• Mondo Classico

    Addio ad Angelo Foletto

    Ci eravamo illusi che Angelo Foletto fosse eterno. Che la sua tenacia, forza e volontà di vivere gli avrebbero fatto vincere qualsiasi battaglia. Alla fine però Angelo la guerra l’ha persa. Lasciando il mondo della musica, e della critica musicale, più povero. Il nostro orizzonte affettivo e culturale improvvisamente vuoto. Critico musicale della “Repubblica”, amico e collaboratore del nostro giornale per molti anni (con interviste, inchieste, profili artisti e una rubrica mensile, Playlist) di questa professione era la quintessenza. Non per niente dell’Associazione Nazionale dei critici musicali è stato Presidente per 27 anni fino al 2023, benedetto dai predecessori (Duilio Courir, Leonardo Pinzauti), eletto e rieletto numerose volte dai soci, capace di unire e parlare con tutte le anime del nostro piccolo grande mondo, come ha tenacemente ribadito fino all’anno scorso guidando i lavori di una trentina di giurie del Premio Abbiati, che è rimasto grande grazie alla sua intelligenza e imparziale autorevolezza. Non si contano le sue imprese da critico militante, collaboratore di testate e riviste (“Musica Viva”, di cui è stato vicedirettore, “Suonare News” e di recente “Amadeus”), autore di libri (gli ultimi arrivati quelli su Claudio Abbado e Maurizio Pollini per la Libreria Musicale Italiana), conduttore radiofonico (per Radio3 e la Radiotelevisione svizzera), speaker televisivo (i Concerti della Domenica su Rete4), docente al Conservatorio di Milano e formatore di critici musicali in erba, da ultimo nei corsi del Teatro Regio di Parma. Tutto iniziò con un trasferimento da Pieve di Ledro a Milano, compiuto per trasformare la sua passione per la musica in studio e poi professione (primo lavoro all’Archivio musicale della Scala, a fianco di Claudio Abbado): anche se la corteccia trentina è rimasta sempre a proteggerlo e la dirittura montanara un antidoto alle seduzioni della società dello spettacolo, dove peraltro abitava con grande e trascinante empatia. Ci ha insegnato a vivere il “racconto della musica” come esperienza e stile da ridiscutere, aggiornare, adattare anno per anno, giorno per giorno, senza nostalgie per le perdute età dell’oro, ma con tenace resistenza e difesa delle sue ragioni. E nello stesso tempo con correttezza e rettitudine antiche, per lui mai desuete o fuori moda. (AE)

    Le Fenice siete voi

    PERSONAGGIO DELL'ANNO 2025 ORCHESTRA E CORO DEL TEATRO LA FENICE DI VENEZIA La nomina di Beatrice Venezi come nuova direttrice musicale della Fenice è stata annunciata il 22 settembre 2025. Non è questa la notizia dell’anno, ma lo è piuttosto la reazione che si è scatenata subito dopo. Un movimento che ha unito maestranze e pubblico come non si vedeva da tempo, almeno in ambito musicale e artistico. Per “Classic Voice” - una comunità di critici e collaboratori qualificati, che ogni dicembre si raduna per raccogliere i “propri” personaggi dell’anno - è l’Orchestra (e ovviamente il Coro) della Fenice il volto - anzi, i volti - che meglio rappresentano questo 2025 ormai al congedo. La tenacia con cui i musicisti veneziani hanno difeso la propria autonomia, a dispetto di una decisione goffamente motivata dal nuovo sovrintendente Nicola Colabianchi, è l’immagine di un sentimento civile, oltre che artistico, sul quale - a prescindere da come si svilupperà la vicenda - è possibile immaginare un futuro meno nero di quanto ora sia lecito attendersi. Gli altri personaggi del 2025 secondo l'intera redazione del nostro mensile sono: Francesco Giambrone, Sovrintendente del Teatro dell'Opera di Roma Daniele Rustioni, direttore d'orchestra Maria Joao Pires, pianista Francesco Filidei, compositore Mariangela Sicilia, soprano Silvia Colasanti, compositrice, direttrice del Festival della Valla d'Itria Pier Galli, Ernesto Assante (in memoria), critico musicale, ideatore dell'Enciclopedia La musica contemporanea (Treccani) Pier Galli, ristoratore e fondatore del Premio Galleria Scopri le motivazioni di tutti i premi sul numero di dicembre (319) di "Classic Voice"
  • Recensioni Opere Concerti e Balletti

    Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk alla Scala- recensione

    MILANO - Stalin bandì Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk, proibendone di fatto l’esecuzione e interrompendo la carriera di operista di Sostakovic, allora ventottenne. La Scala gli restituisce il maltolto ambientando negli anni dello stalinismo il titolo che ha inaugurato la stagione ’25-26. Lo spostamento funziona ed è giustificato dal fardello che questo titolo censurato si porta dietro: tra l'altro la prima italiana alla Biennale di Venezia con la direzione di Nino Sanzogno e le scene di Renato Guttuso cadde nel 1947, quando l'opera era vietata oltre cortina e lo stalinismo trionfava a costo di una pesante repressione. Proviamo solo a immaginare quali capolavori l’autore avrebbe potuto lasciare in eredità se il dittatore non si fosse messo in mezzo. Non siamo dunque in una arretrata provincia della campagna russa in epoca zarista, come nel racconto di Leskov, ma in una cornice urbana dell’Urss anni Cinquanta: come a ribadire che i vizi della società prerivoluzionaria - patriarcato, maschilismo, sessuofobia, violenza, sfruttamento - sono ancora tutti lì in forme diverse anche nella società del socialismo reale. Ma c’è un’altra ragione che rende lo spettacolo di Vasily Barkhatov “giusto” e in sintonia con la vorticosa direzione di Riccardo Chailly, ed è la gestione cinematografica dei tempi e delle azioni. Sostakovic era autore di colonne sonore proprio negli anni in cui il cinema sovietico scopriva il sonoro, più frequentato del teatro espressionista. Le regia Lo spettacolo della Scala inizia con un flashback (improprio parlare di “teatro nel teatro”): la protagonista è stata appena arrestata dalla polizia che la sta interrogando. “Certo, questa notte ho dormito, mi sono alzata, ho bevuto il tè con mio marito, mi sono di nuovo distesa”. E l’inizio sembra davvero una deposizione, accompagnata dalle immagini degli oggetti e prove dei delitti proiettate dietro la scrivania dell’interrogatorio che sale su e giù da una botola. Le efferate azioni successive dell’opera sono quindi ricordate in caserma e come “montate” cinematograficamente. Nel racconto di Barkhatov la polizia è lì a scrutare, riprendere, fotografare, documentare: il Kgb mette il naso perfino in camera da letto, invade Le vite degli altri, come la Stasi nell’omonimo film del 2006; il che procura pure un certo effetto comico e satirico che l’opera - a differenza del film - possiede in massimo grado. Insomma, la violenza, gli stupri, il sesso, gli omicidi ci sono, ma il regista li immette in un discorso visivo nuovo, non semplicemente realistico, o sboccato, ma thrilling e comico-poliziesco: “tragedia satirica” secondo Sostakovic. Certo, la confezione è fastosa, da “prima della Scala”: il ristorante d’epoca sovietica frequentato dalla Nomenklatura del patriarca Boris - che l’impianto scenico scorrevole di Zinovy Margolin alterna agli ambienti retrostanti délabré - fin troppo scintillante e lussuoso; e i cuochi che si aggirano dappertutto, e le cameriere, hanno qualcosa di disneyiano (però il coro preparato da Alberto Malazzi è da pieni voti con lode). Ma non mancano sottolineature e caratterizzazioni originali e pertinenti: per esempio il sadismo di Boris, che dopo aver frustato Sergej trema come uno psicopatico; o il carattere vago, assente, infido di quest’ultimo che qui lascia che Katerina strangoli da sola il marito e rifiuta il sesso con lei rifugiandosi sotto la coperta ben prima del tradimento con Sonetka nel quarto atto. Se poi il tema dell’opera è non solo il sesso desiderato da Katerina, ma anche quello mancato o detestato - l’impotenza del marito, che non la sfiora e non la mette incinta, e del viscidume del suocero, che vorrebbe possederla al posto del figlio - Barkhatov dà rilievo a entrambi: l’apparizione del fantasma di Boris (la cui voce è qui affidata al coro) a Katerina è l’incubo di essere stuprata dallo stesso suocero, e il ritorno del marito coincide col goffo e tardivo tentativo di impalmarla. Perfetta nello spirito comico-sarcastico dell’opera la sostituzione del pope ubriaco con un cuoco travestito alla bell’e meglio per dare la benedizione a Boris appena assassinato dalla Lady con un piatto di funghi condito al veleno per topi, come la scena del funerale di Boris, alla cui salma vengono riservati i grandi onori destinati ai notabili del Partito ma che poi vanga per il ristorante (non si sa dove spostarla) per finire dimenticata sotto un tavolo. Nel terzo e quarto atto gli spunti teatrali si fanno più rari e resta solo la cornice fastosa (la scena satirica dei poliziotti nullafacenti e ubriaconi, qui schierati su un praticabile tutti elegantissimi in divisa bianca,  è troppo patinata per graffiare davvero) e le sorprese a effetto: il camion della polizia che irrompe in scena spaccando la vetrata del ristorante per traslare la scena in Siberia o l’omicidio/suicidio finale come autocombustione (invece che affogamento nel lago ghiacciato), benissimo realizzato dalle stuntwomen Beatrice Del Bo e Marie Schmitz - impressionanti torce umane per la prima volta impiegate alla Scala - sono tanto belli da vedere quanto teatralmente infecondi ed effettistici. La direzione e il cast Poliziesco, noir o serie televisiva che diventi, lo storytelling si trova con la superlativa direzione di Riccardo Chailly, anch’essa perfetta nello sbalzare l’avanguardismo della partitura, nel restituire la sua matrice urticante e modernista, ma non espressionista e teatralmente surreale come quella del precedente Naso. Qui la narrazione ha un ritmo indiavolato, frenetico che accosta, accavalla, “divora” stili e riferimenti disparati ma li lascia scorrere l’uno nell’altro come fagocitandoli. La violenza sonora ricercata da Chailly non è solo nel volume delle estroversioni orchestrali, fiammeggianti, aguzze e tutt’altro che belle o aggraziate, talvolta anzi agghiaccianti, ma nella velocità implacabile, nella spigolosa asciuttezza con cui profila timbricamente e consuma le fulminanti invenzioni musicali d’autore, tra acidi scherzi sinfonici, meccaniche, impassibili - e dunque tragiche - passacaglie, emersioni di stralci di musica di consumo e marionettistici ostinati da cinematografo, restituiti da un’orchestra scaligera padrona di una scrittura sfidante, con fiati e percussioni penetranti e sovraesposti. Ma Chailly sa anche creare zone di vuota desolazione, di afasica sospensione e immobilità: l’alternativa alla bulimia ritmico-dinamica è la negazione del movimento, il nulla che si spalanca e si lega all’unico personaggio che prova sentimenti ed espressivamente torreggia, Katerina. Sarah Jakubiak ne fa un ritratto di appassionata fragilità, di donna affatto mostruosa ma umanamente volitiva, con una voce più insinuante e sferzante che imponente, di intenso lirismo dove occorre. Alexander Roslavets canta bene ma recita meglio la parte del suocero laido e tracotante. Najmiddin Mavlyanov è un Sergej poco macho e sbruffone, piegato dalle frustate, attento alla parola e al canto. Yevgeniv Akimov un Zinovij di voce poco intonata  e caricaturale. Gli altri bene (Ekaterina Sannikova, la cuoca Aksin’ja, Elena Maximova, Sonetka), con un eccesso di caratterizzazione e brutte voci nelle parti di fianco (ma nel terzo atto il sergente di polizia, Oleg Budaratskiy, canta molto bene). Alla sua dodicesima inaugurazione Chailly propone un grande titolo del Novecento storico europeo. Dispiace solo che la Scala arrivi solo adesso a investire tutte le sue energie su un repertorio che dovrebbe invece far parte della sua stessa identità e missione. Andrea Estero   Su "Classic Voice" di carta e in digitale c'è molto di più. Scoprilo tutti i mesi in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html  

    Il viaggio nei festival austro-tedeschi continua, II: Salisburgo

      A Salisburgo vince la proposta di Peter Sellars ed Esa-Pekka Salonen. One Morning Turns into

    Viaggio nei festival d’opera austrotedeschi, I: Bayreuth

        Visitare i tre principali festival austro-tedeschi dedicati all’opera (Bayreuth,
  • 320 Gennaio 2026
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  • Eventi
    Bergamo, 18 luglio

    Herbie Hancock chiude Estate Jazz al Lazzaretto

    Atteso il 18 luglio a Bergamo a conclusione della rassegna “Estate Jazz al Lazzaretto” ,
    Il direttore tedesco dà forfait al progetto del Ring a Milano. L'Oro del Reno a Simone Young

    Thielemann perde l’Anello

    Christian Thielemann non dirigerà l'atteso “Ring” wagneriano a Milano. La notizia a bruciapelo
    Mozart l'Italiano

    Genova, Opera Carlo Felice

      Il febbraio del Carlo Felice di Genova è dedicato a Mozart, e più precisamente al
  • Novità CD

    Frédéric Lodéon “Le Flamboyant”

      In Francia Frédéric Lodéon è conosciuto come volto televisivo, il cui senso dell’umorismo ha aiutato la diffusione della musica classica a un ampio pubblico. Ma l’ex allievo di Rostropovic è prima di tutto un immenso violoncellista, dotato di un temperamento impetuoso. La sua eredità discografica per Erato ed Emi viene raccolta per la prima volta in un cofanetto che include numerosi inediti.         Su “Classic Voice” di carta o nella copia digitale c’è molto di più. Scoprilo tutti i mesi in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html      
  • Recensioni CD

    Ravel Concerti per pianoforte e orchestra

    A distanza di pochi mesi dalla sua incisione delle opere complete per pianoforte di Ravel (che ha vinto il Premio Abbiati del disco, ndr), Cho ritorna sul mercato con i due Concerti del medesimo autore, segno questo di una sua evidente predilezione per Ravel. Come era accaduto con Scarbo, l’inizio del Concerto in Sol fa subito pensare a un omaggio dell’oggi trentunenne pianista all’esempio di Michelangeli, storico interprete del capolavoro raveliano. Ma qui si ascoltano numerosi altri spunti di una bellezza davvero incredibile, e non solo pianistica dato che la parte orchestrale affidata a Nelsons e alla Boston Symphony è altrettanto meravigliosa. Molto raramente si ascolta un simile connubio tra solista e orchestra e altrettanto raramente vengono alla luce con tanta chiarezza le parti strumentali del Concerto, che in certi passaggi sembra di ascoltare per la prima volta. Il Presto conclusivo è davvero strabiliante per il controllo esercitato dal pianista a una velocità notevolissima. Altrettanto pregevole è la lettura del Concerto in Re per la mano sinistra: la lunga introduzione dell’orchestra è chiara e precisa come non mai nonostante si viaggi nella zona grave, l’Allegro successivo viaggia con un brio straordinario e la conclusione ci regala una cadenza dove Seong-Jin Cho dimostra ancora una volta la sua ormai proverbiale bravura. Luca Chierici
Ultime Novità CD

Wilhelm Furtwängler

The Complete Studio Recordings on Deutsche Grammophon (4 Lp Dg)     Genio controverso, la cui arte era profondamente radicata nella tradizione dell’idealismo romantico, Wilhelm Furtwängler ha

Olivier Latry

The Complete Recordings on Deutsche Grammophon (10 cd + Blu-ray Dg) Per celebrarne i sessant’anni, Deutsche Grammophon ha raccolto in dieci cd (più un Blu Ray audio) l’integrale delle incisioni di Olivier

Saint-Saëns – Edition

(34 cd Warner)   Il 16 dicembre 2021 ricorre il 100° anniversario della morte di Camille Saint-Saëns. Warner Classics gli dedica una raccolta di 34 cd (illustrati con dipinti di Monet, Degase e

THE UNKNOWN RICHARD STRAUSS

(15 cd Deutsche Grammophon) Bamberger Symphoniker, Münchener Kammerorchester e Rundfunk-Sinfonieorchester convergono in una raccolta che fa luce su alcune composizioni orchestrali giovanili o quasi mai eseguite
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Schumann, Fauré Samsara

mezzosoprano Kate Lindsey pianoforte Éric Le Sage cd Alpha-Classics 1125 Il titolo si rifà a un termine sanscrito che indica il ciclo della vita, dalla nascita alla morte alla rinascita. Un po’

Sibelius Sinfonie n. 6 e 7 The Tempest

direttore Santtu-Matias Rouvali orchestra Gothenburg Symphony cd Alpha Classics Maneggiare la produzione di Jean Sibelius, col suo linguaggio enigmatico e sospeso, è affare per pochi. O perlomeno è raro

Lully Alceste

ensemble Les Épopées direttore Stéphane Fuget cd Château de Versailles 149 L’Alceste di Lully, scritta per celebrare una vittoria politicomilitare del Re Sole, racchiude in un prologo e cinque atti

Paganini 24 Caprices op. 1

mandolino Dor Gidon Amran cd Dynamic 8038 I Capricci di Paganini sono la raccolta di musica per violino solo più influente della storia musicale d’occidente perché oltre a segnare una nuova era della