• Mondo Classico

    L’Italia fuori dall’Europa? E la Scala batte un colpo

    L’Italia esce dall’euro? Uno dei paesi fondatori dell’Europa minaccia l’Italexit? La Scala, la grande musica, vira in direzione opposta. E fa sentire la sua voce. L’ha detto anche Beppe Sala, il sindaco e presidente della Fondazione Lirica, alla presentazione della prossima stagione 2018-19: Milano intende puntare tutte le sue energie sui valori della cultura, prima di tutto quella artistica e musicale. E la musica, certo, non fa rima con sovranismo, confini, barriere. L’opera è uno spazio europeo: che siamo simili alla Germania e Francia più che alla Cina e all’India ce lo dice lei. La Scala, nel suo prossimo cartellone, ne trae le conseguenze. A cominciare dalle parole con cui è stato presentato da Alexander Pereira e da Riccardo Chailly: per la prima volta da quando si sono insediati libere dalla retorica dell’italianità. Ma anche nei contenuti di un programma degno di figurare tra i migliori dei palcoscenici che contano. Certo, i Verdi e Puccini restano i perni di stagione. Prima di tutto quelli proposti dal direttore musicale: Attila – “secondo titolo della trilogia giovanile verdiana, dopo Giovanna d’Arco e prima di Macbeth”, secondo Chailly – e Manon Lescaut – che sarà presentata nella prima, originale, versione – con la regia rispettivamente di Davide Livermore e David Pountney. Senza scordare I Masnadieri che vedono approdare al Piermarini le visioni sceniche di David McVicar e la direzione di Michele Mariotti. Ma l’Italia stavolta da sola non basta. E’ parte di una geografia più ampia, otto-novecentesca: a definirla c’è un capolavoro irrinunciabile come la Kovantchina di Musorgski (Gergiev/Martone), i due Richard Strauss di Ariadne auf Naxos ed Elena Egiziaca (entrambi diretti da Welser-Möst), la prima scaligera della Città morta di Korngold, titolo “cult” del decadentismo europeo (sul podio Alan Gilbert, regia Graham Vick), e ancora Idomeneo affidato al veterano Christoph von Dohnanyi (regia di Matthias Hartmann), la ripresa del Quartett di Francesconi (La Fura dels Baus), per concludere con quel Giulio Cesare di Handel allestito da Robert Carsen – “con un cast di star mondiali”, ha chiosato Pereira, e a ragione: Mehta, Bartoli, Jaroussky, Mingardo, dirige Antonini – che non è solo la prosecuzione del progetto barocco eseguito con l’apporto di strumenti originali (come oggi è irrinunciabile da Parigi ad Amsterdam a Berlino), ma anche l’inizio di una collaborazione tra la Scala e la stessa Cecilia Bartoli, che frutterà al Piermarini allestimenti di Semele (2020) e Ariodante (2021). Con quindici titoli e dieci nuove produzioni, la Scala è tra i teatri “a stagione” quello che produce e rinnova di più; ma è anche il più nostalgico. Continuano a girare infatti le produzioni “classiche”, come avviene per i gioielli di famiglia a Vienna o Berlino: la “Traviata della Cavani”, “La Cenerentola di Ponnelle”, “Il Rigoletto di Deflo”, “L’Elisir d’amore di Pericoli”, ravvivate da direttori eccelsi (Chung), intriganti (Dantone), a loro modo leggendari (Santi) o da nuovi talenti (Michele Gamba). Si afferma in sostanza – per un terzo della stagione – un “repertorio” sempre uguale a se stesso: il che ha una sua indiscutibile logica economica. I concerti sinfonici confermano l’impronta europea: con gli emozionanti percorsi tra Mahler e Bruckner proposti dalla Filarmonica con Chailly, Dohnanyi e Mehta; la presenza della Lucerne Festival Orchestra fondata da Abbado con i migliori strumentisti del Continente, il debutto del talentuoso Lorenzo Viotti, padre italiano e medaglia d’oro al concorso per direttori di Salisburgo: il più giovane degli italiani-europei. Nei giorni più convulsi della nostra storia politica recente, La Scala batte un colpo e ci ricorda chi siamo. Andrea Estero Sul mensile “Classic Voice”, di carta o in digitale, c’è molto di più. Scoprilo in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html

    Verdi “sequestrato”

    Dopo gli abbozzi e gli schizzi musicali, anche gli altri manoscritti di Giuseppe Verdi (lettere, carteggi e documenti, tra cui i famosi Copialettere e l’Album Clarina Maffei), sono stati prelevati dalla Villa di Sant’Agata, in provincia di Piacenza, e portati all’Archivio di Stato di Parma per disposizione della Soprintendenza archivistica dell’Emilia Romagna. L'operazione è stata condotta la scorsa settimana, ma le modalità sono state questa volta ben diverse rispetto al prelevamento dei manoscritti musicali. L'anno scorso, in gennaio, il provvedimento di deposito degli abbozzi musicali era stato preso con il consenso di Angiolo Carrara Verdi, l'erede che ha in custodia la Villa. La scorsa settimana, invece, la Soprintendenza ha disposto un deposito coattivo dei manoscritti dopo un sopralluogo per verificarne le condizioni di conservazione. Secondo il racconto dello stesso Carrara Verdi, tutto si è svolto in brevissimo tempo, nell’arco della stessa giornata. "Un'azione premeditata", accusa l’erede del Maestro. "Sono venuti per un sopralluogo mercoledì mattina, hanno detto che il locale non è adatto alla conservazione dei manoscritti e nel giro di poche ore sono tornati con un decreto di una decina di pagine, che evidentemente non poteva essere stato preparato in un tempo così breve. Subito dopo il trasporto all'Archivio di stato di Parma. È chiaro che era stato tutto predisposto". Carrara Verdi parla di "esproprio con un blitz" e sottolinea come gli ispettori abbiano toccato i manoscritti "senza indossare guanti" e quindi “senza rispettare le regole più elementari che si adottano quando si devono consultare preziosi documenti storici. E pensare che negli anni scorsi gli ispettori della Soprintendenza ci avevano sempre fatto i complimenti per come erano stati conservati questi manoscritti. Li hanno portati via senza nemmeno dire che cosa avremmo dovuto fare per garantire una migliore conservazione”. A queste accuse, per ora, la Soprintendenza archivistica dell'Emilia Romagna non risponde. Dal Roma fanno sapere che l’operazione non è ancora conclusa. Il provvedimento è indubbiamente clamoroso e va inquadrato nel più generale caso della conservazione degli archivi privati di grande importanza culturale e della loro accessibilità agli studiosi, prevista espressamente dalla legge. I manoscritti musicali verdiani sono stati per anni chiusi in un baule custodito nella Villa di Sant'Agata, inavvicinabili per la comunità degli studiosi. Questo giornale aveva condotto una lunga campagna stampa, mobilitando anche cinquanta grandi intellettuali, per sensibilizzare l’opinione pubblica e il Ministero dei beni culturali.  Nel gennaio dello scorso anno era stato disposto da parte della Soprintendenza il deposito dei manoscritti presso l'Archivio di stato di Parma per procedere poi all'inventariazione e alla digitalizzazione degli stessi. La catalogazione, condotta dal direttore scientifico dell'Istituto nazionale studi verdiani, Alessandra Carlotta Pellegrini, è stata ultimata nei tempi previsti entro la fine dello scorso anno. Prima di proseguire con la digitalizzazione  si è però dovuto procedere a un'operazione di restauro per i fogli che presentavano tracce di umidità. Lo stato di conservazione dei preziosi documenti non era insomma ideale. Il problema dell’inaccessibilità dei documenti potrebbe essere un altro dei motivi che hanno determinato la Soprintendenza a intervenire. Pare che alcuni progetti dell’Istituto nazionale di studi verdiani, che sta curando l’Edizione nazionale dei carteggi e dei documenti verdiani, fossero fermi per l’impossibilità di consultare liberamente i manoscritti di Sant’Agata. Come per gli abbozzi musicali, anche per questi carteggi si arriverà alla digitalizzazione per metterli agevolmente a disposizione degli studiosi. Quanto alla catalogazione, era già stata fatta e inserita nell’inventario di 359 pagine che elenca dettagliatamente tutti i beni contenuti a Villa Verdi e che è allegato al Decreto Regionale del 28 ottobre 2008 con cui si rinnova e si amplia la dichiarazione di interesse culturale della Villa con i beni immobili pertinenziali e l’archivio. La rapidità con cui è stato disposto e posto in essere il deposito coattivo lascia però aperto qualche interrogativo. È possibile che all’origine del provvedimento ci siano soltanto tracce di umidità? O c’è anche qualche motivo più grave? Che sia stata riscontrata la scomparsa di qualche documento? Angiolo Carrara Verdi lo esclude, ma non del tutto: “Da quando ho io la custodia, sicuramente no. Prima, diverse persone hanno messo le mani nell’archivio”. Soltanto la Soprintendenza potrà rispondere a questi dubbi quando l’operazione sarà conclusa. Intanto il caso riapre vecchie fratture tra gli eredi, i quattro fratelli Carrara Verdi che dalla morte del padre Alberto si fronteggiano in giudizio per l’eredità. Da una parte ci sono Angiolo, che ha attualmente in custodia la Villa, e Maria Mercedes; dall’altra Emanuela e Ludovica. Dopo quest’ultimo deposito coattivo, Emanuela e Ludovica hanno ribadito la loro preoccupazione, spiegando che nell’ambito del procedimento di divisione ereditaria pendente avevano promosso nel 2016, presso il tribunale di Parma, un’azione di sequestro nei confronti del fratello relativamente a tutto il contenuto di Villa Verdi: “Nutrivamo seri dubbi sui metodi di gestione e di conservazione della Villa e dei cimeli in essa contenuti da parte dell’attuale detentore. Purtroppo tale azione non è andata a buon fine e oggi assistiamo all’ennesima problematica inerente la gestione e la conservazione dei documenti verdiani”. Mauro Balestrazzi Sul mensile "Classic Voice" di carta o in digitale c'è di più. Scoprilo in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html
  • Recensioni Opere e Concerti

    Verdi – Don Carlo

    BOLOGNA - Capita spesso, nel teatro musicale, una discrasia tra quanto si vede e si sente. Dà sempre oltremodo fastidio: ma è una vera iattura se, come in questo caso, s'ascolta un capolavoro interpretativo e si vede una ciofeca. La direzione di Michele Mariotti è il capolavoro maggiore. L'amara e disincantata visione politica di Verdi viene fatta emergere con eccezionale ricchezza di dettagli e ancor più eccezionale profondità psicologica nel suo intrecciarsi coi grovigli psicologici dei personaggi coinvoltivi. Portentosa, la trasparenza che la concertazione ottiene entro un ordito strumentale tanto denso, così che ovunque l'articolarsi dei molteplici piani sonori è immediatamente leggibile pur scansando sempre ogni sospetto di cincischiato calligrafismo. E c'è tanto teatro, in questa concertazione. Il calcolatissimo pulsare della dinamica traccia un oscillogramma emotivo di tanto più nitido in quanto sempre felpate, morbide sono le sonorità, tutte un chiaroscuro di colori scuri, financo spenti e purtuttavia ricchissimi di sfumature. Un'orchestra che svolge la narrazione rendendola subito evidente e nel contempo la commenta, ne chiarifica le motivazioni, ne esprime la profonda, austera, lucidissima umanità verdiana. Accompagna anche sovranamente il canto, Mariotti: valorizzando così uno dei cast migliori che quest'opera pur tanto problematica abbia avuto negli ultimi tempi. Roberto Aronica ha voce potente, ben emessa e controllata così da sfoggiare sicurezza e squillo d'altri tempi: possono non essere imprescindibili per Carlo, ma sono comunque (specie ai nostri giorni, al riguardo assai sguarniti) un gran bel sentire, anche perché innervati da fraseggio sempre partecipe, sfumato, molto attento alla parola. Mi ha assai  sorpreso Maria José Siri. Non perché abbia cantato molto bene (lo fa quasi sempre, grazie all'ottimo bagaglio tecnico che la sorregge) ma perché stavolta il lavoro sull'accento, sui chiaroscuri, sull'articolazione della parola, sull'interpretazione insomma, è stato molto più approfondito di quanto solitamente costumi: cosa che ha reso ancor più bello, perché vario e sempre comunicativo, lo splendido colore timbrico. Luca Salsi mi ha confermato nella convinzione che da tempo ho radicato dell'essere lui il miglior baritono verdiano attualmente in circolazione nell'universo mondo. Ci sono voci altrettanto potenti. Alcune (poche, peraltro, pochissime invero) hanno un bagaglio tecnico comparabile. Ce ne sono altre capaci di altrettanto scavo accentale. Altre ancora hanno timbri di seducente bellezza. Ma nessuno come lui assomma tutte queste peculiarità, decisive nel gran teatro verdiano: fondendole in una personalità spiccatissima, che (e il Dio del teatro lo benedica) con cocciuta perseveranza scruta nei dettagli della scrittura rifiutando ogni sovrastruttura deformante della cosiddetta tradizione per evidenziare invece al massimo l'autentico dettato di colui che in fin dei conti è uno dei massimi geni che il teatro - musicale e non - abbia espresso nella sua lunga storia. Grande cantante, Luca Salsi. Ma ancor più grande artista: il più grande interprete che oggi Posa possa sperare. Formidabile anche l'Eboli di Veronica Simeoni. Non c'è frase che non sia lavorata al bulino della sensibilità e intelligenza di un'interprete di classe superiore. La voce è splendida; morbida, fluida, tutta omogenea la linea. Coloratura del velo sgranata benissimo ma soprattutto capace di sprigionare una sensualità raffinata, tutta di testa, con quel pizzico di humour che fa lievitare la scrittura virtuosistica dandole senso ben diverso dalla semplice ostentazione di bellurie. Conversa con Posa con una morbidezza ironica e salottiera affascinante, mentre lo scambio di battute con Carlo plasmano un carattere appassionato e umanissimo (quel "Salvarvi poss'io...io v'amo"!). Schiocca trancianti fiondate nel terzetto. Nell'aria, lancia e tiene un do bemolle al fulmicotone per poi svolgere, a partire da "O mia Regina", un legato ch'è tutto un chiaroscuro di morbida, accorata melanconia. In breve: grandissima Eboli. Dmitri Beloselskiy ha timbro molto bello e lo effonde lungo una linea estremamente ben padroneggiata: il fraseggio, quantunque non eccessivamente approfondito (ma l'orchestra è al riguardo fonte inesauribile di suggerimenti), è sufficiente a plasmare un personaggio sempre credibile e di grande presa teatrale. Un po' qualunque l'Inquisitore di Luiz-Ottavio Faria (quantunque si debba essere grati d'avere per una volta scansata la consueta iattura d'un basso slavo rozzo e vociante), ed eccellente il Frate di Luca Tittoto, come sempre gran cesellatore della frase musicale: tanto che c'è da chiedersi non avrebbe conseguito tutt'altra resa teatrale uno scambio di ruolo tra i due. Avvilente, a questo punto, parlare dello spettacolo. Henning Brockhaus ha avuto la fortuna di farsi conoscere nel mondo lirico grazie alla celebre "Traviata degli specchi" di Macerata: dove peraltro la grandezza dello spettacolo era merito molto più di Svoboda che suo. Ha poi centrato, sempre a Macerata, una gran bella Madama Butterfly. Poi, spettacoli di buona o, più spesso, mediocre routine. Qui non è neppure routine. Tutto lo spettacolo è dominato dall'invasiva presenza immaginaria del Grande Inquisitore. Idea pertinente, ma realizzata malissimo presentandocelo appollaiato su un tronaccio gradonato e con arzigogoli decorativi, mosso su e giù lungo il palcoscenico: oltre tutto, non sarà colpa sua ma sarebbe compito del regista accorgersene, il povero Faria - mingherlino com'è - ha fisico inadeguato e l'immagine evoca prepotentemente, a parte le orecchie, lo Yoda di Star wars, con effetto parecchio bizzarro.  Pessima idea far assistere alla vestizione di Carlo V: che poi cos'è, un miraggio? un'apparizione? una realtà? E quelle dame che volteggiano birichine con parasoli color pastello? E che miseria quell'autodafè, con un seguito regale sparutissimo (e con la consueta gaffe del "Chi son costor, prostrati innanzi a me?" coi fiamminghi tutti ritti come birilli) e un impiego dello spazio quasi dilettantesco. Cosa significherà mai il nascondersi di Filippo sotto un drappo giallo, all'introduzione strumentale (vertiginoso capolavoro di Mariotti) di "Ella giammai m'amò"? Orrenda, l'idea di mostrare la vestizione monacale di Eboli durante l'introduzione (altro capolavoro strumentale) di "Tu che le vanità". Nessuna idea sensata, tanta paccottiglia, molta confusione, personaggi a delineare i quali si confida interamente su orchestra e cantanti. Che per fortuna ci sono, ma sarebbero tutti attori capaci di ben altro che non d'una recita parrocchiale. Elvio Giudici   Sul mensile "Classic Voice" di carta o in digitale c'è molto di più. Scoprilo in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html  

    Currentzis show alla Scala

    MILANO - Com’è labile il confine tra genialità e sbruffoneria. Teodor Currentiz, talentuoso e

    Gluck – Orphée et Euridice

    MILANO - L’orchestra è collocata su una piattaforma issata sul palcoscenico. E quando Orfeo si inabissa
  • 229 - Giugno 2018
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  • Dibattiti e sondaggi

    Gli estremi si toccano

    Gentile Direttore, la recente programmazione di due nuove opere italiane si presta ad alcune considerazioni che mi permetto di sottoporre ai lettori di “Classic Voice”. La ciociara di Marco Tutino e Ti vedo, ti sento, mi perdo di Salvatore Sciarrino, prontamente e autorevolmente recensite dalla tua rivista, condividono a mio parere un tratto essenziale: l'assenza di un requisito non negoziabile perché si possa parlare di teatro musicale. Si può scegliere di narrare una trama o di procedere senza un contesto narrativo, di scrivere o no a numeri chiusi, di essere realisti o astratti, di rendere il canto comprensibile o di frammentarlo e ridurlo a fonema, di seguire una linea melodica o di spezzarla, di rispettare l'armonia tonale o di non tener conto di alcun predeterminato procedimento armonico, ma se si va in scena, se si chiama un regista a firmare l'allestimento, se si viene programmati all'interno della stagione di una fondazione lirico-sinfonica, allora vorrei assistere a un melo/dramma. Invece, entrambi i compositori dimostrano di non avere alcun desiderio di caratterizzare e differenziare i loro personaggi con i mezzi che contraddistinguono un'opera in musica e la rendono un caratteristico genere teatrale. Il lavoro di Tutino, che condivide con il romanzo di Alberto Moravia (1957) e il film di Vittorio De Sica (1960) soltanto il titolo, procede accumulando nel tempo un generico sinfonismo nel quale nuotano tutte le voci, che si possono distinguere non in base al carattere, ma soltanto per via del diverso registro. Sciarrino esaspera una sua tipica formula - salto ascendente nell'emissione seguito da un veloce glissando e dalla ripetizione di una o più parole - e la estende a tutti i personaggi, rendendoli così indistinti. Tutino procede in presenza, Sciarrino in assenza (il protagonista, Alessandro Stradella, è presente solo attraverso citazioni musicali: quasi - si parva licet - un Godot in musica), ma l'esito non cambia. Altro elemento comune è un aspetto mistico: una mistica della banalità per Tutino, che fa della prevedibile semplicità della propria musica e della corrività del testo un orgoglioso vessillo, e una mistica del tecnicismo per Sciarrino, unita a un'autoreferenzialità che, come testimoniato dalla recente mostra a lui dedicata a Milano, assume anche tratti feticisti. Infine, le due opere condividono il disinteresse verso l'umanità possibile delle donne e degli uomini che portano in scena, ridotti a caricature vocali e a stilemi di un tempo che fu. Gli estremi si toccano. Sandro Cappelletto   Su "Classic Voice" di carta e in digitale c'è molto di più. Scoprilo in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html  
  • Eventi
    Mantova, 1° giugno, Biblioteca Teresiana

    La musica si può cambiare

    La musica si può cambiare: politica e organizzazione. È questo il titolo di una tavola rotonda
    Mantova, palazzi, case private, cortili e musei, dal 30 maggio al 3 giugno

    Trame mantovane

    Dal 30 maggio al 3 giugno Trame Sonore - Mantova Chamber Music Festival - offre nella città dei
    Firenze, Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, 22-31 maggio e 29 maggio

    Giordana, esordio al Maggio

    Lo abbiamo conosciuto come autorevole e premiatissimo regista cinematografico con successi alle
  • Novità CD

    Christa Ludwig

    Un cofanetto per i 90 anni del mezzosoprano Christa Ludwig che raccoglie i recital incisi per Warner, complici i compositori emblematici del repertorio austro-tedesco. Si va da Die Allmacht di Schubert a Der Schmied di Brahms, da Gesang Weylas di Wolf ad Allerseelen di Strauss e Rheinlegendchen di Mahler. Il box include registrazioni mai realizzate prima o rimasterizzate a 24 bit su cd. (11 cd Warner Classics)         Su “Classic Voice” di carta o in digitale c’è molto di più. Scoprilo tutti i mesi in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html  
  • Novità DVD

    Gerry Mulligan Concert

    Il sassofonista Gerry Mulligan (1927-1996) esegue due sue composizioni pensate appositamente per sax baritono e orchestra insieme all’Orchestra Filarmonica di Stoccolma, diretta per l’occasione da Dennis Rusell Davies. Si tratta di un'esibizione tenutasi nella capitale svedese nel 1988 e finora rimasta inedita, ora disponibile su dvd grazie alla recente iniziativa della Fondazione Mulligan creata dalla moglie Franca Rota. Mulligan visse gli ultimi anni della sua vita in Italia, a Milano, dove stava programmando di eseguire queste e altre sue pagine con la Filarmonica della Scala. Purtroppo non ne ebbe il tempo. Il programma vede come primo brano Entente, arrangiato dallo stesso sassofonista, mentre il secondo The Sax Chronicles, articolato in cinque movimenti, che omaggiano ciascuno un compositore di musica classica (Sax in Mozart minor; A Walk with Brahms; Sax on the Bach stairs; Sax on the Rhine; Sax und der Rosenkavalier), è arrangiato da Harry Freedman. Il dvd propone inoltre, come bonus track, due interviste a Gerry Mulligan, una a cura di Jan Olsson e l’altra a cura di Kristin Lorentzson. (dvd Mp Classics MAPCL 10037)
  • Recensioni CD

    Messiaen Catalogue d’Oiseaux

      Realizzato nell’agosto del 2017, questo nuovo integrale del più celebre monumento pianistico del grande musicista francese si presenta come un omaggio di Aimard al maestro. Con Messiaen infatti ha diviso  una lunga frequentazione che gli ha consentito di entrare nel modo più autentico nel paesaggio così originale della sua musica, fin dai giovanili Preludi che Aimard ha sempre eseguito con quella sua infallibile e insieme penetrante nitidezza di visione, lasciando così intuire come l’ineludibile retaggio debussiano si carichi di più intimi turbamenti attraverso uno scandaglio sonoro oltremodo sfrangiato, lente magica riflettente l’inesausta tensione verso quella luce che la fede del compositore mai oscurerà, come a riscattare ben più tragici conflitti. È una chiave rivelatrice per entrare con pienezza in quello che è il capitolo centrale della storia creativa di Messiaen, il Catalogue appunto, il più caratteristico anche di quello stile che si genera dalla stupefazione di fronte alla natura, da quel canto degli uccelli puntigliosamente trascritto sul pentagramma che diventa matrice di un nuovo vocabolario e di una nuova visione strutturale. Un ordine che troverà poi un ulteriore scavo, attraverso le suggestioni esotiche, nella ricerca ritmica delle avvincenti Iles de feu. Il pianismo di Aimard è davvero superbo per la forza di trasfigurazione che lo sospinge, pur con la lucentezza attraverso cui ripercorre la straordinaria mobilità timbrica, fino a evocare quella dimensione nuova che Boulez, i cui debiti verso Messiaen sono ben riconoscibili, aveva colto, indicando come il maestro avesse “creato una tecnica cosciente della durata”. Non manca a questo raffinato cofanetto della Pentatone – con il tocco squisitamente francese delle due lievi piume d’uccello che accompagnano i dischi – la riflessione ecologica dello stesso Aimard: “di fronte a un mondo costernato dalla distruzione della natura da parte dell’uomo, questo ciclo si impone come musica rifugio e trova risonanza presso un pubblico sempre più coinvolto, allargato e toccato”. Gian Paolo Minardi   Sul mensile “Classic Voice” di carta o in digitale c’è molto di più. Scoprilo in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html    
  • Recensioni DVD

    Massenet Werther

      Non è certo nuova, l’idea di comunicare l’asfissia dell’ambiente borghese a mezzo d’una scena claustrofobica: qui pannelli di dimensioni diverse che restringono il palcoscenico a pochi metri quadrati, nel quale l’outsider Werther entra significativamente non da una porta bensì da una finestra. S’insiste molto (troppo) sulla grettezza di tale spaccato sociale, facendo soprattutto leva sul ribellarsi ad essa non tanto di Werther, che resta sempre un estraneo (unico suo tratto violento - nel second’atto in cui la casa di Albert è una sorta di ospizio per anziani depressi che celebrano controvoglia le nozze d’oro del pastore - lo strappare un crocefisso ligneo dalle mani d’un vecchietto), quanto di Charlotte: che rovescia sedie, sbatte le porte, frantuma e calpesta le palle dell’albero di Natale, danza un po’ istericamente con fare provocatorio, strappa le lettere di Werther scaraventandole in faccia alla sorella facendone quasi la materializzazione delle proprie “lacrime che colano”. E al finale, sulla morte di Werther, porte e finestre si spalancano lasciando irrompere un ampio cielo stellato come simbolo di quanto potrebbe essere in assenza della grettezza borghese. Tutto chiaro, senz’altro: ma anche piuttosto scontato e con eccesso didascalico che contrasta non poco con la musica massenetiana, per propria natura ben poco incline alla denuncia sociale. Ottima, in compenso, la parte musicale guidata da Meister con attenzione al dettaglio, ricchezza cromatica, morbidezza ma anche grande tensione unitaria, tutte di forte rilievo teatrale: e l’orchestra - legni, in modo particolarissimo, che evidenziano sovranamente la scrittura abilissima riservata loro da Massenet - suona come meglio sarebbe difficile ipotizzare. Dopo il debutto in forma di concerto a Parigi, e le recite bolognesi dirette da Mariotti poco dopo, Flórez riaffronta Werther mostrando di padroneggiarlo ormai a meraviglia. Non l’eroe tormentato, immerso in un’aura marcatamente romantica tutta debitrice di Goethe, com’è quello plasmato da Kaufmann: melanconico sognatore, piuttosto, con punte di lirico vaneggiamento e morbido decadentismo che profuma più modestamente di Massenet. La voce è sempre bella, la tecnica eccezionale nel mantenere la linea facile, scorrevole, morbida e omogenea a tutte le quote, così da meritarsi pienamente l’ovazione riservata dal pubblico a un “Pourquoi me réveiller” non meno che magistrale. L’interprete, sorvegliatissimo, plasma un fraseggio vario, intenso, ricco di chiaroscuri (più scuri che chiari, anzi, e con eccellenti risultati), con un’abbondanza di nuance che - purtroppo - non hanno molti riscontri con la recitazione: se la colpa è da imputare alla visione tanto a senso unico della regista o alla sua congenita inerzia scenica, è questione difficile da dirimere. Anna Stéphany è al contrario una Charlotte che la regia vuole furia scatenata in scena, con risultati non sempre convincenti e soprattutto poco in linea con una voce piuttosto bella ma molto povera nel registro grave, di linea corretta ma fraseggio troppo spiritato per riuscire davvero interessante. Di voce potente con diverse screziature di rozzaggine (ma anche qui: è frutto di regia?) l’Albert di Audun Iversen, e - come capita il più delle volte - parecchio leziosetta quantunque abbastanza ben cantata la Sophie di Mélissa Petit. Elvio Giudici     Sul mensile “Classic Voice” di carta o in digitale c’è molto di più. Scoprilo in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html                
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