• Mondo Classico

    “Falstaff” di Bieito in diretta da Amburgo

    L’opera come tranquillo passatempo o dolce momento di relax per un pubblico benpensante? Non di certo con lo scomodo “regista dello scandalo” Calixto Bieito. Al teatro dell’opera di Amburgo, l’enfant terrible della regia è un ospite benvenuto per le sue produzioni di grande effetto, sempre ricche di sorprese. L’ultima sua creazione è il Falstaff verdiano – per Calixto Bieito non solo una divertente satira apocalittica, ma lo scenario prototipico della nostra società moderna. Una commedia sarcastica che rivela la dimensione tragicomica dell’essere umano – questo è il Falstaff alla Bieito. Il personaggio di Falstaff di Calixto Bieito è un viveur carismatico, ostinato e vivace, un omone corpulento e malinconico che con le sue provocazioni presenta il vero volto della nostra società. Falstaff è l’ultima opera di Verdi, il suo testamento musicale. Un Verdi ormai libero dalle convenzioni che se ne infischia di quel che può pensare la gente. Il Verdi tragediografo si accomiata così con un sorriso dal suo teatro: “Tutto nel mondo è burla” – con queste parole si conclude l’opera. Una morale senza nessuna punta di amarezza. Con Ambrogio Maestri – “il Falstaff dei giorni di oggi” – come protagonista e Maija Kovalevska nelle vesti di Alice Ford, il nuovo allestimento del teatro dell’opera di Amburgo si presenta con un cast sfavillante.

    Musica classica: i personaggi dell’anno 2019

    Cos’hanno in comune il sovrintendente Alexander Pereira, i maestri Beranrd Haitink e Teodor Currentzis, i registi Robert Carsen e Simon Stone, l'editore Luca Formenton, l'organizzatore Carlo Fabiano, la cantante Asmik Grigorian e i direttori del Festival Verdi Anna Maria Meo e Donizetti Francesco Micheli? Molto più di quello che è lecito attendersi. Il fascino irresistibile delle “nomination”, nel nostro ormai abituale bilancio di fine anno, è proprio quello di trovare un fil rouge tra personaggi apparentemente lontanissimi, scoprendone tendenze comuni nel modo di intendere la musica, la sua divulgazione e soprattutto il suo avvenire. Dai risultati, i più variegati, che ci sono arrivati dalla nostra comunità di collaboratori, tutte firme storiche e autorevoli della critica e del giornalismo, emerge una costante: il coraggio, la tenacia, nel perseguire i propri scopi, anche quando sembrano sulla carta difficili o impossibili da realizzare. "Chi non rischia non vince" abbiamo titolato il pezzo che illustra i risultati del voto, che è pubblicato con tutti i dettagli del caso nel numero di dicembre di "Classic Voice". Qui si può aggiungere: anche quando si perde, val la pena aver creduto nelle proprie idee. Le motivazioni complete del nostro palmares, espresse dai critici e collaboratori di "Classic Voice" sono pubblicate nel numero di 247, in edicola o su www.classicvoice.com
  • Recensioni Opere Concerti e Balletti

    Delibes – Sylvia

    MILANO - Allestire un balletto di repertorio poco frequentato, anzi “ricrearlo”: questo ha fatto, orgogliosamente, Manuel Legris, un prodotto “classico” di pura école française, con la sua “Sylvia”, che ha aperto la stagione delle danze alla Scala. Se per l’opera  resta incessante la discussione su come re-ambientare, attualizzare, ri-contestualizzare la trama dei titoli forti da riproporre “all’antica” o “al gusto di oggi”, per il balletto non è la stessa cosa. Un esempio può essere utile a chiarire il punto: Giselle resta tale e quale, con il contado e il bosco, le punte e i tutu, a meno che si tratti di un remake, come è accaduto negli anni Ottanta con la versione moderna di Mats Ek sulla stessa musica di Adam, non iconoclasta, ma “altra”. Come è andata allora con questa Sylvia (o la Ninfa di Diana) nella redazione di Legris, favola boschereccia messa in danza nel 1876 (l’anno dell’Anello del Nibelungo di Wagner a Bayreuth) all’Opéra di Parigi da Louis Mérante, accusata già in origine di incongruenze e di fuga dagli affani del presente attraverso i fantasmi della mitologia, portando in scena Diana, Eros, le Ninfe cacciatrici e i loro affetti? Era subito piaciuta la musica di Léo Delibes - autore anche di Coppelia-, apprezzata pure da Ciaikovskij, mentre il libretto ispirato all’Aminta di Torquato Tasso aveva deluso. Le ballerine italiane furono gradite: Rita Sangalli, Rosita Mauri, Carlotta Zambelli, nella coreografia di Leo Staats, stelle straniere doc necessarie come garanzia di brillantezza. Legris ha scelto di mettere mano a questa sua Sylvia, “in stile” ottocentesco, a Vienna nel 2018, tenendo conto del magistero di chi la mantenne viva a Parigi nel Novecento, i coreografi Serge Lifar, assai criticato, e Albert Aveline, la maestra Claude Bessy e il filologo Pierre Lacotte, con étoile come Lycette Darsonval e Violette Verdy. A Milano intanto si era vista quella di Mérante nel 1896 a cura dello specialista “ripetitore” Giorgio Saracco, con Carlotta Brianza, e poi mai più, salvo Sylvia pas de deux di George Balanchine, squisitamente concertante, a-narrativo, nel 1953. Il successo è arriso a Legris ora per l’intero balletto montato amorosamente alla Scala mentre già si mormora di lui, ex étoile luminosa dell’Opéra de Paris in uscita dal posto di direttore del ballo a Vienna, come del futuro responsabile della danza a Milano dopo Olivieri a fine contratto, se chiamato dal nuovo Sovrintendente al Piermarini, Dominique Meyer, in arrivo proprio dalla capitale austriaca. Sylvia secondo Legris, tutto un ricamo di bravure, è come un dolce con la glassa, un’alzata di macaron tinta pastello, pensata per i corpi dei ballerini di oggi, con una veste estetica su misura, che deve molto al lavoro di ricerca e alto artigianato per scene e costumi di Luisa Spinatelli, capace di grandi citazioni iconografiche, dalla Secessione viennese all’Orientalismo dorato, restando al di qua di un pericoloso ”eccesso di cultura”, nel pescare con garbo evocativo dall’antica Grecia, dalla pittura pompeiana e dalla paesaggistica delle rovine e delle verzure. Sullo sfondo una proiezione in tondo che rimanda alla Luna-Diana nel cielo di Endimione, di George Frederic Watts, simbolista vittoriano. Un aroma di Harem aleggia nel secondo atto, in cui Sylvia con l’inganno fa ubriacare Orione, che la brama, non corrisposto. Si potrebbe notare come qui le donne -cacciatrici protagoniste, campionesse di enpowerment femminile - scelgano destini diversi, visto che la Dea Diana resiste all’amore per Endimione per restare combattivamente single, mentre Sylvia si lascia trafiggere da Eros e si unisce al suo devoto pastore Aminta. Arco e freccia vengono lasciati da parte solo nei momenti d’amore dalle Ninfe ardite. In realtà si tratta di pretesti narrativi, come si disse due secoli fa, per tanta belle danse, che Legris disegna a piene mani con il suo evidente saper fare accademico, un patrimonio che sa spendere con giusta misura. Alla prima, sotto la bacchetta di Kevin Rhodes, Martina Arduino-Sylvia ha brillato, con il plus di una caduta da brivido, senza conseguenze, anzi con applausi aggiuntivi; il suo innamorato Aminta, Claudio Coviello, ha sfavillato soprattutto negli a solo, con qualche affettazione di troppo; magnifico l’Eros di Nicola Del Freo, capace di indossare alucce e calzari, oggi desueti, in modo elegante e plausibile; Orione era un vigoroso Christian Fagetti, Federico Fresi è stato un capo-Fauno con cornetti e codina e con i dovuti  balzi ferini, e Diana-Maria Celeste Losa, in rosso, ha mostrato la statura e il carattere del caso, dal prologo-ouverture con l’amato Endimione alla rinuncia finale a lui che le appare ormai in lontananza. Bellissimo l’insieme femminile del primo atto. Niente guest, ma tanto  balletto e basta, per tutta la compagnia. Cosa rara e preziosa. Elisa Guzzo Vaccarino   Su "Classic Voice" di carta o in digitale c'è molto di più. Scoprilo tutti i mesi in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html  

    Kissin e Rana, talenti diversi

    MILANO - Metti due musicisti di carattere, con qualcosa da dire. Due programmi intriganti e

    Puccini – Tosca – Teatro alla Scala

    MILANO - Il minuto, infinito, di musica in più alla fine di questa Tosca, che poi Puccini decise di
  • Da Amburgo la diretta di “Falstaff” di Bieito

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    248 - Gennaio 2020
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  • Dibattiti e sondaggi

    Gli estremi si toccano

    Gentile Direttore, la recente programmazione di due nuove opere italiane si presta ad alcune considerazioni che mi permetto di sottoporre ai lettori di “Classic Voice”. La ciociara di Marco Tutino e Ti vedo, ti sento, mi perdo di Salvatore Sciarrino, prontamente e autorevolmente recensite dalla tua rivista, condividono a mio parere un tratto essenziale: l'assenza di un requisito non negoziabile perché si possa parlare di teatro musicale. Si può scegliere di narrare una trama o di procedere senza un contesto narrativo, di scrivere o no a numeri chiusi, di essere realisti o astratti, di rendere il canto comprensibile o di frammentarlo e ridurlo a fonema, di seguire una linea melodica o di spezzarla, di rispettare l'armonia tonale o di non tener conto di alcun predeterminato procedimento armonico, ma se si va in scena, se si chiama un regista a firmare l'allestimento, se si viene programmati all'interno della stagione di una fondazione lirico-sinfonica, allora vorrei assistere a un melo/dramma. Invece, entrambi i compositori dimostrano di non avere alcun desiderio di caratterizzare e differenziare i loro personaggi con i mezzi che contraddistinguono un'opera in musica e la rendono un caratteristico genere teatrale. Il lavoro di Tutino, che condivide con il romanzo di Alberto Moravia (1957) e il film di Vittorio De Sica (1960) soltanto il titolo, procede accumulando nel tempo un generico sinfonismo nel quale nuotano tutte le voci, che si possono distinguere non in base al carattere, ma soltanto per via del diverso registro. Sciarrino esaspera una sua tipica formula - salto ascendente nell'emissione seguito da un veloce glissando e dalla ripetizione di una o più parole - e la estende a tutti i personaggi, rendendoli così indistinti. Tutino procede in presenza, Sciarrino in assenza (il protagonista, Alessandro Stradella, è presente solo attraverso citazioni musicali: quasi - si parva licet - un Godot in musica), ma l'esito non cambia. Altro elemento comune è un aspetto mistico: una mistica della banalità per Tutino, che fa della prevedibile semplicità della propria musica e della corrività del testo un orgoglioso vessillo, e una mistica del tecnicismo per Sciarrino, unita a un'autoreferenzialità che, come testimoniato dalla recente mostra a lui dedicata a Milano, assume anche tratti feticisti. Infine, le due opere condividono il disinteresse verso l'umanità possibile delle donne e degli uomini che portano in scena, ridotti a caricature vocali e a stilemi di un tempo che fu. Gli estremi si toccano. Sandro Cappelletto   Su "Classic Voice" di carta e in digitale c'è molto di più. Scoprilo in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html  
  • Eventi
    Il Comunale di Bologna inaugura con un Wagner visionario. Dirige Valčuha

    Le stalattiti di Tristano

    Dal 1871 al 1914, ovvero dal Lohengrin (prima apparizione wagneriana in Italia) fino al debutto
    A Palermo “Das Paradies un die Peri”, oratorio profano messo in scena da Anagoor

    Schumann sposa l’Islam

    Hanno viaggiato in Iran, Turchia e Siria per trovare le radici della Peri di Schumann, cacciata
    Mariotti-Vick all'inaugurazione del Rossini Opera Festival numero 40 con la monumentale "Semiramide"

    Quattro ore di puro belcanto

    Gli anniversari non dicono tutto, a meno che non mettano a fuoco l'anima di un Festival che taglia
  • Novità CD

    SCHOENBERG BERG – WEBERN

      La Seconda Scuola di Vienna in un cofanetto che racchiude le registrazioni di Giuseppe Sinopoli con la Staatskapelle di Dresda: Pierrot Lunaire, Erwartung, A survivor from Warsaw, i Gurrelieder di Arnold Schoenberg; il Concerto per violino, i Lieder, il Concerto da camera di Alban Berg; la Sinfonia op. 21, le Variazioni op. 30, i Sei pezzi per orchestra op. 6 e la Passacaglia di Anton Webern. Un momento fondamentale della rivoluzione culturale europea del Novecento riletto da un maestro della musica mitteleuropea.             Su “Classic Voice” di carta o nella copia digitale c’è molto di più. Scoprilo tutti i mesi in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html    
  • Novità DVD

    Puccini Madama Butterfly

      L’opera che inaugurò la stagione 2016-17 della Scala approda in un doppio dvd curato da Decca e Rai Com. Si tratta della versione originale del 1904 (la “prima” Butterfly, poi pesantemente rimaneggiata da Puccini dopo il fiasco scaligero), con Riccardo Chailly sul podio, la regia di Alvis Hermanis e Maria José siri nel ruolo del titolo.         Su “Classic Voice” di carta o in digitale c’è molto di più. Scoprilo tutti i mesi in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html    
  • Recensioni CD

    Silk Baroque

    Lo sheng è un importante organo a bocca con canne ad ancia libera appartenente alla musica cinese, le cui ampie potenzialità vengono da molti anni illustrate e divulgate da Wu Wei, che ne è il virtuoso più noto sulla scena occidentale. È motivata convinzione di Wei che lo sheng - giunto in occidente attraverso la Russia alla fine del Settecento - abbia influito sulla genesi di strumenti come la fisarmonica e la concertina, ed è nostra convinzione, come di qualsiasi persona raziocinante, che gli incontri di culture siano alla base di qualsiasi producente osmosi; tuttavia la dimostrazione di come lo sheng possa prendere parte a melliflui arrangiamenti di musica barocca (Telemann, Vivaldi, Bach ecc.) produce un insopportabile crossover che nuoce tanto all’uditorio orientale (esposto a un barocco totalmente mistificato), quanto a quello occidentale (che della Cina finisce per avere un’idea fatta di stereotipi plastificati e involtini primavera scongelati), laddove invece un’operazione di reciproco rispetto delle complessità e delle concezioni etiche ed estetiche sarebbe di gran lunga più opportuna. Carlo Fiore     Su “Classic Voice” di carta o nella copia digitale c’è molto di più. Scoprilo tutti i mesi in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html        
  • Recensioni DVD

    Offenbach – La Périchole

    Nietzsche trovava nel teatro e nella musica di Offenbach più verità che in tutta la Tetralogia wagneriana. Dal suo punto di vista non aveva torto. Wagner pretende, infatti, che la verità sia la realtà come la rappresenta il suo dramma musicale.  Ma Nietzsche sa che nessuna opera, nemmeno la più sublime, esaurisce la rappresentazione della realtà, come nessuna filosofia chiarisce una volta per tutte la corrispondenza del pensiero alle cose.  E allora, su questo tenue, tenuissimo, filo che segna il confine tra verità e non verità, su questo discrimine che segna i limiti dello spazio in cui la verità è il linguaggio e non ciò che il linguaggio dice, Offenbach è perfetto, come lo sarà Bizet. La profondità morale, se una morale, anzi una morale assoluta, deve cercarsi nell’arte, o addirittura nella vita, essa non sta nella profondità delle coscienze ma nella superficie delle cose. Perché la superficie, a differenza della coscienza, e soprattutto della falsa coscienza, non si nasconde, non si maschera, ma mostra sé stessa come unica realtà. Cerca perciò la profondità chi non ha ruolo né parte sulla superficie, ch’è, essa sì, tutta la realtà. E dunque la profondità della coscienza, di qualsiasi coscienza, è la menzogna di chi vuole imporre come verità la propria volontà di potenza. Il discorso sembra preso alla lontana. Ma Nietzsche ha perfettamente ragione: c’è più filosofia in un couplet della Périchole o della Belle Helène, che in tutta la macchina metafisica del Crepuscolo degli dei, perché la Périchole non finge di essere metafisica, ma si limita a deridere ciò che della realtà è inafferrabile, ma pretende di afferrare: le coscienze, prima di tutto. Tant’è vero che la critica wagneriana di oggi ha scrostato Wagner proprio della sua supposta metafisica. Quando Euridice, tra le braccia di Plutone, sente il motivetto del violino di Orfeo intonare “J’ai perdu mon Euridice”, salta su e strilla: “Ciel! Mon mari!”, non solo fa la soubrette di una qualunque pochade, ma denuncia piuttosto la falsità di tutti gli amanti che credono eterno il proprio amore. In questa visione disincantata, se non cinica, della vita, Offenbach si diverte a sminuire ogni convenzione sociale, a denudare ogni personaggio che pretenda di presentarsi come l’incarnazione di una dignità indiscutibile. L’ebbrezza della Périchole più che dall’alcol è provocata dall’aver mangiato e bevuto con lo stomaco vuoto e torturato dai crampi della fame. Ecco tolta all’ebbrezza ogni slancio mistico. L’“opéra bouffe”, che gli italiani, sempre ossessionati dalla gerarchia dei valori, chiamano in maniera imbarazzante “operetta”, come se fosse un genere inferiore (Nietzsche si rivolta nella tomba!), andò in scena a Parigi nel 1868 e fu rimaneggiata e ripresa nel 1874. Marc Minkowski si costruisce qui una sua versione che le combina entrambe. Ma perché no? Funziona, sia drammaturgicamente che musicalmente. E oltre ai sempre bravi Musiciens du Louvre si avvale di una compagnia di cantanti attori magnifici per come entrano nello spirito di questo teatro e di questa musica. Non si sa chi ammirare di più. Anche perché è proprio il lavoro di squadra che li rende tutti mirabili. Ma non si può tacere che si resta conquistati soprattutto dai due protagonisti, Aude Extrémo, nella parte della Périchole, e Stanislas de Barbeyrac in quella del suo amante Paquillo. Perfetto il Coro dell’Opéra National de Bordeaux. Gli applausi che si ascoltano registrati sono tutti meritatissimi. Dino Villatico     Su “Classic Voice” di carta o nella copia digitale c’è molto di più. Scoprilo tutti i mesi in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html        
Ultime Novità CD

FARINELLI

Cecilia Bartoli (cd Decca)   Cecilia Bartoli pubblica un nuovo album che celebra il più famoso cantante del diciottesimo secolo: il castrato Farinelli. In uscita l’8 novembre, il disco include arie del

L’ART DE PIERRE COCHEREAU

(6 cd Decca)   A trentacinque anni dalla sua scomparsa, Decca dedica un cofanetto al grande organista francese allievo di Marcel Dupré, titolare di Notre Dame dal 1955. In questa antologia spiccano brani

MARTINI

Complete Instrumental Music (9 cd + 1 dvd Warner)   Si completa un ambizioso progetto dell’Accademia degli Astrusi, del suo direttore Federico Ferri e del clavicembalista e organista Daniele Proni. Ecco

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The complete Symphonies - Orchestral Songs (12 cd Decca)   Due anniversari in uno accompagnano l’uscita di questa raccolta con l’integrale mahleriana stampata per la prima volta in Blue-ray audio (Sinfonie
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Belcanto The Tenors of the 78 Era

(2 dvd, dvd bonus, 2 cd, 2 libri Naxos)   Enrico Caruso, John Mc Cormack, Leo Slezak, Tito Schipa, Richard Tauber, Beniamino Gigli e altri fino a Jussi Björling (nato nel 1911 e scomparso nel 1960) in una

Gerry Mulligan Concert

Il sassofonista Gerry Mulligan (1927-1996) esegue due sue composizioni pensate appositamente per sax baritono e orchestra insieme all’Orchestra Filarmonica di Stoccolma, diretta per l’occasione da Dennis Rusell

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In formato bluray la Dynamic pubblica il debutto nella regia d'Opera di Dario Argento del 2013 con Macbeth di Verdi al Teatro Coccia di Novara. Il Cast vede Giuseppe Altomare nel ruolo del titolo e Dimitra Theodossiou

Sharon Isbin

Un ritratto della camaleontica chitarrista di formazione classica Sharon Isbin in un documentario che include la performance alla Casa Bianca ed esecuzioni di musiche di Howard Shore, Mark O’Connor (che concerta con