• Mondo Classico

    Aida da baule (ma anche Nabucco, Falstaff…)

    Quando “Classic Voice” rivelò qualche anno fa il contenuto del mitico baule di Sant’Agata e l’inventario che era stato fatto a Villa Verdi, con un’inchiesta ispirata da una denuncia che Anselm Gerhard aveva affidato al direttore di questo giornale, il primo studioso a correre alla Soprintendenza di Parma per controllare quegli elenchi fu proprio lo stesso Gerhard. Il quale, oltre ad essere uno dei più stimati specialisti verdiani, possiede in sommo grado quella curiosità del ricercatore che l’ha portato nei mesi scorsi a scovare nella collezione degli schizzi e abbozzi verdiani, oggi in deposito presso l’archivio di Stato di Parma e finalmente consultabili anche se per ora solo nella forma digitalizzata, la partitura completa, poi scartata dall’autore, della prima scena dell’atto terzo di Aida. Gerhard naturalmente ricordava una citatissima lettera di Verdi a Giulio Ricordi, riportata nel “Copialettere”. In data “Torino, 12 novembre 1871”, il compositore aveva scritto al suo editore: “…ho sostituito un coro e romanza Aida ad altro coro a quattro voci, lavorato ad imitazione uso Palestrina, che avrebbe potuto farmi buscare un bravo dai parrucconi e farmi aspirare (checché ne dica Faccio) ad un posto di contrappuntista in un Liceo qualunque. Ma mi sono venuti degli scrupoli sul fare alla Palestrina, sull’armonia, sulla musica egiziana!... Infine, è destinato!... non sarò mai un savant in musica: sarò sempre un guastamestiere!”. È ovvio che il contenuto di questa lettera abbia sempre stimolato la curiosità degli studiosi. Ma Gerhard confessa di non aver cercato espressamente quella scena. “Ho sfogliato le carte di Aida perché ero interessato a vedere quali abbozzi sono conservati di quest’opera. Non pensavo in particolare alla lettera e al coro cui si riferiva, ma quando mi è capitata tra le mani la riproduzione di quelle pagine di partitura completa, naturalmente, ho capito di che cosa si trattava e ho esaminato i fogli con grande interesse. Tra l’altro, devo dire che la qualità della riproduzione digitalizzata è altissima, anche se per un esame approfondito sarà sempre indispensabile la consultazione degli originali”. Individuato il coro “alla Palestrina”, Gerhard (nella foto) l’ha trascritto e l’ha pubblicato con un saggio sulla rivista di cui è condirettore, “Verdi Perspektiven”. Roger Parker, il musicologo che aveva curato l’edizione di Tosca con cui la Scala aveva inaugurato l’ultima stagione lirica, ha parlato di questa scoperta a Riccardo Chailly, ben conoscendo l’interesse del maestro per le versioni originali o inedite. E così questo ritrovato inizio del terzo atto, mai eseguito prima, lo sarà alla Scala nelle recite dell’opera in forma di concerto programmate dal 6 al 19 ottobre. Gerhard spiega che si tratta della “bella copia della partitura di 108 misure (principalmente in Fa maggiore) a cui Verdi sostituì nell’agosto 1871 le 151 misure – con coro all’unisono e nuova romanza – che conosciamo da 149 anni. Come nei casi analoghi di Simon Boccanegra e Don Carlos, Verdi staccò quaranta pagine di musica dalla partitura che avrebbe trovato la sua destinazione finale nell’archivio di Casa Ricordi. Queste pagine scartate rimasero nelle mani del compositore”. La prima stesura della prima scena dell’atto terzo comprende un breve preludio orchestrale, un coro dei sacerdoti a quattro voci (in cui è possibile riconoscere il “Te decet hymnus” della Messa da Requiem, perché Verdi ha poi riutilizzato quel materiale) e l’ingresso di Aida con un recitativo di quattro versi. Nella versione definitiva abbiamo l’introduzione orchestrale, il coro delle sacerdotesse e quello interno dei sacerdoti e la romanza di Aida dei “cieli azzurri” (“Oh patria mia, mai più ti rivedrò!”) preceduta dal recitativo “Qui Radamés verrà!”. In tutto circa undici minuti di musica, tre/quattro in più rispetto alla versione eliminata. Perché Verdi ha riscritto questa scena, che anche drammaturgicamente sembra più vicina ai suoi ideali di brevità e concisione (la romanza di Aida è un rallentamento dell’azione)? Gerhard fa un paio di ipotesi: la prima è che volesse trovarsi un’occupazione nei mesi di attesa della prima al Cairo, posticipata di quasi un anno; la seconda, più maliziosa, chiama in causa Teresa Stolz, destinataria della nuova romanza. Naturalmente, non si può escludere che Verdi, ripassando il suo lavoro, avesse semplicemente considerato la prima versione “non abbastanza caratteristica”, come da una lettera a Ghislanzoni, e quindi che la sua decisione fosse soltanto di carattere musicale: perché deve essere comunque chiaro che questa nuova versione riscoperta fra le sue carte non è una versione alternativa (come per altre opere), ma una versione eliminata dallo stesso autore. Cosa di cui naturalmente è ben consapevole anche il suo riesumatore. Dice infatti Gerhard: “Questa versione non è da considerarsi un modello per altre rappresentazioni di Aida in futuro. Vogliamo soltanto presentare al pubblico un’Aida diversa, invitandolo a un viaggio nel tempo alle radici della fucina compositiva di Verdi. Certo, il compositore si sarebbe opposto all’esecuzione della sua prima versione come si oppose nel 1889, vanamente, alla riesumazione del suo Oberto alla Scala. Verdi scrisse che tutte le carte dette ‘abbozzi’ dovessero essere ‘abbruciate’. Conservandole accuratamente, però!”. Perché è chiaro che se avesse voluto realmente eliminarle, lo avrebbe fatto di persona. Non era tipo da affidare certe responsabilità agli altri, tantomeno agli eredi. La possibilità di studiarle e analizzarle a fondo è per gli studiosi di un valore inestimabile.Che cos’altro potrà uscire dal mitico baule? “Non lo sappiamo”, confessa Gerhard. “Non credo però ci siano molti altri brani completi, voglio dire con la partitura intera, come questo di Aida. Dovrebbe esserci la partitura del balletto del Nabucco composto per Bruxelles. C’è poi un’altra versione della fuga finale del Falstaff, che non è molto diversa da quella definitiva: la cosa interessante è che c’è la musica ma non ci sono i versi, segno che probabilmente Verdi aveva avuto l’idea della fuga prima ancora che ci fosse il libretto. Trovo strano che non ci siano tanti abbozzi dei Vespri siciliani e della Forza del destino. Comunque, quello che c’è da esaminare è già tanto. Se cinque studiosi si mettessero tutti i giorni ad analizzare ogni foglio, non basterebbero forse due anni per venirne a capo”. Mauro Balestrazzi Su "Classic Voice" di carta o nella copia digitale c'è molto di più. Scoprilo in edicola o su www.classicvoice.com.riviste.html

    Macbeth à la française

    Il francese Ludovic Tézier, uno dei più acclamati baritoni sulla scena internazionale, sarà Macbeth l'11 e il 13 settembre al Teatro Regio di Parma per il Festival Verdi, con Roberto Abbado sul podio della Filarmonica Toscanini. L'opera di Verdi sarà eseguita nella versione del 1865, sulla base della revisione che la musicologa Candida Mantica ha fatto dell'edizione critica di David Lawton. Si tratta della seconda versione di Macbeth, differente da quella del 1847, non solo nella forma, ma anche negli equilibri psicologici dei personaggi. Lei esegue per la prima volta questa versione di Macbeth: in cosa differisce dalla prima? “La principale differenza è legata alla lingua. La prima versione è in italiano, questa è invece in francese. In questo senso, mi viene da fare un parallelismo col Don Carlo: in quel caso, la lingua italiana porta a una connotazione più romantica del Marchese di Posa, per esempio, mentre quella francese conduce a un personaggio più scuro e ‘politico’. Nel caso di Macbeth, l'intreccio rimane a grandi linee lo stesso, ma in questa seconda versione Verdi rende l'azione più urgente e rapida. Alcuni equilibri psicologici cambiano. Il compositore enfatizza il ruolo di Lady Macbeth nelle azioni del marito (mentre nella versione del 1847 il suo ruolo attivo si esauriva nel secondo atto). Al termine del terzo atto, ad esempio, la Lady incita Macbeth a nuovi delitti, mentre nella versione precedente l'idea di sterminare la famiglia MacDuff non prevedeva interventi da parte della donna. Per quanto riguarda il mio ruolo, sono interessanti le differenze nel finale: la seconda versione mette in scena in maniera più impietosa e asciutta la morte di Macbeth, mentre nella prima il tiranno morente prende coscienza degli orrori commessi (‘Tutto il sangue ch'io versai, grida in faccia dell'eterno’), cosa che ammorbidisce un po' la sua fine. Credo che, una volta affrontato il Macbeth francese, ritornerò a quello italiano rendendolo più ricco e stratificato: è anche questo il vantaggio di studiare varie versioni”. In questi ultimi mesi del 2020 c'è molto Verdi nel suo calendario: conte di Luna a Barcellona, Iago a Firenze, Amonasro a Parigi, Rodrigo a Zurigo. Com'è nato il suo amore per Verdi? “Forse prima che nascessi, dato che Verdi si ascoltava da sempre a casa mia! Sono marsigliese: l'imprinting mediterraneo, e quindi anche italiano, era presente nella mia famiglia. Verdi rinnovò questa cultura del mare nostrum, di origini latine, portandola a una sorta di ‘rinascita’. È un compositore che ha sempre fatto parte di me. Mi dicono che già a 4 o 5 anni canticchiavo arie verdiane, seppur ancora senza le parole”. Com'è cambiato il modo di cantare Verdi? Nella seconda metà del Novecento la direzione è stata quella di un canto sempre più muscolare e talora un po' dimostrativo. Oggi qualcuno inizia a recuperare lo stile di alcuni cantanti di inizio Novecento, meno inclini alla potenza e più attenti agli autentici colori verdiani. “Lo spero! Recentemente ci sono stati progressi anche nell'arte della recitazione, che non va trascurata. Verdi era un artista molto attento al coté drammatico: bisogna dare vita al suo teatro, non basta cantare bene. Sono d'accordo sul fatto che Verdi non debba essere cantato sempre con voce stentorea: è più importante ‘recitarlo’. Ciò in Macbeth è determinante: Verdi chiede quasi una voce ‘brutta’ per Lady Macbeth. Ma penso anche, nell'Otello, a Iago, che fu in origine affidato proprio a un marsigliese, Victor Morel: un cantante non inappuntabile vocalmente, ma dalla teatralità eccezionale…” Per leggere l’intervista completa di Luca Ciammarughi a Ludovic Tézier acquista “Classic Voice” di settembre in versione cartacea o digitale, in edicola o su www.classicvoice.com.riviste.html
  • Recensioni Opere Concerti e Balletti

    Recital mon amour

      MARTINA FRANCA - Dovendo rivoluzionare il proprio cartellone per i noti motivi, il festival della Valle d’Itria ha mostrato iniziativa e fantasia nell’organizzare un programma che, una volta postane al centro la prima versione della straussiana Arianna a Nasso, sotto il malizioso titolo “Per ritrovare il filo” ha esplorato generi stili e repertori in diversa misura collegabili al mito di Arianna. Esclusa l’opera, i concerti di canto consentivano di rispettare le regole Covid e di avere ampio margine di scelta. Francesco Meli e Luca Salsi hanno replicato la loro fortunatissima serata piacentina di un mese prima presentando lo stesso programma tutto verdiano. Salsi soffriva ancora in parte dell’abbassamento di voce che gli ha precluso il recital della riapertura della Scala: ha cantato molto sulla tecnica, che come e più di sempre è formidabile, e in coppia con un Meli in super forma (questo suo “Ma se m’è forza perderti” lo ricorderò molto, molto a lungo) ha fatto ascoltare un “Credo” strepitoso per proseguire poi un finale secondo di Otello che, se il buongiorno si vede dal mattino, preannuncia due interpretazioni destinate a fare storia. La prevista serata con Veronica Simeoni è saltata, ma il dispiacere è stato mitigato dalla possibilità d’ascoltare comunque l’eccellente pianista Michele D’Elia accompagnare la brava Josè Maria Lo Monaco in un programma un filo meno accattivante ma sempre decoroso. Cinque concerti pomeridiani hanno fatto ascoltare musiche sei-settecentesche assai desuete rivelatesi spesso molto interessanti: memorabile, in ispecie, il programma assemblato dal bravissimo pianista-compositore Orazio Sciortino, con al centro un lavoro di Muzio Clementi, autore per lo più di nobili pizze, ma che una sua Sonata - grazie anche all’esecuzione, va sottolineato - è parsa una sorta di Ballata tragica ispirata all’altra grande abbandonata, Didone. Ottimo accompagnatore, poi, di Lidia Fridman impegnata nella gran scena finale della rossiniana Armida. A Sara Mingardo, che trent’anni fa s’ascoltò a Martina in una piccola parte del Giulio Cesare, è stato consegnato il premio Celletti al termine d’un concerto dove classe, stile, musicalità, pathos espressivo si sono per l’ennesima volta imposti, vincendo occasionali fragilità d’una linea comunque ancora bellissima. Accanto a lei, la vocalità di Francesca Aspromonte è apparsa un po’ meno suggestiva di altre volte, con una tal quale durezza in alto che spero proprio voglia ammorbidire al più presto. Fuochi d’artificio a oltranza, invece, nel recital di Jessica Pratt. Sostenuta dal pianoforte di Giulio Zappa che per incisività e ricchezza di colori era una vera e propria orchestra in miniatura, ha sciorinato non solo la serie d’impressionanti bellurie vocali cui ci ha resi adusi, ma anche una partecipazione emotiva che in Sonnambula e Elisir ha colpito non meno delle girandole pirotecniche accese nella celebre aria della bambola dei Contes offenbachiani. Accanto a lei Xabier Anduaga ha sfoggiato la sua voce più bella che mai, ma il bagagli tecnico, pur ragguardevole, è ancora inadeguato per ergere appieno una pagina rossiniana impervia come “Cessa di più resistere”: e il fa sovracuto di “Vieni tra queste braccia” andava evitato perché senza un’emissione tutta diversa che lo prepari e lo giustifichi, quel falsettino al limite dello scrocchio è quasi inevitabile. Ma la serie di concerti ha trovato la serata di gloria alla fine, quando anche Anna Caterina Antonacci è tornata a Martina dopo trentadue anni dai suoi Amore e Pallade nella Poppea dell’88: e s’è confermata essere artista tra le più gigantesche degli ultimi lustri, in un programma diviso a metà: Monteverdi e Charpentier con l’ottimo complesso Orchestra Cremona Antiqua, e la seconda novecentesca col bravo pianista Francesco Libetta . I due monteverdiani Lamenti (di Arianna e della Ninfa) sono di sublimità tragica lancinante, con un impiego delle note ribattute a fini espressivi che ne confermano l’impareggiabile statura stilistica. La scolpitura della parola con cui cesella il dolore offeso e la regalità impotente di Ottavia nel “Disprezzata Regina” lascia letteralmente tramortiti. La sua Medea di Charpentier, da poco memorabilmente affrontata in teatro, se non induce qualche direttore artistico nostrano a presentarsi con un contratto in bianco mi sa che costoro hanno sbagliato mestiere. E poi la morbidissima sensualità sempre ambiguamente oscillante tra melanconia, dolore, sorriso, dei suoi Poulenc. E poi Respighi e Martucci, coi quali si scendeva dall’empireo in terre più provinciali, ma grazie a simile classe e intensità espressiva non stridevano più di tanto col resto. E infine la chicca suprema col bis. Partono le prime tre note dell’Habanera della Carmen e tu pensi “beh, grande ma forse un filo banale come scelta”... e sei fregato: mutata in brano da camera, tutta tutta tutta a fior di labbro, sussurrata, insinuante, una tavolozza di colori degna d’un Renoir, sublime riflessione sulle infinite ambiguità e sul piacere del sesso che t’illudi possa diventare amore ma sai che non lo sarà, però come si fa a non provarci. E poi... poi è insomma Anna Caterina Antonacci: artista somma, serata indimenticabile. Elvio Giudici   Su "Classic Voice" di carta o nella copia digitale c'è molto di più. Scoprilo tutti i mesi in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html  

    Verdi – Rigoletto

    ROMA - L’idea non è nuova. Nel 1982 Jonathan Miller per la English National Opera mise in scena al

    Maestri d’Italia

    Gatti e Chailly, Chailly e Gatti. Nella vita musicale italiana c’è un ritornello che sembra riproporre
  • Mozart in diretta da Salisburgo 2020

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    257 - Ottobre 2020
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    L’Accademia riapre in sicurezza

    Il 15 giugno l’Accademia Internazionale “Incontri con il Maestro” di Imola ha riaperto l’attività didattica in presenza con la programmazione delle lezioni in sede. Definito il protocollo aziendale con tutte le misure anticontagio necessarie per tutelare la salute di allievi, maestri e dipendenti, l’Accademia ha riattivato le lezioni convinta che la qualità dell’insegnamento che la contraddistingue debba continuare ad essere trasmessa in presenza, modalità in cui è possibile garantire la ricerca del bel suono nello stretto dialogo fra docente e allievo. La specificità delle lezioni che si svolgono all’Accademia di Imola ha consentito di potersi riorganizzare più agilmente dal momento che le lezioni sono sostanzialmente one-to-one maestro-allievo ed escludono di per sé occasioni di assembramento. A fine giugno si è anche svolta la prima sessione degli esami degli insegnamenti teorici dei corsi di laurea di Storia della Musica, Estetica e Ear Training. Le prove si sono svolte con i docenti in sede e gli allievi alcuni in presenza e alcuni online. “Per la riapertura dell’attività didattica in presenza - evidenzia Angela Maria Gidaro, Sovrintendente della Fondazione Accademia Internazionale “Incontri con il Maestro” di Imola - l’Accademia si è mossa istituendo una ‘task force’ composta dal responsabile della sicurezza, dal medico competente, dal responsabile dei lavoratori e dal sovrintendente. Le misure anticontagio - chiarisce - prevedono una serie di azioni tra le quali il rispetto delle distanze di sicurezza, l’igienizzazione costante e quotidiana degli spazi comuni, dei punti di contatto e degli strumenti musicali tra i cambi di lezione. Inoltre, a maggior tutela, sono stai predisposti dei pannelli trasparenti divisori tanto negli uffici quanto nelle aule. A parte alcuni casi di necessaria tutela per alcune fragilità l’attività è ricominciata in progressione percentuale raggiungendo ad oggi l’80% della frequenza. La gestione più problematica - racconta la Sovrintendente Gidaro - riguarda gli studenti stranieri sia UE che extra UE che momentaneamente hanno delle difficoltà evidenti nel viaggiare. Per questi casi l’Accademia si sta organizzando al fine di garantire comunque una continuità didattica anche su piattaforma online fino al termine dell’emergenza covid.” La Sovrintendete Angela Maria Gidaro Gidaro ricorda come l’Istituzione sia stata tempestiva nella chiusura immediata delle attività già il 24 di febbraio per salvaguardare, nella prima fase covid, la salute dei propri allievi, docenti e dipendenti. A seguito della chiusura, è stata attivata la didattica online per le materie teoriche dei percorsi di laurea, mentre per quelle di strumento non è stata intrapresa una modalità digitale. Piuttosto si è operato incentivando allievi e docenti a mantenere un dialogo anche attraverso ascolti e consigli su registrazioni e contatti multimediali.   “Un’Accademia della nostra portata non può lavorare senza la presenza dell’allievo – dichiara Franco Scala, Fondatore e Coordinatore didattico della Fondazione nonché Direttore dell’Accademia Pianistica - perchè l’eccellenza opera sulla trasmissione delle emozioni e fare questo online non è possibile. Come si può far assaggiare un vino per telefono o far percepire la bellezza di un quadro con una foto? Stanno nascendo piattaforme digitali con una qualità di riproduzione molto alta, anche se queste non possono essere considerate una totale alternativa all’esecuzione dal vivo bensì solo una momentanea possibilità di tamponare la situazione. Siamo in emergenza - commenta il Maestro Scala - ed è giusto cercare di salvare qualsiasi espressività musicale, per questo stiamo lavorando per consentire agli studenti più lontani di poter effettuare gli esami di ammissione online nel caso si rendesse necessario a settembre. La tecnologia, nel nostro caso, va usata solo in caso di emergenza ed era necessario riprendere al più presto le lezioni in presenza, naturalmente in sicurezza. Penso inoltre - conclude Scala - che il mondo della musica potrà uscire arricchito da questa situazione, perchè ho notato una forte motivazione dei docenti non solo verso la componente didattica ma anche nella riscoperta generale del valore delle relazioni umane.” I mesi di lockdown sono stati per l’Istituzione imolese l’occasione per ultimare il perfezionamento della trasformazione in Fondazione, migliorando la struttura interna e definendo con maggior vigore gli indirizzi musicali. L’attività didattica è stata suddivisa in otto specifiche Accademie tante quante sono gli indirizzi del corsi di laurea: Pianoforte, Violino, Viola, Violoncello, Flauto, Chitarra, Musica da Camera e Composizione, coinvolgendo Direttori e docenti di chiara fama internazionale. “Il tutto - chiosa la Sovrintendente Gidaro - è stato possibile grazie al sentito impegno da parte del nuovo consiglio di amministrazione guidato dal Presidente Corrado Passera.”   www.imolamusicacademies.org
  • Eventi
    Il Comunale di Bologna inaugura con un Wagner visionario. Dirige Valčuha

    Le stalattiti di Tristano

    Dal 1871 al 1914, ovvero dal Lohengrin (prima apparizione wagneriana in Italia) fino al debutto
    A Palermo “Das Paradies un die Peri”, oratorio profano messo in scena da Anagoor

    Schumann sposa l’Islam

    Hanno viaggiato in Iran, Turchia e Siria per trovare le radici della Peri di Schumann, cacciata
    Mariotti-Vick all'inaugurazione del Rossini Opera Festival numero 40 con la monumentale "Semiramide"

    Quattro ore di puro belcanto

    Gli anniversari non dicono tutto, a meno che non mettano a fuoco l'anima di un Festival che taglia
  • Novità CD

    SCHOENBERG BERG – WEBERN

      La Seconda Scuola di Vienna in un cofanetto che racchiude le registrazioni di Giuseppe Sinopoli con la Staatskapelle di Dresda: Pierrot Lunaire, Erwartung, A survivor from Warsaw, i Gurrelieder di Arnold Schoenberg; il Concerto per violino, i Lieder, il Concerto da camera di Alban Berg; la Sinfonia op. 21, le Variazioni op. 30, i Sei pezzi per orchestra op. 6 e la Passacaglia di Anton Webern. Un momento fondamentale della rivoluzione culturale europea del Novecento riletto da un maestro della musica mitteleuropea.             Su “Classic Voice” di carta o nella copia digitale c’è molto di più. Scoprilo tutti i mesi in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html    
  • Novità DVD

    Puccini Madama Butterfly

      L’opera che inaugurò la stagione 2016-17 della Scala approda in un doppio dvd curato da Decca e Rai Com. Si tratta della versione originale del 1904 (la “prima” Butterfly, poi pesantemente rimaneggiata da Puccini dopo il fiasco scaligero), con Riccardo Chailly sul podio, la regia di Alvis Hermanis e Maria José siri nel ruolo del titolo.         Su “Classic Voice” di carta o in digitale c’è molto di più. Scoprilo tutti i mesi in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html    
  • Recensioni CD

    Donizetti – Tudor Queens

    “Il cor me lo dicea”, che sarebbe successo. Dopo anni di scempio donizettiano perpetrato da Edita Gruberova, specie in area tedesca è andata consolidandosi la convinzione che Donizetti abbia a farsi così, avversando come “noiose” cantatrici di ben altro livello tecnico-stilistico-musicale quali, a caso, Devia o Remigio. E puntualmente, adesso che Donizetti si sperava fosse sgravato da quel giogo indegno, a raccogliere il testimone arriva la Damrau impegnata nelle tre scene finali di Stuarda, Bolena, Devereux, notorio cavallo di battaglia concertistico della Gruberova portato ovunque, come appunto sta cominciando a fare la Damrau. Identico il percorso vocale. Soprano leggero di solidissimo bagaglio tecnico, ora che i guai nell’emissione stanno aumentando in misura esponenziale sicché la coloratura è diventata un percorso a ostacoli; ora che la linea deve ricorrere alle ferree contrazioni di gola onde provarsi a srotolare le lunghe frasi legate; ora che gli acuti si fanno sempre più esili, striduleggianti e a spremuta di limone: ora si sparigliano le carte e i problemi si fanno diventare atouts espressivi, fregandosene bellamente delle quisquilie di gusto e delle pinzillacchere di stile. L’emissione si apre in modo sempre più pronunciato; la frase musicale si piega alla parola in modo del tutto arbitrario; le consonanti sono aggredite a morsi; le doppie diventano quadruple; le erre s’arrotano come un motore ribelle all’avvìo; l’aulico legato patetico donizettiano (una delle caratteristiche sue più sublimi, come si constata qui nei tre cori delle ultime scene di Bolena, Stuarda, Devereux, unici momenti autenticamente donizettiani di questo recital grazie all’intensità espressiva - direttamente proporzionale alla proprietà stilistica - del coro dell’Accademia) viene mortificato in querulo piagnisteo con già percettibile miagolìo Edita-style; le note gravi cominciano a spalancarsi facendosi solo aria calda gutturaleggiante; la quadratura ritmica si squacquerella: e insomma ecco qua una nuova versione di quell’orrido compositore chiamato Editano Gruberetti, surrettiziamente sovrapposto al tutt’altrimenti geniale Gaetano Donizetti. Siamo ancora agli inizi, certo: ma esattamente così cominciò la Gruberova, intensificando poi il Grand Guignol in misura direttamente proporzionale ai deliri tributatile da quella ben nota fascia di frequentatori di melodramma che tale sostantivo ha reso sinonimo di Ridicolo. E Pappano, ahinoi, avalla: e pensare che si rimproveravano Cillario e Gatto perché facevano gli zerbini alla Caballé... Elvio Giudici   Su “Classic Voice” di carta o nella copia digitale c’è molto di più. Scoprilo tutti i mesi in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html  
  • Recensioni DVD

    Verdi – La traviata

      Spettacolo stravisto (nasce nel 1994 con Solti e Georghiu), niente di che all’inizio e invecchiato assai male:  comprimari e coro recitano molto bene e parlano adesso una lingua che più di allora assomiglia all’italiano, ma che italiana certo non è. Ermonela Jaho proprio con questo spettacolo divenne una beniamina londinese sostituendo a tamburo battente la Netrebko nel 2008: onde ditirambi e turiboli, che personalmente sono assai restio a condividere. Voce bruttarella ma soprattutto di carta velina, con centri opachi e artatamente ingrossati, registro grave di sola aria calda, e acuti a voce piena tiratissimi con costante gradiente di stridio; a tutto ciò cerca di sopperire scialando in assottigliamenti e pianissimi anche là dove sono parecchio incongrui, ma comunque tremuli e ben poco timbrati: sa stare un gran bene in scena, e una parvenza di personaggio sembra esserci (però quanto son brutti e antichi, quegli insistiti e ruffianissimi colpi di tosse all’ultimo atto!), ma è costruito molto dal fisico e ben poco dalla voce. Charles Castronovo recita peggio ma canta con proprietà molto maggiore, a parte taluni evidenti ricorsi alla gola in luogo del fiato. Domingo è Domingo: c’entra poco col baritono verdiano, e niente del tutto con Germont, che accenta con banale sciatteria e frequentissime, ruffianissime strizzate d’occhio al pubblico, e sulla cui scrittura interviene con una concezione a dir poco personale della quadratura ritmica. Cosa, quest’ultima, che ancor più mette in luce l’unica ragione per la quale val la pena ascoltare quest’incisione: la direzione. Manacorda riesce sempre ad “acchiappare” l’ondivago Germont; sostiene mirabilmente Violetta alleggerendo oltre ogni umana idea quando costei si rifugia nei suoi filatini e cercando di coprirne fissità e stridori quando proprio non può fare a meno di cantare a piena voce; stacca tempi di teatralissima logica e incisività, lungo una tensione narrativa varia e incalzante: una grande direzione, insomma, ma che vorrei tanto ascoltare con tutt’altri interpreti. Elvio Giudici       Su “Classic Voice” di carta o nella copia digitale c’è molto di più. Scoprilo tutti i mesi in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html    
Ultime Novità CD

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Cecilia Bartoli (cd Decca)   Cecilia Bartoli pubblica un nuovo album che celebra il più famoso cantante del diciottesimo secolo: il castrato Farinelli. In uscita l’8 novembre, il disco include arie del

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(6 cd Decca)   A trentacinque anni dalla sua scomparsa, Decca dedica un cofanetto al grande organista francese allievo di Marcel Dupré, titolare di Notre Dame dal 1955. In questa antologia spiccano brani

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The complete Symphonies - Orchestral Songs (12 cd Decca)   Due anniversari in uno accompagnano l’uscita di questa raccolta con l’integrale mahleriana stampata per la prima volta in Blue-ray audio (Sinfonie
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Belcanto The Tenors of the 78 Era

(2 dvd, dvd bonus, 2 cd, 2 libri Naxos)   Enrico Caruso, John Mc Cormack, Leo Slezak, Tito Schipa, Richard Tauber, Beniamino Gigli e altri fino a Jussi Björling (nato nel 1911 e scomparso nel 1960) in una

Gerry Mulligan Concert

Il sassofonista Gerry Mulligan (1927-1996) esegue due sue composizioni pensate appositamente per sax baritono e orchestra insieme all’Orchestra Filarmonica di Stoccolma, diretta per l’occasione da Dennis Rusell

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In formato bluray la Dynamic pubblica il debutto nella regia d'Opera di Dario Argento del 2013 con Macbeth di Verdi al Teatro Coccia di Novara. Il Cast vede Giuseppe Altomare nel ruolo del titolo e Dimitra Theodossiou

Sharon Isbin

Un ritratto della camaleontica chitarrista di formazione classica Sharon Isbin in un documentario che include la performance alla Casa Bianca ed esecuzioni di musiche di Howard Shore, Mark O’Connor (che concerta con