• Mondo Classico

    I 70 anni di Riccardo Chailly

    Non dirige spesso la musica di Vivaldi. Eppure la vita di Riccardo Chailly ha avuto le sue Quattro Stagioni. La ripercorriamo in occasione del suo settantesimo compleanno (il 20 febbraio), che il maestro festeggia con un nuovo cd dedicato ai grandi cori verdiani coi complessi scaligeri (Decca), pensando alla Lucia di Lammermoor che dirigerà al Piermarini dal 13 aprile. L’allestimento era nato per il 7 dicembre del 2020. “L’avevo studiata quasi con ferocia”, ricorda. Poi la pandemia se la portò via. Le quattro stagioni di Chailly (Berlino, Amsterdam, Lipsia e Milano-Lucerna), la sua vita professionale, in apparenza sono state un’eterna primavera. Nella “narrazione” di questo direttore non sembrano infatti esserci ombre, crisi, sofferenze. Forse anche per il suo pudore nel raccontarle. E allora il gioco è questo: rivelarne almeno una per ciascuna delle sue stagioni artistiche. Cominciamo da Berlino. Era i primissimi anni Ottanta e lei divenne direttore, giovanissimo, di quella che allora si chiamava Radio-Symphonie-Orchester… “A Berlino ereditavo un’orchestra di grande tradizione. Il mio predecessore era Lorin Maazel. Ripensandoci oggi, nella mia carriera ho dovuto sempre succedere a musicisti che mettono soggezione... (per chi non lo ricordasse Bernard Haitink ad Amsterdam, Kurt Masur e Hebert Blomstedt a Lipsia, Daniel Barenboim e Claudio Abbado rispettivamente a Milano e Lucerna, nda). Quale valore ha avuto l’esperienza berlinese? “È stata il punto di partenza di tutto. Avevo un sovrintendente illuminato come Peter Ruzicka, che mi ha aiutato a bruciare le tappe. Nell’incoscienza giovanile, ero cosciente di fare talvolta passi più lunghi della gamba. Eppure, poter affrontare subito il mondo mahleriano, Bruckner, i grandi classici tedeschi, è stato importantissimo. Grazie all’esperienza berlinese, infatti, quando sono arrivato ad Amsterdam avevo già familiarizzato con molte delle composizioni che al Concertgebouw costituivano il ‘canone’ che Mengelberg nei suoi 50 anni di attività aveva imposto: i grandi del Novecento, Mahler in primis, ma anche Rachmaninov, Stravinskij e le grandi pagine sinfoniche di Richard Strauss”. Ricorda difficoltà? “No. A Berlino ricordo una grande disponibilità da parte dell’orchestra, che non aveva nessun pregiudizio nei confronti di un giovane direttore italiano. Sono stato molto sereno per gli otto anni di permanenza”. Eppure in quegli anni Berlino era ancora una città per certi versi “triste”… “La divisione tra Est e Ovest era una ferita costante per la città. Quante volte la sera con mia moglie siamo saliti sulle piattaforme poste dinanzi al Muro che consentivano di avere una prospettiva sulla parte orientale della città. Ricordo le garitte delle guardie, e quelle luci tenebrose, tetre. Era impossibile vivere a Berlino non percependo la tensione di quella realtà”. Dal 1988 è a capo dell’orchestra che più ha segnato la sua prima maturità, il Concertgebouw. “Amsterdam ha rappresentato per me l’incontro e lo scontro con la tradizione. Ero ancora giovane, meno che a Berlino, ma comunque trentenne. Lì, a differenza che in Germania, ho vissuto una continua e costante tensione con alcuni musicisti e certa critica musicale. Mai con il pubblico, che mi ha sempre tributato calore, affetto e partecipazione. Erano peraltro gli anni ruggenti della mia vita, avevo voglia e desiderio di fare, la mia presenza era ‘enorme’ in termini di tempo, intorno alle 20 settimane all’anno come minimo. Questo significava anche tanto repertorio da mettere in cantiere…”. Luci e ombre insieme. Qual era il problema di fondo? “Essere il primo straniero dopo un secolo di direttori stabili tutti olandesi: Willem Kes, Willem Mengelberg, Eduard van Beinum e Bernard Haitink. La presenza di un giovane milanese portava sorpresa e agitazione, non c’è ombra di dubbio”. Anche per le scelte musicali? “No, semmai erano in discussione le scelte interpretative. Le decisioni sul repertorio erano orientate dall’intendente Hein van Royen, l’uomo che mi aveva portato a quel prestigioso incarico dopo avermi seguito e ascoltato dappertutto in Europa. Prima di darmi questa chance, ha voluto capire quali erano le mie caratteristiche, anche se era consapevole delle difficoltà che avrei avuto arrivando in orchestra. Dopo le iniziali frizioni, gli anni che sono seguiti sono stati sempre di maggiore intesa e complessivamente posso dire di aver avuto un lungo periodo di grandi collaborazioni: la parte centrale della mia vita di musicistia. Infatti alla fine ci siamo lasciati in maniera completamente compiuta e risolta. Ora torno ad Amsterdam una volta all’anno (il prossimo marzo, nda) perché mi hanno assegnato il titolo di direttore emerito, e ritrovarli come se non ci fossimo mai lasciati è un fatto bellissimo”. C’entrava anche una differenza culturale, nel senso di nazionale? “Essendo italiano e cattolico, la differenza con la cultura calvinista era molto evidente nella quotidianità e nel modo di pensare. Ma non è stata mai d’ostacolo a nulla sul fronte musicale”. Peraltro la stessa cultura si trova in un’altra capitale del Protestantesimo dove è stato dal 2005, Lipsia… (l'intervista di Andrea Estero a Riccardo Chailly continua sul numero 285 di "Classic Voice" in edicola fino al 15 marzo)

    Giubilo per cinghiali

    Musica immagine e Le Colonne del Decumano hanno pubblicato con il patrocinio del Mozarteum di Salisburgo, nella collana di studi e testi “Musica Theatina” edita dalla Lim-Libreria Musicale Italiana, il fac-simile dell’autografo mozartiano dell’Exultate jubilate a cura di Flavio Colusso, Domenico Antonio D’Alessandro e Rudolph Angermüller, dai cui rispettivi saggi è tratto il presente testo. Il cd allegato al prezioso volume contiene la registrazione dal vivo del concerto della Cappella Musicale Theatina con il soprano Mariella Devia diretto da Flavio Colusso, che proponiamo come album digitale del mese. Il 17 gennaio 2023 ricorreva il 250° anniversario della prima esecuzione del celeberrimo Exultate, jubilate di Wolfgang Amadeus Mozart. Pochi sanno che il giovane Mozart scrisse il virtuosistico mottetto “natalizio” per il castrato Venanzio Rauzzini - “primo Uomo” nell’opera mozartiana Lucio Silla che in quei giorni si dava a Milano - su commissione dei Padri Teatini per la festa di sant’Antonio abate, titolare della loro chiesa milanese. Questa fu anche l’ultima apparizione di Mozart in Italia, la terra che “come nessuna altra […] l’aveva visto onorato e apprezzato”. Il binomio Mozart-Teatini si può ricondurre a due eventi circoscritti e apparentemente incidentali ma provvidenziali: la prova d’esame presso l’Accademia Filarmonica di Bologna per ottenere la “patente” di “maestro compositore” conseguita il 9 ottobre del 1770 con l’antifona (Kv 86/73v) Quaerite primum regnum Dei, motto dell’Ordine dei Teatini; la composizione nel 1773 dell’Exultate, jubilate (Kv 165), eseguita sotto la direzione dello stesso Wolfgang nella chiesa teatina di Milano. L’evento è testimoniato da Wolfgang in un post-scriptum, scomposto e divertente come al suo solito, aggiunto per la sorella a una lettera di Leopold alla moglie (16 gennaio): “Ich vor habe den primo eine homo motteten machen welche müssen morgen bey Theatinern den producirt wird. […] (Io prima ho al primo un homo mottetto fare che dovuto domani presso i Teatini l’esecuzione sarà). […]”. Tutti i contatti e gli incontri mondani che i Mozart padre e figlio ebbero nei loro soggiorni a Milano avvennero tramite il governatore generale della Lombardia, conte Karl Joseph von Firmian, presso la cui residenza di Palazzo Melzi i Mozart conobbero in più occasioni centinaia di esponenti “della più scelta nobiltà”. È da notare la presenza nella Casa teatina di religiosi appartenenti alle famiglie dell’antica nobiltà lombarda come Giovanni Battista Visconti, Gaetano Crodara Visconti e padre Asti, il quale fu probabilmente della famiglia dalla quale i Mozart ebbero appoggio costante nell’ultimo soggiorno milanese: Marianna d’Asti, spesso citata da Leopold nelle sue lettere, era la salisburghese Mariandl Troger (che “cucina eccellenti pietanze salisburghesi”), sorella del segretario del conte Firmian. Che sia stato proprio il padre Asti il tramite fra i Teatini e Mozart per festeggiare sant’Antonio abate con l’Exultate, jubilate? Il già celebre ed esuberante ragazzo si troverà a eseguire la sua composizione proprio nel giorno della festa liturgica del santo cui sono consacrati cinghiali e maiali, rappresentato con ai piedi un porcello e circondato da donne procaci: immaginiamo, nella pompa nobiliare della festa Teatina di quell’anno, un’affollata scena “presepiale” ricca di una mista umanità fra cui coloro che portano a benedire gli animali in chiesa. In molte regioni il Santo assunse anche le funzioni della “divinità” della rinascita e della luce, garante di nuova vita, e ancor oggi si accendono in questo giorno i focarazzi o ceppi o falò di sant’Antonio, cui viene attribuita una funzione purificatrice e fecondatrice. Il mottetto mozartiano, una delle composizioni divenute più famose, fu espressamente composto per la voce di Rauzzini, come se fosse un brano d’opera, dalle coloriture molto pronunciate: chiesa e teatro si fondevano recuperando l’antica pratica dello jubilus allelujatico tanto caro a sant’Agostino, piuttosto che mettere in atto un’esibizione di virtuosismo vocale fine a se stesso. A Roma, nella Chiesa di S. Maria dell’Anima dove sono oggi Maestro di cappella, Mozart è “di casa”: la cappella musicale della storica istituzione Teutonica interpreta regolarmente messe, mottetti, sonate da chiesa, Kirchenlieder del salisburghese, oltre a opere degli antichi maestri di cappella Bencini, Corelli, Jommelli. Qui, domenica 15 gennaio 2023, è stato eseguito anche l’Exultate, jubilate in occasione del 250°. Flavio Colusso Con il codice personale pubblicato all'interno di Classic Voice n. 284 si può scaricare l'album dell'"Exultate, jubilate" di Mozart eseguito dalla Cappella Theatina (con strumenti originali) diretta da Flavio Colusso e la voce impareggiabile di Mariella Devia www.classicvoice.com/riviste/classic-voice/classic-voice-284.html versione digitale: www.classicvoice.com/riviste/classic-voice-digital/classic-voice-284-digitale.html
  • Recensioni Opere Concerti e Balletti

    L’altra faccia del Capodanno

    Parto senza computer. Penso: tanto vado per riposare un paio di giorni e in programma ci sono solo due concerti di tradizione sui quali non occorrerà scrivere, il cosiddetto “Silvesterkonzert” dei Berliner Philharmoniker e quello di Capodanno della Staatskapelle Berlin. A Berlino ci sono però, diversamente dalla tradizione, 16 gradi e somigliamo tutti, berlinesi compresi, a Totò e Peppino imbacuccati a Milano; la città accoglie i visitatori divisa tra l’entusiasmo collettivo per una fine dell’anno colla stessa temperatura delle Baleari e della Sicilia e l’imbarazzo altrettanto collettivo del sapere che in realtà siamo in inverno e siamo quasi sul Baltico. Questa città stupisce sempre perché, come New York e Londra, non smette mai di reagire ai cambiamenti che spesso altrove vengono invece subiti, offrendo stavolta, musicalmente, una risposta al riscaldamento della crosta terrestre con due concerti rivelatisi tutt’altro che tradizionali, capaci di raggelare le migliaia di presenti, per lo più tedeschi (con quel poco che ormai significa questo aggettivo in un contesto interamente multietnico). Salutare doccia fredda n. 1: il “Silvesterkonzert” diretto da Kirill Petrenko con Jonas Kaufmann come artista ospite prevede quasi soltanto brani cupi o tragici, oppure violenti. Si apre infatti con la “Sinfonia” della Forza del destino seguita dalla scena “La vita è inferno all’infelice… Oh, tu che in seno agli angeli”, capolavori di orchestrazione resi come tali e con dettaglio pari solo alla tensione nervosa e muscolare che Petrenko ottiene dai suoi; la scena cantata da Kaufmann avvolge poi il pubblico fra le brume di una notte nebbiosa e malinconica - atmosfera creata dal clarinetto nella quale il celebre tenore si muove con agio e sicurezza, anche perché i colori del sole tende sempre più a mascherarli o ad aggirarli. Dopo “Giulietta! Son io!” di Zandonai, arriva violentissimo fino al masochismo il frammento della “Morte di Tebaldo” dal Romeo e Giulietta di Prokof’ev, che stordisce l’uditorio prima di due pagine di Giordano e Mascagni prosciugate da qualsiasi sentimentalismo. La presenza di tre composizioni filmiche di Nino Rota (due estratti dalla Strada e, come bis insieme al tenore, la canzone “Parla più piano” da The Godfather) aiuta a storicizzare e canonizzare il compositore di Fellini e Coppola ed è funzionale al dialogo Italia-Russia sul quale è impostata tutta la serata, conclusa col Capriccio italien di Ciajkovskij: esibizione di finezza timbrica e virtuosismo nella concertazione e negli assolo. L’Italia - siamo all’ultimo dell’anno - è una presenza comprensibile secondo lo stereotipo del Belpaese e l’imperativo invito a divertirsi (dappertutto in città c’è qualcuno che ti incita: “viele spass!”). Ma c’è anche la Russia, per ricordare, prima del brindisi che a pochi chilometri si muore per colpa di due oligarchi ai quali lo champagne non mancherà, come non mancheranno le lacrime alle madri, alle mogli e alle sorelle dei soldati, alla martoriata e vilipesa cittadinanza ucraina. Dopo un secondo agile bis (la Tarantella dalla suite Ovod di Sostakovic, ancora una volta musica da film), fuori dalla Philharmonie impazzano già in prima serata i fuochi d’artificio, che durano fino a notte fonda con dispendio e partecipazione tali da far impallidire Napoli. Al primo sorgere del sole del 2023, la città appare deserta e ricoperta da una coltre non di neve ma di giochi pirici ormai esausti; alle persone importa solo riversarsi nei giardini a godere l’epocale parentesi di caldo. Però alle tre e mezza la Staatsoper è già gremita - ancora una volta di pubblico che diresti “del posto” ma più giovane di quello del giorno prima - in attesa che Daniel Barenboim diriga “Die Neunte”, la Nona di Beethoven. Salutare doccia fredda n. 2: il concerto è atteso per le 16 ma il direttore non esce se non dopo 16 interminabili minuti e un annuncio del sovrintendente; dopodiché finalmente appare in palcoscenico un omino gracile, diafano, malfermo, che raggiunge il podio come fosse una cima himalayana. Da lì, la vecchia aquila inizia a sorvolare la partitura (a memoria naturalmente) planando su di essa con tale lentezza da risultare in alcuni momenti frustrante per chi ascolta - II e III movimento - e faticosissima per chi suona e canta - il II e il IV. Eppure anche in questa forzata lentezza, quel musicista che poco prima sembrava in fin di vita trova una qualche linfa vitale: dirige infatti come se fosse il suo ultimo concerto e, nel dirigere, sembra volersi trattenere il più a lungo insieme alla musica (la cui forma e il cui stile restano, per l’occasione e per lo stato di salute, in secondo piano) e a noi, perché fintanto che la musica gli fluirà dalle dita e dalla bacchetta e fintanto che ci sarà un pubblico a volergli bene, lui riuscirà a fugare la morte. L’orchestra fa sforzi immani per stargli dietro ma li sopporta con abnegazione e amore filiale (gli annali contano più di cinquanta esecuzioni del pezzo in trent’anni di collaborazione). Fra i solisti vocali, il più coinvolto emotivamente è René Pape, veterano e partner abituale di Barenboim in questo brano, che avverte a sua volta di abitare un pianeta diverso e più afoso rispetto a quello sul quale è nato (lo affiancano anche Camilla Nylund, Marina Prudenskaya e Saimir Pirgu). Quasi 90 minuti dopo, la Sinfonia finisce con un inno alla gioia raramente così trattenuto nella “gioia”, lasciando il pubblico plaudente per altri 15 minuti e quattro sofferte uscite sul proscenio. Esperienza poco beethoveniana ma molto umana, o forse ancor più beethoveniana proprio perché così fragilmente umana. Fuori dal teatro, la vita va avanti nella frenesia di smontare gli addobbi: c’è chi continua a crogiolarsi al calduccio della musica tradizionale e di routine, rimandando a domani lo tsunami che spazzerà via il conformismo rassicurante (vedi altre celebri piazze musicali nelle stesse ore), ma c’è anche chi resiste e chi si oppone, ci sono ancora interpreti-iceberg sui quali infrangere quel che resta della musica classica come “bene rifugio” della piccola borghesia, facendone “bene comune” strumento di analisi della società. Carlo Fiore Su “Classic Voice” di carta o nella copia digitale c’è molto di più. Scoprilo tutti i mesi in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html

    Donizetti – La Favorite

      BERGAMO - Macché La Favorita. L’opera che siamo abituati a sentire in italiano è diversa

    Thielemann e Gatti, sfida su Beethoven

      MILANO - Il passato e il futuro della Staatskapelle di Dresda si avvicendano nelle sale da
  • 286 Marzo 2023
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    Musica Mirabilis: a Clusone un Festival per Giovanni Legrenzi

    Lo scorso 8 ottobre ha preso il via, a Clusone. «Musica Mirabilis», un nuovo festival musicale di respiro internazionale interamente dedicato alla riscoperta e alla valorizzazione dell’opera vocale e strumentale di Giovanni Legrenzi. Promossa dall’Amministrazione comunale di Clusone, in collaborazione con l’ensemble vocale «Nova Ars Cantandi» e con la direzione artistica di Giovanni Acciai e Ivana Valotti, l’iniziativa è stata pensata anche in previsione della ricorrenza del quarto centenario della nascita del maestro clusonese, avvenuta all’inizio dell’agosto del 1626, nell’ottica di far diventare la città di Clusone un polo culturale interdisciplinare unico nel suo genere, sia per la sua forte connotazione territoriale sia per il suo straordinario valore artistico. Dal Seicento in poi, in ambito musicale, la Lombardia ha offerto, infatti, un consistente e fattivo contributo alla formazione e alla definizione di stili e di forme del linguaggio musicale. In questo contesto si distingue la figura e l’opera di un compositore come Giovanni Legrenzi (Clusone, 1626 - Venezia, 1690), uno dei principali rappresentanti della musica italiana del Seicento. Avvicinare il pubblico all’ascolto di un repertorio di affascinante bellezza come quello di Legrenzi; guidarlo nella scoperta e nella comprensione delle sue musiche: questo è lo scopo di «Musica Mirabilis». Un obiettivo perseguito a partire dall’appuntamento inaugurale di sabato 8 ottobre, che in una Chiesa del Paradiso gremita di un foltissimo pubblico di appassionati, provenienti da ogni parte della Lombardia, ha proposto la prima esecuzione in epoca contemporanea delle Compiete a cinque voci e basso continuo, opera settima (Venezia, 1662) del compositore clusonese. Questo concerto può essere rivisto integralmente, collegandosi a questo link Attraverso «Musica Mirabilis», il Comune di Clusone da un lato intende valorizzare le figure che hanno reso grande il nome della città e riconsegnare una dignità musicale a Clusone. Giovanni Legrenzi rappresenta infatti una personalità cui in passato non è stato dedicato lo spazio e il tempo che merita. Il Festival dunque grazie a un programma pluriennale ambizioso, racconta la produzione e la musica legrenziana, consacrandone il valore. Dopo l’esaltante avvio del Festival e l’interesse dimostrato sia da parte degli appassionati di musica, sia dai cittadini e dai visitatori di Clusone e dell’intero territorio della Val Seriana, il comitato organizzatore e la direzione artistica stanno già lavorando alla programmazione dell’anno 2023 che coincide con il fondamentale appuntamento di Bergamo-Brescia Capitali della Cultura 2023. Due sono infatti le figure di spicco del panorama culturale clusonese sulle quali la Città del Tempo punterà nel 2023: Antonio Cifrondi e, chiaramente, Giovanni Legrenzi. La programmazione artistica per «l’anno della cultura» si concentrerà quindi su iniziative multidisciplinari che rifletteranno sul fondamentale binomio pittura e musica in modo da offrire un percorso di valorizzazione culturale a trecentosessanta gradi, capace di intercettare un pubblico con interessi diversi e specifici, garantendo nei diversi ambiti culturali eventi qualitativamente alti. Nelle chiese e nei luoghi di Clusone, di Bergamo e di Brescia risuoneranno quindi le musiche di Giovanni Legrenzi in dialogo con le opere di Antonio Cifrondi, collocate lungo un itinerario che parte da Bergamo, passa da Clusone e poi arriva fino a Brescia attraverso Lovere. La proposta di «Musica Mirabilis» si articolerà il prossimo anno 2023, in quattro imperdibili appuntamenti programmati tra agosto e ottobre: Il primo concerto vedrà protagonista l’«Insieme strumentale di Roma» (Giorgio Sasso, violino e direzione) che il 26 agosto 2023 eseguirà le Sonate a due e tre [parti]. libro primo. opera seconda (Venezia, Francesco Magni, 1655). Il 23 settembre 2023, Claudio Astronio (organo e direzione) proporrà gli Echi di riverenza di cantate e canzoni [a voce sola], libro secondo, opera quattordicesima (Bologna, Giacomo Monti, 1678). Il 30 settembre 2023, Thomas Chigioni e il suo Ensemble «Locatelli», ci offriranno l’opportunità di ascoltare un’altra primizia del catalogo legrenziano: le Sonate a due, tre, cinque e sei Stromenti, libro terzo, opera ottava (Bologna, Giacomo Monti, 1671). Il ciclo dei concerti di «Musica Mirabilis» 2023 si concluderà il 14 ottobre con un’altra occasione di ascolto imperdibile. l’oratorio in due parti, La vendita del cuore umano, rappresentato a Ferrara nel 1676 e ora riproposto da Giovanni Acciai e della Nova Ars Cantandi, con Ivana V alotti, all’organo: Per rimanere aggiornati sul progetto «Legrenzi» e conoscere le iniziative proposte in occasione dei concerti, consultare il sito: www.musicamirabilis.eu Progetto realizzato con il contributo di Regione Lombardia, nell'ambito del Bando OgniGiorno in Lombardia per il progetto Il Barocco tra Bergamo-Clusone-Brescia.

    The Turn of the screw di Britten secondo Iván Fischer

    Dal 21 al 23 ottobre il cinquecentesco Teatro Olimpico disegnato da Andrea Palladio ospita la quinta edizione del Vicenza Opera Festival, manifestazione ideata da Iván Fischer e realizzata dalla Società del Quartetto di Vicenza. Al centro del weekend musicale nel “teatro più bello del mondo” c’è la messa in scena – venerdì 21 e domenica 23 – di The Turn of the Screw di Benjamin Britten, ghost-opera che debuttò alla Fenice di Venezia nel 1954. L’allestimento è curato dalla Iván Fischer Opera Company con un cast di voci internazionali: Miah Persson, Laura Aikin, Andrew Staples e Allison Cook. La regia è di Iván Fischer con Marco Gandini. Sabato 22 ottobre il maestro Fischer dirige la Budapest Festival Orchestra in un concerto sinfonico con musiche di Rossini (Ouverture da La scala di seta), Haydn (Concerto per violoncello n. 1, con Nicolas Altstaedt solista) e Beethoven (Sinfonia n. 3).   Info e biglietti: Vicenza Opera Festival  
  • Eventi
    Al via con "Elisir d'amore" su strumenti storici la nuova edizione della kermesse bergamasca

    Tutti i colori di Donizetti

    Lo scorso anno fu un esempio di resistenza alla pandemia: tre produzioni operistiche, dirette
    Lyniv sarà la prima direttrice musicale di un grande teatro italiano. Qui la sua prima intervista

    Da Bayreuth a Bologna: ecco il mondo di Oksana

    Oksana Lyniv, ucraina, 43 anni, sarà la prima direttrice musicale nella storia delle fondazioni
    In attesa del ritorno in sala al 100%, Jakub Hrůša apre Santa Cecilia con la Seconda Sinfonia

    Mahler e la Risurrezione dei teatri

    Jakub Hrůša, neo direttore ospite principale di Santa Cecilia, inaugura la stagione con la
  • Novità CD

    Frédéric Lodéon “Le Flamboyant”

      In Francia Frédéric Lodéon è conosciuto come volto televisivo, il cui senso dell’umorismo ha aiutato la diffusione della musica classica a un ampio pubblico. Ma l’ex allievo di Rostropovic è prima di tutto un immenso violoncellista, dotato di un temperamento impetuoso. La sua eredità discografica per Erato ed Emi viene raccolta per la prima volta in un cofanetto che include numerosi inediti.         Su “Classic Voice” di carta o nella copia digitale c’è molto di più. Scoprilo tutti i mesi in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html      
  • Novità DVD

    Puccini Madama Butterfly

      L’opera che inaugurò la stagione 2016-17 della Scala approda in un doppio dvd curato da Decca e Rai Com. Si tratta della versione originale del 1904 (la “prima” Butterfly, poi pesantemente rimaneggiata da Puccini dopo il fiasco scaligero), con Riccardo Chailly sul podio, la regia di Alvis Hermanis e Maria José siri nel ruolo del titolo.         Su “Classic Voice” di carta o in digitale c’è molto di più. Scoprilo tutti i mesi in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html    
  • Recensioni CD

    Bach – Suites inglesi n.1, 2, 3 Concerto Bwv 1052

      Ritiratosi da tempo dal concertismo militante, Ashkenazy se ne esce ogni tanto con qualche disco pregevolissimo che non fa altro che confermare la statura di un artista tra i massimi degli ultimi sessant’anni. Il pianista aveva già reso omaggio a Bach attraverso le incisioni complete del Clavicembalo ben temperato, delle sei Partite e delle Suites francesi, oltre che di pochi altri pezzi sparsi tra i quali il Concerto italiano. Qui il quadro si arricchisce, per ragioni a noi ignote, delle sole tre prime Suites inglesi e gli editori hanno pensato bene di aggiungere a questa pubblicazione un bonus costituito dal Concerto in Re minore Bwv 1052 diretto da David Zinman con la London Symphony. Particolare piuttosto insolito, l’incisione del Concerto risale al gennaio del 1965 con la scelta, a quei tempi, di un accoppiamento in long playing piuttosto inedito con il  secondo Concerto di Chopin, l’op. 21. Anche se l’incisione risale al 2019, fa piacere trovare ancora qualche interprete che si dedica a Bach, con somma venerazione, al termine della propria carriera (è recente la comunicazione da parte di Pollini di volere prendere in considerazione il secondo volume del Clavicembalo, scelta che fa già ingolosire tutti i suoi ammiratori). Il gesto perentorio con il quale Ashkenazy attacca la Suite n.1 in La dà subito un’idea dell’importanza di questo disco, in cui la scrittura bachiana viene ricreata su uno strumento moderno con straordinaria ricchezza di colori, senza eccessiva pedanteria ma con ovvia precisione per ciò che riguarda la realizzazione degli abbellimenti, e soprattutto con un entusiasmo, diremmo quasi una gratitudine nei confronti del genio bachiano che è davvero commovente (si ascolti come Ashkenazy “canta” la Sarabanda!). Altrettanto deciso è l’incipit della notissima seconda Suite, croce e delizia di ogni studente ma è ancora nella Sarabanda, con i suoi bellissimi agréments, che il pianista sembra confessare il proprio innamoramento nei confronti del melos bachiano. Severa la Bourrée (che differenza con la recente, gentile, lettura della Argerich), folgorante la Giga conclusiva. E nella terza Suite (che peccato la mancanza degli altri numeri) Ashkenazy ci affascina nuovamente attraverso una coloratissima lettura delle Gavotte e l’andamento inesorabile della Giga. Luca Chierici   Su “Classic Voice” di carta o nella copia digitale c’è molto di più. Scoprilo tutti i mesi in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html      
  • Recensioni DVD

    Mozart – Così fan tutte

    L’anno scorso il festival di Salisburgo ha voluto lo stesso andare in scena; dovendosi però eliminare l’intervallo, ridurre i tempi, stare distanziati (in teoria: in realtà, sono quasi sempre attorcinati uno all’altro, e in platea il pubblico appare senza mascherina e parecchio numeroso), ha partorito un torso tagliando parecchio. Inni e osanna, peraltro, da parte dei drogati da teatro, che purché ci si vada va bene tutto. A me non va affatto bene, se si deve fare un brutto teatro purché si faccia teatro, meglio a casa con un bel dvd. La regia di Loy provvede a dare un minimo di senso plasmando un Così movimentatissimo, con grandi corse lungo l’enorme ampiezza del palcoscenico della Sala Grande, un gran buttarsi per terra, uno stare in scena quando non si dovrebbe, a fare i pali con occhi sbarrati mentre un altro canta. Qualche idea è da tenere a mente: le due ragazze che compaiono a tessere le lodi non del proprio amante ma di quello della sorella; “Come scoglio” Fiordiligi lo indirizza proprio al suo amante Guglielmo, quasi a respingerlo consapevolmente, e nel finale primo i quattro scoprono l’attrazione d’un eventuale scambio di coppie. Che la scoperta dell’attrazione fisica sia un processo doloroso, e che i cinici Alfonso e Despina vivano la vicenda soffrendo della consapevolezza della propria aridità, è molto interessante: ma i tagli del second’atto privano di chiarezza ogni serio tentativo drammaturgico, rendendo lo svolgersi della vicenda troppo zoppicante e sbrigativo. Solito problema, peraltro, che ha reso e tuttora rende difficile da comprendere e da accettare l’ottica supremamente illuminista del Così. Sicché il prim’atto c’è quasi tutto, i tagli sono praticati nel secondo perché si persevera per l’ennesima volta nel fatale equivoco di ritenere tutta l’azione appannaggio del primo atto, mentre nel secondo non avverrebbe niente: laddove avviene per l’appunto - attraverso la successione delle arie solistiche che frammezzano i due decisivi duetti - l’azione vera che rende supremo capolavoro quest’opera, ovverosia la scoperta di quanto l’impulso sessuale possa vincerla su quello sentimentale, e come si possa amare due persone contemporaneamente senza necessariamente essere spregevoli (o zoccole, come talora sussurra l’ottica maschilista). Purtroppo, se la regia ha spunti embrionali ma interessanti, la direzione non ne ha. Chiassosa, sbrigativa, pochissimo articolata all’interno, qua e là financo rozza nonostante l’ostentato splendore del tessuto strumentale, dove peraltro come da tradizione viennese atavica (che i Filarmonici paiono recuperare con malcelata soddisfazione) gli archi annegano nel loro oro antico i legni che viceversa sono il cuore pulsante dell’animo mozartiano. Cast discreto. Magnifici i timbri vocali di Bogdan Volkov e di Andrè Schuen, tenore e baritono che senza dubbio vedremo spesso nelle locandine del prossimo futuro: speriamo tuttavia imparino a fraseggiare un po’ di più e non si limitino a pattinare sulla superficie di scritture ben altrimenti complesse di quanto fanno sentire qui. Elsa Dreisig ha un bel registro acuto e parecchi problemi giù, con fissità assortite e fraseggio abbastanza qualunque. Marianne Crebassa, puntualmente portata sugli scudi da tutta la critica francese, a me continua a dire niente: pigola e ciangotta, tutta smorfie e moine da mal tempo che fu. Lea Desandre è bellissima da vedere ma la sua vocetta acidula la rende molto sgradevole da sentire. E Johannes Martin Kränzle, grande wagneriano, con Alfonso c’entra niente. Elvio Giudici   Su “Classic Voice” di carta o nella copia digitale c’è molto di più. Scoprilo tutti i mesi in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html      
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Belcanto The Tenors of the 78 Era

(2 dvd, dvd bonus, 2 cd, 2 libri Naxos)   Enrico Caruso, John Mc Cormack, Leo Slezak, Tito Schipa, Richard Tauber, Beniamino Gigli e altri fino a Jussi Björling (nato nel 1911 e scomparso nel 1960) in una

Gerry Mulligan Concert

Il sassofonista Gerry Mulligan (1927-1996) esegue due sue composizioni pensate appositamente per sax baritono e orchestra insieme all’Orchestra Filarmonica di Stoccolma, diretta per l’occasione da Dennis Rusell

Verdi

In formato bluray la Dynamic pubblica il debutto nella regia d'Opera di Dario Argento del 2013 con Macbeth di Verdi al Teatro Coccia di Novara. Il Cast vede Giuseppe Altomare nel ruolo del titolo e Dimitra Theodossiou

Sharon Isbin

Un ritratto della camaleontica chitarrista di formazione classica Sharon Isbin in un documentario che include la performance alla Casa Bianca ed esecuzioni di musiche di Howard Shore, Mark O’Connor (che concerta con