• Mondo Classico

    Muti? È come Trump

    "Il maestro Muti invita i loggionisti a fare le barricate contro chi osa proporre uno spettacolo con il pubblico in piedi? Se la pensa davvero così, allora vuol dire che il vento della destra soffia non solo in politica ma anche nei teatri". Lo dichiara Graham Vick, regista di uno "Stiffelio" verdiano al Teatro Farnese di Parma, già in odore di scandalo prima ancora di andare in scena. Una settimana fa, come riportato da classicvoice.com, Riccardo Muti aveva invitato i loggionisti parmigiani a boicottare lo spettacolo che andrà in scena al prossimo Festival Verdi: un appello che deve aver avuto i suoi effetti, se proprio oggi l’organizzazione del festival ha deciso di lasciare al pubblico la facoltà di includere o meno “Stiffelio” tra i titoli dell’abbonamento, di fatto scorporandolo dagli altri. Ora il grande regista inglese, autore di tanti allestimenti mai convenzionali e mai banali, risponde in un’intervista di Giuseppina Manin che sarà pubblicata integralmente nel prossimo numero di “Classic Voice”. E a proposito della scelta di proporre in Italia quello che tante volte ha già fatto all'estero, con gli spettatori non seduti ma in piedi, a seguire l'opera da diversi punti di osservazione, non le manda a dire: "Non è una bizzarria ma una scelta dettata dal teatro stesso. Il Farnese, com’è noto è uno spazio speciale e complesso, dove il rapporto tra scena e platea è pessimo e le gradinate così scoscese da risultare pericolose. Ma questo il maestro Muti forse non lo sa. Lui è un uomo di musica, non di teatro. Ma Verdi è un compositore molto teatrale e ogni sua opera richiedere pari dignità, musicale e scenica. D'altra parte ci sono due tipi di direttori, quelli che amano collaborare con il regista e quelli tiranni, che decidono tutto loro. I direttori Obama e quelli Trump. Adesso pare siano in voga i secondi".

    Talent show a Casa Verdi

    Quartetto, Conservatorio, Casa Verdi: tre storiche istituzioni milanesi per una rassegna di 18 concerti che presenta i 21 vincitori del Premio 2016 del Conservatorio di Musica di Milano. Tutti sono ospitati nel Salone d’Onore della Casa di riposo per musicisti creata dal Maestro in piazza Buonarroti 29 a Milano. I musicisti sono tutti giovani - tra i 13 e i 20 anni - e concorreranno anche al Premio Sergio Dragoni (€ 1.000) dedicato al presidente del Conservatorio di metà del secolo scorso,  alto esponente del Quartetto e benefattore di Casa Verdi. Il compito di scegliere il vincitore tra i vincitori è affidato a una giuria formata dagli ospiti di Casa Verdi, tutti competenti e con una significativa esperienza di musicisti. L’orario pomeridiano dei concerti (al giovedì ore 17 tra il 16 febbraio e il 23 novembre), l’accesso a un costo minimo (2 euro), l’opportunità di visitare con quello stesso biglietto la cripta di Verdi e la quadreria preziosa offrono un’occasione per scoprire Casa Verdi e il Fattore X di qualche giovane interprete. Dopo il concerto inaugurale del 9 febbario scorso, si riparte il 16 febbraio con Valentina Vanini mezzosoprano, e Giuseppina Coni al pianoforte (nella foto). Musiche di Quilter, Castelnuovo-Tedesco, Tosti, Falla, Berio. Per informazioni: Società del Quartetto di Milano, Via Durini 24, 20122 Milano, Tel 02.76005500 - www.quartettomilano.it - info@quartettomilano.it
  • Recensioni Opere e Concerti

    Schumann – Il Paradiso e la Peri

      ROMA - Robert Schumann ha composto una sola, bellissima, opera: Genoveva. Sì: bellissima. Checché si ostinino ancora a dire e a scrivere gli integralisti duri e puri del melodramma.  Poi ha scritto due oratori, Il Pellegrinaggio della Rosa e Il Paradiso e la Peri, uno più bello dell’altro. Inoltre ha messo in musica sette scende del Faust di Goethe. Virginio Puecher ne sperimentò nel 1984 una messa in sena al Teatro La Fenice di Venezia. E aveva ragione, perché di teatro si tratta. Come anche per i due oratori “profani”.  Niente di strano che Schumann pensasse a un oratorio non sacro. Ci aveva già pensato Handelcon Hercules e Semele. Ma l’aspetto più interessante è un altro. Che non sono veri oratori. Sono vero e proprio teatro, un “teatro della mente”, come il madrigale drammatico del tardo Rinascimento. Ma per un altro verso annunciano certo teatro del Novecento, in cui è la musica stessa a farsi azione. Musica, però, come realizzazione del nocciolo più intimo della poesia, della parola, musica che si fa letteratura, pensiero. O, meglio, che abolisce la separazione tra musica e poesia, tra musica e letteratura. Questa musica va ascoltata come estrinsecazione del significato più segreto della parola. Ovvio pensare al Lied, alla canzone. Ma un Lied tutto particolare, che, dopo Schubert, proprio con Schumann stabilisce un colloquio continuo tra melodia e parola, tra strumento e voce. Daniele Gatti, forte forse anche della sua esperienza bayreuthiana, e dell’assidua frequentazione di Wagner e del repertorio tedesco, questo colloquio tra gli strumenti e la voce lo restituisce con intensità accattivante e con straordinaria lucidità interpretativa. Il mito della Peri che chiede redenzione dalla colpa originaria di genio asservito al Male Assoluto, cioè ad Arimane, è struggente: comincia con il pianto di un angelo che ha pietà del dolore della Peri e finisce con le lacrime di pentimento di un peccatore.  In mezzo, il sangue di un eroe della libertà, il bacio di una donna che succhia la morte dalle labbra dell’amato. Il male è ineliminabile, guarirne si può solo buttandoselo alle spalle. Una partitura per “anime serene”, scrive Schumann, ma intrisa da cima a fondo di malinconia, d’irredimibile sofferenza. E’ la cifra consueta di tutto Schumann. Splendidi tutti gli interpreti,  la Peri di Angel Blue, l’Angelo di Jennifer Johnston, Regula Mühlemann,  Martina Mikelić, Georg Zeppenfeld, Patrick Grahl e tutti gli altri, superba la prestazione dell’Orchestra e del Coro dell’Accademia di Santa Cecilia. Successo trionfale per tutti, com’era giusto. Dino Villatico

    Wagner – Tannhäuser

    VENEZIA - In tutto il Veneto, e oltre, non esiste un’arpista in grado di suonare i passi del

    Muti alla Scala – Chicago Symphony Orchestra

    MILANO - L'attesissimo ritorno di Riccardo Muti alla Scala con la Chicago Symphony Orchestra comincia a
  • 213 - Febbraio 2017
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    Classic Voice 213, Omaggio a Georges Pretre, dirige Gershwin

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  • Dibattiti e sondaggi

    Critica social

    Coraggio, parliamone anche nel foyer: com’è cambiata la critica musicale nell’era dei social media? Come per ogni novità, ci sono vantaggi e svantaggi. Cominciamo dalla fine. Svantaggio numero uno è il proliferare della critica fai-da-te, con assatanati che si trasformano subito in killer prêt-à-juger con uno sprezzo del ridicolo pari solo a quello per la sintassi. Nei casi estremi, le loro inappellabili sentenze confinano con l’insulto o la diffamazione a mezzo stampa; in quelli un po’ meno estremi ma sempre deprecabili, capita che sparino giudizi che sono spesso pregiudizi  sulla base di trasmissioni radiofoniche (tanto, si sa, all’opera l’importante è la musica e solo la musica) o di precarie dirette streaming. Se invece si degnano di andare effettivamente a teatro, ecco i blog “ad personam”, nel senso che sono scritti da una persona sola e letti da altrettante, che servono solo per scroccare un biglietto omaggio all’ufficio stampa boccalone di turno. Ma è una fauna di cui nel foyer si è già spettegolato, quindi inutile insistere. Salvo che per precisare che ci sono anche bloggari competentissimi, preparatissimi, equilibratissimi e spesso meglio informati di un critico “vero” o di un direttore artistico italiota, e non ci vuole poi molto. Svantaggio numero due: spesso la critica cattiva scaccia quella buona. La rete è un mare dove non sempre si pesca il meglio. Qui, ovviamente, tocca al lettore distinguere il grano dal loglio: ma se il lettore non è troppo provveduto può anche non riuscirci. L’unico possibile ma non probabile motivo di ottimismo è che alla fine la credibilità vinca, però molte tristi esperienze contemporanee inducono a pensare che così non sia. La politica, italiana e straniera, sta lì a dimostrarlo. Detto questo, ci sono anche vantaggi. Chi scrive lo fa anche per un quotidiano e si è accorto (benché da meno tempo da quando era diventato ovvio, ma questo solo per colpa sua) che la recensione sul sito del giornale è molto meglio di quella sul giornale “di carta”. Intanto perché chi la scrive non deve autocastrarsi nelle ormai abituali e mortificanti trenta righe (però attenzione: non è che il web sdogani automaticamente lo sbrodolamento. Se lì le righe diventano centocinquanta, siate pur certi che l’unico a leggerle tutte sarà chi le ha scritte). E poi perché fra Facebook e Twitter e il resto della compagnia social il pezzo si propaga e si raddoppia e, se non produce un’esplosione, raggiunge in ogni caso molti più potenziali lettori del colonnino cartaceo. Altro vantaggio: il lettore può interloquire. Vantaggio molto relativo, quando si tratta di uno dei leoni da tastiera di cui sopra, spesso coniuge-amante-concubino-parente o, Dio non voglia perché sono i peggiori, mamma o papà del cane che si è appena stroncato. In questo caso, estote parati: non arriverà una garbata contestazione, ma una sequela di insulti sanguinosi, ovviamente anonimi. Però va pur detto che l’iterazione con i lettori è spesso utilissima: la verità in tasca non l’ha nessuno, le obiezioni motivate e argomentate inducono a riflettere, attività sempre utile benché faticosa (e forse proprio per questo praticata così poco) e ne nascono talvolta discussioni stimolanti per tutti. Resta il grande problema dell’“amicizia” su Facebook. Posto che di amicizie più che virtuali si tratta, può essere imbarazzante essere “amici” di qualcuno di cui si deve poi valutare una prestazione professionale. Nel dubbio, meglio astenersi, intendo dall’amicizia, non dal giudizio. E, in caso estremo, meglio ancora non concederla o cancellarla, l’amicizia, giusto per evitare pericolose confusioni. Lasciamoci così, senza rancor. Alberto Mattioli
  • Eventi
    Al cinema, martedì 21 febbraio, www.ucicinemas.it

    “La bella addormentata” di Ciaikovskij

    Data unica per il balletto tratto dalla favola di Perrault. Il film riprende l’esibizione al
    Piacenza, Comunale 15, 17 e 19 febbraio; Modena, Comunale “Pavarotti“ 24, 26 febbraio; Reggio Emilia, Teatro Valli 3 e 5 marzo

    La Wally di Catalani

    Conosciuta principalmente per la sua romanza “Ebben? Ne andrò lontana” del primo atto,
    Al cinema, mercoledì 8 febbraio, www.ucicinemas.it

    “Woolf Works”, musiche di Richter

    È un balletto di Wayne McGregor ispirato a un trittico di opere di Virginia Woolf: Mrs. Dalloway,
  • Novità CD

    Arturo Benedetti Michelangeli

    Nella storia delle incisioni sullo strumento di cui era padrone assoluto, Arturo Benedetti Michelangeli va considerato uno dei più enigmatici pianisti. Il suo Debussy (qui rappresentato in Images), lo Chopin (10 Mazurche, Preludio op. 45, Ballata op 23 e Scherzo op. 31), il live dei concerti di Mozart e Beethoven sono insuperabili nella penetrazione emotiva. E questa integrale delle registrazioni per la “gialla” contiene anche le prime incisioni delle sonate di Scarlatti eseguite a Roma nel 1964. (10 cd Dg)
  • Novità DVD

    Gerry Mulligan Concert

    Il sassofonista Gerry Mulligan (1927-1996) esegue due sue composizioni pensate appositamente per sax baritono e orchestra insieme all’Orchestra Filarmonica di Stoccolma, diretta per l’occasione da Dennis Rusell Davies. Si tratta di un'esibizione tenutasi nella capitale svedese nel 1988 e finora rimasta inedita, ora disponibile su dvd grazie alla recente iniziativa della Fondazione Mulligan creata dalla moglie Franca Rota. Mulligan visse gli ultimi anni della sua vita in Italia, a Milano, dove stava programmando di eseguire queste e altre sue pagine con la Filarmonica della Scala. Purtroppo non ne ebbe il tempo. Il programma vede come primo brano Entente, arrangiato dallo stesso sassofonista, mentre il secondo The Sax Chronicles, articolato in cinque movimenti, che omaggiano ciascuno un compositore di musica classica (Sax in Mozart minor; A Walk with Brahms; Sax on the Bach stairs; Sax on the Rhine; Sax und der Rosenkavalier), è arrangiato da Harry Freedman. Il dvd propone inoltre, come bonus track, due interviste a Gerry Mulligan, una a cura di Jan Olsson e l’altra a cura di Kristin Lorentzson. (dvd Mp Classics MAPCL 10037)
  • Recensioni CD

    Iannotta A Failed Entertainment

      Premiato nel 2016 dalla Deutsche Schallplattenkritik, questo cd è un bella antologia della musica di Clara Iannotta, una delle compositrici italiane più interessanti e più eseguite nel panorama europeo. Quasi ignorata in Italia. Romana, classe 1983, studi di flauto a Roma, di composizione a Milano (sotto la guida di Alessandro Solbiati) e a Parigi (con Frédéric Durieux, e all’Ircam), Künstlerprogramm del Daad a Berlino nel 2013, poi un Phd alla Harvard University. Interessata alla musica come un’esperienza fisica, al suono come fenomeno mai separato dal gesto, la Iannotta preferisce parlare di “coreografia del suono” piuttosto che di orchestrazione. La sua musica si ispira ai processi fisici del decadimento del suono, della risonanza, ma anche ai meccanismi sonori come i carillon e le campane, e al mondo infinito dei rumori. Ma il risultato è sempre una scrittura raffinata e organica, dove tutti i materiali impiegati, anche i più estremi, si sviluppano in maniera naturale, con un gusto teatrale e sempre con un’intima emozione. Lo si può osservare nei sette pezzi per ensemble raccolti in questo cd: nelle sventagliate di glissati e nei disegni frenetici di Al di là del bianco (2009 - Ensemble Garage), riverberati in bolle armoniche sospese; nel repentino passaggio dal fermento strumentale a uno stato meditativo e trascendente in Limun (2011 - Ensemble Recherche), per violino, viola e due voltapagine (che suonano anche delle armoniche a bocca); nelle infinite sfumature timbriche di Àphones (2011 - Orchestre du Cnsp); nella mimesi del suono delle campane della cattedrale di Friburgo in D‘après (2012 - Talea Ensemble), costruito come un lungo brusio che si tramuta alla fine in una pulsazione lenta e piena di risonanze, come un misterioso scampanio. I tre lavori più recenti, scritti nel periodo tedesco della Iannotta, appaiono più graffianti e sviluppati, esempio di una maestria compositiva consolidata e di grande personalità. Tre capolavori, con una esplicita matrice letteraria. Dal romanzo Infinite Jest di David Foster Wallace deriva A Failed Entertainment (Diotima), che dà il titolo al cd, quartetto per archi dai suoni asciutti, e dalla tensione continua, ottenuta anche con blocchi di polistirolo, archi preparati con graffette e varie tecniche esecutive. A laceranti poesie di Dorothy Molloy si ispirano infine Intent on Resurrection (Ensemble Intercontemporain) e The People Here go Mad (Trio Catch), entrambi dominati da materiali statici e scricchiolanti, che creano una dimensione sonora sinistra, attraversata da piccoli bagliori, e da echi di carillon. Gianluigi Mattietti    
  • Recensioni DVD

    Verdi Otello

    Che palle, questa iattura del politically correct! Non se ne può proprio più. Vietato dire sordi o ciechi, anatema parlare di negri (e in America ogni due per tre si cambia la definizione “giusta”, da nero ad afroamericano proseguendo verso denominazioni sempre più elaborate, o idiote a seconda delle personali preferenze) e via così. L’ultima trovata è che un attore bianco chiamato a interpretare un personaggio che l’autore ha voluto negro, debba restare bianco: il blackface essendo l’ultima violenza inaccettabile. Ripeto: che palle. E che idiozia, anche. Giacché se l’autore (e di non irrilevante statura, trattandosi di Shakespeare e Verdi) pone a base della psicologia di Otello il suo essere diverso per razza, automaticamente è già chiaro come questo si porti dietro il complesso dell’outsider in un mondo che lo tollera e finge d’accettarlo perché gli serve, ma a ogni minimo accenno di crisi il “selvaggio dalle gonfie labbra” lo tirano fuori subito tutti, e lui stesso ne avverte il peso ricordando come abbia “sul viso quest’atro tenebror”. D’accordo, la diversità può essere suggerita altrimenti: ma occorre allora un fior di regista di teatro da camera: che Bartlett Sher, nonostante (o forse proprio perciò) il suo essere vincitore di Tony Award nel settore musical, davvero non mi pare sia. Sicché questo suo Otello caracolla per ogni dove vestito da ufficiale tardottocentesco con spalline, controspalline e cordelline dorate, entro una scena nella quale Ev Devlin profonde come sempre la sua intelligenza (quattro enormi elementi architettonici in plexiglass di stile neoclassico): ma che nel muoversi, ruotare, unirsi e allontanandosi, compongono e scompongono ambienti, “agendo”, per così dire, assai di più di quanto facciano i protagonisti. Otello, soprattutto: dato anche il viso di Antonenko, che bianco o nero che sia sempre intagliato nel più duro e immutabile legno resta per tutta l’opera. Non male, quindi, l’idea di un mondo chiuso che le continue proiezioni immergono in una natura – mare e cielo – sempre oscura e tempestosa, dove tutti spiano tutti e ne sono spiati, e i cui ambienti scorrono con effetto da carrello cinematografico: il confronto tra Otello e Jago, ad esempio, comincia all’esterno, prosegue in interni con saliscendi di scale e finisce in una camera da letto che sottolinea ambiguamente l’elemento erotico. Ma l’essere Otello un diverso per razza, quindi estrazione sociale, quindi facile preda d’insicurezza privata tanto maggiore in quanto sicura è invece la sua immagine pubblica di militare vittorioso: questo è lasciato del tutto all’immaginazione. Rapporti reciproci molto scarsi. Recitazione modesta, con parziale eccezione per Desdemona, la fierezza e la forte personalità della quale emerge, sì, ma molto più per carisma personale della Yoncheva che per impostazione registica. Senz’altro meglio, insomma, questo Otello rispetto a quello del Met di cui prende il posto, una porcheria da soap opera particolarmente kitsch: ma per l’ennesima volta, si segue la politica gattopardesca che tutto cambi per far restare tutto com’è: al posto di praticelli verde smeraldo sotto cielo blu Madonna, vediamo gran blocchi di plexiglass che vanno e vengono circondando personaggi anonimi che vanno e vengono tra masse immobili (quelle masse bloccate lungo tutta la tempesta!) esibendo gestualità prossima allo zero assoluto, dei personaggi ci dice solo quello che già sappiamo e quindi attribuiamo loro istintivamente. Tradizionale? No, solo banale. Molto bella la direzione del nuovo direttore musicale del Met. Concisione di racconto, tenuto in continua tensione grazie a pulsione dinamica incessante, tempi di estrema logicità, ricchezza di colori e di chiaroscuri introspettivi: un Salice strepitoso, ad esempio, non solo grazie al magnifico canto della Yoncheva ma anche a un’articolazione strumentale la cui modernità è evidenziata come solo di rado m’è capitato di ascoltare; stessa cosa per il grande concertato, impostato su linee grandiose ma con un’attenzione alla microstruttura che ne evidenzia ogni sfaccettatura; e più in generale, l’estrema ricchezza del dettaglio non diventa cincischio ma concorre alla definizione della complessiva architettura narrativa. Timbro chiaro, quello di Antonenko: gradevole novità, che al personaggio potrebbe apportare connotazioni oltremodo attinenti a quanto Verdi aveva in mente, stando al suo mai abbastanza indagato epistolario. Lo emette in modo peculiare, però. Il marcato impiego delle cavità superiori gli conferisce una forte accentuazione nasale che, in aggiunta alla sua propensione a cantare tutto forte e stentoreo (con qualche scivolone, peraltro, come il perfido la bemolle di “Venere splende” o come taluni sbandamenti nell’intonazione), configura un fraseggio declamatorio di stampo antico, quello che fa vibrare accentuatamente certune consonanti, un po’ alla Gassmann prima maniera interprete di Kean o di Amleto: monodirezionalità espressiva, memore di taluni moduli del passato che oggi suonano troppo risaputi. Meglio Lucic, che quantomeno si sforza d’impiegare sfumature e in generale di conferire a Jago connotati un po’ più complessi del solito bieco infame. Ma a dominare il cast è sicuramente Sonia Yoncheva: bella voce ampia e benissimo emessa, fraseggio vario e chiaroscurato, spiccata personalità cui la figura dona ulteriore rilievo. Le forche caudine che Desdemona deve attraversare sono le scabrose fiondate del duetto del terz’atto, lanciate sopra marosi orchestrali che, quantunque sapientemente manovrati come fa Séguin, sono pur sempre intimidenti: magnifica qui la cantante, nello squillantissimo la naturale di “cagion di tanto pianto” (come lo sarà nei vibranti do del concertato, e nell’aereo ma comunque corposo la bemolle conclusivo dell’Ave Maria); ma ancora di più lo è l’interprete, nel costruire una progressione psicologica che in questo brano è di particolare complessità. Elvio Giudici        
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Un monumentale omaggio al longevo Emerson String Quartet, fondato a New York 40 anni fa in onore del poeta e filosofo statunitense Ralph Waldo Emerson: in 52 cd l’integrale delle incisioni Dg, fra cui i cicli completi

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Un cofanetto con tutte e 107 le sinfonie di Haydn affidate a tre compagini: l’Academy of Ancient Music diretta da Hogwood (sinfonie “A”, “B”, 1-25, 27-34, 36, 37,40, 53-57, 60-64, 66-77, 96, 100 e 104),

Bamberg Symphony

Nel festeggiare i suoi primi 70 anni di vita, la Bamberg Symphony - nata a nel 1946 principalmente da musicisti tedeschi membri della Filarmonica di Praga espulsi dalla Cecolovacchia invasa dai nazisti - ricostruisce la

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Una prima corposa edizione in 39 dischi prende slancio dalla musica orchestrale (sinfonie, ouvertures, minuetti, Komische Ländler, Danze tedesche e altro ancora), per proseguire con quella da camera (trii, quartetti,
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Se il cast è composto da Mary Ellen Nesi, Delphine Galou, Sonia Prina, Loriana Castellano, Emanuele D'Aguanno, Roberta Mameli, Magnus Staveland, l'orchestra è quella del Maggio Musicale Fiorentino. Sul podio Federico

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Esce il 4 marzo in edicola con il "Corriere della Sera" il settimo titolo della collana in collaborazione con Classica HD "I Capolavori della danza", inaugurata in gennaio con “Giselle” (nell'immagine). Si tratta di