• Mondo Classico

    Archi Serenissimi

    Era come in quei film dove un bambino va in una soffitta, apre un baule e trova tanti bei giocattoli, libri, disegni e resta a bocca aperta. Una scoperta dietro l’altra che ci ha fatto capire che quella era la strada che dovevamo percorrere. Ora ci troviamo qui, dopo quarant’anni, con un importante bagaglio di esperienze musicali davvero. E non siamo stanchi, proprio no». Il Quartetto di Venezia. Andrea Vio, Alberto Battiston, Mario Paladin, Angelo Zanin, così da sinistra a destra: violini, viola, violoncello. In quattro decimi di secolo, un solo cambiamento: da dieci anni Paladin ha sostituito alla viola Luca Morassutti. Veneziani nel nome d’arte, nei cognomi, nella parlata, in certe allegrissime tavolate dopo i concerti, nella persistenza dell’amore per la città, nella proiezione mitteleuropea del loro fare musica assieme. Solido, omogeneo, nutrito di tecnica, spessore ed eleganza. Il 21 ottobre, al Teatro Malibran, festa di compleanno per iniziativa del Teatro La Fenice e di Musikamera. Poi i concerti al Teatro Toniolo per gli Amici della Musica di Mestre e la residenza alla Fondazione Cini con i concerti a Lo Squero, la recente e magnifica sala per la musica da camera creata all’Isola di San Giorgio. La prima uscita in pubblico è del 1981, un saggio al Benedetto Marcello, il loro Conservatorio. Subito dopo, decidono di frequentare le lezioni di Sandor Vegh ad Assisi. Ne escono entusiasti e determinati, pronti a iniziare un’attività concertistica che li ha portati a suonare ovunque. Andrea Vio, primo violino, è il loro portavoce. All’inizio, la decisione di fare quartetto è stata difficile o veloce come una folgorazione? «Facilissima. Una comune passione che ci ha coinvolto come in un turbine ancora studenti di conservatorio e ha voluto che quasi naturalmente vivessimo questa vita da quartettisti, senza mai domandarci perché: è nata spontaneamente e così è proseguita». A chi dovete dire grazie, come maestro? «Sandor Vegh ha influito in modo determinante sulla nostra formazione. Ci sentivamo molto vicini al modo di pensare e interpretare la musica di questo leader di uno storico quartetto. Le sue idee partivano sempre da un punto di riferimento tecnico, in particolare l’arco, messo al servizio della trasmissione della musica. Un altro aspetto molto curato da Vegh era il tipo di vibrato, il più vario possibile in rapporto al senso della frase. Un altissimo artigianato per raggiungere una levatura artistica assoluta. Il nostro violoncellista, Angelo Zanin, ha voluto seguire anche le lezioni di Paul Szabo, violoncello del Quartetto Vegh. Come conseguenza naturale siamo andati a lezione da lui anche come quartetto. Szabo è stato importante per il modo con cui intendeva l’articolazione dell’arcata, tecnicamente e musicalmente. Non dimenticheremo mai le esecuzioni con lui del quintetto con due violoncelli di Schubert: memorabile ogni concerto». Che cosa ha significato lo studio con Piero Farulli ai corsi della Chigiana? «La spinta che il Maestro ci ha dato nell’affrontare le opere più importanti di Beethoven è stata decisiva. Una delle sue ambizioni più grandi era far conoscere a tutti questi lavori, perché diventassero popolari. Faceva suonare gli allievi in posti impensabili: abbiamo suonato anche in una specie di grotta, per sedersi la gente si portava sedie e sgabelli da casa. Non suonavamo brani “facili” per persone non abituate a questo tipo di musica, ma gli ultimi quartetti. Farulli diceva: “Devono ascoltare queste opere così profonde, per conoscere quello che non hanno mai avuto modo di conoscere. Ci sarà chi verrà colpito ed emozionato, chi più chi meno, ma bisogna diffondere la cultura musicale, anche quella più impegnativa”. Anche Aldo Pais, a lungo violoncellista del Quartetto del Vittoriale, è stato importante per noi. Ci ha sollecitato a studiare i Quartetti di Boccherini, di cui stava curando la revisione e la pubblicazione e ci ha introdotto al repertorio italiano per quartetto, con il quale aveva avuto un’assidua frequentazione». Nell’amplissima discografia del Quartetto di Venezia, un cofanetto di dieci cd è dedicato ai quartetti italiani, dal Settecento al Duemila. Quale il momento più entusiasmante e quale il più difficile? «Personalmente credo che i momenti più belli siano stati i primissimi anni, quando scoprivamo i quartetti del grande repertorio e vivevamo dal di dentro l’emozione di una sonorità che altrimenti, col solo ascolto, non avremmo potuto percepire. Emozioni così forti le provi solamente la prima volta. Certamente anche momenti difficili. Pochi, significativi e ci hanno temprato». Avete eseguito quartetti di Petrassi, Maderna, Sciarrino, Vacchi, Sollima. E avete una predilezione per Curt Cacioppo, settantenne compositore statunitense. Come è nato questo rapporto? «L’abbiamo conosciuto in occasione di un concerto di sue musiche a Venezia, grazie al musicologo e amico Harvey Sachs. La nostra ultima produzione discografica che comprende il quartetto Divertimenti in Italia e il quintetto con pianoforte Women at the Cross di Cacioppo, ha ottenuto la nomination ai Grammy Award». E’ difficile vivere di quartetto in Italia? «Ultimamente c’è stata una esplosione di nuovi giovani quartetti, grazie anche a iniziative che danno loro la possibilità di suonare in sedi private di grande fascino. Ovviamente ci sarà una selezione, ma esistono già delle realtà con ottime prospettive. Il problema in Italia riguarda quello che è successo negli ultimi trent’anni: la progressiva diminuzione dei fondi stanziati che ha provocato la chiusura di numerose stagioni concertistiche, soprattutto le più piccole. I giovani musicisti usciti dalle nostre scuole - nonostante i Conservatori, dopo la riforma, diano ottimi risultati - trovano pochi posti di lavoro e sono costretti ad emigrare. La questione è politica: la cultura e la musica in particolare vengono considerate di secondaria importanza quando invece potrebbero essere fondamentali, anche per l'economia italiana. Sarebbe una svolta in positivo se i privati venissero stimolati ad investire nella musica». Sandro Cappelletto Su "Classic Voice" di carta o nella copia digitale c'è molto di più. Scoprilo tutti i mesi in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html

    Da Bayreuth a Bologna: ecco il mondo di Oksana

    Oksana Lyniv, ucraina, 43 anni, sarà la prima direttrice musicale nella storia delle fondazioni lirico-sinfoniche italiane. Il Teatro Comunale di Bologna l'ha scelta per il prossimo triennio 2022-2024. Primo appuntamento il 14 e 15 gennaio (Auditorium Manzoni), con il prim'atto di Valchiria in forma di concerto e Morte e Trasfigurazione di Richard Strauss. Ma Lyniv ha un altro storico primato: è stata infatti la prima donna a salire sul podio del Festival di Bayreuth, dove lo scorso 25 luglio ha diretto “Fliegende Holländer”, riscuotendo un successo plenario. “Classic Voice” l'ha intervistata in esclusiva prima della sua partenza per la capitale wagneriana. Riproponiamo questo colloquio, pubblicato sul numero di luglio-agosto, all'indomani della sua nomina a direttrice musicale del Teatro Comunale di Bologna. Lei è nata a Brody, la città di Joseph Roth, la voce della Finis Austriae. “Sono nata in piena Urss e non c’erano più tracce dell’Impero Asburgico a parte la rovina della grande sinagoga che sta ancora al centro della città e che su di me ha sempre suscitato un fascino misterioso. Nel periodo sovietico era vietata qualsiasi professione religiosa e si parlava poco delle nostre comuni radici europee”. In quella sinagoga lei ha anche suonato. “Nel 2019 ho realizzato il mio sogno: davanti alle rovine della sinagoga, una delle più grandi dell’Europa orientale, ho diretto per il 150esimo della morte di Joseph Roth. Suonammo la Sinfonia 'Kaddish' di Bernstein. Per l'occasione, sua figlia mi scrisse una bellissima lettera, dicendo che il padre sarebbe stato commosso se avesse saputo che la sua sinfonia, che si occupa proprio del tema di Dio, del peccato e della giustizia, aveva risuonato davanti a un luogo così sacro. Pochi sanno che Bernstein era figlio di emigranti dell’Ucraina, da un posto molto vicino a quello in cui sono nata”. Ci racconti di lei a Brody. “Sono nata in una famiglia di musicisti e sin da bambina il mio sogno era lavorare nella musica. Ero indecisa se seguire il padre, maestro di coro, o la madre, pianista. A 18 anni presi la strada della direzione d’orchestra. Con grande sorpresa mi resi conto che benché alle donne fosse consentito studiare direzione d’orchestra soltanto poche trovavano il coraggio di provarci. Quando ho cominciato, nella mia classe di direzione d’orchestra ero da sola, l’anno dopo è arrivata una collega che adesso lavora come direttrice all’Opera di Leopoli. Spesso ero l’unica donna, come ad esempio alla finale del Concorso Gustav Mahler. Così anche alle masterclass. Sempre una donna su 9 uomini”. Quali sono state le sue figure di riferimento? “Il mio primo viaggio in Germania è stato una rivelazione. Naturalmente avevo molti modelli, ma sono grata soprattutto agli insegnanti della Dresdner Musikhochschule e ai direttori dei quali sono stata assistente: Jonathan Nott alla Bamberger Symphoniker e più tardi Kirill Petrenko alla Bayerische Staatsoper”. Ci dica tutto di Petrenko. “La prima opera che abbiamo allestito insieme è stata la Frau ohne Schatten, una delle più complesse di Richard Strauss, con organici molto grandi sia nella buca che dietro le quinte, dove c'è la banda. Per me è stato interessante osservare come si può concepire e dirigere alla perfezione una tale produzione dalla prima prova fino alla sera della prima. La cosa più interessante per me era sentir dire da parte dell’orchestra di aver suonato quest’opera così complessa come se fosse una partitura di Mozart”. Come Mozart? “Cioè in maniera leggera e trasparente, conoscendo alla perfezione ogni punto, ogni passaggio. Per Die Soldaten di Zimmermann, per esempio, ho diretto ogni recita in sincronia con Kirill Petrenko, perché avevo il compito di dirigere gli strumenti a percussione aggiunti, che a causa delle grosse dimensioni dell’orchestra erano collocati in uno spazio a parte. Tramite i microfoni e il mixer del tecnico del suono questi strumenti venivano trasferiti e mescolati alla grande orchestra in sala. Ciò che più ha influito sul mio percorso, dicevo, è stata questa sua ricerca di perfezione, il suo modo di concepire la prova in modo tale che sin dal primo giorno ogni minuto fosse produttivo e alla fine, prima del debutto, l’opera era studiata alla perfezione, precisa e chiara in ogni dettaglio. Ogni cantante, anche nei ruoli secondari, ogni musicista dell’orchestra, ogni corista sapeva cosa volesse il direttore ad ogni battuta. Anche nelle opere più complesse si arrivava alla fine con una tale chiarezza e trasparenza che ognuno poteva davvero gioire della messa in scena. Da Petrenko ho imparato che la preparazione bisogna richiederla prima a sè stessi e solo allora la si può richiedere anche agli altri. Da lui ho imparato l’autocritica e l’autocontrollo”. Come prima direttrice al Festspiele sente una responsabilità storica?  “Non mi ero mai posta questo traguardo. Era al di là delle mie aspettative. Ma la musica di Richard Wagner mi ha affascinato sin dalla mia giovinezza. Durante gli studi ho cercato di procurarmi più partiture possibili e lo facevo con la traduzione russa perché allora non conoscevo il tedesco. Pensare all’importanza di questo luogo naturalmente esercita su di me una certa pressione. Ma d’altro canto sono molto contenta che la nostra società nel XXI secolo sia finalmente pronta a fare questo passo in avanti”. Trova giusto sottolineare la differenza di genere nel ruolo del direttore?  “In pratica questo non ha nessuna importanza per la musica. La differenza di genere importa però alla società. Anche se non affrontassimo l’argomento nelle nostre interviste, il pubblico si porrebbe ugualmente certe domande. Adesso non ci domandiamo più se il konzertmeister o il solista sia uomo o donna, ma trent’anni fa era diverso. Ancora alla fine degli anni ’90 nelle più importanti orchestre come al Gewandhaus Leipzig, o ai Wiener e ai Berliner non si contava quasi nessuna donna. Ma adesso è normale che ci siano tante donne e così sarà per le direttrici d’orchestra. La cosa che più mi ha fatto andare avanti è non aver mai cercato il successo personale. Semplicemente non potevo immaginarmi in nessun’altra occupazione. Tra me e me pensavo: anche se dirigerò un solo concerto l’anno, sarà così bello che aspetterò l’anno successivo per arrivare ancora una volta a quel traguardo”. Quali repertori faranno parte del suo lavoro nei prossimi anni? “I compositori slavi sono molto vicini al mio cuore, ci sarà una nuova produzione di Rusalka di Dvorák, per esempio. Ma poi anche gli italiani: con la Tosca debutterò quest'autunno al Covent Garden, ed è previsto un dittico verista (Mese Mariano di Giordano e Suor Angelica di Puccini) in un altro teatro d'opera. Come direttrice, però, sento il bisogno di inserire nei miei programmi anche opere di compositori ucraini ingiustamente sconosciuti perché proibiti fino a pochi decenni fa. Ho promosso un’orchestra giovanile dell’Ucraina per promuove i maggiori talenti provenienti da tutte le regioni del paese. Con loro studio e interpreto opere del repertorio occidentale e ucraino per poterle eseguire ai diversi festival giovanili come il Festival di Bonn o il Young Euro Classic Berlin”. Da come parla, rivendica volentieri la sua formazione ucraina “Sono molto contenta di aver ricevuto la prima formazione in Ucraina perché rispetto alla Germania si ricevono più ore di direzione d’orchestra e si hanno a disposizione anche più insegnanti per i vari repertori, sia sinfonico che operistico. Avevamo anche più materie di studio pratico con cantanti solisti di un certo repertorio, ore dedicate alla formazione e alla tecnica della voce, e ore di lavoro pratico con orchestre sinfoniche. Dal terzo anno di studio avevamo addirittura ogni settimana prove con orchestre professionali. Questa è una cosa che manca nelle accademie tedesche. Ci sono forse 2-3 appuntamenti a semestre con le orchestre. Così diventa difficile poter fare esperienza professionale”. Non ci ha detto come si è presentata alle nuove orchestre italiane che ha diretto. “Cerco di parlare il meno possibile, perché i momenti più magici si creano con la comunicazione non verbale. Nella musica i momenti indecifrabili dietro le parole sono quelli che contano di più,  e non si devono esprimere a parole. I momenti più eccitanti per me sono i primi minuti o la prima mezz’ora di prova con un’orchestra sconosciuta, perché li faccio suonare senza interromperli e senza spiegare nulla. Guardo soltanto come reagiscono a me i musicisti. Perché solo così sorgono delle reazioni spontanee. Facendo parlare la musica, cerchiamo quel legame che ci farà rendere insieme al meglio”.  Luca Baccolini Su “Classic Voice” di carta o nella copia digitale c’è molto di più. Scoprilo tutti i mesi in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html
  • Recensioni Opere Concerti e Balletti

    Verdi – Rigoletto

    VENEZIA - Tuttora poco battuta, la strada che porta al Rigoletto di Verdi anziché alla sua mortificazione perpetrata dalla cosiddetta tradizione esecutiva: strada che parla inglese, principiando nel 1982 con Jonathan Miller, poi con le successive pietre miliari di David MacVicar e Graham Vick. Strada che a parer mio trova la sua tappa di gran lunga più riuscita con lo spettacolo di Michieletto-Fantin: nato quattro anni fa ad Amsterdam, approda ora alla Fenice. Se di Verdi è qui la lettera della partitura eseguita, ovvero quella che le cariatidi del salotto di Nonna Speranza Lirica amano definire “il Rigoletto senza acuti” - e cui Callegari è scrupolosissimamente fedele - ancor più autenticamente verdiano ne è lo spirito di cui si sostanzia la drammaturgia. Niente povero babbo infelice bensì un essere moralmente discutibile che sì, è anche padre, ma pessimo: ha sbagliato tutto, e lo capisce quand’è tardi, quando comprende che la figlia l’ha ammazzata lui, e impazzisce. La scena fissa è uno stanzone di manicomio con un ballatoio in alto. Rigoletto ripercorre la propria esistenza come in una sorta di autoanalisi, proiettandola su medici e infermieri: che vede emergere da buie aperture nella parete di mattoni (scena d’inquietante lividore verdastro, creata dall’alter ego di Michieletto, il geniale Paolo Fantin), vestiti di bianco, il viso celato dietro una maschera con le fattezze del Duca; il primario “crudele” se lo immagina Sparafucile, Giovanna è l’infermiera. Gilda ha il proprio doppio in una bambina-bambola col volto bloccato nella biacca, ed è sempre a lei che si rivolge Rigoletto, perché come bambola inerte la vede, da tenere segregata assieme ai suoi peluches, senza capire né il perché lei li getti rabbiosamente via, né il significato dei suoi disegni infantili pieni di sbarre, né cosa si celi dietro le occhiate amare con cui nei video in bianco e nero sullo sfondo questa bimba guardi il padre che la chiude a chiave nella stanza. Rigoletto dileggia Monterone coprendolo di coriandoli dorati, ma subito dopo questi indossa una gobba finta e nel fronteggiarlo ci appare identico a lui; Verdi pone uno e l’altro in due ambiti tonali vicinissimi, chiaramente indicandone la reciproca identificazione: ma mai nessuno l’aveva mostrato con simile agghiacciante evidenza scenica. Mai un momento privo di potentissimo ancorché chiarissimo significato drammaturgico, sismografo implacabile d’un divenire psicologico. Apice un “Cortigiani” che Rigoletto rivolge a se stesso  solo nella scena deserta sulle cui pareti brillano infantili disegni coloratissimi che via via si coprono di righe nere: e alla fine, stringe tra le braccia la bimba-bambola inerte intuendo - forse - che la donna sua figlia è un’altra, accanto a lui, ferita a morte; e il video ci mostra la bambina che finalmente riesce a fuggire dalla stanza prigione, a correre via felice nei prati, la morte è la sua liberazione definitiva. Non esito a dire di non aver mai avvertito, prima, quanto profondo, articolato, ambiguo, gigantescamente shakespeariano sia il ritratto tracciato da Verdi. Callegari, come dicevo, dirige Verdi anziché la sua impostura: e lo fa benissimo, con tensione ininterrotta, ricchezza di chiaroscuri, empito melodico sempre robusto e mai spampanato, accompagnamento esemplare al canto. E che canto! Detto che Ivan Ayon Rivas, quantunque non ancora trentenne, è arrivato a fornirsi di eccellente caratura tecnica così da plasmare un magnifico Duca; che Claudia Pavone canta piuttosto bene; che tutti i ruoli di fianco sono ottimi: è Luca Salsi a riassumere il senso dello spettacolo. Accetta l’improba, erculea fatica di restare sempre, sempre, sempre in scena: e recita in ogni secondo, con intensità folle, tutte le sue continue controscene. Plasma linee vocali di robustezza eccezionale piegandole a sfumature e mezzevoci (Gesù, cosa diventa un “Ah no, è follia” che ripudia l’orrido sol acuto recuperando il verdiano mi - coronato! - ma sfumandolo in un pianissimo di potenza ben altrimenti lancinante) che gettano luce sempre rivelatrice su di uno dei caratteri più giganteschi del teatro musicale. Fa erompere il più bel “Cortigiani” che nella mia non corta frequentazione teatrale o discografica abbia mai ascoltato. Ma ovunque, dà pieno senso alla geniale - e verdianissima, insisto - impostazione di Michieletto. Salsi si conferma insomma la voce del miglior baritono oggi in circolazione, applausi. Ma è molto, molto di più: il miglior interprete della parola scenica verdiana, perché baritono il più artista. Rigoletto torna nel teatro dove nacque: e rinasce per quello che davvero è. Elvio Giudici   Su "Classic Voice" di carta o nella copia digitale c'è molto di più. Scoprilo tutti i mesi in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html  

    Pasquini – Idalma

    Le Festwochen der Alte Musik di Innsbruck, giunte alla quarantacinquesima edizione, sono un punto di

    Luci e ombre al Rof 2021

    Moise et Pharaon PESARO - Tre nuovi allestimenti al Rossini Opera Festival. Alla Vitrifrigo Arena, Moïse et
  • 269 Ottobre 2021
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    Frau Musika, per un’orchestra su Strumenti Originali

    Frau Musika è un nuovo progetto artistico-formativo, uno dei pochi del genere in Italia, ideato da Andrea Marcon e realizzato dall’Orchestra del Teatro Olimpico di Vicenza grazie alla donazione di Fondazione Cariverona. L’iniziativa intende offrire a giovani musicisti provenienti da tutto il mondo l’opportunità di seguire un percorso altamente formativo nella pratica orchestrale su strumenti originali sotto la guida del Direttore Principale Andrea Marcon – professore ordinario di prassi esecutiva, organo e clavicembalo presso la Schola Cantorum Basiliensis – e gli insegnamenti di musicisti di chiara fama come Andrea Buccarella – primo premio assoluto al Concorso internazionale di clavicembalo di Bruges 2018 – e alcune Prime Parti dei complessi strumentali barocchi Venice Baroque Orchestra e La Cetra di Basilea. Le varie sessioni di lavoro si concludono con una serie di concerti realizzati in importanti città italiane fra le quali Roma, Verona, Udine, Mantova e Vicenza. L’attività formativa si svolge a Villa San Fermo di Lonigo (Vicenza), struttura ricettiva dove i partecipanti alloggiano e studiano assieme ai loro maestri. La condivisione dei vari momenti della giornata favorisce l’instaurarsi di relazioni umane, oltre che artistiche e musicali, che sono fondamentali per il raggiungimento di un’unità stilistica consapevole e per la creazione dell’identità di un’orchestra. .www.fraumusika.eu

    La XXXI Rassegna Internazionale di Musica Moderna e Contemporanea Traiettorie prosegue fino al 4 novembre

    Prosegue fino al 4 novembre 2021 a Parma la trentunesima edizione della rassegna di musica moderna e contemporanea «Traiettorie». Venerdì 1° ottobre alla Casa della Musica, la chitarra elettrica sola entrerà per la prima volta in un programma di «Traiettorie» con Yaron Deutsch, l’interprete che più di tutti ha contribuito a rafforzarne la presenza nel contesto della musica colta contemporanea. Il chitarrista – fondatore e direttore artistico di Ensemble Nikel, spesso ospite di rinomati ensemble e orchestre europee – eseguirà due classici della chitarra elettrica ed elettronica come «Electric Counterpoint» di Steve Reich e «La Cité des Saules» di Hugues Dufourt e due brani appositamente scritti per lui, «Sgorgo Y» di Pierluigi Billone e «All the boys forgot about you» di Avshalom Ariel. Assolutamente da non perdere il grande Irvine Arditti e il suo violinismo spettacolare che tornerà giovedì 7 ottobre a Teatro Farnese a Parma con un programma estremamente virtuosistico: in linea con l’omaggio di questa edizione della rassegna alla musica statunitense, accoglierà tre compositori americani di tre generazioni diverse e di diverse declinazioni musicali – Elliott Carter, David Felder e Roger Reynolds – ai quali accosterà due brani di Brian Ferneyhough e Emmanuel Nunes. Seguiranno due ensemble: martedì 12 ottobre a Teatro Farnese il newyorchese JACK Quartet, uno dei quartetti più acclamati dalla critica nel panorama della musica contemporanea, proporrà un programma singolarissimo che vedrà succedersi brani di Rodericus, Ligeti, Zorn e Xenakis; giovedì 21 ottobre sarà invece protagonista alla Casa della Musica di Parma l’Ensemble Musikfabrik con un programma dedicato ai grandi autori del secondo Novecento che hanno fatto la sua fortuna e hanno caratterizzato il suo profilo interpretativo: Ligeti, Lachenmann, Berio, Boulez, Stockhausen. Mercoledì 27 ottobre, sempre alla Casa della Musica, arriverà il pianista Emanuele Arciuli proponendo un programma che è l’autentica apoteosi della musica degli Stati Uniti in un’edizione di «Traiettorie» come quella di quest’anno che a quella tradizione musicale dedica un omaggio particolare. Accanto a brani di Cage, Gilbert, Glass e Rzewski, eseguirà parte di «’Round Midnight Variations: Hommage à Thelonious Monk», progetto che ha visto alcuni fra i massimi compositori americani viventi comporre variazioni sul tema di Monk. «Traiettorie» si chiuderà, alla Casa della Musica, giovedì 4 novembre con una nuova e ormai consueta proposta di giovani interpreti scelti fra gli allievi del Conservatorio di Parigi che presenteranno un parallelo fra musica americana e francese con brani di Steve Reich, Henri Dutilleux e Bastien David.   www.fondazioneprometeo.org
  • Eventi
    Lyniv sarà la prima direttrice musicale di un grande teatro italiano. Qui la sua prima intervista

    Da Bayreuth a Bologna: ecco il mondo di Oksana

    Oksana Lyniv, ucraina, 43 anni, sarà la prima direttrice musicale nella storia delle fondazioni
    In attesa del ritorno in sala al 100%, Jakub Hrůša apre Santa Cecilia con la Seconda Sinfonia

    Mahler e la Risurrezione dei teatri

    Jakub Hrůša, neo direttore ospite principale di Santa Cecilia, inaugura la stagione con la
    13 giugno, Salone d'onore di Villa Olmo, Como

    Procedura penale di Luciano Chailly

    Il Consevatorio “G. Verdi” porta in scena Procedura penale, opera buffa in un atto di Luciano
  • Novità CD

    DONIZETTI – IL PARIA

      Messa in scena per la prima volta a Napoli nel 1829 Il Paria fu la prima opera in cui Donizetti si cimentò con un’ambientazione “esotica” e la prima con un finale tragico. Per questi motivi rimase deluso dallo scarso successo, al punto che il titolo fu ritirato dopo poche recite. È la storia di un’amore impossibile, tra barriere sociali e intolleranza religiosa, nell’India del XVI secolo. L’etichetta Opera Rara la riscopre in quest’incisione diretta da Mark Elder con la Britten Sinfonia e un cast che annovera tra gli altri Albina Shagimuratova e René Barbera.         Su “Classic Voice” di carta o nella copia digitale c’è molto di più. Scoprilo tutti i mesi in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html        
  • Novità DVD

    Puccini Madama Butterfly

      L’opera che inaugurò la stagione 2016-17 della Scala approda in un doppio dvd curato da Decca e Rai Com. Si tratta della versione originale del 1904 (la “prima” Butterfly, poi pesantemente rimaneggiata da Puccini dopo il fiasco scaligero), con Riccardo Chailly sul podio, la regia di Alvis Hermanis e Maria José siri nel ruolo del titolo.         Su “Classic Voice” di carta o in digitale c’è molto di più. Scoprilo tutti i mesi in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html    
  • Recensioni CD

    The Moon & The Forest

      La storia del concerto per chitarra classica e orchestra sinfonica è afflitta oltre che da una tara ontologica - difficilmente superabile solo con una buona dose di microfoni - anche da un repertorio spesso passatista (vedi il Concierto de Aranjuez di Rodrigo). Si può comunque far finta di niente e, non contenti di esercizi di stile come la Fantasia para un Gentilhombre (sempre di Rodrigo, che almeno aveva l’alibi del nazionalismo), si può tentare di rinverdire i fasti della suite concertistica con Ink Dark Moon del britannico Joby Talbot, affermato ed eclettico compositore di colonne sonore. La partitura, interpretata da Miloš Karadaglic (fenomeno vagamente modellato sulla simpatica pop star Nick Kamen, scomparso recentemente) esprime i più solidi valori del conformismo e dell’easy-listening con zero problemi e zero visione critica del passato, del presente e del futuro. I paradigmi linguistici non cambiano nel concerto The Forest di Howard Shore, matura celebrità della musica per il cinema (compresi gli Oscar per il Signore degli Anelli) che, rispetto al collega più giovane, sembrerebbe più solido se non fosse per la sistematica rinuncia a qualsiasi fattore di rischio nell’orchestrazione, che è infatti inossidabile. Le nuove proposte vengono inframmezzate da altrettanti arrangiamenti che purtroppo non aggiungono alcunché: Full Moon di Ludovico Einaudi (che alla chitarra suona melenso e manca della tipica luce fredda in fondo alla quale s’intravedono le passioni del compositore torinese) e Träumerei di Robert Schumann, perfetto per strappare qualche lacrima alle vecchie zie ma anche per mandare su tutte le furie il suo autore, proverbialmente nervoso, e addirittura il flemmatico Horowitz la cui interpretazione la chitarra tenta di riecheggiare. Carlo Fiore   Su “Classic Voice” di carta o nella copia digitale c’è molto di più. Scoprilo tutti i mesi in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html  
  • Recensioni DVD

    Mozart – Così fan tutte

    L’anno scorso il festival di Salisburgo ha voluto lo stesso andare in scena; dovendosi però eliminare l’intervallo, ridurre i tempi, stare distanziati (in teoria: in realtà, sono quasi sempre attorcinati uno all’altro, e in platea il pubblico appare senza mascherina e parecchio numeroso), ha partorito un torso tagliando parecchio. Inni e osanna, peraltro, da parte dei drogati da teatro, che purché ci si vada va bene tutto. A me non va affatto bene, se si deve fare un brutto teatro purché si faccia teatro, meglio a casa con un bel dvd. La regia di Loy provvede a dare un minimo di senso plasmando un Così movimentatissimo, con grandi corse lungo l’enorme ampiezza del palcoscenico della Sala Grande, un gran buttarsi per terra, uno stare in scena quando non si dovrebbe, a fare i pali con occhi sbarrati mentre un altro canta. Qualche idea è da tenere a mente: le due ragazze che compaiono a tessere le lodi non del proprio amante ma di quello della sorella; “Come scoglio” Fiordiligi lo indirizza proprio al suo amante Guglielmo, quasi a respingerlo consapevolmente, e nel finale primo i quattro scoprono l’attrazione d’un eventuale scambio di coppie. Che la scoperta dell’attrazione fisica sia un processo doloroso, e che i cinici Alfonso e Despina vivano la vicenda soffrendo della consapevolezza della propria aridità, è molto interessante: ma i tagli del second’atto privano di chiarezza ogni serio tentativo drammaturgico, rendendo lo svolgersi della vicenda troppo zoppicante e sbrigativo. Solito problema, peraltro, che ha reso e tuttora rende difficile da comprendere e da accettare l’ottica supremamente illuminista del Così. Sicché il prim’atto c’è quasi tutto, i tagli sono praticati nel secondo perché si persevera per l’ennesima volta nel fatale equivoco di ritenere tutta l’azione appannaggio del primo atto, mentre nel secondo non avverrebbe niente: laddove avviene per l’appunto - attraverso la successione delle arie solistiche che frammezzano i due decisivi duetti - l’azione vera che rende supremo capolavoro quest’opera, ovverosia la scoperta di quanto l’impulso sessuale possa vincerla su quello sentimentale, e come si possa amare due persone contemporaneamente senza necessariamente essere spregevoli (o zoccole, come talora sussurra l’ottica maschilista). Purtroppo, se la regia ha spunti embrionali ma interessanti, la direzione non ne ha. Chiassosa, sbrigativa, pochissimo articolata all’interno, qua e là financo rozza nonostante l’ostentato splendore del tessuto strumentale, dove peraltro come da tradizione viennese atavica (che i Filarmonici paiono recuperare con malcelata soddisfazione) gli archi annegano nel loro oro antico i legni che viceversa sono il cuore pulsante dell’animo mozartiano. Cast discreto. Magnifici i timbri vocali di Bogdan Volkov e di Andrè Schuen, tenore e baritono che senza dubbio vedremo spesso nelle locandine del prossimo futuro: speriamo tuttavia imparino a fraseggiare un po’ di più e non si limitino a pattinare sulla superficie di scritture ben altrimenti complesse di quanto fanno sentire qui. Elsa Dreisig ha un bel registro acuto e parecchi problemi giù, con fissità assortite e fraseggio abbastanza qualunque. Marianne Crebassa, puntualmente portata sugli scudi da tutta la critica francese, a me continua a dire niente: pigola e ciangotta, tutta smorfie e moine da mal tempo che fu. Lea Desandre è bellissima da vedere ma la sua vocetta acidula la rende molto sgradevole da sentire. E Johannes Martin Kränzle, grande wagneriano, con Alfonso c’entra niente. Elvio Giudici   Su “Classic Voice” di carta o nella copia digitale c’è molto di più. Scoprilo tutti i mesi in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html      
Ultime Novità CD

IVES – COMPLETE SYMPHONIES

(2 cd Dg) Compositore quasi ignorato in vita, Charles Ives lavorò nel mondo degli affari come assicuratore, venendo “scoperto” solo in tardissima età, quando nel 1940 l’esecuzione della sua Terza Sinfonia,

SCHOENBERG BERG – WEBERN

Staatska­pelle Dresden Sinopoli (8 cd Warner)   La Seconda Scuola di Vienna in un cofanetto che racchiude le registrazioni di Giuseppe Sinopoli con la Staatskapelle di Dresda: Pierrot Lunaire, Erwartung,

FARINELLI

Cecilia Bartoli (cd Decca)   Cecilia Bartoli pubblica un nuovo album che celebra il più famoso cantante del diciottesimo secolo: il castrato Farinelli. In uscita l’8 novembre, il disco include arie del

L’ART DE PIERRE COCHEREAU

(6 cd Decca)   A trentacinque anni dalla sua scomparsa, Decca dedica un cofanetto al grande organista francese allievo di Marcel Dupré, titolare di Notre Dame dal 1955. In questa antologia spiccano brani
Ultime Novità DVD

Belcanto The Tenors of the 78 Era

(2 dvd, dvd bonus, 2 cd, 2 libri Naxos)   Enrico Caruso, John Mc Cormack, Leo Slezak, Tito Schipa, Richard Tauber, Beniamino Gigli e altri fino a Jussi Björling (nato nel 1911 e scomparso nel 1960) in una

Gerry Mulligan Concert

Il sassofonista Gerry Mulligan (1927-1996) esegue due sue composizioni pensate appositamente per sax baritono e orchestra insieme all’Orchestra Filarmonica di Stoccolma, diretta per l’occasione da Dennis Rusell

Verdi

In formato bluray la Dynamic pubblica il debutto nella regia d'Opera di Dario Argento del 2013 con Macbeth di Verdi al Teatro Coccia di Novara. Il Cast vede Giuseppe Altomare nel ruolo del titolo e Dimitra Theodossiou

Sharon Isbin

Un ritratto della camaleontica chitarrista di formazione classica Sharon Isbin in un documentario che include la performance alla Casa Bianca ed esecuzioni di musiche di Howard Shore, Mark O’Connor (che concerta con