• Mondo Classico

    Wagner è nudo

    COLONIA - “Lo facciamo regolarmente con Mozart e Beethoven. Qualche collega si è spinto fino a Berlioz, Mendelssohn, Schumann e Brahms. Perché mai un approccio filologico non dovrebbe riguardare le opere di Wagner?”. Nato e cresciuto in California, “senza televisione o giradischi, ma con un pianoforte e un clarinetto”, 66 anni, dal 2006 direttore musicale dell'Orchestra Sinfonica di Montréal, dal 2015 Generalmusikdirektor del Teatro dell'Opera e dell'Orchestra Filarmonica di Amburgo - Kent Nagano ha avviato in questi mesi con Concerto Köln un progetto per realizzare una historically-informed performance dell'intera Tetralogia wagneriana. Quali risultati si aspetta? “Soprattutto la messa a punto di un diverso equilibrio nel rapporto tra le voci e l'orchestra. Lo sforzo dei cantanti, sia il loro affaticamento fisico sia la tendenza a spingere, a sforzare l'emissione per oltrepassare il muro di suono dell'orchestra, continua a rappresentare uno dei principali problemi nelle esecuzioni wagneriane e, credo, a condizionarne lo stile interpretativo e la ricezione complessiva. Ci sono nella sua musica, nel suono come nel canto, lunghi momenti di intimità e di riflessione che richiedono un attento controllo dell'intensità del suono”. Il problema dell'alleggerimento delle voci preoccupava già Herbert von Karajan e ha coinvolto, da allora, i direttori wagneriani più sensibili al diffuso senso di perdita, di sconfitta, di inabissamento che attraversa la sua opera. Ma non ha mai portato a riflettere nella prospettiva oggi indicata da lei. “Credo che le novità più evidenti emergeranno dalle sezioni dei fiati, degli ottoni e delle percussioni. E' probabile che l'intensità dell'insieme orchestrale fosse diversa da quella a cui siamo, ormai da generazioni, abituati. Stiamo facendo restaurare strumenti a fiato dell'epoca di Wagner, strumenti che hanno suonato le sue opere nell'Ottocento e oggi sono conservati nei Musei, per riportarli in vita”. - (continua)-  L'intervista completa di Sandro Cappelletto a Kent Nagano e i particolari del progetto "Ring" con strumenti originali proposto dal direttore nippo americano sono pubblicati nel numero di settembre di "Classic Voice"

    Callas viva

    I diversamente giovani come il sottoscritto, non possono evitare un sorriso alquanto ironico all’annuncio del cofanettone di 42 cd (più tre Blu Ray che contengono il purtroppo esiguo lascito video) che fa rientrare sotto l’etichetta d’una casa discografica ufficiale (Warner) una cospicua parte delle incisioni dal vivo di Maria Callas. Vero, il suono è stato fatto oggetto d’un restauro così sofisticato (curato com’è dallo Studio Arte et Son in collaborazione con Studio Circé, ovvero quanto di meglio può offrire oggi la tecnologia) da renderlo imparagonabile a quello delle tante etichette che avevano proposto i tanti lasciti callasiani dal vivo, e nell’album digitale del mese se ne offre a chi vorrà scaricarlo un eloquente saggio d’ascolto. Etichette che erano raggruppate tutte sotto la dicitura più o meno infamante di “pirate” (me ne ricordo ancora una che si propose col divertentissimo nome di Morgan Records…), e quindi fatte oggetto di reprimende varie quando non di vere e proprie denunce in quanto lesive non solo della qualità ma anche d’una supposta etica. Adesso invece entrano trionfalmente nell’ufficialità - perché ora la legge lo permette - anche le registrazioni dei ruoli che la Callas non aveva mai inciso: le quali, sia detto di passata, storicamente sono state appunto il primum movens del fiorire delle registrazioni dal vivo, troppo imperativo essendo il conoscere ad esempio la Lady e la Bolena callasiane colpevolmente ignorate dal record producer della Emi, il sempre incensato Walter Legge che perse molti più treni di quelli su cui riuscì a salire. (...) L'articolo completo di Elvio Giudici che analizza le differenze tra le incisioni in studio e quelle dal vivo (appena restaurate da Warner) di Maria Callas è pubblicato sul numero di settembre di "Classic Voice". Alcune incisioni restaurate si possono ascoltare in esclusiva nell'album digitale del mese riservato ai lettori della rivista
  • Recensioni Opere e Concerti

    Wagner – Die Meistersinger

    BAYREUTH - Tutto si può dire del Bayreuther Festspiele, tranne che non stia facendo i conti col proprio passato. Chi lo frequenta incappa da qualche anno nelle tappe obbligatorie dell'autoprocesso cui si è sottoposto il Festival per i suoi rapporti strutturali col nazismo: un grande giardino di stele biografiche, proprio davanti al teatro, ricorda musicisti e direttori ostracizzati o, peggio, uccisi nei lager; la casa minimalista di Siegfried Wagner, di fianco a Wahnfried, infligge ai turisti un documentario (in sola lingua tedesca) nel quale un giovanissimo Wieland Wagner (figlio di Siegfried, nipote di Richard) reclina la schiena per far scrivere più comodamente un Führer giulebbe, peraltro assiduo ospite di quelle mura. Quest'anno, poi, il titolo d'apertura del Festival – la nuova produzione de “Die Meistersinger von Nürnberg” – non ha lasciato scampo a temi diversi. Ma l'ossessione autopurgante nazista, sotto la lente dell'austrialiano-israeliano Barrie Kosky, è diventata capace di leggerezza e compassione. Un miracolo, maneggiando nella stessa opera il destino dell'arte tedesca, l'antisemitismo, il nazismo, il processo di Norimberga. Il finale dei Maestri Cantori - Hans Sachs nei panni di un Wagner sovraeccitato, spalle al pubblico, che dirige orchestra e coro – è sembrato un atto di umana assoluzione, al termine di un processo durato quasi quanto l'opera intera. I fedelissimi dei personaggi originali avranno dovuto fare uno sforzo di adattamento, trasformandosi, come detto, Hans Sachs in Wagner, Eva in Cosima Liszt, Pogner in Franz Liszt e Beckmesser nell'ebreo Hermann Levi, per la cronaca uno dei pochi musicisti ebrei ammessi al cerchio magico bayreuthiano anche dopo la morte di Wagner. Scena prima, il salotto di Wahnfried, la sacra residenza “dove la follia trova pace”. Lì, riprodotta fedelmente anche la biblioteca, un vanesio e ipercinetico Hans-Richard (Michael Volle è un maestro raro di voce e movimento) intrattiene gli ospiti e due veri cani terranova. Pare un pedante padrone di casa, di quelli che vorrebbero mostrare le diapositive delle vacanze: di colpo, però, la scatola scenica che contiene il salotto (plauso alle scene di Rebecca Ringst) viene risucchiata nelle quinte; nello spazio di un respiro il suo padrone ne è eiettato, subito circondato dalle pareti dell'aula di tribunale di Norimberga, mentre il pulpito degli imputati gli si solleva sotto i piedi. Sipario chiuso, shock assicurato. Il secondo atto, il più onirico e sfilacciato dei tre, oscilla dal déjeuner sur l'herbe di Hans (ovvero Richard) ed Eva (ovvero Cosima) fino al delirio antisemita che sceglie Beckmesser come vittima di questa abbozzata kristallnacht; una febbre ingigantita al parossismo, con un enorme pallone che si gonfia nelle fattezze dello stereotipo fisignomico ebreo (tanto assomigliante a Wagner stesso) e che ha come unico pregio quello di sgonfiarsi quasi subito. E finalmente il terzo atto, nell'aula di Norimberga, anche in questo caso fedelmente ricostruita come l'abbiamo conosciuta nella fosca memoria fotografica di quei dì. Qui Barrie Kosky dà prova di saper maneggiare le grandi masse. Caos e saturazione umana in scena non lo spaventano affatto, anzi lo esaltano. Impossibile non riconoscere la genialità di trattamento di cotanta carne sul palcoscenico, un coro nel coro, che non ha mai dato per un attimo l'impressione dello strabocchevole (secondo plauso a Klaus Bruns, costumi). Consumata la gara canora che incorona Walther von Stolzing (il luminosissimo timbro di Klaus Florian Vogt), si arriva alla fine del processo. Con analoga dinamica rispetto al primo atto, le stanze di Norimberga sono sollevate in un amen, e dalle quinte ecco entrare in velocità una grande scalea che ospita l'orchestra e il coro, pronti per il finale. Hans Sachs/Wagner, il cui banco da imputato è diventato frattanto un podio da direttore, si sbraccia così a condurre la sua stessa musica. L'effetto non è né macchiettistico né celebrativo: si direbbe compassionevole. Perché in tutto questo l'eroe/antieroe, affermazione/negazione di sé stesso, è rimasto solo. Unico, sul palco, a dirigere un'orchestra che in realtà non sta nemmeno suonando, perché quella vera è ben nascosta in buca, diretta da Philippe Jordan, attento a cesellare più che a far esplodere, a colorare più che a imporre forza (per la sua composta antiretorica sarà applaudito da tutti, a differenza del regista). Librandosi col trasporto di un fauno risvegliato, Wagner non sembra il condannato a morte delle superpotenze di Yalta né il vecchio vanesio che intontisce i suoi ospiti. Ma è solo. E solitario continua a dirigere, come fosse un Beethoven sordo, anche quando l'orchestra gradualmente si ritira nelle quinte. Altro che arte tedesca immortale, qui il dramma della senilità, del non poter dire più e altro, è esploso sotto il basco di Wagner. Sopravvissuto al processo, condannato dalla solitudine del tempo. Luca Baccolini   Su "Classic Voice" di carta o in digitale c'è molto di più. Scoprilo tutti i mesi in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html  

    Puccini – Turandot

    MACERATA - C’era una volta una ragazzina che gioca a fare la principessa perché non vuole crescere. Ha

    Mozart – La Clemenza di Tito – Festival di Salisburgo

    SALISBURGO - Avviso ai naviganti del mondo dell’opera: preparatevi a Barbieri di Siviglia con inserti
  • 220 - Settembre 2017
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  • Dibattiti e sondaggi

    Critica social

    Coraggio, parliamone anche nel foyer: com’è cambiata la critica musicale nell’era dei social media? Come per ogni novità, ci sono vantaggi e svantaggi. Cominciamo dalla fine. Svantaggio numero uno è il proliferare della critica fai-da-te, con assatanati che si trasformano subito in killer prêt-à-juger con uno sprezzo del ridicolo pari solo a quello per la sintassi. Nei casi estremi, le loro inappellabili sentenze confinano con l’insulto o la diffamazione a mezzo stampa; in quelli un po’ meno estremi ma sempre deprecabili, capita che sparino giudizi che sono spesso pregiudizi  sulla base di trasmissioni radiofoniche (tanto, si sa, all’opera l’importante è la musica e solo la musica) o di precarie dirette streaming. Se invece si degnano di andare effettivamente a teatro, ecco i blog “ad personam”, nel senso che sono scritti da una persona sola e letti da altrettante, che servono solo per scroccare un biglietto omaggio all’ufficio stampa boccalone di turno. Ma è una fauna di cui nel foyer si è già spettegolato, quindi inutile insistere. Salvo che per precisare che ci sono anche bloggari competentissimi, preparatissimi, equilibratissimi e spesso meglio informati di un critico “vero” o di un direttore artistico italiota, e non ci vuole poi molto. Svantaggio numero due: spesso la critica cattiva scaccia quella buona. La rete è un mare dove non sempre si pesca il meglio. Qui, ovviamente, tocca al lettore distinguere il grano dal loglio: ma se il lettore non è troppo provveduto può anche non riuscirci. L’unico possibile ma non probabile motivo di ottimismo è che alla fine la credibilità vinca, però molte tristi esperienze contemporanee inducono a pensare che così non sia. La politica, italiana e straniera, sta lì a dimostrarlo. Detto questo, ci sono anche vantaggi. Chi scrive lo fa anche per un quotidiano e si è accorto (benché da meno tempo da quando era diventato ovvio, ma questo solo per colpa sua) che la recensione sul sito del giornale è molto meglio di quella sul giornale “di carta”. Intanto perché chi la scrive non deve autocastrarsi nelle ormai abituali e mortificanti trenta righe (però attenzione: non è che il web sdogani automaticamente lo sbrodolamento. Se lì le righe diventano centocinquanta, siate pur certi che l’unico a leggerle tutte sarà chi le ha scritte). E poi perché fra Facebook e Twitter e il resto della compagnia social il pezzo si propaga e si raddoppia e, se non produce un’esplosione, raggiunge in ogni caso molti più potenziali lettori del colonnino cartaceo. Altro vantaggio: il lettore può interloquire. Vantaggio molto relativo, quando si tratta di uno dei leoni da tastiera di cui sopra, spesso coniuge-amante-concubino-parente o, Dio non voglia perché sono i peggiori, mamma o papà del cane che si è appena stroncato. In questo caso, estote parati: non arriverà una garbata contestazione, ma una sequela di insulti sanguinosi, ovviamente anonimi. Però va pur detto che l’iterazione con i lettori è spesso utilissima: la verità in tasca non l’ha nessuno, le obiezioni motivate e argomentate inducono a riflettere, attività sempre utile benché faticosa (e forse proprio per questo praticata così poco) e ne nascono talvolta discussioni stimolanti per tutti. Resta il grande problema dell’“amicizia” su Facebook. Posto che di amicizie più che virtuali si tratta, può essere imbarazzante essere “amici” di qualcuno di cui si deve poi valutare una prestazione professionale. Nel dubbio, meglio astenersi, intendo dall’amicizia, non dal giudizio. E, in caso estremo, meglio ancora non concederla o cancellarla, l’amicizia, giusto per evitare pericolose confusioni. Lasciamoci così, senza rancor. Alberto Mattioli
  • Eventi
    Alessandria, dal 25 al 30 settembre

    Concorso internazionale di chitarra classica Michele Pittaluga

    Dal 25 al 30 settembre si tiene ad Alessandria, Teatro Alessandrino di Via Verdi (finale il 30
    Settimane Musicali Meranesi, dal 17 agosto al 21 settembre

    Incantesimo a Merano

    Estasi e misticismo. È questo il motto della 32a edizione delle Settimane musicali meranesi, in
    Pesaro, dal 10 al 22 agosto

    Tutte le carte del Rof

    Attenzione puntata su un tratto registico sempre più distintivo. Così si caratterizza nelle
  • Novità CD

    Wagner – Der Ring des Nibelungen

    Il 1967 è l’anno cruciale in cui Karajan fondò il Festival di Pasqua di Salisburgo portando il Ring wagneriano su quel podio. La registrazione in studio che seguì viene ora riproposta in blu-ray con un libretto di 400 pagine lussuosamente rilegato e illustrato in occasione dei 50 anni da quel memorabile avvio. Il direttore tedesco completò la Tetralogia nel 1970, da riascoltare nella migliore definizione (rimasterizzata a 24 bit /96 Hz) e con i libretti nell’originale tedesco o nella traduzione inglese. (blu-ray audio cd Dg)
  • Novità DVD

    Gerry Mulligan Concert

    Il sassofonista Gerry Mulligan (1927-1996) esegue due sue composizioni pensate appositamente per sax baritono e orchestra insieme all’Orchestra Filarmonica di Stoccolma, diretta per l’occasione da Dennis Rusell Davies. Si tratta di un'esibizione tenutasi nella capitale svedese nel 1988 e finora rimasta inedita, ora disponibile su dvd grazie alla recente iniziativa della Fondazione Mulligan creata dalla moglie Franca Rota. Mulligan visse gli ultimi anni della sua vita in Italia, a Milano, dove stava programmando di eseguire queste e altre sue pagine con la Filarmonica della Scala. Purtroppo non ne ebbe il tempo. Il programma vede come primo brano Entente, arrangiato dallo stesso sassofonista, mentre il secondo The Sax Chronicles, articolato in cinque movimenti, che omaggiano ciascuno un compositore di musica classica (Sax in Mozart minor; A Walk with Brahms; Sax on the Bach stairs; Sax on the Rhine; Sax und der Rosenkavalier), è arrangiato da Harry Freedman. Il dvd propone inoltre, come bonus track, due interviste a Gerry Mulligan, una a cura di Jan Olsson e l’altra a cura di Kristin Lorentzson. (dvd Mp Classics MAPCL 10037)
  • Recensioni CD

    Kurtág – Opere per ensemble e per coro

    Questa stupenda antologia di opere di Kurtág ha uno strano titolo di cui non si capisce a quale inesistente “completezza” si riferisca; ma ciò conta poco. Il sensibilissimo Reinbert de Leeuw con gli eccellenti complessi olandesi Asko e Schönberg Ensemble, con il coro della radio olandese e pregevoli solisti propone in ordine cronologico un percorso attraverso momenti tutti essenziali dello scarno catalogo del compositore ungherese, dai Capricci op. 9 su testi di I. Bálint (1959-70) ai Canti su poesie di J. Pilinszky op. 11 (1975) ai Messaggi della defunta signorina R.V. Trussova op. 17 (1976-80) che nella interpretazione di Boulez furono determinanti per farlo conoscere in Europa. Kurtág è sempre rimasto in una posizione di appartato isolamento, lavorando con grande lentezza e concentrazione. Il suo rapporto con la nuova musica non escludeva un legame profondo ma originale con la storia e la tradizione, da Bach a Schumann a Bartók a Webern. Inclassificabile nel suo personalissimo microcosmo, Kurtág è un poeta dei suoni che può racchiudere verità espressive tra le più intense in pagine di concentratissima brevità, usando talvolta vocaboli molto semplici, quasi note di diario che nelle sue mani possono acquistare la forza visionaria delle rivelazioni, sotto il segno di una soggettività dolorosamente lacerata. È difficile raccontare come nei migliori dei suoi lavori vocali ogni frammento, ogni gesto abbia l’intensità visionaria di parole strappate ad un silenzio al limite dell’afasia, di immagini folgoranti di breve durata, accensioni liriche, lievi arabeschi, che non perdono di intensità e purezza nelle opere in cui Kurtág si è aperto ad un respiro formale un poco più ampio. Tra queste sono gli intensissimi lavori per solisti e gruppi strumentali dispersi nello spazio: solista è la chitarra in Grabstein für Stephan op. 15c (1978-79), il pianoforte in …quasi una fantasia… op. 27 n. 1 (1987-88), violoncello e pianoforte nel doppio concerto op. 27 n. 2 (1989-90) e una voce femminile grave in Samuel Beckett: What is the Word op. 30 b (19919, basato sull’ultima poesia di Beckett. Non erano mai state registrate le cose più recenti che si ascoltano nel terzo cd, i cori op. 18 (1980-94), le Poesie di Anna Akhmatova op. 41 (1997-2008) con la bravissima Natalia Zagorinskaja, impegnata anche nell’op. 17, Colinda-Balada op. 46 (2010) per tenore, coro e complesso da camera, e Brefs Messages op. 47 (2011) per piccolo complesso, che come il lavoro immediatamente precedente, basato su un testo popolare romeno, recupera la memoria di inflessioni modali e vocaboli del passato. In questo straordinario percorso tutti gli interpreti ci accompagnano con una cura e una concentrazione degne di ogni elogio. Paolo Petazzi   Su Classic Voice di carta o in digitale c’è molto di più. Scoprila tutti i mesi in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html    
  • Recensioni DVD

    Verdi – Macbeth

      Ho un po’ perso il conto (nove, credo), di quanti ruoli verdiani scritti per baritono siano stati affrontati da Domingo. Nessuno capace di lasciare davvero il segno, tutti accolti da grande successo di pubblico, quindi il pallottoliere è probabile s’arricchirà ulteriormente. Ormai frusta ogni considerazione su quanto sempre tenorile sia la sua voce, non importa quanta brunitura possieda il colore timbrico, e ancor meno su quanto corretto o meno sia il meccanismo “baritonale” del passaggio di registro. Resiste sempre, si capisce, un brandello di ammirazione per la longevità vocale (non c’è la minima traccia di quel vibrato che, per dire, affligge così tante voci di trentenni), ovvio portato d’una tecnica impossibile a negarsi pena il ridicolo. Ma resta altresì immutato il rimpianto per quanto avrebbe invece potuto fare una personalità artistica come la sua alle prese con le parti baritonali verdiane: scegliere due o tre ruoli al massimo, sviscerarli col concorso dei direttori e registi migliori su piazza, offrendo così ottiche interpretative molto personali (e dunque meritevoli di ricordo ben maggiore del semplice “ha fatto anche questo”) di conserva a utili considerazioni su quanto, come e perché, la vera voce baritonale pensata da Verdi abbia a essere d’impasto chiaro. Niente. Spettacoli di banalità desolante, nei quali mortificata è proprio quella capacità di stare in scena che è sempre stata qualità peculiare di Domingo: e scarsa propensione a lavorare a fondo coi (sporadici) direttori di conclamata bravura che pure ha incontrato in questa sua seconda carriera. Il presente Macbeth californiano dell’anno scorso non solo non fa eccezione: ne è conferma delle più tristi. Lo spettacolo sembra una parodia di certi film hollywoodiani in costume anni Cinquanta. Pelliccione, coronone dorate a punte, spade e spadoni, grande aprirsi di mantelli e mantelline, boccali enormi di elaborata quantunque sempre pacchianona fattura. Tutto un andare e venire ma soprattutto stare, con gran sorrisi a bocca larga e mani a brocca, recitazione rigorosissimamente frontale. Diversi “prestiti” a cominciare dalle streghe onnipresenti in ogni stazione narrativa, clonate in figure seminude pittate di grigio striscianti su muri e pavimenti come nel Macbeth cinematografico di D’Anna; e ancor più numerose cadute nel più sfrenato e patetico dei comici involontari, come le testone giganti sopra gambette da bambino che caracollano a destra e a manca nella scena delle apparizioni; o come la Lady che interrompe l’incalzare del duetto seguente l’assassinio di Duncan per scappare in quinta a prendere uno dei suddetti boccali onde offrire al marito un cicchetto ricostituente (e al supposto baritono, in difficoltà di fiato, un confortino). Un peccato, questo perenne e totale anticlimax scenico, perché limita parecchio una direzione che già deve fare i conti coi continui fiati rubati del protagonista: nei limiti del possibile, però, tesa, flessibile, capace spesso di creare quell’atmosfera drammatica di cui la scena latita in toto. La linea vocale di Domingo è sempre più stanca man mano che la serata procede: il senso della parola non manca, tuttavia, e diverse inflessioni mostrano quanto si sia impegnato a fondo nell’affrontare simile personaggio, trovando - a fianco dei due faticosissimi concertati e d’un duetto in cui ci si aspettava ben altro gioco di chiaroscuri - un fraseggio notevole nel “Pietà rispetto amore” e notevolissimo nella ripristinata “Mal per me chi m’affidai” conclusiva. Di robusto spessore la voce di Ekaterina Semenchuk, ennesimo mezzosoprano alle prese con una tessitura diabolicamente ambigua (i soprani debbono avere fior di gravi e un medium di roccia; i mezzosoprani, a parte il re bemolle del sonnambulismo, devono vedersela con pestifere fiondate all’acuto) di cui viene a capo con stridii non eccedenti in alto, discreta disinvoltura nelle agilità del brindisi, e in generale uno sfruttamento piuttosto sagace del registro centrale, dove mette in mostra un colore cupreo più che notevole: un tantino risaputo il fraseggio, purtroppo, risolto più con diligente scolpitura di dizione che con personale fantasia d’accenti. Accento, peraltro, che latita vistosamente nella pur bella linea di Ildebrando D’Arcangelo e in quella viceversa frammentaria e disordinatissima di Joshua Guerrero. Orchestra eccellente, coro un po’ meno (e Gesù, quanto recita male!), parti di fianco discrete. Elvio Giudici   Su Classic Voice di carta o in digitale c’è molto di più. Scoprila tutti i mesi in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html    
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Monteverdi – Vespro della Beata Vergine John Eliot Gardiner

(2 cd + dvd Archiv)   Gardiner celebra il 450° compleanno monteverdiano riproponendo le strumentazioni originali affidate agli English Baroque Soloists; e con l’imponenza vocale dei cori Monteverdi e

Telemann

Dedicato a Georg Philipp Telemann, il  più longevo dei compositori barocchi (morto 250 anni fa nel 1767) il cofanetto apre con le Sei Ouvertures provenienti dal ricco fondo telemanniano conservato presso la biblioteca

Anton Bruckner – The complete Symphonies

Si tratta della prima pubblicazione in cd del terzo ciclo sinfonico integrale bruckneriano diretto da Barenboim sul podio della Staatskapelle di Berlino. Le registrazioni dal vivo sono state realizzate a Vienna nel 2010

The Inaugural Season

Il 16 settembre 1966, per l’inaugurazione del nuovo Metropolitan di New York nella nuova sede al Lincoln Center, fu scelta l’opera Antony and Cleopatra di Barber, con Leontyne Price e Justino Diaz nei ruoli del
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Verdi

In formato bluray la Dynamic pubblica il debutto nella regia d'Opera di Dario Argento del 2013 con Macbeth di Verdi al Teatro Coccia di Novara. Il Cast vede Giuseppe Altomare nel ruolo del titolo e Dimitra Theodossiou

Sharon Isbin

Un ritratto della camaleontica chitarrista di formazione classica Sharon Isbin in un documentario che include la performance alla Casa Bianca ed esecuzioni di musiche di Howard Shore, Mark O’Connor (che concerta con

Vivaldi

Se il cast è composto da Mary Ellen Nesi, Delphine Galou, Sonia Prina, Loriana Castellano, Emanuele D'Aguanno, Roberta Mameli, Magnus Staveland, l'orchestra è quella del Maggio Musicale Fiorentino. Sul podio Federico

I capolavori della danza

Esce il 4 marzo in edicola con il "Corriere della Sera" il settimo titolo della collana in collaborazione con Classica HD "I Capolavori della danza", inaugurata in gennaio con “Giselle” (nell'immagine). Si tratta di