• Mondo Classico

    Guarda Maria de Buenos Aires

    Sedotta dal fascino di Buenos Aires, la “regina del Rio de la Plata”, la bella Maria si lascia inebriare dalla sua impetuosa poesia, dalla danza e dagli uomini.  Due argentini al timone di questa creazione dell’Opera Nazionale del Reno a Strasburgo: Matias Tripodi per la coreografia e la regia, e Nicolas Agullo, che dirige l’Orchestra La Grossa. Astor Piazzolla è ritenuto il più grande compositore di tango del XX secolo. Nato nel 1921 a Mar del Plata, trova presto la propria ispirazione nel jazz, la musica di Bach e il tango argentino. Diventa bandoneonista e segue gli insegnamenti di Alberto Ginastera, uno dei più grandi compositori argentini del tempo. Nel 1955 avvia la sua opera di rinnovo del tango tradizionale e crea il “tango nuevo” con la propria orchestra, l’Octeto Buenos Aires. Piazzolla definiva la sua Maria de Buenos Aires “tango operita”, operetta tango. Il libretto è di Horacio Ferrer, giornalista e poeta uruguaiano. Vi scopriamo la giovane Maria, «dimenticata tra le donne», che lascia il suo sobborgo natale per recarsi nella capitale. Abbagliata dai fasti della città, si lascia ingannare dai numerosi pericoli che essa cela e finisce per vendere il suo corpo. Dopo la sua morte, la sua ombra è condannata ad errare negli Inferi - Buenos Aires stessa - finché la parola poetica del narratore non la libererà. Eletto teatro dell’opera dell’anno dalla rivista Opernwelt, l’Opera Nazionale del Reno ha presentato Maria de Buenos Aires in occasione del festival Arsmondo che nel 2019 metteva alla ribalta l’Argentina. Il tanguero argentino  Matias Tripodi firma la coreografia e la regia di questa produzione, momento culminante della collaborazione avviata nel 2017 con l’Opera del Reno.  L’orchestra parigina La Grossa è diretta dal maestro argentino Nicolas Agullo. con : Stefan Sbonnik Alejandro Guyot Ana Karina Rossi con : Ballet de l'Opéra national du Rhin con : Federico Sanz (Violon) Carmela Delgado (Bandonéon) Composizione : Astor Piazzolla Direzione musicale : Nicolas Agullo Orchestra : La Grossa - Orchestre Tipica de la M Coreografia : Matias Tripodi Libretto : Horacio Ferrer Costumi : Xavier Ronze Luci : Romain de Lagarde Video : Claudio Larrea Paese : Francia Anno : 2019

    ‘O Scarpia mio

    Cosa c’entra Tosca con “’O Sole mio”? Leggete queste righe e lo scoprirete. Oppure ascoltate la “prima” della Scala (in teatro, o in diretta il 7 dicembre su Rai1). Si eseguirà la versione che il 14 gennaio del 1900 debuttò al Teatro Costanzi di Roma. E che da allora non è stata più presentata, perché Puccini ebbe successivamente dei ripensamenti e la cambiò. Roger Parker, tra i più insigni studiosi pucciniani, l’ha ricostruita e pubblicata nella nuova edizione critica che il mese prossimo verrà suonata per la prima volta (da allora), innestandosi nel progetto voluto da Riccardo Chailly di rappresentazione delle opere pucciniane in versioni “originali” (cioè relative alle prime rappresentazioni). “Ci sono piccole differenze, cento battute su oltre tremila”, precisa Parker, “ma in punti che tutti conoscono”. Quali? “La novità più impressionante è alla fine dell’opera quando c’è la ripresa del tema di ‘E lucean le stelle’. I critici hanno problemi con questo richiamo, perché Cavaradossi è morto e Tosca non ha mai sentito quella melodia. Eppure lei ci canta sopra, in maniera molto coinvolta. Drammaturgicamente è un nonsense. Alla fine dell’opera, dopo ‘O Scarpia avanti a Dio’, c’è una straordinaria reminiscenza dell’aria, un’espansione sinfonica che nella versione successiva Puccini ridusse drasticamente”. Una modifica che, proprio alla fine, non passerà inosservata. Possiamo fare una mappa delle altre più significative? “Nel secondo atto quando Tosca chiede a Scarpia il prezzo del lasciapassare. La Callas lo faceva quasi parlato. In questa prima versione Tosca lo canta con un acuto su ‘prezzo’. Anche qui si tratta di modifiche circoscritte ma in punti cruciali, dunque molto evidenti rispetto alla memoria degli ascoltatori. Il momento in cui Tosca colpisce Scarpia, e lui barcolla, nella prima versione è più lungo e ci sono delle didascalie che descrivono una sorta di danse macabre fra i due, che verrà realizzata in scena”. E poi? (...) L'intervista completa di Andrea Estero a Roger Parker sulla versione "originale" di "Tosca" (in scena dal 7 dicembre al Teatro alla Scala) è pubblicata nel numero 246 di "Classic Voice"
  • Recensioni Opere Concerti e Balletti

    Mozart – Idomeneo

    ROMA - Argomento ma soprattutto struttura musicale collocano senz’altro Idomeneo nel gran filone dell’opera seria che il Settecento eredita dal Barocco e Gluck “riforma” in un modo che Mozart farà suo a tal punto da potersi quasi definire Idomeneo la più bell’opera di Gluck. L’involucro formale è dunque un inno alla severa classicità che guarda dappresso al marmo della tragédie-lyrique francese: ma il soffio melodico che l’investe da cima a fondo proclama solo Mozart nell’intrico sapiente delle armonie, nel proliferare delle tonalità minori e dei passi contrappuntistici, nelle “rotture” che modulazioni dissonanti, cromatismi, impasti timbrici insoliti incidono su quel marmo con effetto espressivo era allora da choc e oggi va invece ricreato. Sicché il Mozart moderno (quello che da Harnoncourt è giunto fino a Currentzis, attuale Pontefice Massimo di tale imposto esecutivo) tende a evidenziare appunto tale terremoto interno, di esso facendone il motore espressivo. Ma Mozart è Mozart: come tutti i grandissimi, diverse possono - ovvero debbono - essere le strade attraverso cui esplicitare l’enorme contenuto del suo teatro. Michele Mariotti, ripensando in toto il suo Idomeneo bolognese di nove anni fa, lavora anch’egli sulla timbrica, sull’armonia e in generale su tutta la struttura formale, puntando però a esaltarne non le rotture col passato bensì l’equilibrio delle strutture interne tra di loro e col Classicismo nel quale sono nate e dal quale si proiettano sul futuro. Dinamica pertanto sfrangiatissima ma suoni sempre morbidi, avvitati in continuo divenire lungo una tensione narrativa priva d’alcun allentamento: e la cui “tinta” dominante è una dolorosa, inquieta, austera pateticità che ha il respiro della grande tragedia classica. In questo, la sintonia con lo spettacolo è assoluta. La scena unica e nuda di Carsen è una petrosa spiaggia grigia davanti a un mare di piombo il cui perenne movimento ondulatorio è sensibilissimo sismografo emotivo della vicenda così come la scandisce l’orchestra: una massa umana preme sulla recinzione che separa quella da questo, mettendo in immediata ancorché non enfatizzata relazione gli antichi prigionieri troiani coi rifugiati di oggi, entrambi reduci dall’aver solcato quella plumbea massa ondosa. Una regia scarna, asciuttissima ma mai statica nel continuo rapportarsi dei personaggi con gli altri e con se stessi. Il mostro? Mai altrettanto inquietante “cosa nostra”: la guerra, col suo strascico di morti, di città devastate che vediamo scorrere sullo schermo nel fondo, col buio rotto da vampe di fuoco, con le divise militari e i giubbotti di salvataggio, da cui tutti si liberano abbracciandosi in un finale di lancinante poesia, dove utopia e relativa flebile speranza fanno timidamente ma risolutamente capolino. È Mozart. Charles Workman ha impersonato molte volte Idomeneo: stile, e autorità tanto vocale quanto scenica ne fanno ancora un protagonista ideale. Splendida Ilia è Rosa Feola: bel timbro, linea retta da ottima tecnica e musicalità ineccepibile, tavolozza accentale da grande artista. L’edizione scelta da Mariotti e Carsen è quella viennese, quindi con Idamante tenore (e dunque s’ascolta il bellissimo duetto “Spiegarti non poss’io” tra Ilia e Idamante, ma viene omesso il rondò con violino concertante “Non temer amato bene”, quello che Mozart rielaborerà sostituendo il pianoforte al violino e facendone la sua più bella aria da concerto): non debordante, la voce di Joel Prieto, ma stile e fraseggio la rendono duttile materiale che plasma un umanissimo personaggio. Un solo bemolle, in questa altrimenti perfetta serata di grande teatro musicale: l’Elettra di Miah Persson, fissa e stonata da paura, ogni acuto una rasoiata, legati sbrindellati, coloratura da asmatica cronica. Elvio Giudici   Su "Classic Voice" di carta o in digitale c'è molto di più. Scoprilo tutti i mesi in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html  

    Verdi – Tre atti (Simone, Aida, Otello)

    PIACENZA - Sempre felice perché propositiva controcorrente, il Municipale di Piacenza sotto la

    Attacco al Festival respinto

    PARMA - Tre i titoli di punta del Festival Verdi 2019, mentre tra un anno ci attendono Lombardi alla prima
  • Maria de Buenos Aires dal “teatro d’opera dell’anno”, l’opera “tanguera” di Piazzolla

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    246 - Novembre 2019
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    Silent City

    L’opera “Silent City”, in scena a Matera dal 29 novembre al 1 dicembre 2019, è un esperimento di co-creazione con le comunità durato due anni, ideato da Vania Cauzillo e Alessandra Maltempo, direttrici artistiche della Compagnia Teatrale l’Albero e coprodotto con la Fondazione Matera Basilicata 2019. La Compagnia lavora da anni per reinventare nuovi format e immaginare nuovi pubblici dell’Opera lirica. Ogni artista chiamato che ha lavorato al processo creativo si è confrontato con le comunità di Matera e della Basilicata al fine di costruire una mappa narrativa della memoria di oggi e di ieri della città. Ogni fase creativa è stata realmente validata dalle comunità, scavando nella dimensione emotiva, traducendola in musica, poesia, personaggi e scene. Nelle parole del compositore scozzese Nigel Osborne: “la musica in prima istanza e più di ogni altra cosa è la voce stessa degli abitanti di Matera”. In un gioco temporale in cui si raccontano due generazioni, protagonisti della storia sono tre ragazzi che in un giorno di scuola, fuggendo nella parte più buia e antica della città, a loro proibita, incontreranno un loro coetaneo che non sa parlare e che chiameranno Fanciullo del Silenzio. Questo bambino li condurrà all’interno di una memoria del sottosuolo: la storia della città dimenticata, una riscoperta di una memoria collettiva. Nella visione del regista inglese James Bonas “dalla danza del Fanciullo del Silenzio nasce un nuovo mondo”. Parole a cui fa eco la librettista Cristina Ali Farah raccontandoci come “dalla più profonda oscurità dei Sassi di Matera sorge la Città della Luce, simbolo del futuro” Un grande processo di produzione partecipata di respiro europeo che oggi viene restituita in scena da un cast di giovani talenti del canto e della danza. L’esecuzione musicale è affidata all’Orchestra Senzaspine - coproduttrice dell’Opera - diretta da Tommaso Ussardi. Una drammaturgia collettiva reale e tangibile in seno alla quale ha trovato spazio anche la sperimentazione dell'orchestra elettroacustica, un progetto di collaborazione tra MaterElettrica della Scuola di Musica Elettronica e applicata, diretta dal Fabrizio Festa del Conservatorio di Musica “E. Duni” di Matera e la Reid School of Music, dell'University of Edimburgh. L'opera porterà in scena anche l’idea di Matera come spazio scenico, disegnato come un paesaggio fatto di persone, realizzato da Open Design School assieme allo scenografo  Bruno Soriato. In scena ritroveremo gli eco delle profonde caverne, il sibilare del vento, lo scorrere delle acque sotterranee e le antiche voci dei bambini, fino ai suoni della città moderna e delle sue macchine di costruzione. In questa dinamica tra rumore e silenzio si racconta "Silent City", che nasconde nella propria pancia infiniti suoni antichi che testimoniano un passato tutt'altro che pacificato, intimo e perturbante, al quale è cruciale dare dignità e del quale gli artisti e la comunità stessa si fanno, oggi, portavoce. L’opera così diventa uno spazio sonoro, ispirato a Matera, ma allo stesso tempo aperto ad un futuro remoto, un luogo dove tutto può ancora accadere, dove tutto è ancora da immaginare. direzione artistica: Vania Cauzillo e Alessandra Maltempo. Un’opera di: Nigel Osborne e le comunità di Matera Composizione elettroacustica: Fabrizio Festa, Peter Nelson Nigel Osborne, Carlo Cozzolongo,Gianpaolo Cassano, Gavin McCabe and Leo Butt Libretto: Ubah Cristina Ali Farah direzione d’orchestra: Tommaso Ussardi regia: James Bonas drammaturgia: Andrea Ciommiento coreografie: Cydney Uffindell-Phillips assistente coreografie: Anna Moscatelli Regia del suono: Fabrizio Festa Sound Producer: Peter Nelson video design: Zakk Hein lighting design: Rob Casey Scenografia: Bruno Soriato ass. scenografia : Mimma Giovinazzo Direttrice di Scena: Elisa Mangano Spazio Scenico: ideazione e realizzazione a cura di OPEN DESIGN SCHOOL MATERA Interpreti Chiara Osella, MADRE Gabriele Montaruli, RAGAZZO DEL SILENZIO Elisa Soster, CATERINA Milo Harries, DOMENICO Carlo Massari, ROCCO Giorgio Celenza, COSTRUTTORE Luca De Lorenzo, COSTRUTTORE Esecuzione musicale Orchestra Senzaspine MaterElettrica Coproduttore di progetto Orchestra Senza spine, IT Partner di progettp Opera Circus, UK Universa Musica \ Unibas, IT Materahub, IT Setticlavio IT Conservatorio di Musica E. Duni Matera - MaterElettrica, Italia Music Edinburgh College of Art, University of Edinburgh, UK Istituto Italiano di Cultura Edimburgo, Scozia Operasonic, UK   matera-basilicata2019.it  
  • Eventi
    A Palermo “Das Paradies un die Peri”, oratorio profano messo in scena da Anagoor

    Schumann sposa l’Islam

    Hanno viaggiato in Iran, Turchia e Siria per trovare le radici della Peri di Schumann, cacciata
    Mariotti-Vick all'inaugurazione del Rossini Opera Festival numero 40 con la monumentale "Semiramide"

    Quattro ore di puro belcanto

    Gli anniversari non dicono tutto, a meno che non mettano a fuoco l'anima di un Festival che taglia
    Il Festival della Valle d'Itria celebra fino al 4 agosto l'opera partenopea. Che influenzò anche Offenbach

    Martina Franca parla napoletano

    È il secolo d'oro di Napoli, in un'Europa già unita dalla musica italiana, il cuore della 45°
  • Novità CD

    SCHOENBERG BERG – WEBERN

      La Seconda Scuola di Vienna in un cofanetto che racchiude le registrazioni di Giuseppe Sinopoli con la Staatskapelle di Dresda: Pierrot Lunaire, Erwartung, A survivor from Warsaw, i Gurrelieder di Arnold Schoenberg; il Concerto per violino, i Lieder, il Concerto da camera di Alban Berg; la Sinfonia op. 21, le Variazioni op. 30, i Sei pezzi per orchestra op. 6 e la Passacaglia di Anton Webern. Un momento fondamentale della rivoluzione culturale europea del Novecento riletto da un maestro della musica mitteleuropea.             Su “Classic Voice” di carta o nella copia digitale c’è molto di più. Scoprilo tutti i mesi in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html    
  • Novità DVD

    Puccini Madama Butterfly

      L’opera che inaugurò la stagione 2016-17 della Scala approda in un doppio dvd curato da Decca e Rai Com. Si tratta della versione originale del 1904 (la “prima” Butterfly, poi pesantemente rimaneggiata da Puccini dopo il fiasco scaligero), con Riccardo Chailly sul podio, la regia di Alvis Hermanis e Maria José siri nel ruolo del titolo.         Su “Classic Voice” di carta o in digitale c’è molto di più. Scoprilo tutti i mesi in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html    
  • Recensioni CD

    Rachmaninov – Sinfonie n. 1 op. 13, n. 2 op. 27, n. 3 op. 44 Danze sinfoniche op. 45 / Balakirev – Russia, Tamara

    L’accostamento delle tre Sinfonie - riunione delle esecuzioni dal vivo realizzate da Gergiev tra il 2008 e il 2015 - consente una visione panoramica del tormentato percorso del compositore e di quel cimento sinfonico risalente agli anni in cui era studente di Conservatorio, testimoniato dalla Sinfonia “Giovinezza”, un’opera che rispetto all’ampiezza del progetto è rimasta ferma al primo movimento, significativo tuttavia nel cogliere già, pur tra l’evidente devozione per il Ciaikovskij della Quarta Sinfonia, quelle ombre che troveranno una più tormentata diramazione nella Prima Sinfonia, di quattro anni successiva. L’insuccesso della prima esecuzione, nel 1917, responsabile anche la sciagurata direzione di un Glazunov alticcio, procurerà al compositore quella depressione da cui uscirà solo qualche anno dopo, con il successo della sua creazione più celebre, il secondo Concerto per pianoforte e orchestra. La Seconda Sinfonia, composta tra il 1906 e il 1907 -  il primo movimento in Russia, gli altri a Dresda dove si era trasferito per sfuggire al clima tormentato del paese - presentata con un calorosissimo successo al pubblico di San Pietroburgo sotto la direzione dell’autore l’8 febbraio 1908, segna il pieno superamento della crisi depressiva. Più problematico l’ultimo periodo, quello americano di cui la Terza Sinfonia offre uno spaccato sintomatico, riassunto dal sibillino giudizio di Stravinskij: “Ricordo le prime composizioni di Rachmaninov. Erano ‘acquerelli’, melodie e pezzi per pianoforte con la fresca impronta di Ciaikovskij. Poi, a venticinque anni, si diede agli ‘oli’ e diventò un vecchissimo compositore davvero. Non aspettatevi che sputi su di lui per questo: egli era, come ho detto, un uomo che incuteva timore, e, per di più, ve ne sono molti altri prima di lui su cui sputare”. Lo stesso Rachmaninov non nascondeva la sua istintiva distanza dagli imperativi della “modernità”: “Non ho simpatia per chi compone secondo formule prestabilite o teorie preconcette, o per chi scrive per chi scrive in un certo stile perché è la moda a volerlo. La musica non deve raggiungere mentalmente come se si trattasse di un prodotto di sartoria fatto su misura”. Pensieri che accendevano un oscuro rovello affiorante nell’ossessione di quel lugubre tema del Dies irae che lo perseguiterà a lungo e che ritroveremo nella Seconda e Terza Sinfonia, nella Rapsodia su un tema di Paganini fino al tardo Quarto Concerto e alle Danze Sinfoniche. La stessa ossessione che penetra la gremita scrittura pianistica a rivelare la presenza di un inquietante, nevrotico fantasma da cui è difficile liberarsi. È proprio questo aspetto che muove la lettura di Gergiev, mai condiscendente alla facile seduzione melodica che sotto la pulsazione della sua piccola bacchetta si allarga fino ad una tensione spasmodica, impressionante. Gian Paolo Minardi     Su “Classic Voice” di carta o nella copia digitale c’è molto di più. Scoprilo tutti i mesi in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html          
  • Recensioni DVD

    Vaccaj – Giulietta e Romeo

    Certo, “Ah! se tu dormi, svegliati”. Il finale di Vaccaj che la spensierata e furba diva Malibran costumava piazzare al posto della sublimissima scena conclusiva dell’opera di Bellini, il cui recitar cantando è di tale levatura da essere incompatibile con la comprensione della quasi totalità del pubblico dell’epoca (ma anche adesso, si sente sospirare per la mancanza d’una pimpante cabalettona ipervirtuosistica…). Tanto sublime che, volenti o nolenti, riecheggia molesto nella mente nel mentre s’ascolta un brano molto ben scritto, molto insolito per l’arpa che stilla sulla linea vocale, in generale molto in linea coi sacri dettami melodici d’estrazione Scuola Napoletana cui s’affidò Vaccaj per campare nella breve e per lo più arida terra di mezzo tra gli ultimi fuochi rossiniani (di due anni più giovane di lui) e le prime vampate bellinian-donizettiane: gradevole, senz’altro, ma che uscendo nella fresca notte martinese già si ricordava a stento. Laddove dalla plastica scolpitura del declamato-arioso belliniano si ripercorre a ritroso tutta la partitura restata imperitura nella memoria… Comunque. Comunque val sempre la pena riempire un “buco” di cui c’è contezza ma non documento sonoro con relativa verifica scenica. Purché lo si riempia bene e con adeguato criterio musicologico. Qui l’esecuzione è lodevole, ma il lato musicologico subisce un vulnus grave e inspiegabile: tanto più in un festival che da sempre ha pretese di riscoperte. Vaccaj ha scritto recitativi secchi, puntualmente rispettati nell’ottima edizione critica di Ilaria Narici: e perché cavolo li ascoltiamo con un accompagnamento orchestrale frutto della discutibile fantasia del direttore e della pianista martinese Carmen Santoro? C’entrano niente, il fuori stile s’avverte e infastidisce parecchio. Peccato, perché in generale la direzione è molto precisa e accurata, quantunque un po’ di accensione in più non credo avrebbe nuociuto: specie perché l’orchestra della scaligera Accademia si rivela assai ben preparata e duttile (niente male il corno che accompagna l’arrivo di Romeo nella tomba), con un suono elegante di stile impeccabile; qualità peraltro ottimamente condivisa col coro del Municipale piacentino, che canta con vigore e bell’aplomb, recitando per giunta assai bene. L’impianto scenico di Alessia Colosso, tenuto conto delle non debordanti possibilità del palcoscenico, è molto intelligente: gran muro in diagonale in cui si apre la stanza-tomba di Giulietta e in cui si svolgono anche efficaci controscene durante certi episodi corali in basso. E particolarmente intriganti i costumi di Giuseppe Palella. Dato che l’opera tralascia tutto l’incontro e iniziale innamoramento dei due amanti principiando coi preparativi di guerra, i Capuleti sono tutti in nero e i Montecchi in candido ammanto ed entrambi strizzano l’occhio alle pellicole fantasy danno luogo a movimenti di notevole suggestione, grazie anche al concorso di sei mimi bravissimi. In generale la gestualità organizzata dalla Ligorio è efficace: l’adolescenziale ruvidezza di Romeo, la sensualità rapinosa di Giulietta, il rapporto secco e arido dei genitori di lei, la protervia di Tebaldo sono tutti tratti individuati e resi assai bene, senza un momento di stasi che giova assai a una partitura al riguardo alquanto divagante. Bravissima Leonor Bonilla, linea ben appoggiata e proiettata (specie in alto), ottimo legato, fraseggio eloquente, figura accattivante e recitazione spigliatissima; magnifico il timbro della Lupinacci, e linea anch’essa di ottimo imposto, quantunque un filo debole in basso: e la suddetta tanto famosa scena finale di Romeo la canta davvero bene. Se troppo rozzo e sguaiato è il Tebaldo di Vasa Stajkic, i due Capuleti sono figure di spicco più scenico che vocale a causa d’una scrittura non proprio memorabile: ma Leonardo Cortellazzi e Pauletta Marrocu, con la loro scolpitura di fraseggio e la loro padronanza scenica (forte momento, quando lei scaccia il marito dal cadavere della figlia) lo fanno del tutto dimenticare. Elvio Giudici       Su “Classic Voice” di carta o nella copia digitale c’è molto di più. Scoprilo tutti i mesi in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html          
Ultime Novità CD

FARINELLI

Cecilia Bartoli (cd Decca)   Cecilia Bartoli pubblica un nuovo album che celebra il più famoso cantante del diciottesimo secolo: il castrato Farinelli. In uscita l’8 novembre, il disco include arie del

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The complete Symphonies - Orchestral Songs (12 cd Decca)   Due anniversari in uno accompagnano l’uscita di questa raccolta con l’integrale mahleriana stampata per la prima volta in Blue-ray audio (Sinfonie
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Belcanto The Tenors of the 78 Era

(2 dvd, dvd bonus, 2 cd, 2 libri Naxos)   Enrico Caruso, John Mc Cormack, Leo Slezak, Tito Schipa, Richard Tauber, Beniamino Gigli e altri fino a Jussi Björling (nato nel 1911 e scomparso nel 1960) in una

Gerry Mulligan Concert

Il sassofonista Gerry Mulligan (1927-1996) esegue due sue composizioni pensate appositamente per sax baritono e orchestra insieme all’Orchestra Filarmonica di Stoccolma, diretta per l’occasione da Dennis Rusell

Verdi

In formato bluray la Dynamic pubblica il debutto nella regia d'Opera di Dario Argento del 2013 con Macbeth di Verdi al Teatro Coccia di Novara. Il Cast vede Giuseppe Altomare nel ruolo del titolo e Dimitra Theodossiou

Sharon Isbin

Un ritratto della camaleontica chitarrista di formazione classica Sharon Isbin in un documentario che include la performance alla Casa Bianca ed esecuzioni di musiche di Howard Shore, Mark O’Connor (che concerta con