• Mondo Classico

    Chiari di Luna

    Abel Decaux è stato un incontro fortuito. Ma ha lasciato il segno. L’autore francese, compagno di classe di composizione (con Massenet in cattedra) del poco più giovane Debussy, dedicò tutta la vita all’organo. Ma, come preso da un estroso raptus creativo, nel primi anni del Novecento compose un bislacco e intrigante omaggio pianistico alla luna, una delle fonti di ispirazione del romanticismo. Ma nel breve (quattro numeri) ciclo intitolato Clair de lune, il nostro satellite è evocato con una scrittura inaspettata e originalissima: così totalmente atonale da giustificare la classificazione enciclopedistica ordinaria di Decaux come lo “Schoenberg francese”. In realtà, passata la sbornia delle confortevoli serenate al chiaro di luna, da quasi un secolo - a prendere due estremi contemporanei: il celebre idillio leopardiano e lo spettrale astro che sovrintende alla cerimonia demoniaca del weberiano Freischütz - quel chiarore e quelle forme notturne che erano state anzitutto pretesto idilliaco divennero a volte presagio inquieto. La luna anticipò cupe tragedie, illuminò di sbieco paesaggi e città che respiravano morte. “Al sorger della luna /per man del boia/muoia” canta il Mandarino all’inizio di Turandot (principessa di sangue e gelo: come la ‘sua’ luna). C’è ancora lei che sussulta sulla superficie increspata del lago dove Wozzeck cerca il coltello uxoricida, e la “luna malata” è uno dei surreali talismani identificativi del Pierrot lunaire di Schoenberg: presenza avvelenata, morbosa, pigmentata di asprezze e dissonanze strumentali. In realtà per Schoenberg “der Mond” fu una presenza ossessiva: l’eredità dei versi di Arthur Dehmel (la luna che “insegue” i due amanti) da cui prese spunto per Verklärte Nacht si riflette come testimone muto evocato in decine di frasi e di didascalie in Erwartung. E nei primi decennio del Novecento di lune inquietanti e presaghe, la musica ne ha invocate numerose. A partire dal “Trinklied” che apre il mahleriano Das Lied von der Erde dove “sulle tombe illuminate dalla luna”, si annida una forma selvaggia e spettrale (l’immagine italiana è di Quirino Principe). Con singolare coincidenza anagrafica (1909) dall’altra parte del Vecchio Continente l’isolato e quasi ignoto compositore scozzese Sir John Blackwood McEwen, a quarant’anni componeva la sua opera più celebre, A Solway Symphony. La partitura è in tre movimenti: in quello centrale, Moonlight, viene pennellato un chiaro di luna con tratti foschi e drammatici. Ma la somma di tutte le lunarità letterarie patologiche e torve di quegli anni deriva da Wilde e Salome: nel dramma tutta l’azione ambientata su “una terrazza aperta sulla sala del banchetto nel palazzo di Erode” è dominata dagli umori-colori della luna descritta come pazza/ubriaca/assetata di sangue e via dicendo: la musica di Strauss, libretto alla mano, intinge ogni volta il pennello in una tinta altrettanto cupa e intrigante. Più ammansita, soltanto inquieta nel suo esotismo ambiguo e assorto che comunque ci tiene ancora in Oriente (India, per la precisione), è l’astro che convoca i suoi fedeli in La terrasse des audiences du clair de lune (ultimo enigmatico Preludio pianistico scritto da Debussy) mentre quello che rischiara il gotico campo della morte di Aloysius Bertrand, filtrato da Ravel in Gibet, tra rintocchi lontani, stridii di capestri dondolanti raggelando l’aria (come nella riapertura d’atto di Ballo in maschera) sarà stato sicuramente luna crescente che secondo quasi tutte le tradizioni contadine europee è definita “luna cattiva”. Tragica è infine quella che sale sul cielo precedendo l’uccisione di Lorca in Ainadamar di Goljiov. La scena è battezzata “crepuscolo delirante”: sotto la luce già livida due chitarre arabe dialogano isteriche e rabbiose, mitragliando note e ritmi che anticipano nel suono aspro e secco gli spari del plotone d’esecuzione già allineato. Angelo Foletto Playlist! Ogni mese, su "Classic Voice" di carta o in digitale, Angelo Foletto sceglie un tema e suggerisce gli ascolti in streaming, componendo una singolare storia della musica che procede non in ordine cronologico ma tematico. Non perderti "Classic Voice" con le sue Playlist d'autore, premia la critica musicale di qualità!

    Professione orchestra

    Sono aperte le iscrizioni alla terza edizione di Professione Orchestra, il percorso formativo professionalizzante dedicato ai futuri professori d’orchestra nato dalla partnership tra l’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI, da sempre attiva nella diffusione del grande repertorio sinfonico e delle pagine d’avanguardia storica e contemporanea, e l’Accademia di Musica di Pinerolo, istituzione di perfezionamento musicale con un focus anche sulla musica da camera e il repertorio orchestrale. Saper affrontare passi e soli del repertorio, affinare la propria flessibilità nell’esecuzione musicale, saper modulare il proprio contributo rispetto alle richieste dei diversi direttori musicali piuttosto che dei singoli referenti delle file, sono solo alcune delle competenze necessarie al professore d’orchestra. Su queste si focalizza il percorso proposto, completando la formazione accademica dei giovani musicisti under 30 grazie a un vero e proprio training on the job (affiancamento alle prove d’orchestra di produzioni della Stagione Rai 2019/2020) e a lezioni in aula, sia di strumento con le prime parti dell’Orchestra Sinfonica RAI che di musica da camera presso l’Accademia di musica di Pinerolo con Andrea Lucchesini e Lukas Hagen, docenti di fama internazionale.  Il percorso di perfezionamento è riservato ad un massimo di 96 allievi. La presentazione delle domande dovrà avvenire entro il 24 luglio 2019 (Accademia di Musica - tel 0121 321040 - segreteria@accademiadimusica.it) Il progetto è realizzato con il contributo della Compagnia di San Paolo (Maggior sostenitore) CALENDARIO: PARTE I - 23 settembre - 5 ottobre 2019 Due workshop, ciascuno della durata di 6 giorni (23/28 settembre e 30 settembre/5 ottobre) presso il Centro di Produzione e l’Auditorium Rai. Si prevede la partecipazione ad ogni workshop di massimo 48 allievi e 8 docenti. Ogni workshop sarà articolato come segue: una lezione di strumento frontale quotidiana; lezioni a sezione con programma da definire; tecnica Alexander con Paolo Olivieri*; una prova conclusiva in forma di simulazione di un’audizione per concorso in orchestra. *La Tecnica Alexander è un metodo di rieducazione psico-fisico che aiuta a divenire più consapevoli dell’equilibrio, della postura e delle attività motorie nella vita quotidiana. Permettendo di rilasciare le tensioni muscolari inutili che inconsciamente sono diventate parte del modo abituale di muoversi. La Tecnica Alexander rende più sensibile la percezione sensoriale dell’individuo ottimizzando la distribuzione delle tensioni muscolari corporee e si apprende tramite una serie di lezioni durante le quali l’insegnante con leggeri tocchi e semplici movimenti (uniti ad alcune istruzioni verbali) incoraggia l’allievo ad esplorare e scoprire un modo più efficace e sostenibile di utilizzare mente e corpo. Vista la sua efficacia nell’ottimizzazione del funzionamento corporeo e la sua capacità di prevenire lesioni dovute a cattive abitudini la Tecnica Alexander viene insegnata da decenni nelle scuole più prestigiose di musica e di recitazione nel mondo, fra le quali spiccano la Royal Academy of Music e il Royal College of Music di Londra e la Juilliard School di New York. 23 – 28 settembre 2019: Roberto RANFALDI (Violino), Massimo MACRì (Violoncello), Alberto BARLETTA (Flauto), Francesco POMARICO (Oboe), Enrico Maria BARONI (Clarinetto), Andrea CORSI (Fagotto), Roberto ROSSI (Tromba), Diego DI MARIO (Trombone) 30 settembre - 5 ottobre 2019: Alessandro MILANI (Violino), Luca RANIERI (Viola), Pierpaolo TOSO (Violoncello), Francesco PLATONI (contrabbasso), Dante MILOZZI (Flauto), Luca MILANI (Clarinetto), Ettore BONGIOVANNI (Corno), Claudio ROMANO - Biagio ZOLI (Timpani), Margherita BASSANI (Arpa)  PARTE II - ottobre 2019 - giugno 2020 I migliori allievi dei 2 workshop (massimo 8), saranno selezionati dal Comitato artistico - composto da Direttore Artistico Rai, Direttore Artistico Accademia di Musica, un Docente dell’Accademia, due Prime Parti della Rai - per la partecipazione a un corso annuale completamente gratuito e coperto da borsa di studio che prevede: una lezione (2 ore) di strumento al mese per 4 mesi con un Docente Prima Parte Rai; l’affiancamento alle prove d’orchestra di 4 produzioni della Stagione Rai 2019/2020; 4 incontri di musica da camera in AdM con i Docenti Andrea Lucchesini e Lukas Hagen. ISCRIZIONI: Verrà rilasciato a tutti un attestato di partecipazione in qualità di allievo effettivo. La presentazione delle domande, riservata agli under 30 e in possesso di Diploma di vecchio ordinamento, Diploma di I livello, Studenti iscritti al biennio, Diploma accademico di II livello o di titoli equivalenti rilasciati da istituzioni straniere, dovrà avvenire entro il 24 luglio 2019. La commissione si riserva di accettare l’allievo in  caso di particolare talento anche se non in possesso dei requisiti sopra indicati. (+39 0121321040 - 3939062821 - segreteria@accademiadimusica.it) (Dal comunicato stampa dell'organizzazione)
  • Recensioni Opere Concerti e Balletti

    Carmen non decolla

    MACERATA - Ben venga Carmen senza folklore. Se c’è lo spirito dell’opéra-comique com’ha promesso, in accordo col direttore Francesco Lanzillotta, il regista Jacopo Spirei. Il progetto l’ha sprofondata nel mondo finto-gioioso dei famosi cabaret parigini. L’idea suggestiva da raccontare, coloratissima da realizzare sfruttando la scena-quasi affiche di Mauro Tinti - piccolo boccascena per il palcoscenico delle ballerine, gigantesca gamba di donna-praticabile incombente, velario argenteo appeso alla muraglia storica; la chiassosa sfilata sivigliana del quart’atto è ricreata come red-carpet assediato da paparazzi per l’ingresso dei divi a teatro - è piena di situazioni in cui, per onorare il luogo di partenza, la danza nelle coreografie di Jonny Autin spadroneggia. Tra accenni di can-can e spogliarelli, numeri di acrobati e di street-dance, travestitismi ambosessi e luci del varietà, colori lividi o triviali da luoghi del vizio metropolitano. L’opulenza visiva ha però inibito la cura dei gesti individuali, la drammaturgia scorre con apatia e prevedibilità dando moderata soddisfazione al pubblico dello Sferisterio che ha oramai pretese scenico-interpretative più forti. Alla fine, comunque, non sono mancati applausi mescolati a qualche dissenso per i responsabili dello spettacolo. L’inaugurazione di “Rosso desiderio”, quinta e tinta tematica della 55esima stagione di Macerata Opera Festival può essere archiviata come un’occasione annunciata e delusa, ma un successo per la cronaca. E musicalmente non priva di momenti stimolanti seppure non continuativi. Soprattutto per merito di una lettura direttoriale che nonostante la resa dell’orchestra e l’improbabile pronuncia francese dei cantanti, ha fatto capire che idea sofisticata e “comica” in senso francese avesse la concertazione di Lanzillotta. Svelta, lieve e calibratissima nei couplets, sensibile nel modulare i caratteri variegati della partitura - restituita con significative aperture a numeri musicali solitamente espunti come la Pantomima del primo atto e il doppio duello del terzo (irrisolto però in scena: forse era meglio la versione musicale mutila), e qualche riduzione dei parlati non comprensibile - ma fin troppo ottimista nei confronti dell’acustica all’aperto. Intenzioni ricercate, poca risposta dalla compagnia vocale. A cominciare dalla protagonista Irene Roberts, più agile e a suo agio nelle coreografie che nel canto, e con una comunicativa non seduttiva né “selvaggia”, che con Valentina Mastrangelo (non abbastanza luminosa come altra dimensione femminile) ha comunque rappresentato il meglio della locandina che allinea Matthews Ryan Vicker e David Bizic come malinconici rappresentanti del sesso che in Carmen è debole. Ma la irrisolutezza dell’impostazione narrativa avrebbe condizionato anche un cast migliore. Carmen è Carmen perché è diversa e contro tutti. La Spagna creata anzi “inventata da Bizet (diversamente da quella “etnografica” di Mérimée) non è solo colore: è paesaggio dell’anima, è quinta emotiva e ragione ambientale della guerra tra i sessi e contro la società regolare di Carmen. I suoi gesti estremi, come quelli di Don Josè, devono avere come fondale “una Spagna” non per acchiappare i turisti e chiedere l’applauso a ogni colpo d’anca ma per decollare. Sostituire il folklore andaluso con quello da Crazy Horse, il flamenco con la lap-dance, le mantillias col soubrettismo e le stelline sui capezzoli delle ballerine, ha senso - in Carmen e per Carmen simbolo-archetipo della libertà a tutti i costi - soltanto se la sua figura se ne distacca nettamente. Scompare nella sterile frenesia ordita in palcoscenico da Spirei dove tutti sono un po’ Carmen: il suo striptease ha l’effetto di un di più che non scandalizza e, soprattutto, non strega. In questo senso la rappresentazione accumula immagini ma pialla contrasti e passioni. Umilia una femminilità che deve spiazzare e incendiare. Sottrae il mistero e il profilo diabolico, e diabolicamente coerente con la propria diversità. La priva della sua logica di vita e, ancor più grave della “ragione” per essere uccisa. L’efficace soluzione teatrale del finale - Don Josè la massacra con la macchina fotografica strappata a uno dei reporter - risulta una terribile ma banale reazione da maschio. Un femminicidio di secondo grado, uno scatto d’ira che qualche tribunale becero potrebbe anche non punire come merita. Non l’esito fatale di una storia, anzi d’una tragedia greca impiantata non a caso nella profonda e barbarica Andalusia, che ha scritto il suo epilogo nello stesso svolgimento, che la divinazione atroce ma scontata delle carte ratifica senza possibilità di ritorno, e che la prorompente, unica, capacità e voglia di vivere diversamente di Carmen rende scultorea e immortale. Angelo Foletto   Su "Classic Voice" di carta o in digitale c'è molto di più. Scoprilo tutti i mesi in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html  

    Pink Floyd/Carmen Suite

    Il Teatro Massimo di Palermo non ha rinunciato alla sua compagnia di balletto, mantenendola viva in una

    Netrebko, l’Arena è mia

    VERONA - A mio avviso, lo spettacolo areniano più riuscito di Zeffirelli. Bizzarro che proprio in un luogo
  • 242-243 - Luglio - Agosto 2019
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  • Dibattiti e sondaggi

    Gli estremi si toccano

    Gentile Direttore, la recente programmazione di due nuove opere italiane si presta ad alcune considerazioni che mi permetto di sottoporre ai lettori di “Classic Voice”. La ciociara di Marco Tutino e Ti vedo, ti sento, mi perdo di Salvatore Sciarrino, prontamente e autorevolmente recensite dalla tua rivista, condividono a mio parere un tratto essenziale: l'assenza di un requisito non negoziabile perché si possa parlare di teatro musicale. Si può scegliere di narrare una trama o di procedere senza un contesto narrativo, di scrivere o no a numeri chiusi, di essere realisti o astratti, di rendere il canto comprensibile o di frammentarlo e ridurlo a fonema, di seguire una linea melodica o di spezzarla, di rispettare l'armonia tonale o di non tener conto di alcun predeterminato procedimento armonico, ma se si va in scena, se si chiama un regista a firmare l'allestimento, se si viene programmati all'interno della stagione di una fondazione lirico-sinfonica, allora vorrei assistere a un melo/dramma. Invece, entrambi i compositori dimostrano di non avere alcun desiderio di caratterizzare e differenziare i loro personaggi con i mezzi che contraddistinguono un'opera in musica e la rendono un caratteristico genere teatrale. Il lavoro di Tutino, che condivide con il romanzo di Alberto Moravia (1957) e il film di Vittorio De Sica (1960) soltanto il titolo, procede accumulando nel tempo un generico sinfonismo nel quale nuotano tutte le voci, che si possono distinguere non in base al carattere, ma soltanto per via del diverso registro. Sciarrino esaspera una sua tipica formula - salto ascendente nell'emissione seguito da un veloce glissando e dalla ripetizione di una o più parole - e la estende a tutti i personaggi, rendendoli così indistinti. Tutino procede in presenza, Sciarrino in assenza (il protagonista, Alessandro Stradella, è presente solo attraverso citazioni musicali: quasi - si parva licet - un Godot in musica), ma l'esito non cambia. Altro elemento comune è un aspetto mistico: una mistica della banalità per Tutino, che fa della prevedibile semplicità della propria musica e della corrività del testo un orgoglioso vessillo, e una mistica del tecnicismo per Sciarrino, unita a un'autoreferenzialità che, come testimoniato dalla recente mostra a lui dedicata a Milano, assume anche tratti feticisti. Infine, le due opere condividono il disinteresse verso l'umanità possibile delle donne e degli uomini che portano in scena, ridotti a caricature vocali e a stilemi di un tempo che fu. Gli estremi si toccano. Sandro Cappelletto   Su "Classic Voice" di carta e in digitale c'è molto di più. Scoprilo in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html  
  • Speciale festival 2019
    Speciale Festival 2019: Jacopo Spirei racconta il suo Bizet che inaugura il Macerata Opera

    Carmen trasloca a Parigi

    Non c’è la Spagna esotica nella Carmen di Jacopo Spirei (nella foto, ndr), titolo inaugurale del
    Speciale Festival: al via il 65° festival a Torre del Lago. E si visita anche lo studio di composizione

    Nell’intimità di Puccini

    “America Forever”, canta Pinkerton, quando ancora le sue intenzioni non sono state smascherate.
    Il 21 giugno, in diretta Rai 1, l'ultima opera del regista. Cecilia Gasdia racconta il nuovo Festival

    La prima in Arena, il testamento di Zeffirelli

    È l’evento dell’estate operistica italiana: il debutto di Anna Netrebko all’Arena di Verona
  • Novità CD

    MARTINI

      Si completa un ambizioso progetto dell’Accademia degli Astrusi, del suo direttore Federico Ferri e del clavicembalista e organista Daniele Proni. Ecco l’integrale della musica strumentale di Giovanni Battista Martini (1706-1784), padre francescano bibliofilo, collezionista e didatta, attivo a Bologna presso l’Accademia Filarmonica, dove accolse il quattordicenne Mozart e una gran schiera di musicisti da tutta Europa. Celebre uomo di dottrina, poco noto come compositore. Questo box colma la lacuna, offrendo anche uno spaccato teatrale con il dvd dei due intermezzi buffi Il maestro di musica/Don Chisciotte.     Su “Classic Voice” di carta o in digitale c’è molto di più. Scoprilo tutti i mesi in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html  
  • Novità DVD

    Puccini Madama Butterfly

      L’opera che inaugurò la stagione 2016-17 della Scala approda in un doppio dvd curato da Decca e Rai Com. Si tratta della versione originale del 1904 (la “prima” Butterfly, poi pesantemente rimaneggiata da Puccini dopo il fiasco scaligero), con Riccardo Chailly sul podio, la regia di Alvis Hermanis e Maria José siri nel ruolo del titolo.         Su “Classic Voice” di carta o in digitale c’è molto di più. Scoprilo tutti i mesi in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html    
  • Recensioni CD

    Stradella La Doriclea

      “Qua si va preparando per questa estate un’operetta di spada e cappa di sei personaggi da fare in villa e in mare”: questo, datato Genova 24 maggio 1681, sembra essere l’atto di nascita della Doriclea. Nella lettera indirizzata da Stradella al suo mecenate Flavio Orsini duca di Bracciano ulteriori dettagli sui ruoli e sul relativo cast “di tutta perfettione” gettano un serio dubbio sull’attribuzione del libretto allo stesso Orsini nonché sulla datazione finora ipotizzata (Roma, circa 1675). Nella troppo breve parabola del geniale compositore, accoltellato a morte il 25 febbraio 1682, la differenza non è di poco conto. Primo oppure ultimo dei suoi lavori drammatici profani? La datazione alta è sostenuta da Arnaldo Morelli nelle note di corredo del presente cofanetto, quella bassa da Carolyn Gianturco. Alla guerra cortese fra studiosi si è aggiunta quella legale fra direttori e case discografiche per lo jus primae notae, risolta nel 2017 da una doppia sentenza del Tribunale civile di Roma che ha dato ragione ad Arcana e Andrea De Carlo contro Estévan Velardi e Concerto Classics. Allo stato degli atti sembra che la “versione Velardi”, incisa dal vivo nel 2004, ormai pronta per la distribuzione e perfino recensita in anteprima da qualcuno, non godesse della debita autorizzazione da parte dell’archivio diocesano di Rieti, proprietario della partitura manoscritta già data per dispersa ma rinvenuta pochi anni fa da Lucia Adelaide De Nicola, che ne sta curando l’edizione critica. In attesa di un futuro sblocco della Doriclea 2 si dà atto che la n. 1 giustifica l’accanimento dei contendenti. Altro che “operetta”! Sono tre ore abbondanti di musica divise in tre atti; una frizzante commedia degli equivoci estesa su una quarantina di scene e altrettanti pezzi chiusi, fra cui otto arie accompagnate da due violini obbligati, 17 duetti, un quartetto e, vetta di Gran Patetico che non sfigurerebbe in qualunque opera seria dell’epoca, un’aria-lamento su basso ostinato (“Voi non piangete, o stelle”). Più alcuni markers stilistici presenti nello Stradella degli oratorii drammatici maggiori ma qui messi al servizio di una drammaturgia condita da gelosie, scambi di persona, travestimenti, lettere intercettate, duelli, siparietti comici: recitativi curatissimi, magistrali contrappunti, audaci soluzioni armoniche, lussureggiante poliritmia. Nessuna sinfonia, ma ritornelli strumentali entro alcune arie. Sei appunto i personaggi: due coppie di nobili amanti, una vecchia assatanata e un servo rassegnato a sposarla per interesse. Bisogna dire che i nobili committenti genovesi non si facessero mancare nulla neppure in villeggiatura. Anche il presente cast è “di tutta perfettione”, con Emöke Barath e Giuseppina Bridelli, soprani-coloratura di pari peso, rispettivamente nell’esigente ruolo titolare e in quello della rivale Lucinda. Appena un poco in ombra il mellifluo contraltista Xavier Sabata (Fidalbo) di fronte all’agile e ben timbrato tenore di grazia Luca Cervoni (Celindo); i buffi Delfina (il contralto Gabriella Martellacci) e Giraldo (il baritono Riccardo Novaro) possiedono cospicue risorse di colore e proiezione di cui fanno uso in ruoli per nulla secondari dove Stradella riequilibra la sofisticata geometria amorosa dei personaggi alti con pennellate di realismo basso-mimetico. In questo quinto volume dello “Stradella Project” De Carlo rinuncia al suo ensemble proprietario Mare Nostrum in favore del non meno titolato Pomo d’Oro; colonne del mobilissimo basso continuo l’arciliuto di Simone Vallerotonda e il violoncello di Ludovico Minasi. Carlo Vitali   Su “Classic Voice” di carta e in digitale c’è molto di più. Scoprilo in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html    
  • Recensioni DVD

    Deutscher – Cinderella

      Il ricatto sentimentale dei bambini prodigi può essere altrettanto irritante del politically correct e delle sciagure movimentiste tipo Me Too: spesso sono solo bambini molto precoci nell’apprendere, e il prodigio è rimandato sine die. Qui abbiamo un’opera scritta da una dodicenne che a sei anni ha composto la sua prima sonata per pianoforte e a nove un concerto per violino: l’opera, andata in scena a Vienna, ha avuto molto successo. Molto orecchiabile, molto ingegnosa nell’elaborare modernamente la fiaba antica (la matrigna è una ex primadonna che ha ereditato il teatro dal marito defunto e cerca di imporre le due figlie relegando Cinderella a copista; lei è compositrice in erba, scopre un testo d’autore ignoto e lo musica; il testo è del Principe, e lo scioglimento avviene durante un ballo in maschera), molto discernibili le derivazioni da Schubert, Ciaikovski, Mozart, Wagner. Tutto molto gradevole, e senza dubbio rimarchevole che una dodicenne padroneggi la materia così da mettere in piedi due ore e mezza di teatro musicale riuscendo in sostanza ad annoiare solo in rari momenti. Per il genio, magari, aspettiamo un po’: Mozart al momento non lo vedo, ma chissà mai. Certamente gli interpreti ce la mettono tutta, e con buoni risultati: Vanessa Becerra canta con soave freschezza recitando molto bene; le due sorellastre Griselda e Zibaldona sono moderatamente gestrose; la matrigna - molto stile Regina della Notte – è una caratterizzazione assai efficace di Mary Dunleavy; e il Principe di Jonas Hacker s’ascolta con piacere. Elvio Giudici     Su “Classic Voice” di carta e in digitale c’è molto di più. Scoprilo in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html    
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The complete Symphonies - Orchestral Songs (12 cd Decca)   Due anniversari in uno accompagnano l’uscita di questa raccolta con l’integrale mahleriana stampata per la prima volta in Blue-ray audio (Sinfonie

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Belcanto The Tenors of the 78 Era

(2 dvd, dvd bonus, 2 cd, 2 libri Naxos)   Enrico Caruso, John Mc Cormack, Leo Slezak, Tito Schipa, Richard Tauber, Beniamino Gigli e altri fino a Jussi Björling (nato nel 1911 e scomparso nel 1960) in una

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Il sassofonista Gerry Mulligan (1927-1996) esegue due sue composizioni pensate appositamente per sax baritono e orchestra insieme all’Orchestra Filarmonica di Stoccolma, diretta per l’occasione da Dennis Rusell

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In formato bluray la Dynamic pubblica il debutto nella regia d'Opera di Dario Argento del 2013 con Macbeth di Verdi al Teatro Coccia di Novara. Il Cast vede Giuseppe Altomare nel ruolo del titolo e Dimitra Theodossiou

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Un ritratto della camaleontica chitarrista di formazione classica Sharon Isbin in un documentario che include la performance alla Casa Bianca ed esecuzioni di musiche di Howard Shore, Mark O’Connor (che concerta con