• Mondo Classico

    Anna Netrebko presenta “Andrea Chénier”

    Del Sant’Ambrogio milanese Anna Netrebko può dirsi già una veterana. Con Andrea Chénier sarà il terzo “7 dicembre” dal 2011, quasi uno ogni due anni. Per Yusif Eyvazov, il marito con cui condividerà il palco, sarà invece il primo. Tempo per affrontare l’argomento del nuovo ruolo, per lei, e del nuovo teatro, per lui, ne hanno avuto a profusione, dopo il tour che li ha portati, in un mese, in tre continenti e due emisferi diversi, da Dubai a Sidney. “Ma il nostro matrimonio, e lo stare sempre insieme, è il progetto più bello che siamo riusciti ad allestire”, giura lei, appena tornata dall’Australia, alle porte delle prime vere prove con Riccardo Chailly e Mario Martone. Andrea Chénier consacra la sua voce al servizio del “Verismo”. Una vocazione anticipata da un disco-manifesto di un anno fa e da qualche segnale di svolta drammatica in tempi non sospetti con Claudio Abbado. Quando è cominciata per lei la svolta decisiva verso il verismo? “Quando stavo cantando Roméo et Juliette (celebre l’allestimento di Vienna del 2006 con Rolando Villazón, ndr). Fu in quell’occasione che percepii che la mia voce poteva spingersi verso un repertorio più ampio. Avevo cantato un po’ di Puccini, ma sono diventata subito interessata a molti più ruoli, suoi e di altri compositori più propriamente veristi. A dir la verità non so dire esattamente quando è accaduto il momento esatto della svolta. Di sicuro sono contenta che sia successo”. Una scelta di natura o di cultura, sentimentale o altro ancora? “Penso sia stata soprattutto la mia voce, più che io stessa, a scegliere questo repertorio. E io l’ho assecondata. C’è così tanta musica che amo e a cui posso ancora legarmi. Ma il cambio, se così vogliamo chiamarlo, è stato naturale. Per un motivo semplice: perché la mia voce negli anni è cresciuta. Questo non significa che non sia rimasta in me un’anima belcantista. Credo che il cosiddetto bel canto sia valorizzato da questa connessione. Io, almeno, approccio tutti i ruoli così”. Andrea Chénier, come molte opere della tradizione verista, contempla frasi brevi, più marcate, scatti repentini verso le zone estreme della voce: come sono entrate queste nuove attitudini nel suo modo di cantare? “Non è cambiato molto. Cantare frasi più brevi e intense richiede gli stessi appoggi. Sono convinta che la mia tecnica sia diventata più forte cantando le opere del repertorio verista. E che io stessa abbia più tecnica per affrontarle...(continua nel numero 222 di "Classic Voice", novembre 2017) Luca Baccolini Su "Classic Voice" di carta o in digitale c'è molto di più. Scoprilo in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html

    Rossini 2018, si parte

    Se i numeri hanno una loro influenza, il 17 porta male pure all’anagrafe. Quello che ci lasceremo tra un mese alle spalle è stato un anno particolarmente povero di anniversari. Si è dovuto ricorrere ai 450 dalla nascita di Monteverdi o ai 150 di quella di Umberto Giordano per ravvivare il paniere. Con il 2018 si volta pagina. L’anno che verrà è carico di ricorrenze. S’inizia con Rossini, morto nel 1868. E non solo Classic Voice gioca d’anticipo pubblicando in questi giorni il disco della sua poco nota musica strumentale eseguita dai magnifici virtuosi della Budapest Festival Orchestra diretta da Fischer. Anche il Teatro alla Scala dà il via agli omaggi proponendo la “Messa per Rossini” che Verdi realizzò commissionando le varie parti ai compositori italiani allora più in voga: Antonio Buzzolla, Antonio Bazzini, Lauro Rossi, Carlo Pedrotti, Antonio Cagnoni, Carlo Coccia, Pietro Platania e altri oggi altrettanto sconosciuti. Conclusa dal “Libera me” che Verdi poi riutilizzò nel suo Requiem, la Messa - alla fine non eseguita per le consuete diatribe che animano i comitati celebrativi - è stata riscoperta solo nel 1986. Alla Scala la dirige Riccardo Chailly dal 10 al 15 novembre, con un cast capeggiato dall’ex Butterfly Maria José Siri cui seguono Veronica Simeoni, Giorgio Berrugi, Simone Piazzolla, Riccardo Zanellato. Dopo Rossini l’altro grande, immenso, nome da ricordare sarà Claude Debussy, morto nel 1918. A oggi, però, la programmazione langue. Nel Belpaese nessun teatro d’opera ha programmato Pelléas et Mélisande, di cui si vedranno nuovi allestimenti a Vienna, Varsavia, Anversa, Berlino, Bordeaux. Santa Cecilia ha previsto un programma in cui l’autore della Mer e dei Notturni figura insieme ad altri compositori, la Filarmonica scaligera no. Va meglio con Leonard Bernstein, che nasceva quando moriva il compositore francese. Se la sua New York ha già iniziato a celebrarlo, Roma non è da meno, con il doppio, imperdibile, ciclo di concerti del prossimo febbraio dedicato alle Sinfonie e affidato ad Antonio Pappano, che per l’occasione si circonda di forze giovani quali Beatrice Rana, Alessandro Carbonare, Marie-Nicole Lemieux, Kyung Wha Chung e Nadine Sierra. Bravi. Ora si attendono le altre istituzioni. Su "Classic Voice" di carta e in digitale c'è molto di più. Scoprilo in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html
  • Recensioni Opere e Concerti

    Sciarrino – Ti vedo, ti sento, mi perdo

      MILANO - Volendo comporre una bio-opera su Alessandro Stradella, Sciarrino poteva atttingere a Carolyn Gianturco (Stradella “uomo di gran grido”, 2007). Scegliendo invece di fondarsi su autori inclini a mescolare documenti, tradizioni incerte e narrative romanzate (Remo Giazotto, Giovanni Iudica), si è servito di quella sana libertà drammaturgica che fra 1837 e 1867, quando la musicologia era bambina, consentì ad almeno sei operisti di mettere in scena il fantasma del collega assassinato: Niedermeyer, Franck, von Flotow e altri di cui ci resta labile memoria onomastica. L’evocazione sciarriniana si scosta dalle precedenti per due fattori di peso: la figura del protagonista che – sempre atteso e mitografato in absentia al pari di un barocco Godot – non compare mai, nonché la citazione di sue musiche autentiche. Il trattamento di tali objets trouvés era già enunciato in un saggio-intervista di qualche anno fa: “una volta trovate delle potenzialità in una partitura [antica], se fossi un musicologo scriverei un saggio; essendo un compositore, scrivo un pezzo in cui faccio emergere tali potenzialità”. È quanto ha fatto in una serie di elaborazioni da Gesualdo e Domenico Scarlatti, ed ora in quest’opera nuova circa la quale diremo, adattando il paradosso di Borges sul Don Chisciotte: comporre arie come quelle di Stradella fu impresa ragionevole, forse fatale, sul finire del secolo XVII; al principio del XXI è quasi impossibile. Dunque andava tentata nel quadro della poetica sciarriniana, per la quale far musica significa muoversi in un labirinto di specchi fra passato e presente. Labirinto come principio organizzatore di libretto e partitura. Al dibattito metafisico sui poteri della musica, quale appunto si praticava nelle accademie di corte del Seicento, si alternano i lazzi basso-mimetici di servi affamati e sboccati che rispondono a nomi tipo Chiappina, Finocchio e Minchiello. Alla musica “diegetica” del concertino di strumenti sul palco (3 archi gravi, flauto e sax; ricordate il Giulio Cesare di Händel?) risponde il poderoso intervento dei tutti: un po’ Gesualdo e un po’ Giovanni Gabrieli. L’intarsio tipicamente stradelliano di fluida polimetria e dotto contrappunto è sciarrinizzato da ritocchi armonici allusivi per esempio a Schubert, Chopin o magari Debussy. E poi c’è lo Sciarrino/Sciarrino, con quella vocalità dagli ampi intervalli da cui però latitano la dissonanza stridente e l’urlo anti-fisiologico di tanta avanguardia novecentista. Fra quasi impercettibili sussurri estatici, estese sequenze narrative e brutalistiche esplosioni orchestrali, la scrittura del maestro siciliano mira spesso alla sorpresa, mai alla pura provocazione. L’ha ben compreso Maxime Pascal, la cui direzione ha avvolto la serata della prima in una trama quanto mai eufonica, capace di superare anche qualche prolissità nei dialoghi filosofici tra il Musico (Charles Workman) e il Letterato (Otto Katzamaier), dicitori eloquenti. Ottimo per compattezza il sestetto dei comprimari buffi, con punte di eccellenza nel baritono Christian Oldenburg (Finocchio) e nel controtenore Thomas Lichtenecker (Solfetto). Ma su tutti torreggiava la Cantatrice di Laura Aikin, in scena dall’inizio alla fine in un ruolo sopranile di micidiale complessità espressiva e tecnica. Seguendo le didascalie, Jürgen Flimm e il suo scenografo George Tsypin architettavano un salone neo-barocco dagli spazi colonnati in plexiglas e saturati da mobili schiere di figuranti e ballerinette impuberi. Storicismo à la carte nei costumi di Ursula Kudrna, naviganti con larghi margini felliniani tra il 1630 e il 1750. Carlo Vitali   Su "Classic Voice" di carta e in digitale c'è molto di più. Scoprila in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html

    Auber – Fra Diavolo

    ROMA - Rivisitare lavori cui ha arriso enorme successo molto tempo fa, e che sono poi spariti dal

    Wagner – Die Meistersinger

    BAYREUTH - Tutto si può dire del Bayreuther Festspiele, tranne che non stia facendo i conti col proprio
  • 222 - Novembre 2017
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  • Dibattiti e sondaggi

    Critica social

    Coraggio, parliamone anche nel foyer: com’è cambiata la critica musicale nell’era dei social media? Come per ogni novità, ci sono vantaggi e svantaggi. Cominciamo dalla fine. Svantaggio numero uno è il proliferare della critica fai-da-te, con assatanati che si trasformano subito in killer prêt-à-juger con uno sprezzo del ridicolo pari solo a quello per la sintassi. Nei casi estremi, le loro inappellabili sentenze confinano con l’insulto o la diffamazione a mezzo stampa; in quelli un po’ meno estremi ma sempre deprecabili, capita che sparino giudizi che sono spesso pregiudizi  sulla base di trasmissioni radiofoniche (tanto, si sa, all’opera l’importante è la musica e solo la musica) o di precarie dirette streaming. Se invece si degnano di andare effettivamente a teatro, ecco i blog “ad personam”, nel senso che sono scritti da una persona sola e letti da altrettante, che servono solo per scroccare un biglietto omaggio all’ufficio stampa boccalone di turno. Ma è una fauna di cui nel foyer si è già spettegolato, quindi inutile insistere. Salvo che per precisare che ci sono anche bloggari competentissimi, preparatissimi, equilibratissimi e spesso meglio informati di un critico “vero” o di un direttore artistico italiota, e non ci vuole poi molto. Svantaggio numero due: spesso la critica cattiva scaccia quella buona. La rete è un mare dove non sempre si pesca il meglio. Qui, ovviamente, tocca al lettore distinguere il grano dal loglio: ma se il lettore non è troppo provveduto può anche non riuscirci. L’unico possibile ma non probabile motivo di ottimismo è che alla fine la credibilità vinca, però molte tristi esperienze contemporanee inducono a pensare che così non sia. La politica, italiana e straniera, sta lì a dimostrarlo. Detto questo, ci sono anche vantaggi. Chi scrive lo fa anche per un quotidiano e si è accorto (benché da meno tempo da quando era diventato ovvio, ma questo solo per colpa sua) che la recensione sul sito del giornale è molto meglio di quella sul giornale “di carta”. Intanto perché chi la scrive non deve autocastrarsi nelle ormai abituali e mortificanti trenta righe (però attenzione: non è che il web sdogani automaticamente lo sbrodolamento. Se lì le righe diventano centocinquanta, siate pur certi che l’unico a leggerle tutte sarà chi le ha scritte). E poi perché fra Facebook e Twitter e il resto della compagnia social il pezzo si propaga e si raddoppia e, se non produce un’esplosione, raggiunge in ogni caso molti più potenziali lettori del colonnino cartaceo. Altro vantaggio: il lettore può interloquire. Vantaggio molto relativo, quando si tratta di uno dei leoni da tastiera di cui sopra, spesso coniuge-amante-concubino-parente o, Dio non voglia perché sono i peggiori, mamma o papà del cane che si è appena stroncato. In questo caso, estote parati: non arriverà una garbata contestazione, ma una sequela di insulti sanguinosi, ovviamente anonimi. Però va pur detto che l’iterazione con i lettori è spesso utilissima: la verità in tasca non l’ha nessuno, le obiezioni motivate e argomentate inducono a riflettere, attività sempre utile benché faticosa (e forse proprio per questo praticata così poco) e ne nascono talvolta discussioni stimolanti per tutti. Resta il grande problema dell’“amicizia” su Facebook. Posto che di amicizie più che virtuali si tratta, può essere imbarazzante essere “amici” di qualcuno di cui si deve poi valutare una prestazione professionale. Nel dubbio, meglio astenersi, intendo dall’amicizia, non dal giudizio. E, in caso estremo, meglio ancora non concederla o cancellarla, l’amicizia, giusto per evitare pericolose confusioni. Lasciamoci così, senza rancor. Alberto Mattioli
  • Eventi
    Tortona, dall'8 al 15 ottobre

    Concerti e mostre nel 450° di nascita di Perosi

    Con l'esibizione del controtenore Raffaele Pe (nella foto) s'inaugura l'8 ottobre all' ex
    Alessandria, dal 25 al 30 settembre

    Concorso internazionale di chitarra classica Michele Pittaluga

    Dal 25 al 30 settembre si tiene ad Alessandria, Teatro Alessandrino di Via Verdi (finale il 30
    Settimane Musicali Meranesi, dal 17 agosto al 21 settembre

    Incantesimo a Merano

    Estasi e misticismo. È questo il motto della 32a edizione delle Settimane musicali meranesi, in
  • Novità CD

    The Paul Badura-Skoda Edition (20 cd Dg)

    Per i 90 anni del pianista compositore musicologo Paul Badura-Skoda, Dg ha raggruppato una selezione di registrazioni degli anni dal 1950 al 1965 acquisite dalla Westminster Recordings, inclusi i concerti di Mozart, Schubert e Beethoven per i quali Badura-Skoda è particolamente apprezzato. Da segnalare anche l’incisione del 1965 per Dg del quattro mani schubertiano con Jörg Demus.                       (Su “Classic Voice” di carta o in digitale c’è molto di più. Scoprila tutti i mesi in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html)        
  • Novità DVD

    Gerry Mulligan Concert

    Il sassofonista Gerry Mulligan (1927-1996) esegue due sue composizioni pensate appositamente per sax baritono e orchestra insieme all’Orchestra Filarmonica di Stoccolma, diretta per l’occasione da Dennis Rusell Davies. Si tratta di un'esibizione tenutasi nella capitale svedese nel 1988 e finora rimasta inedita, ora disponibile su dvd grazie alla recente iniziativa della Fondazione Mulligan creata dalla moglie Franca Rota. Mulligan visse gli ultimi anni della sua vita in Italia, a Milano, dove stava programmando di eseguire queste e altre sue pagine con la Filarmonica della Scala. Purtroppo non ne ebbe il tempo. Il programma vede come primo brano Entente, arrangiato dallo stesso sassofonista, mentre il secondo The Sax Chronicles, articolato in cinque movimenti, che omaggiano ciascuno un compositore di musica classica (Sax in Mozart minor; A Walk with Brahms; Sax on the Bach stairs; Sax on the Rhine; Sax und der Rosenkavalier), è arrangiato da Harry Freedman. Il dvd propone inoltre, come bonus track, due interviste a Gerry Mulligan, una a cura di Jan Olsson e l’altra a cura di Kristin Lorentzson. (dvd Mp Classics MAPCL 10037)
  • Recensioni CD

    Sibelius – Sinfonie (integrale)

      La registrazione integrale delle Sinfonie di Jean Sibelius realizzata da Simon Rattle a capo dell’orchestra dei Berliner Philharmoniker dà vita a un cofanetto che rappresenta probabilmente il meglio che Simon Rattle abbia prodotto discograficamente in quindici anni di direzione stabile della meravigliosa compagine tedesca e che segna una tappa indelebile nella storia dell’interpretazione della musica di Sibelius, troppo spesso affidata a direttori finnici e un po’ trascurata nella sua globalità, salvo pur significative eccezioni (Barbirolli, Colin Davis e Karajan su tutti), dai pesi massimi della direzione d’orchestra. Il cofanetto restituisce cioè in tutta la sua magnetica potenza linguistica, espressiva ed “emotiva” il lascito sinfonico (Poemi sinfonici purtroppo a parte) del musicista nato nel 1865, l’anno della prima del Tristano, ad Hämeenlinna. Non si ricorda a caso l’opera di Wagner. Sibelius infatti creò un linguaggio post-wagneriano che non portò alle estreme conseguenze il cromatismo ma che arricchiva le risorse apparentemente logore della tonalità mediante il ricorso agli antichi modi e a una rete non fitta ma del tutto originale di relazioni contrappuntistiche, basata su una trama melodica moderna fatta di brevi motivi estremamente caratterizzati nella loro natura intervallare. E se a ciò si aggiunge il potere di un’orchestrazione che evoca con naturalezza gli ampi e desolati spazi del Nord, il risultato è quanto di più originale e personale offra la produzione sinfonica della prima metà del XX secolo. In queste incisioni Simon Rattle esalta tali caratteristiche in virtù di due “principi”: il primo è trovare in tal profluvio di materiali una fluidità d’eloquio veramente rapinosa; il secondo è che sembra lasciare briglie sciolte alla splendida macchina orchestrale che ha tra le mani, in un modo finalmente privo di quella sorta di timore di eccedere nella profondità di suono che in tanti altri casi - Wagner in primis - lo aveva indotto a esercitare, in nome della leggerezza, un maniacale controllo dei timbri e delle dinamiche. La qualità a 24bit delle registrazioni restituisce invece finalmente un suono pieno, potente, tellurico, come solo i Berliner Philharmoniker sanno produrre, ma non per questo meno a fuoco nei dettagli coloristici, e con quella smagliante messa a fuoco delle linee dei “soli” e del “tutti” che in loro è proverbiale. Il risultato dunque è quello di una musica che dà un vero e proprio piacere fisico all’ascoltatore, che si sente immerso in un suono possente, malinconicamente struggente e privo - questo è un altro merito da riconoscere al baronetto britannico - delle tentazioni decadentistiche che albergano frequenti nelle esecuzioni della musica di Sibelius. Di alto livello, infine, è anche il contenuto degli apparati critici e iconografici che arricchiscono il prezioso cofanetto, che si spera possa dare un nuovo impulso alla circolazione della musica del sommo compositore finlandese. Enrico Girardi         Su Classic Voice di carta o in digitale c’è molto di più. Scoprila tutti i mesi in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html    
  • Recensioni DVD

    Donizetti – La favorite

      È inutile, non se ne esce. Tutte le volte che viene chiamato in causa uno spettacolo tedesco riguardante un lavoro italiano, si finisce col dover cominciare dall’allestimento e dalle quasi inevitabili perplessità che suscita. È considerata colpa da gogna in piazza, al di là delle Alpi, se l’epoca storica d’un libretto italiano restasse quella prevista. E almeno la ponessero in una zona extratemporale: no, sempre e comunque contemporanea, però in luoghi stranissimi e con profluvi di simboli e rimandi. Ma dopo circa cinquant’anni di operazioni siffatte, a me pare che dovrebbe essere ormai chiarissimo come vada magari bene spostare epoca, inventarsi una drammaturgia, proporre quiz: ma solo a patto che, in aggiunta all’ovvia necessità di dover poi ricomporre il tutto in una linearità narrativa che sia immediatamente seguibile, gli snodi centrali della vicenda diciamo così “nuova”, siano gli stessi della tradizionale, provvedendo a conferire loro eguale o - meglio - accentuata forza espressiva. Altrimenti, a che pro? Se un gesto non deriva dal “nuovo” contesto, ma potrebbe star benissimo in quello vecchio, sarà mica più semplice e giovevole sia all’immediata comprensione sia alla comunicativa - che a teatro serve sempre - il mantenere tale contesto o traslarlo il minimo sindacale possibile? Massime, poi, allorché la vicenda chiama in causa valori e situazioni inconcepibili al di fuori dell’epoca in cui è previsto debbano svolgersi. In quest’opera, ad esempio, e specie eseguendola (come ormai è imperativo) in francese e quindi scansando i brutti versi italiani del Jannetti ma soprattutto le alterazioni censorie che hanno fatto di Baldassarre il padre di Fernando ma anche della moglie del re, sicché quando lui giunge alla corte a far sfracelli la faccenda diventa una petulante lite di famiglia tra suocero e genero anziché lo scontro tra potere temporale e spirituale nell’ambito d’un contesa pubblica centrata attorno a concetto di onore cavalleresco. Scontro e questione d’onore che in una trecentesca corte di Castiglia hanno un senso, laddove un tizio con cappottone sformato che sbraita in mezzo a gente in smoking, cravattino, completi Armani, comunica solo uno stranito fastidio. Ma anche ammesso che tutto ciò possa traslocare ai giorni nostri onde renderlo più accetto, occorre poi serrarlo in un contesto dove non imperi né il simbolo da asilo Mariuccia, né tanto meno il comico involontario. Amélie Niermeyer dicono essere una regista di prosa interessante, che da una decina d’anni s’interessa anche di lirica: di lei non ho visto nulla, ma questa Favorite non mi fa venir voglia di vedere alcunché d’altro. Una moltitudine di sedie costituisce l’unica oggettistica: sedie che vengono continuamente buttate per terra o spostate o trascinate, sempre con gran fracasso; su cui ogni tanto si sale (Léonor termina la sua grande aria piazzandosi ritta su una sedia: magari ha un senso, ma non l’ho colto e me ne scuso). La scena è chiusa da tre moduli metallici che dividono il palcoscenico creando ambienti oppure formando un fondale di grate metalliche utili per battervi i pugni e fare altro rumore oltre a quello delle sedie. La favorita indossa un cappottone rosso-peccato che si toglie quando viene promessa a Fernand, ma allorché Balthazar la svergogna si riduce in sottoveste bianca. Un grande Cristo compare ogniqualvolta s’invoca il Cielo, e Léonor dovrebbe diventare una sorta di Maddalena penitente per peccati commessi, il genere dei quali ci viene suggerito allorché, durante il balletto (molto scorciato), Alphonse si siede accanto a lei sulle solite sedie, assistendovi guardando la platea (quindi il balletto è suonato ma non danzato) e costringendola a una rapida fellatio. E abbia pazienza la signora Niermeyer, ma quando Fernand deve reagire al disonore infertogli gettando in faccia al re il collier de chevalerie che aveva ricevuto, e spezzando poi la spada: trasformare il collier in cravattino dello smoking e la spada in giacca buttata a terra, beh, a me pare che la forza espressiva della scena subisca una diminutio notevole. Se la scena è un’anatra zoppa, l’orchestra la fa zampettare in una morta gora paludosa: il consorte della protagonista dirige infatti con una mazza da fabbroferraio impugnata a mo’ di metronomo, senza la benché minima pulsione dinamica, un colore, una sfumatura. Noia da tagliare a fette. Rabbia nera, giacché coro e orchestra di Monaco sono di altissimo livello, e perché il cast è ragguardevole. L’organizzazione vocale di Elina Garanca è ideale per Léonor: mezzosoprano acutissimo, con i si naturali e i do che squillano con insolente facilità; linea morbida, luminosa, con legati magnifici; omogeneità perfetta tanto nei piani quanto nei forti. La figura è del pari ideale, riuscendo a farsi valere anche con gli orrori che deve indossare; e la capacità di stare in scena è indubbia. L’accento, purtroppo, è quello suo solito: tanto tanto freddino, con una gamma di colori parecchio limitata nonostante l’eccellente tecnica le consentirebbe di variare la dinamica come e quando vuole. Nato per lei, lo spettacolo a mio avviso se lo porta quindi a casa Matthew Polenzani. Voce non squisita ma tecnica scaltrita, che gli consente di legare, smorzare, rinforzare plasmando una linea morbida, fluida, lunghissima grazie a una tenuta di fiati non comune, con proiezioni all’acuto senza problemi (il do diesis della prima aria è raggiunto quasi con nonchalance, tra uno stuolo di gente che incongruamente ascolta, impegnatissima a farsi di continuo gran segni di croce), ma soprattutto con quelle continue sfumature accentali che fanno difetto alla partner. Mariusz Kwiecien canta piuttosto bene, ma il suo Alphonse ipercinetico e tonitruante difetta parecchio tanto in morbida sensualità quanto in insinuante protervia, banalizzando un personaggio di tutt’altra complessità. Voce grigiastra e linea come duro sasso rendono molto sgradevole Balthazar. Elvio Giudici       Su Classic Voice di carta o in digitale c’è molto di più. 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Ultime Novità CD

Wagner – Der Ring des Nibelungen

Il 1967 è l’anno cruciale in cui Karajan fondò il Festival di Pasqua di Salisburgo portando il Ring wagneriano su quel podio. La registrazione in studio che seguì viene ora riproposta in blu-ray con un libretto di

Monteverdi – Vespro della Beata Vergine John Eliot Gardiner

(2 cd + dvd Archiv)   Gardiner celebra il 450° compleanno monteverdiano riproponendo le strumentazioni originali affidate agli English Baroque Soloists; e con l’imponenza vocale dei cori Monteverdi e

Telemann

Dedicato a Georg Philipp Telemann, il  più longevo dei compositori barocchi (morto 250 anni fa nel 1767) il cofanetto apre con le Sei Ouvertures provenienti dal ricco fondo telemanniano conservato presso la biblioteca

Anton Bruckner – The complete Symphonies

Si tratta della prima pubblicazione in cd del terzo ciclo sinfonico integrale bruckneriano diretto da Barenboim sul podio della Staatskapelle di Berlino. Le registrazioni dal vivo sono state realizzate a Vienna nel 2010
Ultime Novità DVD

Verdi

In formato bluray la Dynamic pubblica il debutto nella regia d'Opera di Dario Argento del 2013 con Macbeth di Verdi al Teatro Coccia di Novara. Il Cast vede Giuseppe Altomare nel ruolo del titolo e Dimitra Theodossiou

Sharon Isbin

Un ritratto della camaleontica chitarrista di formazione classica Sharon Isbin in un documentario che include la performance alla Casa Bianca ed esecuzioni di musiche di Howard Shore, Mark O’Connor (che concerta con

Vivaldi

Se il cast è composto da Mary Ellen Nesi, Delphine Galou, Sonia Prina, Loriana Castellano, Emanuele D'Aguanno, Roberta Mameli, Magnus Staveland, l'orchestra è quella del Maggio Musicale Fiorentino. Sul podio Federico

I capolavori della danza

Esce il 4 marzo in edicola con il "Corriere della Sera" il settimo titolo della collana in collaborazione con Classica HD "I Capolavori della danza", inaugurata in gennaio con “Giselle” (nell'immagine). Si tratta di