• Mondo Classico

    La Sinfonica nazionale Rai è la nuova Orchestra principale del Rof

    È l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai la nuova orchestra principale del Rossini Opera Festival. La compagine, nata nel 1994, si lega al Rof con una partnership triennale che si estende dal 2017 al 2019. La partecipazione, nata inizialmente per alcuni concerti nelle edizioni 2018 e 2019, ha avuto un'accelerazione confluita nella possibilità di partecipare alla manifestazione pesarese sin da quest’anno - e come orchestra principale - dopo che l'Orchestra del Comunale di Bologna, presente da decenni, ha lasciato il Rof per il Festival Verdi di Parma. Al Rof 2017 l’Orchestra Rai sarà impegnata in tre produzioni: Le siège de Corinthe, prima assoluta in edizione critica diretta da Roberto Abbado e messa in scena da La Fura dels Baus, che inaugurerà il Festival il 10 agosto; La pietra del paragone, riallestimento della produzione del 2002 diretta da Daniele Rustioni e firmata da Pier Luigi Pizzi, in scena dall’11 agosto; lo Stabat  Mater che chiuderà il Festival il 22 agosto, nuovamente con Daniele Rustioni sul podio.

    Gli strumenti fanno boom

    Il bonus Stradivari fa il bis. Anche quest'anno il Parlamento ha inserito in Finanziaria l'incentivo per l'acquisto di strumenti musicali rivolto agli studenti (per informazioni: www.facebook.com/progettostradivari). Un aiuto concreto per sostenere musicisti e rivenditori in un momento di crisi del settore. Il successo del provvedimento è nei numeri: 11.758 richieste di acquisto; 10 milioni 538 mila euro erogati; una crescita del 3,95 rispetto al dato sulla vendita di strumenti del 2014 (fonte Dismamusica). Identico lo stanziamento che ammonta a 15 milioni di euro ma rivedute e corrette le modalità di erogazione del bonus per il 2017. Mentre lo scorso anno l'agevolazione era di 1000 euro, quest'anno lo sconto sale fino a un massimo di 2.500 in percentuale al costo dello strumento. Si allarga inoltre la platea dei fruitori: dagli studenti dei Conservatori e degli Istituti parificati a quelli dei Licei musicali e degli enti che rilasciano titoli Afam (preaccademici, triennio, biennio e precedente ordinamento). Cosa si deve fare per ottenere lo sconto? Basta presentare al negoziante un certificato di iscrizione all'Istituto in questione e scegliere lo strumento. Il rivenditore applica immediatamente la decurtazione e poi richiede il rimborso sotto forma di credito d'imposta. Il sostituto d'imposta è difficile da recuperare è l'obiezione dei piccoli rivenditori. ‚“Non è proprio così - risponde l'on. Raffaello Vignali autore dell'emendamento e membro della Commissione attività produttive della Camera - le cifre sono recuperabili con l'F24 già dal mese stesso della vendita e non bisogna attendere la denuncia dei redditi nell'anno successivo”. I negozianti però sollevano un altro problema: “Abbiamo venduto solo strumenti da 1000 euro o meno, anche se ci siamo fatti una bella pubblicità”. Vero. E infatti per il 2017 si è pensato ad un correttivo. Lo sconto sarà del 65% del prezzo totale per un massimo di 2500 euro. Dunque per ottenerlo pienamente bisogna spendere almeno 4000 euro. Largo quindi all'acquisto di pianoforti o violoncelli e strumenti di qualità e categoria superiore. Il mercato è in ripresa dopo otto anni di lacrime e sangue e ogni iniziativa è valida per battere sul campo la concorrenza “sleale” di colossi come Amazon e Thomann, in grado di praticare politiche di prezzo particolarmente aggressive. “Questi canali alternativi - spiega il presidente di Dismamusica - l'anno scorso hanno sottratto al nostro sistema circa 13 milioni di fatturato che altrimenti si sarebbero sommati ai già ottimi risultati che abbiamo registrato”. Occorre dunque affilare le armi per poter competere. Sono esclusi dal Bonus 2017 gli studenti che ne hanno beneficiato nel 2016, in quanto si tratta di un Bonus una tantum. Eppure almeno un neo c'è: sono esclusi anche i corsisti di direzione d'orchestra e composizione, quelli di canto e tutto il settore della musica elettronica. Anche a loro gli strumenti servono. Meglio se scontati. Livia Ermini
  • Recensioni Opere e Concerti

    Fabio Luisi – Filarmonica della Scala

    MILANO - La caratura del direttore non ha bisogno di dispiegarsi, si manifesta nei primi secondi, per come stacca l’incipit del Don Juan. Pensando a un unico suono, una sola scarica di elettricità, un’iniezione di energia violenta e fredda su cui trascina gli archi d’orchestra. Fabio Luisi mette la firma in testa al concerto della Filarmonica della Scala. E mantiene l’impronta fino alla fine, insegnando cosa significa preparare una compagine, e poi serrarla e tenerla in pugno. Vuol dire trascinarla efficiente in ogni percorso, per quanto vitalistico e sfrenato, con un controllo pieno e quasi disumano, ma nello stesso tempo totalmente partecipe. Essere fuori e dentro l’orchestra. Anche nella gestione dei dettagli che si sommano polifonicamente, e che il direttore segue, comprende, sbalza tutti, restituendo della partitura un’immagine prismatica. Come di una realtà (in)decifrabile e imprendibile. Lo Strauss di Luisi è quello che vorremmo sempre sentire: consapevole che la velocità non è solo virtuosismo, ma sostanza di una modernità famelica e bruciante, che consuma un mondo di figure massime e minime che si avvicendano senza sosta. Luisi le scolpisce fino all’ultima, curando il dettaglio timbrico e il suo risvolto orchestrale “realistico” (ascoltare il contrappunto di strumenti a fiato nell’episodio degli avversari in Una vita d’eroe, o il crepitìo del rullante nel successivo campo di battaglia), ma senza celebrarle al di sopra del vero dio Tutto. E la Filarmonica, così sollecitata, lo segue con una bravura estrema, ripagandolo con lo stesso splendente oro interpretativo ed esecutivo. Per non dire dei momenti lirici, restituiti con voluttuoso ma artificiale abbandono: l’estasi al quadrato. Come nell’episodio della compagna dell’eroe, condotto con fraseggio libero e svettante dal violino di Francesco De Angelis, in un vero e proprio concerto solistico nel poema. E a proposito di Concerti, c’è da segnalare il debutto in Filarmonica del pianista Alessandro Taverna nel Secondo di Liszt. Uno dei nostri, verrebbe da dire dopo la serie infinita di star internazionali che popolano il palco da solisti. Taverna non sfigura, tutt’altro. Fa un Liszt rifinitissimo ed elegante. Affronta le scariche di note con un controllo che gli permette di cavare sempre il risvolto espressivo. E questo è un bene. A volte però gli manca la capacità di rischiare e di stupire. La vertigine non c’era neanche nella lisztiana Parafrasi da Rigoletto data come bis, tra le più corrette mai sentite ma povera di pathos. Anche Liszt, invece, ha bisogno di estasi. Andrea Estero

    Rossini – Semiramide – Monaco di Baviera

    MUENCHEN - Monaco non conosceva quest’opera, e lasciamo stare le considerazioni al riguardo. Ma forse è

    Schumann – Il Paradiso e la Peri

      ROMA - Robert Schumann ha composto una sola, bellissima, opera: Genoveva. Sì: bellissima.
  • 214 - Marzo 2017
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    Classic Voice 214, Speciale Toscanini: tra gli spartiti abbiamo trovato i suoi appunti di regia.

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  • Dibattiti e sondaggi

    Critica social

    Coraggio, parliamone anche nel foyer: com’è cambiata la critica musicale nell’era dei social media? Come per ogni novità, ci sono vantaggi e svantaggi. Cominciamo dalla fine. Svantaggio numero uno è il proliferare della critica fai-da-te, con assatanati che si trasformano subito in killer prêt-à-juger con uno sprezzo del ridicolo pari solo a quello per la sintassi. Nei casi estremi, le loro inappellabili sentenze confinano con l’insulto o la diffamazione a mezzo stampa; in quelli un po’ meno estremi ma sempre deprecabili, capita che sparino giudizi che sono spesso pregiudizi  sulla base di trasmissioni radiofoniche (tanto, si sa, all’opera l’importante è la musica e solo la musica) o di precarie dirette streaming. Se invece si degnano di andare effettivamente a teatro, ecco i blog “ad personam”, nel senso che sono scritti da una persona sola e letti da altrettante, che servono solo per scroccare un biglietto omaggio all’ufficio stampa boccalone di turno. Ma è una fauna di cui nel foyer si è già spettegolato, quindi inutile insistere. Salvo che per precisare che ci sono anche bloggari competentissimi, preparatissimi, equilibratissimi e spesso meglio informati di un critico “vero” o di un direttore artistico italiota, e non ci vuole poi molto. Svantaggio numero due: spesso la critica cattiva scaccia quella buona. La rete è un mare dove non sempre si pesca il meglio. Qui, ovviamente, tocca al lettore distinguere il grano dal loglio: ma se il lettore non è troppo provveduto può anche non riuscirci. L’unico possibile ma non probabile motivo di ottimismo è che alla fine la credibilità vinca, però molte tristi esperienze contemporanee inducono a pensare che così non sia. La politica, italiana e straniera, sta lì a dimostrarlo. Detto questo, ci sono anche vantaggi. Chi scrive lo fa anche per un quotidiano e si è accorto (benché da meno tempo da quando era diventato ovvio, ma questo solo per colpa sua) che la recensione sul sito del giornale è molto meglio di quella sul giornale “di carta”. Intanto perché chi la scrive non deve autocastrarsi nelle ormai abituali e mortificanti trenta righe (però attenzione: non è che il web sdogani automaticamente lo sbrodolamento. Se lì le righe diventano centocinquanta, siate pur certi che l’unico a leggerle tutte sarà chi le ha scritte). E poi perché fra Facebook e Twitter e il resto della compagnia social il pezzo si propaga e si raddoppia e, se non produce un’esplosione, raggiunge in ogni caso molti più potenziali lettori del colonnino cartaceo. Altro vantaggio: il lettore può interloquire. Vantaggio molto relativo, quando si tratta di uno dei leoni da tastiera di cui sopra, spesso coniuge-amante-concubino-parente o, Dio non voglia perché sono i peggiori, mamma o papà del cane che si è appena stroncato. In questo caso, estote parati: non arriverà una garbata contestazione, ma una sequela di insulti sanguinosi, ovviamente anonimi. Però va pur detto che l’iterazione con i lettori è spesso utilissima: la verità in tasca non l’ha nessuno, le obiezioni motivate e argomentate inducono a riflettere, attività sempre utile benché faticosa (e forse proprio per questo praticata così poco) e ne nascono talvolta discussioni stimolanti per tutti. Resta il grande problema dell’“amicizia” su Facebook. Posto che di amicizie più che virtuali si tratta, può essere imbarazzante essere “amici” di qualcuno di cui si deve poi valutare una prestazione professionale. Nel dubbio, meglio astenersi, intendo dall’amicizia, non dal giudizio. E, in caso estremo, meglio ancora non concederla o cancellarla, l’amicizia, giusto per evitare pericolose confusioni. Lasciamoci così, senza rancor. Alberto Mattioli
  • Eventi
    Al cinema, martedì 4 aprile ore 20

    In diretta via satellite dal Bolshoi di Mosca

    Per una sera, il Teatro Bolshoi raccoglie con coraggio una nuova sfida in questo incontro con i
    Lugano, LAC, 28 marzo

    Julia Fischer in concerto con la Bbc Orchestra

    La tedesca Julia Fisher, stella del violino che iniziò lo studio dello strumento a quattro anni
    "La Traviata" di Verdi

    Al cinema, martedì 14 marzo, www.ucicinemas.it

    Martedì 14 marzo, ore 20, in diretta live via satellite dal Metropolitan Opera House di New York
  • Novità CD

    Anton Bruckner – The complete Symphonies

    Si tratta della prima pubblicazione in cd del terzo ciclo sinfonico integrale bruckneriano diretto da Barenboim sul podio della Staatskapelle di Berlino. Le registrazioni dal vivo sono state realizzate a Vienna nel 2010 (Sinfonie 1-3) e a Berlino nel 2012 (Sinfonie 4-9). La Terza Sinfonia, dedicata a Wagner, è qui presentata nella versione del 1878, revisione avvenuta dopo il disastroso esordio del 16 dicembre 1877, quando il pubblico viennese - insoddisfatto dalla direzione del compositore - se ne andò mentre l’orchestra ancora suonava. (9 cd Deutsche Grammohon)
  • Novità DVD

    Gerry Mulligan Concert

    Il sassofonista Gerry Mulligan (1927-1996) esegue due sue composizioni pensate appositamente per sax baritono e orchestra insieme all’Orchestra Filarmonica di Stoccolma, diretta per l’occasione da Dennis Rusell Davies. Si tratta di un'esibizione tenutasi nella capitale svedese nel 1988 e finora rimasta inedita, ora disponibile su dvd grazie alla recente iniziativa della Fondazione Mulligan creata dalla moglie Franca Rota. Mulligan visse gli ultimi anni della sua vita in Italia, a Milano, dove stava programmando di eseguire queste e altre sue pagine con la Filarmonica della Scala. Purtroppo non ne ebbe il tempo. Il programma vede come primo brano Entente, arrangiato dallo stesso sassofonista, mentre il secondo The Sax Chronicles, articolato in cinque movimenti, che omaggiano ciascuno un compositore di musica classica (Sax in Mozart minor; A Walk with Brahms; Sax on the Bach stairs; Sax on the Rhine; Sax und der Rosenkavalier), è arrangiato da Harry Freedman. Il dvd propone inoltre, come bonus track, due interviste a Gerry Mulligan, una a cura di Jan Olsson e l’altra a cura di Kristin Lorentzson. (dvd Mp Classics MAPCL 10037)
  • Recensioni CD

    Pictures of America

    Nel fascicolo d’accompagnamento, Natalie Dessay scrive che “tutto è nato da alcuni quadri di Edward Hopper sui quali il poeta Claude Esteban ha composto dei bellissimi versi messi in musica da Graciane Finzi col suo stile così delicato e originale. Claire Gibault mi ha chiesto d’essere la voce recitante per questi melologhi. E da parte mia, ho scelto altri dieci quadri che mi hanno suggerito accostamenti con altrettante celebri canzoni americane, in una sorta di American Song Book. Ho chiesto a cinque meravigliosi musicisti di arrangiarli per quest’orchestra in modo da legare tra loro musica classica, jazz e musical”. Magica Natalie. Quello che a mio avviso assolutamente non si deve fare, ascoltando questi due meravigliosi cd, è ricercare la sua “vecchia” voce da cantante lirica. No. Quello che quasi a nessun cantante d’opera riesce, ovvero cantare una canzone senza mettere in mostra la voce, a lei riesce da quella somma artista che è sempre stata. Eccerto, mi par di sentire certe grulle cocorite nostrane, la voce non ce l’ha più. Ma va là. Non ha più la voce per cantare Violetta Manon Olympia: ma ha messo su un fascinoso timbro più morbido, più fondo, più ambrato. E l’ha posto al servizio d’una maga dei colori, degli accenti (sostenuti da quella sua  dizione proverbiale, che pronuncia un americano assolutamente idiomatico non meno di quanto sia il suo celebre francese), dei chiaroscuri, di quei fiati lunghi lunghi lunghi, quegli assottigliamenti e rinforzi continui sul filo di dinamiche prodigiose e d’una musicalità di livello strumentale, dalla comunicativa immediata frutto di lavoro certosino fatto però sparire al fuoco di un’immaginazione, una voglia di “dare”, in breve d’una personalità dal magnetismo portentoso. Gli arrangiamenti sono superbi. I paragoni infiniti, tutti intimidenti (pensiamo solo a “Send in the Clowns”, fai entrare i folli, tratta dal musical A Little Night Music col quale Stephen Sondheim rielaborò il sommo capolavoro di Bergman Sorrisi d’una notte d’estate: Frank Sinatra, Barbra Streisand, Sarah Vaughan, Grace Jones, per non dire di Judi Dench che fu la prima interprete di Desirée ) ma nessuno capace di cancellare (e semmai…) l’intensità dolorosa, struggente, dolcissima, con la quale Natalie rende tangibile la sensibilità di chi ha incontrato la persona giusta, l’ha lasciata, la ritrova, se ne separa ma forse no, costruendo una scena teatrale perfetta, indimenticabile. E quella risata piena d’ironia e joie de vivre che chiude una “I feel pretty”, diversissima da quella cui siamo adusi ascoltandola in West Side Story: tutta un sussurro sensuale, malizioso, irresistibile. Ma tutti i brani, dal primo all’ultimo altrettanti vertici della grande canzone americana, escono smaglianti, originali, fantasticamente vivi dalla gola ma soprattutto dal cervello d’una delle più grandi artiste che i tempi moderni abbiano saputo esprimere. Nel secondo cd, la Dessay dà voce ai personaggi di sette tele di Hopper, evocati dai versi di Esteban e dalle suggestive musiche di Graciane Finzi: suoni che, nel vivo d’un concerto nel quale possono impiegarsi le proiezioni, stabiliscono connessioni plastiche tra colori e andamento strumentale, con la voce che commenta la composizione pittorica ma fa anche esprimere i personaggi ritratti. Molto accattivante, come idea generale, e nel complesso piuttosto ben riuscita. Certo, dal vivo doveva essere un’altra cosa: ma anche così (e tuttavia, avessero pubblicato anche i testi e non solo le riproduzioni di Hopper, sarebbe stato meglio), l’impatto della recitazione della Dessay che da sempre ha manifestato l’intenzione d’intraprendere una nuova carriera come attrice, è formidabile nel conferire spessore musicale, teatralissimo, anche a un brano di sola prosa. Elvio Giudici      
  • Recensioni DVD

    Handel Alcina / Tamerlano

    interpreti S. Piau, M. Beaumont, S. Puértolas, A. Noldus, C. Briot / C. Dumaux, J. Ovenden, S. Karthauser, D. Galou, A. Hallenberg direttore Christophe Rousset orchestra Les Talens Lyriques regia Pierre Audi regia video Myriam Hoyer formato 16:9 sottotitoli fr,ted,ing,ol 2 dvd e blu-ray Alpha-Classics 715 prezzo 44,20. Il problema della regia, nel teatro sia di parola sia musicale, va facendosi via via più spinoso. Da una parte, i quiz vanno dilagando e, come sempre ma in questo caso anche più di sempre essendo questa una strada che pare essere molto gradita a tanti direttori artistici, ci sono i quizzari di talento indiscutibile (a caso: Guth,  Warlikowski, Schwab) che comunque stimolano chiamando in causa tutto quello che bene o male sai, sicché risolvere i loro rebus dà una qualche soddisfazione (snobistica, d’accordo; cultural-chic, anche: però sempre soddisfazione è). Ma ci sono anche quelli che talento siffatto proprio non hanno, e resta solo il famolo strano (sullo stile Antonio Latella alle prese con L’Orfeo monteverdiano; e si dice intenzionato a tornare alla lirica, a far danni come e più che nella prosa), che non so proprio quale soddisfazione possano dare. Dall’altra parte, il conservatorismo con le sue due strade: riproporre da qui all’eternità vecchie glorie (la zeffirellesca Bohème viene subito in mente) che sempre più paiono zombi in libera uscita; o ricalcare il teatro di Pizzi provandosi a coniugare la famigerata “eleganza” con una gestualità un filo più moderna. In mezzo, naturalmente, ci sarebbero quei registi - quasi tutti anglosassoni, luminosa eccezione il nostro Damiano Michieletto - che si provano a raccontare la vicenda per quello che è, solo provvedendo a darle un contesto meno coercitivo e soprattutto provvedendo a serrare le fila del racconto così da renderlo comunque sempre chiaro, seguibile e il più possibile coinvolgente sul piano espressivo (che poi, a mio avviso, più semplicemente significa continuare a fare teatro vero). In mezzo starebbe la virtù, conforta la saggezza antica: peccato che come sempre la saggezza sia seguita molto poco. Audi, in questo dittico handeliano che per quindici giorni vedeva le due opere eseguite a sere alterne e filmato nel 2015 a Bruxelles, segue il modello “Pizzi alla moderna”. Scena buia e totalmente vuota. Quinte modulate a colonne e lesene, e unico elemento scenico una sedia, assunta a simbolo di magia e di potere essendo trono per Tamerlano e letto di morte per Alcina e Morgana (Audi le fa difatti perire entrambe, quella col veleno e questa col pugnale, in un “tableau vivant” che l’accomuna a quello Bajazet-Asteria che chiude il Tamerlano cui Rousset amputa il coro di giubilo finale). Costumi da sontuoso Settecento. Luci assolutamente strepitose, tutte di taglio, di Matthew Richardson, che nel totale buio in cui le figure sono immerse diventano parte integrante della regia accompagnando in modo sempre appropriato la gestualità: molto “agita”, molto cadere rotolarsi ciancicarsi rialzarsi e correre facendo svolazzare crinoline parrucche e spadini, cercando di far interagire i personaggi e talora riuscendoci. Il confine tra regia e recita in concerto con costume che allinea tanti bei quadri alla Boucher, a me continua a parere alquanto labile: ma come ripeto, è un modo – e tutto sommato un modo valido, se non altro perché economico – di mettersi di traverso ai quiz, d’autore o di tolla che siano. E c’è anche da dire che il dittico nasce nel teatrino di Drottningholm (poi ripreso ad Amsterdam e alla Monnaie), dove ben poco si può fare in termini scenografici, se non calare dall’alto un paio di nuvolette ricciolente a rammentare la macchineria barocca: quantunque la memoria, impietosa, va a messinscene Agrippina di McVicar, Poppea di Carsen o Alden o Tandberg, dove pure c’era niente. Tranne una regia, appunto. Rousset dirige molto bene e i suoi Talens sono come sempre bravissimi: un po’ di accademia serpeggia, tuttavia, in questi ritmi sempre ben calibrati, questi contrasti un filo risaputi, questi colori pastello tanto eleganti, tanto raffinati, tanto…noiosetti. Nei due cast, spicca l’Alcina di Sandrine Piau (incisiva, vibrante, musicalissima, personaggio sempre in tensione) e il Tamerlano del controtenore Christophe Dumaux, debordante d’una protervia scaricata in arie di bravura affrontate con impeto e risolte sempre assai bene facendo così dimenticare  una certa qual eccedente querulità timbrica. Più controversa la questione circa una delle figure più originali e gigantesche di tutto il teatro barocco, Bajazet: Jeremy Ovenden non canta male e senza dubbio si sforza d’interpretare, ma spesso eccede caricando troppo le tinte in un impiego parecchio insistito del parlato in quel portentoso e innovativo pezzo di teatro che è la scena della morte. Resta comunque, Tamerlano, il pannello più riuscito tanto scenicamente quanto vocalmente: l’Asteria di Sophie Karthauser è molto brava, l’Irene di Ann Hallenberg eccellente; quantunque un po’ troppo mesta per un ruolo come Andronico - nato nella gola del Senesino! – se la cava abbastanza bene anche Delphine Galou. Zeppa tremenda sono in entrambe le opere i bassi: sommamente sgradevole Nathan Berg quale Leone (che non capisco bene perché Audi ne faccia personaggio quasi ridicolo), e ingolato da paura Giovanni Furlanetto quale Melisso. Maite Beaumont è un Ruggiero molto stilizzato e tendenzialmente anonimo; Sabina Puértolas s’impegna tanto, ma “Tornami a vagheggiar” è scoglio ancora troppo impervio; Angélique Noldus è tanto ma tanto freddina nei panni d’altronde un po’ ingrati di Bradamante. Elvio Giudici      
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