• Mondo Classico

    Karajan, il documentario inedito

    Considerato uno dei massimi direttori d’orchestra della Storia, Herbert von Karajan (1908-1989) resta il musicista classico che ha venduto il maggior numero di dischi nel mondo. Precocissimo, non esita ad aderire al Partito Nazista per nutrire le proprie ambizioni, un'indole che lo porterà ad ingaggiare una feroce rivalità con il collega Wilhelm Furtwängler a Berlino. All’apice della carriera negli anni ‘50, Karajan colleziona matrimoni e accumula cliché sul suo stile di vita, finché la malattia non lo obbliga alla resa: ritratto non edulcorato di uno dei più geniali artisti del Novecento. Il documentario, in esclusiva oggi su classicvoice.com, sarà visibile su arte.tv per tutta la settimana fino al 29 settembre.

    Nasce il Premio Abbiati del disco

    PREMIO DELLA CRITICA DISCOGRAFICA FRANCO ABBIATI – I EDIZIONE Nasce “l’Abbiati del disco”. L’Associazione nazionale critici musicali amplia la propria storica attività d'indagine collegiale alla musica registrata, per contribuire alla conoscenza di prodotti recenti che abbiano un rapporto stretto con l'industria culturale e la storia musicale italiana e internazionale. Il premio si articola in categorie principali (repertorio operistico, repertorio sinfonico e corale, musica d'insieme, repertorio solistico, nuova musica, segnalazioni speciali) nelle quali vengono segnalati uno o più titoli. Milano, 4 settembre 2019. La commissione della prima edizione del Premio della critica discografica (Alessandro Cammarano, Carlo Maria Cella, Luca Chierici, Andrea Estero, Carlo Fiore, Angelo Foletto, Enrico Girardi, Giancarlo Landini, Gianluigi Mattietti, Giampaolo Minardi, Carla Moreni, Giuseppe Pennisi, Paolo Petazzi, Massimo Rolando Zegna) riunita presso gli Amici della Scala, dopo avere considerato le segnalazioni scritte fatte pervenire in fase consultiva dagli iscritti all’ANCM, ha designato i seguenti vincitori per l'anno 2018-2019 HÄNDEL, SERSE Fagioli, Genaux, Aspromonte, Mastroni, Galou - Maxim Emelyanychev/Il Pomo d'Oro - DEUTSCHE GRAMMOPHON BRAHMS, SINFONIE 1-4 Daniel Barenboim/ Staatskapelle Berlin - DEUTSCHE GRAMMOPHON AA. VV., MESSA PER ROSSINI Siri, Simeoni, Berrugi, Piazzola, Zanellato - Riccardo Chailly/ Coro e Orchestra del Teatro alla Scala - DECCA SCHUBERT/ZENDER, WINTERREISE Julian Prégardien tenore - Robert Reimern/solisti della Deutsche Radio Philharmonie - ALPHA CLASSICS LEO, RESPONSORIA Giovanni Acciai/Nova Ars Cantandi - ARCHIV MESSIAEN, CATALOGUE D'OISEAUX Ciro Longobardi pianoforte - PIANO CLASSICS GIULIO CESARE, A BAROQUE HERO Raffaele Pe controtenore - Luca Giardini/La Lira di Orfeo - GLOSSA MUSIC AMBROSINI, TROMPER L'OREILLE Daniele Ruggieri flauto, Orvieto, Savron, Teodoro, Torresan, Vidolin - STRADIVARIUS THE JOHN ADAMS EDITION Adams, Dudamel, Gilbert, Petrenko Rattle/BPO - BERLINER PHILHARMONIKER RECORDINGS ROSSINI, PÉCHÉS DE VIEILLESSE - Chamber Music and Rarities Alessandro Marangoni pianoforte - NAXOS MOTIVAZIONI E CONSEGNA DEGLI ATTESTATI CREMONA DOMENICA 29 SETTEMBRE – ORE 13.30 CREMONA  FIERA - MEDIA LOUNGE in  collaborazione con Cremona Mondo Musica http://events.cremonamusica.com/events/index.php?event=331
  • Recensioni Opere Concerti e Balletti

    Polunin infiamma l’Arena

    Osare: se Roberto Bolle (44 anni) riesce a riempire l’Arena di Verona con i gala autoprodotti per sé e i suoi Friends, ben due quest’anno, e altri due già annunciati il 20 e 21 luglio 2010, perché non avrebbe dovuto riuscirci Sergei Polunin, ucraino, ormai famosissimo per tatuaggi, tra cui quello dell’ammirato Presidente russo Putin, gusto pop-rock, scarti temperamentali, che di anni ne ha 29, e quindi è in piena forma, e che, come Bolle vive una vita molto seguita sui social media. Uno è l’angelo-good boy e l’altro, già invocato dalle folle di fan-poluniners con il nome soltanto, “Sergei Sergei”, è il bad-boy del video Take me to the Church di David LaChapelle (28 milioni di visualizzazioni) che è arrivato a Verona con una sua produzione di Romeo e Giulietta, realizzata da Polunin Ink con ballerini di fiducia insieme a Show Bees e appoggiata da Ater, sulla scena del maxi-anfiteatro della città degli innamorati shakespeariani in prima mondiale per una notte stellata. I biglietti migliori sono andati a ruba e gli spettatori sono stati 10.000 con un quarto d’ora di applausi e parecchi boati nei momenti cruciali, come la scena della camera. Se non fosse bastato questo a suscitare grande interesse mediatico, una comunicazione pervasiva, e non poche polemiche, hanno attirato ancora più clamore sull’evento. Una manifestazione dei sindacati, che protestavano per la privatizzazione della danza in Arena, mentre i ballerini impegnati nelle opere sono precari, a cui si è aggiunta la protesta del circolo Pink contro alcune dichiarazioni omofobiche di Polunin, hanno messo pepe nel menu. “The Ballet of Arena di Verona is a Mercutio sacrificed to an homofobic Romeo” recitava un cartellone rosa. In questo video ufficiale sull’avvenimento non ce n’è traccia, ma si vede bene il tono della coreografia, classicissima nel linguaggio, accucciata nella pantomima ( e per questo definita “moderna” nella promozione) di Johan Kobborg, ex stella del Balletto Reale Danese, e la qualità degli interpreti: Alina Cojocaru-Giulietta, romena, già principal al Royal Ballet inglese di cui Polunin è stato ballerino principale, Valentino Zucchetti-Mercuzio, primo solista della compagnia londinese, temperamentoso e guizzante,come ci si aspetta; Nikolas Gaifullin russo americano come Tebaldo https://www.youtube.com/watch?v=iNR2zqdMuCM E, ancor prima, per creare la giusta aspettativa ecco un’anticipazione https://www.youtube.com/watch?v=M-3O979f-cQ http://www.danzon.it/polunin-cojocaru-the-new-partnership/ Romeo-Polunin è stato travolgente di salti, giri, slancio romantico, portamento nobilmente elegante, e Giulietta, più fragile e contenuta, non poteva che esserne travolta d’amore, anche se il suo amato le ha ucciso il fratello Tebaldo, il bruno Gaifullin, che non è da meno di Polunin per vigore e bellezza tecnica, specie quando competono nella scena virile del duello che li vede in pieno fulgore di passi e figure accademiche perfette. Dopo gli abbracci della camera da letto che coronano l’amour fou di R&G, gli spettatori entusiasti sono esplosi in un boato. Potenza del balletto, che sublima l’eros ormai di ordinaria amministrazione su ogni genere di schermi, personal e home. La musica registrata di Prokof'ev era potente, fragorosa, data l’ampiezza degli spazi, con aggiunte di campane e di sonorità elettroniche drammatiche, da film, a scandire l’azione in episodi incalzanti. Le scene dell’artista David Umemoto sono austere, architettoniche, ma completamente mobili in modo da trasformarsi funzionalmente in scale, balconi, angoli di strada, stanze di palazzo, alcova e tomba. I costumi per il gruppo (internazionale, con 4 solisti, 17 ragazze e ragazzi del corpo di ballo e 9 sostituti) sono volutamente neutri, grigio-neri, in modo che spicchi la giacchetta rossa di Mercuzio, quella gialla di Benvolio-Giorgio Garrett, e quella verde del fidanzato respinto Paride-Kilian Smith. Le calzamaglie maschili sono d’ordinanza, bianche o nere. Il padre di Giulietta Ross Freddie Ray torreggia, tutto in nero. Giulietta, la ragazzina appassionata al centro del dramma- Alina fa tutto giusto dall’inizio alla fine, tra modestia e educata passione in camiciola bianca e poi rossa (ha un po’ troppi lustrini e dorature, anche quando non sarebbe il caso). E non servirebbe neppure il mega-maxi vaso di fiori, che appare e scompare inopinatamente, di Tage Andersen, famoso designer danese di giardini. Asciugare la storia porta vantaggio e risolve alcune incongruenze. Bene, ad esempio, che alla festa fatale, in cui i due protagonisti incrociano gli sguardi, tutti siano bendati- di solito solo Romeo, Mercuzio e Benvolio sono invece mascherati- il che giustifica in maniera più plausibile la scoperta successiva da parte della tenera Giulietta di chi sia- e di quale famiglia- l’oggetto del colpo di fulmine reciproco degli amanti segreti. Il solito frate deus ex machina purtroppo appare anche in questa drammaturgia “moderna”, ma per fortuna rapidamente. E altrettanto rapidamente Giulietta decide di bere il veleno, senza esitare troppo, come d’uso nelle versioni più frequenti del balletto. Qualche flash back, all’inizio, e nei momenti cruciali, qualche fiaccola accesa ai lati, qualche nero per il cambio scena, danno un tocco cinematografico alla produzione, secondo gli intenti del Divino Sergei, che si è aperto le porte per una nuova carriera di personale intraprendenza nel business dello spettacolo danzante. Elisa Guzzo Vaccarino   Su “Classic Voice” di carta o nella copia digitale c’è molto di più. Scoprilo tutti i mesi in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html  

    Se il tenore è in mutande

    Dopo la petrosa aridità melodica dell'Ecuba, sentire zampillare l'inesausta felicità della melodia

    Ecuba senza drammaturgia

    I miracoli non si vedono più neppure a Lourdes, e difficilmente potevano sentirsi a Martina Franca, dove il
  • 244 - Settembre 2019
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  • Dibattiti e sondaggi

    Gli estremi si toccano

    Gentile Direttore, la recente programmazione di due nuove opere italiane si presta ad alcune considerazioni che mi permetto di sottoporre ai lettori di “Classic Voice”. La ciociara di Marco Tutino e Ti vedo, ti sento, mi perdo di Salvatore Sciarrino, prontamente e autorevolmente recensite dalla tua rivista, condividono a mio parere un tratto essenziale: l'assenza di un requisito non negoziabile perché si possa parlare di teatro musicale. Si può scegliere di narrare una trama o di procedere senza un contesto narrativo, di scrivere o no a numeri chiusi, di essere realisti o astratti, di rendere il canto comprensibile o di frammentarlo e ridurlo a fonema, di seguire una linea melodica o di spezzarla, di rispettare l'armonia tonale o di non tener conto di alcun predeterminato procedimento armonico, ma se si va in scena, se si chiama un regista a firmare l'allestimento, se si viene programmati all'interno della stagione di una fondazione lirico-sinfonica, allora vorrei assistere a un melo/dramma. Invece, entrambi i compositori dimostrano di non avere alcun desiderio di caratterizzare e differenziare i loro personaggi con i mezzi che contraddistinguono un'opera in musica e la rendono un caratteristico genere teatrale. Il lavoro di Tutino, che condivide con il romanzo di Alberto Moravia (1957) e il film di Vittorio De Sica (1960) soltanto il titolo, procede accumulando nel tempo un generico sinfonismo nel quale nuotano tutte le voci, che si possono distinguere non in base al carattere, ma soltanto per via del diverso registro. Sciarrino esaspera una sua tipica formula - salto ascendente nell'emissione seguito da un veloce glissando e dalla ripetizione di una o più parole - e la estende a tutti i personaggi, rendendoli così indistinti. Tutino procede in presenza, Sciarrino in assenza (il protagonista, Alessandro Stradella, è presente solo attraverso citazioni musicali: quasi - si parva licet - un Godot in musica), ma l'esito non cambia. Altro elemento comune è un aspetto mistico: una mistica della banalità per Tutino, che fa della prevedibile semplicità della propria musica e della corrività del testo un orgoglioso vessillo, e una mistica del tecnicismo per Sciarrino, unita a un'autoreferenzialità che, come testimoniato dalla recente mostra a lui dedicata a Milano, assume anche tratti feticisti. Infine, le due opere condividono il disinteresse verso l'umanità possibile delle donne e degli uomini che portano in scena, ridotti a caricature vocali e a stilemi di un tempo che fu. Gli estremi si toccano. Sandro Cappelletto   Su "Classic Voice" di carta e in digitale c'è molto di più. Scoprilo in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html  
  • Speciale festival 2019
    Mariotti-Vick all'inaugurazione del Rossini Opera Festival numero 40 con la monumentale "Semiramide"

    Quattro ore di puro belcanto

    Gli anniversari non dicono tutto, a meno che non mettano a fuoco l'anima di un Festival che taglia
    Il Festival della Valle d'Itria celebra fino al 4 agosto l'opera partenopea. Che influenzò anche Offenbach

    Martina Franca parla napoletano

    È il secolo d'oro di Napoli, in un'Europa già unita dalla musica italiana, il cuore della 45°
    A Bolzano le grandi orchestre giovanili europee fanno da preludio allo storico concorso pianistico

    Il Busoni è giovane

    L’Accademia Gustav Mahler con la sua orchestra di giovani talenti diretta da Marc Minkowski
  • Novità CD

    MARTINI

      Si completa un ambizioso progetto dell’Accademia degli Astrusi, del suo direttore Federico Ferri e del clavicembalista e organista Daniele Proni. Ecco l’integrale della musica strumentale di Giovanni Battista Martini (1706-1784), padre francescano bibliofilo, collezionista e didatta, attivo a Bologna presso l’Accademia Filarmonica, dove accolse il quattordicenne Mozart e una gran schiera di musicisti da tutta Europa. Celebre uomo di dottrina, poco noto come compositore. Questo box colma la lacuna, offrendo anche uno spaccato teatrale con il dvd dei due intermezzi buffi Il maestro di musica/Don Chisciotte.     Su “Classic Voice” di carta o in digitale c’è molto di più. Scoprilo tutti i mesi in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html  
  • Novità DVD

    Puccini Madama Butterfly

      L’opera che inaugurò la stagione 2016-17 della Scala approda in un doppio dvd curato da Decca e Rai Com. Si tratta della versione originale del 1904 (la “prima” Butterfly, poi pesantemente rimaneggiata da Puccini dopo il fiasco scaligero), con Riccardo Chailly sul podio, la regia di Alvis Hermanis e Maria José siri nel ruolo del titolo.         Su “Classic Voice” di carta o in digitale c’è molto di più. Scoprilo tutti i mesi in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html    
  • Recensioni CD

    Cavalli – Opera Arias

      All’ascolto della prima aria si soprassalta sulla sedia. Il testo sembra già noto, ma con altra musica. Ebbene, sì: “Ombra mai fu / di vegetabile / cara ed amabile / soave più” è un’aria dal Serse di Handel. Ma qui la musica è di Francesco Cavalli. Il libretto, scritto da Nicolò Minato per Cavalli a Venezia nel 1654 fu rielaborato da Silvio Stampiglia per Bonocini a Roma nel 1694. È quasi un addio al teatro di Handel: il libretto ebbe una ulteriore elaborazione anonima e l’opera fu rappresentata a Londra nel 1738. L’aria però resta la stessa. Ma da Cavalli a Handel passano 84 anni e ne è passata di acqua sotto i ponti di Venezia di Roma e di Londra. Solo da Bononcini in poi possiamo, infatti, parlare di vera e propria aria, come pezzo chiuso. Il rapporto con il declamato dell’azione è in Cavalli assai più fluido. È il momento lirico del personaggio, il punto in cui medita sui propri “affetti”. Ma il legame con l’azione resta strettissimo. Offrire dunque un’antologia di “arie” del teatro di Cavalli significa spostare in avanti la funzione dell’aria, spostarla ai tempi appunto in cui l’aria si fa oggetto separabile dall’azione. A dire il vero anche un’aria di Handel ha poco senso svincolata dal contesto drammatico in cui è inserita. Ma si faceva. E si può legittimamente fare. La straordinaria vitalità musicale di Cavalli nasce invece da un progetto drammaturgico che non può essere spezzato, senza il rischio di rendere incomprensibile l’aria che si estrae dal percorso drammaturgico. Questo basti, adesso, per la carrellata di arie che qui Jaroussky propone insieme al contralto Marie-Nicole Lemieux e al soprano Emöke Baráth, con gruppo strumentale Artaserse. Più articolato il discorso sul canto. Anche se legato alla scelta antologica di arie, vale a dire privilegiando il godimento edonistico della musica, e infischiandosene del senso delle parole. Ebbene, ciò che si ascolta non è Cavalli. I cantanti non italiani dovranno pure prima o poi ficcarsi in testa che la dizione dei versi, nel teatro musicale del Seicento italiano, è il primo, e indispensabile, gradino, per cantare questa musica. La bellezza della voce, l’eleganza del fraseggio non sono indipendenti dalla comprensione del testo. Altrimenti tutte le musiche finiscono per assomigliarsi. È la specifica intonazione del testo a caratterizzare un’aria rispetto a un’altra. Ripeto: non siamo nell’opera del Settecento o in quella del primo Ottocento, siamo in un teatro nel quale il connubio tra parole e musica è indissolubile. Pertanto ciò che qui si ascolta sono gorgheggi, belle frasi, incomprensibili melopee, ma non è la musica di Cavalli. Dino Villatico     Su “Classic Voice” di carta o nella copia digitale c’è molto di più. Scoprilo tutti i mesi in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html                
  • Recensioni DVD

    Gluck – Orphée et Euridice

    Molto originale, e di una complessità mai sovraccarica ma che anzi dà l’idea d’essere semplice, l’allestimento scaligero della versione francese del capolavoro di Gluck curato dal regista-coreografo Hofesh Shechter assieme a John Fulljames. Soffitto a grandi pannelli color rame muniti di molteplici piccole aperture (la luce che vi passa crea effetti strepitosi), che possono inclinarsi in ogni direzione oltre che sollevarsi e abbassarsi: modificando così continuamente spazio e acustica. Palcoscenico del tutto sgombro, con al centro l’orchestra piazzata su una pedana che può scendere sotto al palcoscenico, stare al suo livello, oppure alzarsi liberando un sottopalco agibile: creandosi così un proscenio e un fondo scena, dove agiscono i tre solisti e la massa formata da coro e danzatori, spesso indistinguibili tra loro. La danza è fondamentale in questa versione, ritagliandosi circa 45 minuti del totale: la compagnia di Shechter mescola stili diversi (di Pina Bausch il più riconoscibile) spesso suddividendosi in due parti impegnate in passi diversi, ma con un risultato complessivo che, agli occhi di un non esperto come me, è parso di grandissima suggestione, fondendosi in modo mirabile con la regia vera e propria, all’insegna d’una gestualità forte ma d’immediata presa espressiva come nel caso del duetto tra Orphée e Euridice, eccelso pezzo di teatro. La direzione di Michele Mariotti è in controtendenza rispetto al costume moderno che, impiegando strumenti antichi, ricerca contrasti aspri e incisivi. Morbidissima, invece, tutta fluidità, trasparenza, luminosità, con una ricchezza di dettagli e una continua pulsione dinamica generatrici di colori raffinatissimi e di continuo trascoloranti uno nell’altro: un capolavoro. Juan Diego Florez risolve in modo superbo una scrittura difficilissima non tanto per le molte note acute, ma per un’altitudine media costantemente alta: nessuno sforzo apparente, tutto scorre facile, fluido, con una varietà e intensità d’accenti straordinarie. Christiane Karg canta splendidamente l’aria forse più bella dell’opera, e Fatma Said è Amour brava quanto è bella. Il coro, ancora una volta, è superiore a ogni lode tanto per come canta quanto per come recita. Elvio Giudici     Su “Classic Voice” di carta o nella copia digitale c’è molto di più. Scoprilo tutti i mesi in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html        
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Un ritratto della camaleontica chitarrista di formazione classica Sharon Isbin in un documentario che include la performance alla Casa Bianca ed esecuzioni di musiche di Howard Shore, Mark O’Connor (che concerta con