• Mondo Classico

    Il caso Gatti. Una questione di metodo

    Gli atti di violenza contro le donne, fisica o anche solo psicologica, sono un grave problema del nostro tempo che non va assolutamente sottovalutato. Soprattutto se esercitati in un luogo di lavoro, come merce di scambio o occasione di ricatto. Ma il caso del licenziamento di Daniele Gatti da parte dell’Orchestra del Concertgebouw merita qualche riflessione particolare. Anzitutto, i fatti. Nei giorni scorsi, il "Washington Post" ha pubblicato la denuncia di due cantanti, Alicia Berneche e Jeanne-Michele Charbonnet, che accusano il direttore italiano di averle molestate. I fatti risalirebbero al 1996 e al 2000. Oggi l’Orchestra del Concertgebouw ha annunciato il licenziamento con effetto immediato di Gatti dalla direzione musicale e la sua sostituzione anche per i concerti già programmati per questo mese. Il comunicato spiega che queste denunce hanno creato grande agitazione tra i musicisti e aggiunge che alcune orchestrali hanno riferito comportamenti di Gatti ritenuti inappropriati considerando la sua qualifica di direttore musicale. Da parte sua, il maestro ha prima diffuso un comunicato nel quale si scusa verso le donne “che pensano di non essere state trattate da lui con il dovuto rispetto”, quindi ha dato mandato al legale di tutelare la propria reputazione e intraprendere eventuali azioni contro la campagna diffamatoria. E adesso le riflessioni. 1 Le molestie sessuali denunciate dalle due cantanti sono certamente un fatto da condannare e nemmeno il ritardo dell’accusa (22 anni nel primo caso, 18 nel secondo) ne attenua la sgradevolezza. Ma non risulta che ci sia stata violenza in termini propri (occorrerebbe poi stabilire cosa è effettivamente violento, cioè quando una avance si trasforma in un reato), né che la pronta reazione al comportamento del direttore abbia arrecato alle due vittime un danno conseguente. 2 Le musiciste del Concertgebouw avrebbero potuto/dovuto denunciare immediatamente i comportamenti inappropriati del direttore. Invece sono uscite allo scoperto soltanto dopo l’articolo pubblicato dal "Washington Post". Il licenziamento con queste motivazioni diventa un atto di moralismo spicciolo. 3 Il fatto che Daniele Gatti sia oggi uno dei maggiori talenti della direzione d’orchestra non lo autorizza naturalmente a tenere comportamenti che possano essere recepiti come oltraggiosi da parte di chicchessia. Ma neanche dovrebbe esporlo alla condanna e alla gogna mediatica che si sta scatenando nei suoi confronti. La denuncia di eventuali reati non va fatta ai giornali ma ai tribunali. E poi tocca ai giudici verificarne la fondatezza.

    Netrebko e Kaufmann insieme

    Un rapido viaggio alla scoperta delle novità più interessanti della prossima stagione non può che partire da Londra. Melomani di tutto il mondo, segnatevi queste date: 21 e 25 marzo, 2 e 5 aprile 2019. Anna Netrebko e Jonas Kaufmann, i più celebrati cantanti d’opera del nostro tempo, saranno i protagonisti de La forza del destino diretta da Pappano alla Royal Opera House. È la seconda volta che i due fanno coppia in un titolo operistico: era successo soltanto nel 2018, sempre a Londra, nella Traviata.  Ma al di là delle implicazioni divistiche, l’operazione si annuncia  interessante anche per la regia di Christof Loy e il resto del cast (Tézier, Simeoni, Furlanetto, Corbelli).  Nelle dieci recite, ai due protagonisti si alterneranno Ludmilla Monastyrska e l’immancabile (dove c’è la moglie, c’è anche lui) Youssif Eyvazov. Chi non potrà andare al Covent Garden, potrà vederla al cinema il 2 aprile. Kaufmann sarà anche protagonista dell’Otello di Monaco, con Anja Harteros e Gerard Finley nel cast e la direzione di Petrenko. Il direttore musicale della Bayerische Staatsoper farà coppia con il tenore anche per le riprese di Fidelio e Maestri cantori e sarà sul podio per un’altra attesa novità: Salome con la regia di Krzystof Warlikowski. La Netrebko sarà protagonista dell’apertura del Met di New York con Adriana Lecouvreur, nell’allestimento di David McVicar (nuovo per New York, ma già visto a Londra e Vienna: è una coproduzione fra cinque teatri) e con Gianandrea Noseda sul podio. La notizia è che nel cast annunciato non c’è, almeno per ora, il nome di Eyvazov. Sembra che il “pacchetto famiglia” per una volta sia saltato: il ruolo di Maurizio dovrebbe essere ricoperto da Piotr Beczala per tutte le 8 recite. Difficile scegliere fra le proposte dell’Opéra: Michele Mariotti, che è in partenza da Bologna e sembra aver stabilito un rapporto privilegiato con Parigi, dirigerà tre titoli tra cui Gli Ugonotti. Per restare alle nuove produzioni, da ricordare Simon Boccanegra con Fabio Luisi sul podio e la regia di Calixto Bieito e I Troiani diretti da Philippe Jordan con la regia di Dmitri Tcherniakov. Quest’ultimo protagonista anche a Berlino per Matrimonio al convento di Prokofiev, direttore Daniel Barenboim al quale toccherà anche l’apertura con Medea di Cherubini, protagonista Sonia Yoncheva. Ad Amsterdam da segnalare il Pelléas diretto da Daniele Gatti... (l'articolo completo è pubblicato su "Classic Voice" n. 229) Mauro Balestrazzi Sul mensile "Classic Voice" di carta o in digitale c'è molto di più scoprilo in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html
  • Recensioni Opere Concerti e Balletti

    La Bayadère – La Bisbetica domata – Bolshoi Ballet

    MILANO - Una produzione di alta tradizione e fitta di interpreti, Bayadère, e una moderna, di medio formato, La bisbetica domata (nella foto a fianco, ndr): questa la scelta bifronte del Bolshoi Ballet per presentarsi alla Scala di Milano in settembre. Bayadère è un balletto irresistibile. L’India misteriosa che ha nutrito la fantasia coreografica di Marius Petipa, dal debutto a San Pietroburgo nel 1877, regala tuttora planetariamente i suoi incanti policromi mentre l’universo parallelo in cui trionfa il disegno geniale dell’atto bianco apre poi le porte del sogno. L’atto delle ombre, il primo stupefacente capitolo di Bayadère approdato all’ovest, all’Opéra di Parigi nel 1961 per merito del Kirov, rivaleggia in bellezza con il secondo di Giselle e con le parti bianche del Lago dei cigni. Dev’essere il corpo di ballo a brillare, per impeccabile perfezione d’insieme. Con tutta la magnificenza seducente delle sue ipnotiche ballerine-ombre (64 in arabesque penché-copia conforme, una in fila all’altra, in origine, oggi normalmente 32), questo titolo prezioso è andato in scena al Piermarini nella versione di Yuri Grigorovich (inserti di Chabukiani, Sergueyev, Zubkovsky) ripresa nel 2011 per la compagnia moscovita, ospite d’onore delle Russian Seasons in Italia, patrocinate da Vladimir Putin. Ma prima della visione moltiplicata, nei fumi dell’oppio assunto come farmaco lenitivo dopo la morte per veleno di serpente dell’amata bayadera del tempio Nikiya, che il Bramino insidia invano e l’innamorato guerriero Solor non può sposare, costretto com’è dal Rajah a impalmare sua figlia Gamzatti, cupole, palme, fuochi, elefanti, ventagli, pappagalli, tamburi, brocche in equilibrio sul capo, tutto l’immaginario esotico d’Oriente occupa i primi due atti, colorati e intessuti di virtuosismi e personaggi favolosi, fachiri, gitani, ballerine in tutu carminio e turchese. L’atto bianco alla prima ha visto un corpo di ballo impeccabile, incantato, con tre soliste di notevole spicco, Elisaveta Kruteleva, Margarita Shrainer, Antonina Chapkina. Il dinamismo, la velocità, sono un marchio distintivo delle ballerine moscovite. Olga Marchenkova-Gamzatti, dalle bellissime doti, spinge però fin troppo su questo pedale. Svetlana Zakharova, Nikiya, porta al ruolo del titolo, sensuale e super-arduo, il marchio elegante della sua formazione pietroburghese e la sua maturità disincarnata. Makhar Vaziev, direttore in carica del Bolshoi Ballet dopo gli anni passati alla Scala, pure di scuola pietroburghese, non nasconde che lo stile a lui più gradito nel grande repertorio è quello raffinato appreso in casa Kirov Il trionfatore della prima è stato Denis Rodkin-Solor, elegante, leggero, preciso, spettacolare. Per una recita Jacopo Tissi è tornato, come Solor, nella Milano che ha lasciato per Mosca seguendo il suo direttore Makhar Vaziev in Russia. Ottima l’orchestra dell’Accademia della Scala diretta da Pavel Sorokin. Per Bisbetica domata di Jean-Christophe Maillot era invece in buca l’orchestra Verdi ben guidata da Igor Dronov nellaffrontare brani da film di Sostakovic. Moderna, narrativa e francese, vale a dire chic, con costumi haute couture a firma Augustin Maillot: questa creazione ad hoc 2014 per un cast scelto fa senz’altro al caso della compagnia dove si coltiva da sempre l’attitudine attorale e pantomimica. Maillot dirige i Ballets de Monte-Carlo dal 1993 e si sa come questa ricca località della Costa Azzurra abbia contato nella storia del balletto russo. I personaggi principali, contornati da un piccolo corpo di ballo-servi di scena, agiscono con slancio convinto tra gli elementi mobili geometrici bianchi di una scenografia essenziale (di Ernest Pignon-Ernest, abituale collaboratore del coreografo) animata dalle luci colorate e dalle videoproiezioni di Dominique Drillot. Gagliado, maleducato, gaglioffo e romantico vibra il Petruccio di Vladislav Lantratov, danzatore espressivo-eroico nello stile tipico della casa; la sua sposa ribelle, Ekaterina Krysanova, gli tiene testa a calci, ginocchiate e carezze. Incantevole la squisita coppia di Bianca-Olga Smirnova e Lucenzio-Semion Chudin nel passo a due dell’incontro poetico e nelle baruffe d’amore. Finale easy per Ekaterina e Vladislav con Tea for Two dopo l’intesa scoppiata in camera da letto. Elisa Vaccarino   Sul mensile "Classic Voice" di carta o in digitale c'è molto di più. Scoprilo in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html    

    Ciaikovskij – Pikovaja Dama

      SALZBURG - La seconda giornata di chi scrive al Festival di Salisburgo inizia con il più

    Mozart – Die Zauberflöte

      SALZBURG - C’è qualcosa che non va in un Flauto magico se i tre genietti vincono la gara
  • 233 - Ottobre 2018
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    Spot di Classic Voice 225



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  • Dibattiti e sondaggi

    Gli estremi si toccano

    Gentile Direttore, la recente programmazione di due nuove opere italiane si presta ad alcune considerazioni che mi permetto di sottoporre ai lettori di “Classic Voice”. La ciociara di Marco Tutino e Ti vedo, ti sento, mi perdo di Salvatore Sciarrino, prontamente e autorevolmente recensite dalla tua rivista, condividono a mio parere un tratto essenziale: l'assenza di un requisito non negoziabile perché si possa parlare di teatro musicale. Si può scegliere di narrare una trama o di procedere senza un contesto narrativo, di scrivere o no a numeri chiusi, di essere realisti o astratti, di rendere il canto comprensibile o di frammentarlo e ridurlo a fonema, di seguire una linea melodica o di spezzarla, di rispettare l'armonia tonale o di non tener conto di alcun predeterminato procedimento armonico, ma se si va in scena, se si chiama un regista a firmare l'allestimento, se si viene programmati all'interno della stagione di una fondazione lirico-sinfonica, allora vorrei assistere a un melo/dramma. Invece, entrambi i compositori dimostrano di non avere alcun desiderio di caratterizzare e differenziare i loro personaggi con i mezzi che contraddistinguono un'opera in musica e la rendono un caratteristico genere teatrale. Il lavoro di Tutino, che condivide con il romanzo di Alberto Moravia (1957) e il film di Vittorio De Sica (1960) soltanto il titolo, procede accumulando nel tempo un generico sinfonismo nel quale nuotano tutte le voci, che si possono distinguere non in base al carattere, ma soltanto per via del diverso registro. Sciarrino esaspera una sua tipica formula - salto ascendente nell'emissione seguito da un veloce glissando e dalla ripetizione di una o più parole - e la estende a tutti i personaggi, rendendoli così indistinti. Tutino procede in presenza, Sciarrino in assenza (il protagonista, Alessandro Stradella, è presente solo attraverso citazioni musicali: quasi - si parva licet - un Godot in musica), ma l'esito non cambia. Altro elemento comune è un aspetto mistico: una mistica della banalità per Tutino, che fa della prevedibile semplicità della propria musica e della corrività del testo un orgoglioso vessillo, e una mistica del tecnicismo per Sciarrino, unita a un'autoreferenzialità che, come testimoniato dalla recente mostra a lui dedicata a Milano, assume anche tratti feticisti. Infine, le due opere condividono il disinteresse verso l'umanità possibile delle donne e degli uomini che portano in scena, ridotti a caricature vocali e a stilemi di un tempo che fu. Gli estremi si toccano. Sandro Cappelletto   Su "Classic Voice" di carta e in digitale c'è molto di più. Scoprilo in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html  
  • Eventi
    Torino e dintorni, fino al 13 novembre

    Micron, l’opera da camera

    Giunge quest’anno alla quattordicesima edizione Micron, rassegna torinese dedicata al teatro
    Arese, piazza Carlo Alberto Dalla Chiesa, 6 e 13 luglio

    La piazza in jazz

    Con una tradizione ormai consolidata di proposte di alto profilo, torna puntuale come ogni estate
    Salsomaggiore Terme (PR), 22 giugno ore 18 e 21,15

    Salso Summer Class & Festival

    In veste inedita Peppe Vessicchio, icona della musica popolare italiana, è protagonista della
  • Novità CD

    John Adams Doctor Atomic

        Con Gerald Finley nel ruolo principale del dottor Oppenheimer e l’autore sul podio della Bbc Symphony Orchestra, Doctor Atomic (2005) racconta delle ultime ore che hanno preceduto il primo test nucleare ad Alamagordo in New Mexico nel luglio 1945. Il libretto di Peter Sellars è basato su diari personali, interviste, manuali tecnici dello staff, documenti governativi riservati (in seguito resi pubblici) e poesie di Muriel Rukeyser, contemporanea di Oppenheimer.         Nel mensile “Classic Voice” di carta o in digitale c’è molto di più. Scoprilo in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html  
  • Novità DVD

    Belcanto The Tenors of the 78 Era

      Enrico Caruso, John Mc Cormack, Leo Slezak, Tito Schipa, Richard Tauber, Beniamino Gigli e altri fino a Jussi Björling (nato nel 1911 e scomparso nel 1960) in una corposa raccolta che documenta l’arte dei tenori e dei belcantisti attivi nella prima metà del Novecento e le cui voci venivano incise su dischi a 78 giri. Artisti come Gigli, Tauber, Melchior che, con l’avvento del film sonoro, divennero delle star indiscusse.             Nel mensile “Classic Voice” di carta o in digitale c’è molto di più. Scoprilo in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html        
  • Recensioni CD

    Kennedy meets Gershwin

      Fu uno dei primi violini con la cresta, uno dei primi a rompere l’etichetta del “siamo seri ed eleganti”, ma soprattutto a calpestare l’erba dei vicini, fossero pop, etno, jazz. L’attrazione per Gershwin, Nigel Kennedy confessa risalire all’adolescenza e al candido stupore per le esecuzioni di Stéphane Grappelli. Il modello o i modelli di questo incontro con Gershwin sono dunque agés. Lo spirito che a Kennedy piace rievocare è quello delle registrazioni anni Trenta: molta presenza e pulizia acustica, molta naturalezza dei begli anni andati. Tutto bene. Ma che cosa porta il suo violino scanzonato e a volte provocatorio nel Gershwin che già di suo calpestava tanta erba dei vicini? Poco di libero e molto di ossequioso. I brani sono dieci: otto “autentici” (Rhapsody in Claret and Blue, Our Love is Here to Stay, The Man I Love, Summertime, Porgy and Bess, How Long Has This Been Going On, They Can’t Take that Away from Me, Oh, Lady Be Good), più due suoi: Time, tre minuti elettrici e informali, più una Fantasy di dieci minuti che lavora (Kennedy al pianoforte) sul materiale di They Can’t Take. Strumentalmente i quattro meritano rispetto, ma non ci sono scarti da un prevedibile standard. La maniera prevale. Gli arrangiamenti e le improvvisazioni in The Man I Love, Summertime e Porgy and Bess sono poca cosa. Più che il graffio di un giovane provocatore, sembra l’omaggio di un vecchio nostalgico.  A poco serve la corsetta finale di Oh, Lady Be Good. Gershwin non fu mai lezioso. Se George suona come l’orchestrina di una nave da crociera, siamo fuori rotta. Carlo Maria Cella   Nel mensile “Classic Voice” di carta o in digitale c’è molto di più. Scoprilo in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html
  • Recensioni DVD

    Ciaikovskij La dama di picche

    È ora disponibile in dvd/bd l’edizione della Dama di picche che Mariss Jansons ha diretto l’anno scorso all’Opera Nazionale Olandese di Amsterdam con l’orchestra del Concertgebouw per la regia di Stefan Herheim. È uno spettacolo tra i più attesi, seguiti e recensiti di una passata stagione operistica europea. In primo luogo perché la presenza di Jansons su un podio lirico è evento più unico che raro – a dispetto del fatto che il musicista di Riga abbia più volte dichiarato che adora dirigere a teatro anche più che nelle sale da concerto -; secondariamente perché le messinscene di Herheim rappresentano sempre un punto interrogativo per il pubblico che si prepara ad assistervi, tante e tali sono le soluzioni da lui escogitate di volta in volta. In questo caso l’idea che sorregge lo spettacolo è di rileggere la ben nota vicenda puskiniana attraverso il filtro della vicenda umana e artistica del compositore. All’inizio questi beve un bicchiere d’acqua inquinata e si ammala di colera. Ma prima di morire racconta la storia come appartenesse al proprio passato. La scena rappresenta dunque il suo salotto - il pianoforte in bella evidenza - frequentato da tanti piccoli Ciaikovskij. L’impianto scenico è però congegnato in modo tale da trasformarsi mediante rapidi cambi a vista nei luoghi e nei tempi puskiniani della storia: ciò che certamente non delude quanti amano assistere a messinscene “tradizionali”. D’altra parte è anche vero che se c’è un autore la cui arte si rilegge sempre nell’ottica di un esasperato biografismo, questi è proprio il russo. E lo psicologismo che anima la regia non è mai né ovvio né tantomeno sciatto, anche perché le corde di una mondanità leggera e di una tragicità caricata riescono a fondersi in modo più che plausibile. Chi ascolti questo dvd viene però catturato dalla direzione di Jansons molto più che dalla messinscena a suo modo rigorosa di Herheim. Inutile dire che, data la qualità del musicista e la classe di quella fantastica orchestra che è quella del Concertgebouw, il risultato è di una bellezza a dir poco rapinosa. Sembra infatti il suono essere a fuoco come se fosse “disegnato” da un raggio laser: pieno, profondo, pulsante di vita ed energia. Colpisce soprattutto però la scelta che Jansons compie a monte di questa esecuzione. Che è quella di marcare la classicità del linguaggio ciaikovskijano, la sua trasparenza, la sua “mozartudine”. Cosicché la dimensione intimistica dell’elegia prevale di gran lunga su quella romantica del drammone a tinte febbrili. Ciò si accorda molto bene all’idea registica di un dramma raccontato al passato. Molto meno bene all’idea di una rilettura in chiave biografica. Ma certo non si corre il rischio, sempre dietro l’angolo, di dipingere quel Ciaikovskij tutto passione e sentimento, quasi al confine con l’enfasi retorica del Verismo, che nella Dama si è ascoltato ancor più spesso che nell’Onegin. Se poi sia la miglior Dama che si possa ascoltare oggi, qualche dubbio permane. Anche perché la compagnia di canto, pur di livello, non è esattamente esemplare. Sono tutti bravi in scena. Disponibili a non dimenticare quella gestualità misurata che Herheim non trascura mai di dettare analiticamente. Ma ai brani più cantabili e appassionati sembra mancare qualcosa. Lo Hermann di Misha Didyk è molto convincente nel primo monologo ma mostra un po’ la corda - il risultato viene spesso raggiunto faticosamente - nel prosieguo dell’opera, mentre poco adatta alla parte di Lisa, tantopiù in una esecuzione dal segno così intimistico, è la vocalità di Svetlana Aksenova. E lo stesso si può dire per la Polina di Anna Goryachova, mentre ancora efficiente è Larissa Diadkova (anche se scenicamente un po’ sulle sue) come Contessa. Più che accettabili infine i contributi di Alexej Markov (Tomskij) e di Vladimir Stojanov (Eleckij). Enrico Girardi   Nel mensile “Classic Voice” di carta o in digitale c’è molto di più. Scoprilo in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html          
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