti e altezze diversi sfruttando l’enorme ampiezza del palcoscenico salisburghese, così da formare una sorta di polittico memore del celebre Giardino delle delizie di Bosch. Sul tutto, passano di continuo le videoproiezioni di disegni a carboncino - ovviamente dello stesso Kentridge – sovrapponendosi anche le une alle altre (nella prima scena, Wozzeck non fa la barba al Capitano bensì manovra un proiettore di diapositive erotiche alternate ad altre di guerra), creando immagini che si rifanno al crudo, ferocemente grottesco espressionismo di Otto Dix: cavalli scheletriti, teste emergenti dal suolo – i “funghi” della scena tra Wozzeck e Andres –, mappe belliche, uomini dal viso annullato sotto una maschera antigas a richiamare l’impiego del gas nella seconda battaglia di Ypres (gas a base di cloro, da allora chiamato iprite), e insomma tutto un coacervo d’immagini che allacciano il mondo di Berg a quello del Karl Kraus autore de Gli ultimi giorni dell’umanità. Immagine la più inquietante di tutte è quella del bambino di Wozzeck e Marie: una lignea marionetta col viso coperto da una maschera antigas, che nell’ultima scena una crocerossina issa su di una gruccia facendone penzolare ai lati le gambette di legno, atroce simbolo di tutti i mutilati di guerra destinati a non aver mai fine. L’approccio visual-registico di Kentridge si riallaccia insomma abbastanza vistosamente a quelli di Luca Ronconi alla Scala e di Calixto Bieito a Barcellona: ma non per questo è meno efficace, anche perché supportato da cantanti-attori eccezionali. Matthias Goerne mostra per l’ennesima volta quanto il suo modello vocale e scenico sia Dietrich Fischer-Dieskau: si muove con pesantezza, quasi ogni gesto gli costasse enorme fatica, gli occhi fissi coi quali il suo frastagliatissimo fraseggio ci fa “vedere” le lancinanti immagini interiori che lo tormentano, plasmando un personaggio tra i più memorabili del teatro musicale moderno. Asmik Grigorian, che l’anno seguente otterrà sempre a Salisburgo un successo al calor bianco impersonando Salome, in un certo senso l’anticipa con una Marie cantata benissimo con un fior di voce ampia, percussiva e di timbro fascinoso al servizio d’un fraseggio di rovente sensualità, imperioso e sfrontato ma con quel fondo di disarmata debolezza che lo chiaroscura con una personalità difficile da dimenticare. Da brividi la coppia Capitano-Dottore (Gerhard Siegel-Jens Larsen), ottime le parti di fianco. Jurowski, alla testa d’una Filarmonica di Vienna più fantasmagorica che mai, usa la bacchetta come un affilatissimo bisturi: sposando in pieno il tanto dettagliato impianto visivo, la direzione evidenzia ogni minimo particolare solo per farlo meglio discernere entro un flusso narrativo privo d’alcuna stasi, sempre fluido, sempre “in avanti”, sempre nitido ma soprattutto capace di rendere le infinite sfumature dell’universo espressivo di Berg, prima fra tutte quella lancinante melanconia che pur nelle pieghe del più grottesco dei sarcasmi non rinuncia a far avvertire la sua debole, commoventissima voce. Elvio Giudici   Su “Classic Voice” di carta o in digitale c’è molto di più. Scoprilo tutti i mesi in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html      
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Daniel Barenboim

Complete Berlioz recordings on Deutsche Grammophon (10 cd Dg)   Daniel Barenboim è stato direttore musicale dell’Orchestre de Paris dal 1975 al 1989. In quei tre lustri ha esplorato a lungo il

PAGANINI

Complete edition (40 cd Dynamic)     Per la prima volta sono raccolte tutte le opere di Paganini al momento note. I Concerti, i Quartetti, le Sonate per violino e chitarra, le canzonette e il

CHARLES MUNCH

The complete recordings on Warner Classics (13 cd Warner)   Pilastro dell’interpretazione della musica francese (da Berlioz a Dutilleux), Charles Munch (1891-1968) è il protagonista di questa monografia

CLAUDIO ABBADO – SCHUBERT

Dal 1965 al 1997 Abbado ha diretto più di 500 concerti con i Wiener Philharmoniker. Molte registrazioni non ancora pubblicate stanno vedendo la luce in questi anni. Tra queste, accuratamente restaurata, quella della
Ultime Novità DVD

Gerry Mulligan Concert

Il sassofonista Gerry Mulligan (1927-1996) esegue due sue composizioni pensate appositamente per sax baritono e orchestra insieme all’Orchestra Filarmonica di Stoccolma, diretta per l’occasione da Dennis Rusell

Verdi

In formato bluray la Dynamic pubblica il debutto nella regia d'Opera di Dario Argento del 2013 con Macbeth di Verdi al Teatro Coccia di Novara. Il Cast vede Giuseppe Altomare nel ruolo del titolo e Dimitra Theodossiou

Sharon Isbin

Un ritratto della camaleontica chitarrista di formazione classica Sharon Isbin in un documentario che include la performance alla Casa Bianca ed esecuzioni di musiche di Howard Shore, Mark O’Connor (che concerta con

Vivaldi

Se il cast è composto da Mary Ellen Nesi, Delphine Galou, Sonia Prina, Loriana Castellano, Emanuele D'Aguanno, Roberta Mameli, Magnus Staveland, l'orchestra è quella del Maggio Musicale Fiorentino. Sul podio Federico