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    Premio Abbiati 2021

    XXXX PREMIO DELLA CRITICA MUSICALE “FRANCO ABBIATI” 2021 17 aprile 2021. Di fronte all’annata artistica tormentata dalle restrizioni, scandita dalle chiusure, condizionata dalla situazione di incertezza perenne che ha costernato le attività musicali dal vivo, la giuria della 40esima edizione del «Premio Abbiati» aveva due scelte. Cancellare l’edizione o trovare il modo di riconoscere e sottolineare la resistenza, l’impegno e la qualità comunque perseguite attraverso segnalazioni emblematiche di alcune iniziative portate a compimento. Nell’emergenza, la musica in Italia è rimasta viva. Più che altrove. La maggior parte dei musicisti e delle istituzioni ha saputo reiventarsi. Ha lavorato (e fatto lavorare). Ha escogitato sistemi per rimanere accanto al pubblico e non venire meno al proprio ruolo sociale e di presidio culturale. Ha tenuto in vita l’operatività fisiologicamente necessaria di orchestre, cori, maestranze, festival e teatri. Ha comunicato in forme diverse con spettatori e appassionati, che insieme agli artisti e alla società civile fiduciosa nel valore dello spettacolo dal vivo, sono state le vittime più esposte e colpite dalla situazione generale. Per tale ragione, riunita a distanza, la commissione del «Premio Abbiati» (Danilo Boaretto, Alessandro Cammarano, Sandro Cappelletto, Paola De Simone, Andrea Estero, Carlo Fiore, Angelo Foletto, Susanna Franchi, Gregorio Moppi, Giancarlo Landini, Gianluigi Mattietti, Carla Moreni, Alessandro Mormile, Paolo Petazzi) ha scelto di non attribuire valutazioni individuali, tranne per alcuni riconoscimenti che di per sé lo esigono. Ma ha deciso di raccontare e riassumere l’intero mondo musicale italiano con quattro «Premi speciali» motivati in ampiezza e sostanza critica. Segnalando il valore, l’originalità e l’intraprendenza di iniziative ‘collettive’ e progettuali, o di individualità, che hanno combinato orgoglio e innovazione, dignità artistica e sensibilità sociale, adattabilità e riorganizzazione di spazi e modi operativi. PREMIO SPECIALE I Se non è permesso l’accesso del pubblico a teatro, e se l’opera che comunque si esegue in teatro andrà poi sugli schermi della Rai, il linguaggio con cui viene interpretata e raccontata va reinventato: questo il ragionamento sotteso al Barbiere di Siviglia che l’Opera di Roma ha prodotto ricreando un Rossini decisamente fuori dagli schemi, con la regia di Mario Martone tesa a ricreare negli spazi vuoti del Teatro Costanzi luoghi dell’immaginazione e della nostalgia, dove distribuire la storia con velocità e ironia. A sovrastarla un’enorme tela di ragno, un soffitto immaginario costruito con chilometri di corda, che con gesto simultaneo veniva infine tagliata sul concertato conclusivo, quale gesto collettivo liberatorio. Senza la presenza carismatica, tenace, forte e persino spiritosa di Daniele Gatti il progetto del Barbiere come un film non sarebbe andato in porto: il podio era il collante di questa inedita avventura musicale, di gesto esatto e vaporoso su un’orchestra ben affilata, e di rara bravura nel tenere assieme cantanti giovani in uno spazio fisico e immaginativo molto diverso dalle misure tradizionali dei teatri. Sette telecamere, registrazione delle scene attraverso la ripetizione dei ciak, esattamente come in un film, costumi di recupero da precedenti produzioni, amorosamente collezionati da Anna Biagiotti, e luci fondamentali di Pasquale Mari. La cornice emozionante era nutrita della volontà di tenere vivo il teatro, anche come luogo fisico, in sé; facendolo ricordare - o scoprire - alla vasta platea degli spettatori televisivi. PREMIO SPECIALE II La scommessa di non deludere le aspettative degli appassionati di musica sinfonico-strumentale, il dovere di affermare la voglia di non darsi per vinti, l’orgoglio di farsi testimoni attraverso la musica della presenza delle istituzioni nei luoghi-simbolo della tragedia pandemica, si sono incarnati nelle «Stagioni» di Vivaldi che gli archi dei Pomeriggi Musicali hanno suonato al Teatro dal Verme di Milano il 15 giugno 2020. Senza perdere un minuto, allo scoccare della mezzanotte del giorno in cui ai teatri fu concesso di riaprire, l’esecuzione affidata all’estro solistico e concertatore di Stefano Montanari s’è impadronita del luogo naturale e spirituale della musica dal vivo restituendolo al pubblico contingentato ma reale. La riconquista di spettatori e spazi non virtuali è continuata con dieci giorni di ripetizioni del programma, in appuntamenti dedicati e rivolti a pubblici specifici (senza però escludere quello remoto dello streaming) e con un corollario di repliche anche civilmente simboliche nelle città lombarde più colpite. Non frenati o in soggezione delle oggettive difficoltà operative imposte dai decreti in stato di emergenza. Testimonianza ottimistica e ostinata del voler continuare a fare concerti – e, per quanto adempibile, dal vivo – facendo suonare i musicisti, per interpretare senza compromessi il ruolo di servizio culturale pubblico a favore della comunità che altre realtà musicali parimenti sostenute pubblicamente hanno praticato con minore tempismo, continuità e tenacia. PREMIO SPECIALE III Spostata dal Teatro Regio al Parco Ducale, la versione francese del Macbeth di Verdi, nella revisione appositamente predisposta da Candida Mantica sull’edizione critica di David Lawton, ha saputo, anche in forma di concerto anziché scenica essere la proposta di qualità emblematica del profilo di ricerca e spettacolare del Festival Verdi. Facendo valere, al di là delle coercizioni logistiche e delle idonee sperimentazioni di sicurezza, i meriti dei singoli protagonisti musicali (in particolare Roberto Abbado, Ludovic Tézier, Silvia Dalla Benetta, la Filarmonica Toscanini e il Coro del Regio) e la qualità di un progetto artistico altrimenti a rischio di cancellazione. Rintracciando nella disposizione dei musicisti, non naturale né agevole da padroneggiare in concertazione ma acusticamente redditizia, una dimensione narrativa tenebrosa e insinuante che suonava in perfetta sintonia con l’elemento naturale. Così come il palco agile e funzionale – che nella sua a-spazialità rimandava al Teatro Continuo di Alberto Burri – si congiungeva allo sfondo di Palazzo Ducale, come una suggestiva quinta monumentale: eco del palcoscenico al chiuso forzatamente abbandonato. PREMIO SPECIALE IV In gennaio, nel tempo di ieri, tutto era iniziato regolarmente secondo programma, con un Parsifal wagneriano eloquente, narrativo, concertato in stretta sintonia d’intenti con la regia di Graham Vick: non solo riletto, ma raccontato al presente, senza paura di scendere nel torbido o dissacrante. Nel calendario di Omer Meir Wellber, direttore israeliano, 39 anni, il 2020 era segnato come anno numero uno al Massimo di Palermo, con il nuovo scettro di guida musicale del Teatro. A nemmeno un mese dall’ultima replica, Parsifal sarebbe diventato inconsapevolmente uno dei monumenti a una storia destinata a finire, a chiudere, perdurando questa incertezza ancora fino ad ora. In quel silenzio obbligatorio e necessario per ragioni di sicurezza sanitaria, il Massimo ha trovato in Wellber una guida presente, piena di energia (appena le regole lo hanno permesso) e soprattutto di idee musicali. Capace di rinnovare la bellezza del suono di Wagner in un Don Giovanni di Mozart, che reinventava la meravigliosa acustica del Teatro con l’Orchestra disposta in platea. Al fortepiano, lo stesso direttore non solo concertava con lucida esattezza la partitura ma insieme reinventava con estro i recitativi, osandoli anche in versione di canzone americana. Nella maratona di musica, dopo il silenzio di mesi, brillavano gli omaggi a Beethoven e a sorpresa una serata di jazz, nella chiesa scoperchiata dello Spasimo, dove l’eclettico fantasista Wellber suonava fisarmonica e pianoforte. A confermare un nuovo profilo, a tutto tondo, per il ruolo di direttore principale e musicale di cui non potremo più fare a meno. PREMIO “MARIO MESSINIS” “Creatore” di numerosi lavori firmati da autori viventi, il MDI ENSEMBLE si è distinto per la dedizione nei confronti dei repertori contemporanei che ha affrontato con disciplina analitica e compenetrazione poetica, individuando nel dialogo diretto con i compositori eseguiti la chiave di accesso per decifrare partiture di segno diversissimo, sempre coltivando una propria cifra sonora e interpretativa. Promotore della diffusione del nuovo repertorio in numerosi festival internazionali e italiani (tra cui, di recente, come “residente” a Milano Musica), l’Ensemble ha organizzato la rassegna The Sound of Wander, contribuendo alla scoperta italiana di autori della scena internazionale e alla diffusione della cultura esecutiva della contemporaneità anche con master e laboratori performativi. Associando nei programmi concertistici Novecento storico, nuova musica e musica d’oggi - il nuovo e l’antico della contemporaneità - e assumendosi l’impegno e la sfida dell’organizzare musica, ha riproposto in un nuovo contesto generazionale la lezione culturale e umanistica, indimenticabile, di Mario Messinis. PREMIO “PIERO FARULLI” QUARTETTO LEONARDO Sara Pastine, Fausto Cigarini violini Salvatore Borrelli viola Lorenzo Cosi violoncello PRIMA ESECUZIONE PER L’ITALIA Fabio Nieder, Z truhle mojej prababki, slovenské l ́udové piesne per orchestra, voce femminile e cimbalom concertante (Biennale di Venezia 2020) Per l’originalità dell’idea musicale, che prendendo spunto da otto antichi canti popolari slovacchi, e della sua realizzazione vocale e strumentale, crea un effetto straniante e di grande carica evocativa. In questo lavoro, il cui titolo significa «Dalla cassapanca di mia bisnonna», gli otto canti contadini vengono distribuiti tra altrettanti gruppi orchestrali, autonomi e timbricamente distinti, suonati simultaneamente e riecheggiati dalla voce femminile, in un intreccio vivido e caleidoscopico. PREMIO “FILIPPO SIEBANECK” I 32 brevi videoclip della rassegna ONLINE FOR KIDS, realizzati da Gregorio Mazzarese, Vincenzo de Carlo, Laura de Mariassevich, Lorenzo Izzo, e trasmessi sul canale Youtube dell’Accademia di Santa Cecilia, nel periodo più duro del lockdown hanno raggiunto e coinvolto moltissimi bambini (più di 170.000 visualizzazioni in tutto il territorio nazionale tra marzo e maggio). Attraverso l’uso di oggetti casalinghi e racconti fantasiosi, il progetto educational ha trasmesso in maniera ludica e leggera alcune basi della grammatica musicale, elementi di ritmo e di intonazione, informazioni sui grandi compositori e su culture musicali extraeuropee. Date e svolgimento della cerimonia di premiazione del XXXX PREMIO DELLA CRITICA MUSICALE “FRANCO ABBIATI”, in concomitanza con la presentazione dell’ANNUARIO DELLA CRITICA MUSICALE ITALIANA 2021, verranno comunicati in seguito. a cura del Comitato Organizzatore, in collaborazione col FESTIVAL PIANISTICO INTERNAZIONALE DI BRESCIA E DI BERGAMO GLASOR di Galli e Valsecchi snc via Scotti 20 - 24122 Bergamo e-mail: segreteria@glasor.it telefono 035 224072 www.glasor.it

    Non cancelliamo James Levine

    Ancora oggi Pavarotti si tende a ricordarlo più per quella gran schifezza dei concertoni pseudo-pop “Pavarotti and Friends” che per le qualità vocali (anche tecniche, ricordo; musicalità peculiare, forse, ma cavoli come sapeva cantare) per le quali resta uno dei massimi tenori del dopoguerra. E con James Levine, il concretissimo rischio è che adesso si parli di lui più come molestatore di giovani fanciulli che come colui cui il Metropolitan (prima l’orchestra, poi più faticosamente il coro) deve l’alto livello raggiunto dopo decenni di fuffa, documentatissima dalle registrazioni live. Gran scocciatura, ma parlarne bisogna ora che è morto il 9 marzo scorso in quella sorta di esilio che è stata la sua residenza a Palm Springs. Bisogna perché, francamente, è preclaro esempio sia dell’ipocrisia dell’establishment culturale che da sempre sapeva ma faceva finta di non vedere (e le difese poste in essere dalla forza dell’appartenenza ebraica non sono certo trascurabili), sia delle vere e proprie follie perpetrabili in nome del famigerato movimento #MeToo usato come bocca di fuoco per far finalmente fuori gente da troppo tempo nelle posizioni di comando. Un paio d’anni fa, se tu andavi al bookshop del Met e chiedevi una registrazione di James Levine, ti sentivi rispondere “Chi?”: e ti accorgevi che non era esposto manco uno degli innumerevoli cd e dvd incisi da lui con l’orchestra della casa, coi Wiener Philharmoniker, Boston Symphony eccetera. Se però insistevi, la commessa spariva nel retrobottega e ne sortiva con aria furtiva portandoti il disco della colpa, nascosto sì ma poi venduto giacché pecunia semper non olet. Quindi sì, certo. A marzo del 2018 Levine è licenziato per “sexually abusive and harassing conduct”: un’inchiesta che pare abbia coinvolto circa 70 persone, partita da una denuncia (di cui diede notizia il New York Times) del violoncellista James Lestock che dopo la bellezza di quarant’anni -  nei quali aveva scritto una valanga di lettere affettuose al suo maestro – dichiara di essere stato costretto a ripetute masturbazioni quando aveva 17 anni, cosa che lo ha menomato psicologicamente. Non commento perché scadrei nel turpiloquio, specie ricordando come nell’ambiente musicale gay da sempre si sapesse quali erano le inclinazioni di Levine, quante volte si fosse mosso l’ufficio legale del Met, e quanto quindi avesse ragione l’interessato a querelare il Met per diffamazione e rottura ingiustificata di contratto, giungendo a un accordo della bellezza di 3 milioni e mezzo di dollari. Insomma ci riuscirono, a farlo fuori dal Metropolitan di cui fu la colonna portante per 47 anni e 2552 serate: dal giugno 1971 quando, a 29 anni, dirige senza nessuna prova Grace Bumbry e Franco Corelli in una matinée di Tosca cui assiste Allan Hughes del “New York Times”, che lo individua come “la maggior risorsa di cui potrebbe disporre il Met”. Due anni dopo diventa principal conductor, e in quello seguente - allorché Rafael Kubelik lascia - è nominato musical director: per diventare infine anche direttore artistico nel 1986. Come dicevo, moltissime registrazioni live attestano la qualità di orchestra e coro del Met ante-Levine: miserando. Le non meno numerose registrazioni audio e video dell’era-Levine costituiscono invece l’evidenza del progressivo innalzamento d’un livello giunto a poter tranquillamente confrontarsi con quello di qualunque teatro europeo: merito esclusivo d’un musicista del tutto fuori dal comune. Nasce a Cincinnati nel 1943, famiglia tutta di musicisti; comincia a studiare pianoforte a 5 anni, a 10 suona in pubblico il Primo Concerto di Mendelssohn con la Cincinnati Symphony, poi si perfeziona a New York alla Julliard con Rosina Lhevinne e al Marlboro Festival con Rudolf Serkin; inizia nel 1957 a studiare direzione d’orchestra e nel 1964, a Baltimora, l’ascolta George Szell che se lo porta come assistente a Cleveland per sei anni, dove riceve un imprinting direttoriale che sarà sempre riconoscibile e dove debutta nel 1967 dirigendo Don Juan di Strauss: ha ventiquattro anni, e di lì a poco inizia il sodalizio al Metropolitan col quale la sua carriera sostanzialmente s’identifica, a fianco dei sei anni (2004-2010) come direttore della Boston Symphony e degli altrettanti con la Munich Philharmonic, nonché delle numerose frequentazioni coi Wiener Philharmoniker e i Berliner Philharmoniker. Le voci maligne degli anni Settanta insinuavano che la lunga collaborazione degli ebrei Levine e Bernstein coi Wiener avesse come importante motivazione la necessità di emendarne la fama di sempre mantenute simpatie naziste, onde relativa difficoltà di vendita dei loro dischi negli Stati Uniti: vero o no che fosse, resta il fatto che quasi sempre di grandi incisioni si tratta, in un repertorio che specie nel caso di Levine è singolarmente ampio, riflesso del quanto mai significativo allargamento di repertorio da lui imposto al Metropolitan. Una delle pagine più esilaranti delle memorie di Rudolf Bing riguarda la sua visita a una delle più generose dame newyorkesi che usavano staccare un assegno destinato a coprire le spese d’una nuova produzione, e che la buona creanza imponeva fosse ritirato dal sovrintendente in persona: l’anno in cui Bing osò proporre Moses und Aaron, la dama in questione l’assegno lo firmò, ma nel darglielo puntò il ditino ammonendo “e lavori così…mai più!!”. Levine riuscì ad avere lo stesso gli indispensabili apporti privati al budget del Met che s’aggira sui trecento milioni di dollari, pur imponendone una frequentazione se non  assidua quantomeno non episodica di titoli quali Pelléas, Moses und Aaron, Erwartung, Castello del duca Barbablù, Troyens, Benvenuto Cellini, Rake’s progress, Wozzeck e Lulu nella versione in tre atti: titoli le sue interpretazioni dei quali stanno tra quelle di riferimento, testimonianza ulteriore del livello cui era riuscito a portare l’orchestra. Dovessi scegliere un termine soltanto per definire la personalità artistica di Levine, non esiterei: teatro. Un’innata capacità di raccontare, di mantenere l’arco narrativo sempre in tensione non solo nei più ovvi momenti di esplosione tellurica o di apertura melodica: momenti che ricevevano il loro impatto proprio dalla capacità di farne terminali d’un processo narrativo mantenuto sempre “in avanti” anche negli indugi più elegiaci. Ecco perché Levine è stato uno dei maggiori interpreti verdiani moderni. Chiarezza mai didascalica. Nessuna caduta nel bozzettismo. Tensione costante. Eccezionale comprensione dell’organo vocale e quindi eccezionale accompagnatore al canto, che lo rendeva direttore amatissimo da tutti i maggiori cantanti dell’epoca trascorsa, tra i quali le personalità diciamo così difficili abbondavano molto più di adesso. Tutte le sue incisioni ufficiali e live di Verdi sono altrettante pietre miliari, favorite anche da cast per lo più azzeccati: e Puccini è di livello quasi analogo. Le interpretazioni mozartiane soffrono invece di scelte vocali più interlocutorie, quantunque almeno una di esse, Idomeneo, sia di conoscenza imprescindibile, non foss’altro perché Levine riuscì a convincere Pavarotti a impersonare il protagonista. Da quando Levine fu chiamato da Wolfgang Wagner a Bayreuth nel 1982 per Parsifal, Wagner ha costituito una colonna portante nel suo repertorio. Qui magari possiamo discutere un po’ di più, e personalmente non milito tra gli estimatori massimi delle sue interpretazioni, fermo però restando che prima di lui il livello wagneriano del Met era esclusivo appannaggio delle voci, mentre solo con lui l’orchestra assume il ruolo che le compete: e che consente direzioni straussiane tra le più cospicue del panorama discografico. Da ultimo ma non in ultimo, è solo grazie a Levine che il Met - in questo buon ultimo tra i teatri americani - ha accolto nelle sue locandine autori contemporanei: John Corigliano, Philip Glass, Carlisle Floyd, Tan Dun, Tobias Picker, John Harbison, Charles Wuorinen; svolgendo ruolo culturale ben superiore a quello riscontrabile in Europa, dove i bidelli di Darmstadt continuano imperterriti e impuniti a dettar legge coi relativi diktat d’esclusione. Forse avrebbe dovuto considerare un ritiro volontario, Levine, allorché nei primi anni del nuovo millennio il tremore connesso al Parkinson cominciò a farsi molto evidente suscitando malumori (beninteso anonimi) nell’orchestra e financo nei cast vocali; per non parlare del lungo ritiro susseguente all’operazione di rimozione d’un tumore al rene nel 2008, quando fu costretto alla sedia a rotelle. Ma quello che è adesso il Met lo è grazie a James Levine: cara signorina del bookshop, il suo “Chi?” lo riservi ad altri; e rimetta tutte le sue incisioni audio e video nei posti d’onore degli scaffali. Elvio Giudici Su "Classic Voice" di carta o nella copia digitale digitale c'è molto di più. Scoprilo tutti i mesi in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html
  • Recensioni Opere Concerti e Balletti

    Il pianoforte ben educato

      Vincitore del sessantaduesimo Concorso Busoni tenutosi nel 2019 (la sessione del 2020 non ha avuto luogo a causa del Covid), il bulgaro Emanuil Ivanov ha oggi 23 anni e sta attraversando uno dei periodi più faticosi per un giovane premiato dei nostri giorni, alle prese con il blocco delle attività concertistiche. Bene ha fatto il Teatro alla Scala a invitarlo per una ripresa in streaming che deve purtroppo fare i conti con la brevità del programma consentito dalle attuali normative. Se tutto dovesse andare per il verso giusto dovremmo riuscire a riascoltare Ivanov alla Società del Quartetto di Milano nel mese di maggio di quest’anno in un programma di consueta estensione. Già durante le eliminatorie del “Busoni” Ivanov si era distinto per alcune scelte di repertorio relativamente controcorrente, così come piuttosto insolito è stato l’impaginato presentato l’altra sera, più consono a un recital specialistico che a uno di presentazione ex-novo delle proprie doti. Si sono ascoltati nell’ordine una Fantasia nach Johann Sebastian Bach di Ferruccio Busoni, Miroirs di Ravel e la quinta Sonata di Skrjabin, tutti lavori concepiti tra il 1904 e il 1909. Quanto basta per ribadire il carattere delle scelte e, alla prova dei fatti, per mostrare le caratteristiche di un pianismo prezioso e meditato. La Fantasia di Busoni, dedicata alla memoria del padre, pur non essendo stata inclusa dall’autore nel novero dei lavori con numero d’opera, è un saggio affascinante dell’amore viscerale del compositore nei confronti del grande Bach. Attraverso raffinati giochi di armonie e continui richiami alla forma del Corale, da Busoni coltivata anche nel novero delle famose sue “trascrizioni da camera” di molti originali bachiani, la Fantasia ha dato lo spunto a un pianista sensibile come Ivanov per illustrare il lato meno magniloquente del linguaggio busoniano, con una perfetta aderenza allo spirito della composizione. La lettura di Miroirs era parimenti da lodare per la notevole capacità nel dominare sia le complessità puramente tecniche - si poteva notare dallo streaming video la facilità con la quale il pianista risolveva passaggi di proverbiale difficoltà nell’Alborada del gracioso - che la variegata palette timbrica richiesta all’esecutore per la definizione di pagine coloristicamente mutiformi. Quello che però mancava a Ivanov era una certa grinta, la propensione al rischio che siamo abituati a considerare quando ascoltiamo certe interpretazioni rimaste famose, come ad esempio quella di Sviatoslav Richter. C’è in Ivanov, almeno per il momento, una certa dose di “educazione” che gli impedisce di affrontare una parte del repertorio in maniera più viscerale. E questa caratteristica si è fatta più evidente nel momento della sua esecuzione della quinta sonata di Skrjabin, forse quella dove appare più evidente una struttura che porta al raggiungimento di una sorta di estasi finale attraverso un meccanismo di continua accumulazione di tensioni. Non si può obiettivamente rimanere impassibili nell’eseguire e nell’ascoltare una pagina vulcanica come questa, e per quanto la sapienza pianistica di Ivanov sia riuscita anche in questo caso a produrre un risultato degno di nota, sono altri gli esempi con i quali tendiamo a confrontarci per la definizione di questo straordinario capolavoro. Luca Chierici   Su "Classic Voice" di carta o nella copia digitale c'è molto di più. Scoprilo tutti i mesi in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html  

    Strauss – Salome – Teatro alla Scala

    MILANO - La situazione creata dal Covid non sembra aver nuociuto alla preparazione dell’orchestra

    Troppa Rai, poca Scala

    MILANO - Il miglior spot per l’opera mai concepito. Quando mai riusciremo a vedere un’altra volta una
  • Il Cavaliere della Rosa dall’Opera di Monaco

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    263 - Aprile 2021
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    L’Accademia riapre in sicurezza

    Il 15 giugno l’Accademia Internazionale “Incontri con il Maestro” di Imola ha riaperto l’attività didattica in presenza con la programmazione delle lezioni in sede. Definito il protocollo aziendale con tutte le misure anticontagio necessarie per tutelare la salute di allievi, maestri e dipendenti, l’Accademia ha riattivato le lezioni convinta che la qualità dell’insegnamento che la contraddistingue debba continuare ad essere trasmessa in presenza, modalità in cui è possibile garantire la ricerca del bel suono nello stretto dialogo fra docente e allievo. La specificità delle lezioni che si svolgono all’Accademia di Imola ha consentito di potersi riorganizzare più agilmente dal momento che le lezioni sono sostanzialmente one-to-one maestro-allievo ed escludono di per sé occasioni di assembramento. A fine giugno si è anche svolta la prima sessione degli esami degli insegnamenti teorici dei corsi di laurea di Storia della Musica, Estetica e Ear Training. Le prove si sono svolte con i docenti in sede e gli allievi alcuni in presenza e alcuni online. “Per la riapertura dell’attività didattica in presenza - evidenzia Angela Maria Gidaro, Sovrintendente della Fondazione Accademia Internazionale “Incontri con il Maestro” di Imola - l’Accademia si è mossa istituendo una ‘task force’ composta dal responsabile della sicurezza, dal medico competente, dal responsabile dei lavoratori e dal sovrintendente. Le misure anticontagio - chiarisce - prevedono una serie di azioni tra le quali il rispetto delle distanze di sicurezza, l’igienizzazione costante e quotidiana degli spazi comuni, dei punti di contatto e degli strumenti musicali tra i cambi di lezione. Inoltre, a maggior tutela, sono stai predisposti dei pannelli trasparenti divisori tanto negli uffici quanto nelle aule. A parte alcuni casi di necessaria tutela per alcune fragilità l’attività è ricominciata in progressione percentuale raggiungendo ad oggi l’80% della frequenza. La gestione più problematica - racconta la Sovrintendente Gidaro - riguarda gli studenti stranieri sia UE che extra UE che momentaneamente hanno delle difficoltà evidenti nel viaggiare. Per questi casi l’Accademia si sta organizzando al fine di garantire comunque una continuità didattica anche su piattaforma online fino al termine dell’emergenza covid.” La Sovrintendete Angela Maria Gidaro Gidaro ricorda come l’Istituzione sia stata tempestiva nella chiusura immediata delle attività già il 24 di febbraio per salvaguardare, nella prima fase covid, la salute dei propri allievi, docenti e dipendenti. A seguito della chiusura, è stata attivata la didattica online per le materie teoriche dei percorsi di laurea, mentre per quelle di strumento non è stata intrapresa una modalità digitale. Piuttosto si è operato incentivando allievi e docenti a mantenere un dialogo anche attraverso ascolti e consigli su registrazioni e contatti multimediali.   “Un’Accademia della nostra portata non può lavorare senza la presenza dell’allievo – dichiara Franco Scala, Fondatore e Coordinatore didattico della Fondazione nonché Direttore dell’Accademia Pianistica - perchè l’eccellenza opera sulla trasmissione delle emozioni e fare questo online non è possibile. Come si può far assaggiare un vino per telefono o far percepire la bellezza di un quadro con una foto? Stanno nascendo piattaforme digitali con una qualità di riproduzione molto alta, anche se queste non possono essere considerate una totale alternativa all’esecuzione dal vivo bensì solo una momentanea possibilità di tamponare la situazione. Siamo in emergenza - commenta il Maestro Scala - ed è giusto cercare di salvare qualsiasi espressività musicale, per questo stiamo lavorando per consentire agli studenti più lontani di poter effettuare gli esami di ammissione online nel caso si rendesse necessario a settembre. La tecnologia, nel nostro caso, va usata solo in caso di emergenza ed era necessario riprendere al più presto le lezioni in presenza, naturalmente in sicurezza. Penso inoltre - conclude Scala - che il mondo della musica potrà uscire arricchito da questa situazione, perchè ho notato una forte motivazione dei docenti non solo verso la componente didattica ma anche nella riscoperta generale del valore delle relazioni umane.” I mesi di lockdown sono stati per l’Istituzione imolese l’occasione per ultimare il perfezionamento della trasformazione in Fondazione, migliorando la struttura interna e definendo con maggior vigore gli indirizzi musicali. L’attività didattica è stata suddivisa in otto specifiche Accademie tante quante sono gli indirizzi del corsi di laurea: Pianoforte, Violino, Viola, Violoncello, Flauto, Chitarra, Musica da Camera e Composizione, coinvolgendo Direttori e docenti di chiara fama internazionale. “Il tutto - chiosa la Sovrintendente Gidaro - è stato possibile grazie al sentito impegno da parte del nuovo consiglio di amministrazione guidato dal Presidente Corrado Passera.”   www.imolamusicacademies.org
  • Eventi
    La formula divulgativa di Ferrara Musica con Enzo Restagno e Nicola Bruzzo

    Cinque minuti per spiegare il Novecento

    Non solo concerti. Lo streaming passa anche per la divulgazione d'autore. Ferrara Musica ha
    Dal 2 al 4 dicembre, canale Youtube “Farulli 100”

    Nel segno di Piero Farulli

    Nel centenario della nascita di Piero Farulli, il leggendario violista del Quartetto Italiano che
    Il Comunale di Bologna inaugura con un Wagner visionario. Dirige Valčuha

    Le stalattiti di Tristano

    Dal 1871 al 1914, ovvero dal Lohengrin (prima apparizione wagneriana in Italia) fino al debutto
  • Novità CD

    DONIZETTI – IL PARIA

      Messa in scena per la prima volta a Napoli nel 1829 Il Paria fu la prima opera in cui Donizetti si cimentò con un’ambientazione “esotica” e la prima con un finale tragico. Per questi motivi rimase deluso dallo scarso successo, al punto che il titolo fu ritirato dopo poche recite. È la storia di un’amore impossibile, tra barriere sociali e intolleranza religiosa, nell’India del XVI secolo. L’etichetta Opera Rara la riscopre in quest’incisione diretta da Mark Elder con la Britten Sinfonia e un cast che annovera tra gli altri Albina Shagimuratova e René Barbera.         Su “Classic Voice” di carta o nella copia digitale c’è molto di più. Scoprilo tutti i mesi in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html        
  • Novità DVD

    Puccini Madama Butterfly

      L’opera che inaugurò la stagione 2016-17 della Scala approda in un doppio dvd curato da Decca e Rai Com. Si tratta della versione originale del 1904 (la “prima” Butterfly, poi pesantemente rimaneggiata da Puccini dopo il fiasco scaligero), con Riccardo Chailly sul podio, la regia di Alvis Hermanis e Maria José siri nel ruolo del titolo.         Su “Classic Voice” di carta o in digitale c’è molto di più. Scoprilo tutti i mesi in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html    
  • Recensioni CD

    Skriabin, Stravinskij Prokof’ev – “Silver Age”

    Secondo Trifonov, la fase artistica russa denominata “Silver age” non fa capo a una singola estetica, ma “si riferisce a un ambiente frastagliato dal punto di vista sociale, politico e intellettuale, un cocktail di differenti espressioni artistiche interagenti tra di loro in maniera scomposta”. Seguendo le belle note di copertina di Misha Aster il fulcro di questa età argentea sarebbe da associare a un famoso evento che attirò l’attenzione di un pubblico estremamente sofisticato e che ebbe luogo a Parigi nel maggio del 1907: una serie di concerti, organizzati da Diaghilev, che presentavano lavori scritti da una scuola russa già parzialmente nota al pubblico occidentale. La sera del 29 maggio, però, il discorso si andava complicando con la presentazione della terza sinfonia di Skriabin (Le Divin poème), e il Concerto dello stesso autore era stato presentato la settimana prima da un solista già allora eccezionale, Josef Hofmann. Nel 1909 fu la volta di Stravinskij e dell’Uccello di fuoco , seguito nel 1911 da Petruška.  In realtà il programma presentato da Trifonov in questo doppio cd si estende a un periodo successivo, ferma restando la scelta del Concerto di Skriabin: Sarcasmes e il secondo Concerto di Prokof’ev risalgono al 1912-14 e si ricollegano qui al discorso generale perché fatti ascoltare dall’autore a Diaghilev all’epoca del loro primo incontro; la Serenata di Stravinskij è del 1925 e appartiene al periodo neoclassico del musicista; l’ottava Sonata di Prokof’ev appartiene ai famosi “anni di guerra” (1939-1944) quando la “silver age” rappresentava un lontano ricordo. In linea con l’assunto sono invece le altre pagine inserite da Trifonov nel programma, ossia la trascrizione di Guido Agosti tratta dall’Uccello di fuoco e i Trois movements de Petruška . Per gli appassionati sostenitori del nemmeno trentenne pianista russo (e sono tanti) non si ascoltano qui novità assolute in quanto tutti gli elementi in programma sono stati eseguiti in anni recenti anche se, per la parte orchestrale, non con la collaborazione di un direttore prestigioso come Gergiev. Trifonov è un pianista che non ha certo bisogno di trucchi da sala d’incisione e qui riesce a riesce a ricreare lo stesso tipo di atmosfera affascinante cui siamo abituati grazie ai suoi concerti dal vivo. Le esecuzioni sono tutte di altissimo livello, ma se dovessi indicare una preferenza in assoluto opterei per la trascrizione di Agosti, affrontata in questi ultimi anni anche da molti giovani colleghi: qui non è questione solamente di virtuosismo eccezionale, ma di straordinarie qualità timbriche, senso innato del fraseggio, profondità di analisi, compenetrazione totale con i testi affrontati. Tutte qualità che fanno oggi di Trifonov probabilmente il miglior pianista in circolazione. Luca Chierici     Su “Classic Voice” di carta o nella copia digitale c’è molto di più. Scoprilo tutti i mesi in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html        
  • Recensioni DVD

    Beethoven Sinfonie n. 7 e 9 Ciajkovskij Sinfonie n. 5 e 6 Schmidt Sinfonia n. 4 Stephan Musik für Orchester

    Davvero non deludono queste splendide registrazioni compiute alla Philharmonie di Berlino nel 2012 (Stephan), nel 2017, 2018 e 2019, le prime finora pubblicate con Kirill Petrenko che dirige i Berliner Philharmoniker. È del tutto naturale che in questa occasione abbiano un posto privilegiato capolavori di Beethoven e Ciajkovskij, per ciò che significano nelle tradizioni dell’orchestra e del direttore. L’intensità e la naturalezza con cui Petrenko fa comprendere la necessità espressiva del percorso della Sesta di Ciajkovskij (registrata nel 2017 nel primo concerto da nuovo direttore dei Berliner) e della sua Quinta, si impongono con evidenza assoluta. In Beethoven Petrenko si conferma attento alle prospettive recenti (tempi piuttosto rapidi, alleggerimento degli organici), ma con una vocazione a  evitare scelte estreme o effettistici personalismi: colpisce nella Settima la capacità di scatenamento gioioso immune da ogni pesantezza (è questa una delle caratteristiche più evidenti e più difficili da definire del grande direttore russo), e qualcosa di simile si può dire per il Finale della Nona, cui peraltro si giunge dopo un percorso analiticamente approfondito in modo esemplare. Magnifico il coro della radio di Berlino e tutti pienamente all’altezza della situazione i quattro solisti, Marlis Petersen, Elisabeth Kulman, Benjamin Bruns e Kwangchul Youn. Qualche sorpresa suscita la scelta dei due autori che si affiancano a Beethoven e Ciajkovskij. Petrenko non spiega in che senso vede Franz Schmidt (1874-1939) agli antipodi di Mahler (si dovrebbe contrapporlo a Schönberg, di cui fu coetaneo, e di cui gli capitò di suonare qualche pezzo); ma ha ragione quando vede nella Quarta un doloroso estremo congedo (fu scritta nel 1932-33 dopo la tragica esperienza della morte della figlia), che nella disperata cupezza trova accenti personali anche in un linguaggio strettamente legato alla tradizione: riascoltata isolata in questa bellissima interpretazione la Quarta si conferma la migliore tra le sinfonie di Schmidt, di gran lunga superiore alle precedenti. Singolare il caso di Rudi Stephan (1887-1915), caduto giovanissimo nella prima guerra mondiale: questo pezzo del 1912 intitolato semplicemente “Musica per orchestra” (con polemico rifiuto di indicazioni ”programmatiche”) è una pagina solidamente costruita, che muove da un inizio oscuro per approdare, dopo un percorso tormentato, a una conclusione fragorosa. Paolo Petazzi   Su “Classic Voice” di carta o nella copia digitale c’è molto di più. Scoprilo tutti i mesi in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html      
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In formato bluray la Dynamic pubblica il debutto nella regia d'Opera di Dario Argento del 2013 con Macbeth di Verdi al Teatro Coccia di Novara. Il Cast vede Giuseppe Altomare nel ruolo del titolo e Dimitra Theodossiou

Sharon Isbin

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