• Mondo Classico

    Il caso Gatti. Una questione di metodo

    Gli atti di violenza contro le donne, fisica o anche solo psicologica, sono un grave problema del nostro tempo che non va assolutamente sottovalutato. Soprattutto se esercitati in un luogo di lavoro, come merce di scambio o occasione di ricatto. Ma il caso del licenziamento di Daniele Gatti da parte dell’Orchestra del Concertgebouw merita qualche riflessione particolare. Anzitutto, i fatti. Nei giorni scorsi, il "Washington Post" ha pubblicato la denuncia di due cantanti, Alicia Berneche e Jeanne-Michele Charbonnet, che accusano il direttore italiano di averle molestate. I fatti risalirebbero al 1996 e al 2000. Oggi l’Orchestra del Concertgebouw ha annunciato il licenziamento con effetto immediato di Gatti dalla direzione musicale e la sua sostituzione anche per i concerti già programmati per questo mese. Il comunicato spiega che queste denunce hanno creato grande agitazione tra i musicisti e aggiunge che alcune orchestrali hanno riferito comportamenti di Gatti ritenuti inappropriati considerando la sua qualifica di direttore musicale. Da parte sua, il maestro ha prima diffuso un comunicato nel quale si scusa verso le donne “che pensano di non essere state trattate da lui con il dovuto rispetto”, quindi ha dato mandato al legale di tutelare la propria reputazione e intraprendere eventuali azioni contro la campagna diffamatoria. E adesso le riflessioni. 1 Le molestie sessuali denunciate dalle due cantanti sono certamente un fatto da condannare e nemmeno il ritardo dell’accusa (22 anni nel primo caso, 18 nel secondo) ne attenua la sgradevolezza. Ma non risulta che ci sia stata violenza in termini propri (occorrerebbe poi stabilire cosa è effettivamente violento, cioè quando una avance si trasforma in un reato), né che la pronta reazione al comportamento del direttore abbia arrecato alle due vittime un danno conseguente. 2 Le musiciste del Concertgebouw avrebbero potuto/dovuto denunciare immediatamente i comportamenti inappropriati del direttore. Invece sono uscite allo scoperto soltanto dopo l’articolo pubblicato dal "Washington Post". Il licenziamento con queste motivazioni diventa un atto di moralismo spicciolo. 3 Il fatto che Daniele Gatti sia oggi uno dei maggiori talenti della direzione d’orchestra non lo autorizza naturalmente a tenere comportamenti che possano essere recepiti come oltraggiosi da parte di chicchessia. Ma neanche dovrebbe esporlo alla condanna e alla gogna mediatica che si sta scatenando nei suoi confronti. La denuncia di eventuali reati non va fatta ai giornali ma ai tribunali. E poi tocca ai giudici verificarne la fondatezza.

    Netrebko e Kaufmann insieme

    Un rapido viaggio alla scoperta delle novità più interessanti della prossima stagione non può che partire da Londra. Melomani di tutto il mondo, segnatevi queste date: 21 e 25 marzo, 2 e 5 aprile 2019. Anna Netrebko e Jonas Kaufmann, i più celebrati cantanti d’opera del nostro tempo, saranno i protagonisti de La forza del destino diretta da Pappano alla Royal Opera House. È la seconda volta che i due fanno coppia in un titolo operistico: era successo soltanto nel 2018, sempre a Londra, nella Traviata.  Ma al di là delle implicazioni divistiche, l’operazione si annuncia  interessante anche per la regia di Christof Loy e il resto del cast (Tézier, Simeoni, Furlanetto, Corbelli).  Nelle dieci recite, ai due protagonisti si alterneranno Ludmilla Monastyrska e l’immancabile (dove c’è la moglie, c’è anche lui) Youssif Eyvazov. Chi non potrà andare al Covent Garden, potrà vederla al cinema il 2 aprile. Kaufmann sarà anche protagonista dell’Otello di Monaco, con Anja Harteros e Gerard Finley nel cast e la direzione di Petrenko. Il direttore musicale della Bayerische Staatsoper farà coppia con il tenore anche per le riprese di Fidelio e Maestri cantori e sarà sul podio per un’altra attesa novità: Salome con la regia di Krzystof Warlikowski. La Netrebko sarà protagonista dell’apertura del Met di New York con Adriana Lecouvreur, nell’allestimento di David McVicar (nuovo per New York, ma già visto a Londra e Vienna: è una coproduzione fra cinque teatri) e con Gianandrea Noseda sul podio. La notizia è che nel cast annunciato non c’è, almeno per ora, il nome di Eyvazov. Sembra che il “pacchetto famiglia” per una volta sia saltato: il ruolo di Maurizio dovrebbe essere ricoperto da Piotr Beczala per tutte le 8 recite. Difficile scegliere fra le proposte dell’Opéra: Michele Mariotti, che è in partenza da Bologna e sembra aver stabilito un rapporto privilegiato con Parigi, dirigerà tre titoli tra cui Gli Ugonotti. Per restare alle nuove produzioni, da ricordare Simon Boccanegra con Fabio Luisi sul podio e la regia di Calixto Bieito e I Troiani diretti da Philippe Jordan con la regia di Dmitri Tcherniakov. Quest’ultimo protagonista anche a Berlino per Matrimonio al convento di Prokofiev, direttore Daniel Barenboim al quale toccherà anche l’apertura con Medea di Cherubini, protagonista Sonia Yoncheva. Ad Amsterdam da segnalare il Pelléas diretto da Daniele Gatti... (l'articolo completo è pubblicato su "Classic Voice" n. 229) Mauro Balestrazzi Sul mensile "Classic Voice" di carta o in digitale c'è molto di più scoprilo in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html
  • Recensioni Opere e Concerti

    Ciaikovskij – Pikovaja Dama

      SALZBURG - La seconda giornata di chi scrive al Festival di Salisburgo inizia con il più bell’incipit di Così parlò Zarathustra mai sentito. Lo scolpiscono i Wiener Philharmoniker guidati da Esa-Pekka Salonen: il primordiale pedale sonoro è qui un magma grumoso alla Varèse e la tensione di quella sigla folgorante cresce sulle pause tra un accordo e l’altro, sempre più lunghe e gravide, creando un arco di esplosioni insostenibile. È insomma la giornata dei grandi e grandissimi direttori: Salonen, appunto (aggiornate le vostre classifiche), e Mariss Jansons protagonista della nuova produzione della Dama, o meglio Donna, di picche presentata anch’essa alla Grosses Festspielhaus. Jansons la dirige di nuovo a qualche anno dalle esecuzioni realizzate all’opera di Amsterdam con le quali aveva concluso il suo rapporto stabile con il Concertgebouw. Ma lì il risultato era compromesso da un allestimento demenziale di Stefan Herheim basato sulla ossessione omoerotica e autodistruttiva di Ciaikvoskij - che appariva in scena come caricatura di se stesso - per l’aitante Hermann del romanzo di Puskin. Invece l’anziano Hans Neuenfels, portabandiera del Regietheater alla tedesca nella sua versione più ortodossa, dimostra in questa prova salisburghese di avere idee molto più chiare e plausibili del suo giovane collega. Neuenfels coglie e sbalza il profilo radicale del personaggio: eroe novecentesco per la sua irriducibilità visionaria e ribelle. Altro che psicolabile: questo Hermann è lucido nella sua consapevole diversità dal mondo che lo circonda. Neuenfels è acuto nel disegnare - senza veli, col suo linguaggio violentemente sarcastico - una società, quella zarista, decaduta e quasi perversa nel perpetuare i suoi meccanici e disumani riti sociali. Il “Konzept” sembra datato ma funziona benissimo. Anche perché coincide - musicalmente - con il folklorico, il popolare, il marziale, l’infantile: con quella polarità che in Ciaikovskij presenta le caratteristiche della simmetria, della ripetitività, della “banalità”, rispetto ai meravigliosi e accidentati percorsi orchestrali che animano i tumultuosi sentimenti di Hermann e Lisa. Due esempi: il coro inziale dove i bambini escono dalle gabbie in cui sono rinchiusi e cantano tenuti al guinzaglio dalle governanti; e l’apparizione di Caterina II come idolo scheletrico, di fronte alla folla delirante in fogge sadomaso. Gesti automatici e inconsulti (non sempre insieme, però), e costumi neri, soffocanti o perversamente discinti (di Reinhard von der Tannen), contraddistinguono la società addomesticata. Hermann, nella sua uniforme rosso fuoco, non ne fa parte. Vaga e divaga, sogna e si prostra, negli ambienti svuotati di Christian Schmidt, simili a una gigantesca camera d’isolamento psichiatrico. E d’altra parte La Dama di Picche è la rappresentazione di una pazzia: Neuenfels la giustifica, ne spiega le ragioni “sociali”; ma riesce nello stesso tempo a proiettarne gli effetti nelle forme di una realtà grottescamente deformata. Al punto che la finzione della pantomima, per la naturale scioltezza con cui è messa in scena, diventa l’unico spezzone di vita autenticamente vissuta, per questo più toccante e vera. Jansons reagisce a questa materia rovesciando il paradigma della sua precedente lettura, che partiva proprio dai settecentismi del secondo atto per estendere all’intera partitura quella sensibilità classica e mozartiana che informa una parte consistente dell’ultimo Ciaikovskij. E stavolta chiede ai Wiener una “presenza” sinfonica inconsueta. Nel peso conferito alle pronunce tematiche degli archi, di patetismo straziante. E nella grana grossa e urticante dell’emersione timbrica di fiati e ottoni, dai colori affilati e dalla temperie già fauve. È un Ciaikovskij senza compromessi stilizzanti: più russo dei cosiddetti russi. Che si giova di un cast senza fuoriclasse ma notevole per rispondenza e tenuta complessiva. A partire dall’intenso Hermann di Brandon Jovanovich e dallo straordinario Jelezki di Igor Golovatenko, principe illuminato e vocalmente elegantissimo. Le grandi prove vocali di Lisa sono nobilitate dal canto ipersensibile di Evgenia Muraveva (da brivido quel suo annullarsi finale cancellando la sua ombra), che ha come controparte quello sgraziato e imperfetto della Polina di Oksana Volkova. Parti di fianco buone e menzione speciale per la Contessa di Hanna Schwarz (fu la Fricka e la Erda di Boulez e Chéreau), autrice di un’aria sillabata sottovoce come dall’oltretomba. Nel bianco accecante della sua camera da letto, in totale contrappunto cromatico, muore calva nel tentativo disperato di abbracciare e sedurre Hermann: ultimo, enigmatico, sussulto di umanità. Andrea Estero   Nel mensile "Classic Voice" di carta o in digitale c'è molto di più. Scoprilo in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html  

    Mozart – Die Zauberflöte

      SALZBURG - C’è qualcosa che non va in un Flauto magico se i tre genietti vincono la gara

    Donizetti e altri – Rita Soap Opera

    SARZANA -  È arrivato all’edizione numero diciannove, il concorso di canto intitolato al compianto
  • 230-231 - Luglio - Agosto 2018
    Sfoglia la rivista
    Sfoglia Se sei un nostro abbonato puoi sfogliare le riviste in anteprima sul tuo computer o tablet.
    Scarica il CD allegato
    Scarica Se hai acquistato Classic Voice in edicola, scarica il secondo CD allegato in versione digitale.

    Spot di Classic Voice 225



    read more

  • Dibattiti e sondaggi

    Gli estremi si toccano

    Gentile Direttore, la recente programmazione di due nuove opere italiane si presta ad alcune considerazioni che mi permetto di sottoporre ai lettori di “Classic Voice”. La ciociara di Marco Tutino e Ti vedo, ti sento, mi perdo di Salvatore Sciarrino, prontamente e autorevolmente recensite dalla tua rivista, condividono a mio parere un tratto essenziale: l'assenza di un requisito non negoziabile perché si possa parlare di teatro musicale. Si può scegliere di narrare una trama o di procedere senza un contesto narrativo, di scrivere o no a numeri chiusi, di essere realisti o astratti, di rendere il canto comprensibile o di frammentarlo e ridurlo a fonema, di seguire una linea melodica o di spezzarla, di rispettare l'armonia tonale o di non tener conto di alcun predeterminato procedimento armonico, ma se si va in scena, se si chiama un regista a firmare l'allestimento, se si viene programmati all'interno della stagione di una fondazione lirico-sinfonica, allora vorrei assistere a un melo/dramma. Invece, entrambi i compositori dimostrano di non avere alcun desiderio di caratterizzare e differenziare i loro personaggi con i mezzi che contraddistinguono un'opera in musica e la rendono un caratteristico genere teatrale. Il lavoro di Tutino, che condivide con il romanzo di Alberto Moravia (1957) e il film di Vittorio De Sica (1960) soltanto il titolo, procede accumulando nel tempo un generico sinfonismo nel quale nuotano tutte le voci, che si possono distinguere non in base al carattere, ma soltanto per via del diverso registro. Sciarrino esaspera una sua tipica formula - salto ascendente nell'emissione seguito da un veloce glissando e dalla ripetizione di una o più parole - e la estende a tutti i personaggi, rendendoli così indistinti. Tutino procede in presenza, Sciarrino in assenza (il protagonista, Alessandro Stradella, è presente solo attraverso citazioni musicali: quasi - si parva licet - un Godot in musica), ma l'esito non cambia. Altro elemento comune è un aspetto mistico: una mistica della banalità per Tutino, che fa della prevedibile semplicità della propria musica e della corrività del testo un orgoglioso vessillo, e una mistica del tecnicismo per Sciarrino, unita a un'autoreferenzialità che, come testimoniato dalla recente mostra a lui dedicata a Milano, assume anche tratti feticisti. Infine, le due opere condividono il disinteresse verso l'umanità possibile delle donne e degli uomini che portano in scena, ridotti a caricature vocali e a stilemi di un tempo che fu. Gli estremi si toccano. Sandro Cappelletto   Su "Classic Voice" di carta e in digitale c'è molto di più. Scoprilo in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html  
  • Eventi
    Arese, piazza Carlo Alberto Dalla Chiesa, 6 e 13 luglio

    La piazza in jazz

    Con una tradizione ormai consolidata di proposte di alto profilo, torna puntuale come ogni estate
    Salsomaggiore Terme (PR), 22 giugno ore 18 e 21,15

    Salso Summer Class & Festival

    In veste inedita Peppe Vessicchio, icona della musica popolare italiana, è protagonista della
    Mantova, 1° giugno, Biblioteca Teresiana

    La musica si può cambiare

    La musica si può cambiare: politica e organizzazione. È questo il titolo di una tavola rotonda
  • Novità CD

    John Adams Doctor Atomic

        Con Gerald Finley nel ruolo principale del dottor Oppenheimer e l’autore sul podio della Bbc Symphony Orchestra, Doctor Atomic (2005) racconta delle ultime ore che hanno preceduto il primo test nucleare ad Alamagordo in New Mexico nel luglio 1945. Il libretto di Peter Sellars è basato su diari personali, interviste, manuali tecnici dello staff, documenti governativi riservati (in seguito resi pubblici) e poesie di Muriel Rukeyser, contemporanea di Oppenheimer.         Nel mensile “Classic Voice” di carta o in digitale c’è molto di più. Scoprilo in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html  
  • Novità DVD

    Belcanto The Tenors of the 78 Era

      Enrico Caruso, John Mc Cormack, Leo Slezak, Tito Schipa, Richard Tauber, Beniamino Gigli e altri fino a Jussi Björling (nato nel 1911 e scomparso nel 1960) in una corposa raccolta che documenta l’arte dei tenori e dei belcantisti attivi nella prima metà del Novecento e le cui voci venivano incise su dischi a 78 giri. Artisti come Gigli, Tauber, Melchior che, con l’avvento del film sonoro, divennero delle star indiscusse.             Nel mensile “Classic Voice” di carta o in digitale c’è molto di più. Scoprilo in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html        
  • Recensioni CD

    Ockeghem, La Rue Requiem

      Fra i compositori che meriterebbero un’operazione d’immagine utile a sottrarli ai luoghi comuni, Johannes Ockeghem (c1420-1497) balza subito in mente, perché il suo nome viene sistematicamente associato a tecnicismi cervellotici (il canone Deo Gratias a 36 voci, la Missa cuiusvis toni, la Missa prolationum ecc.); ma da almeno mezzo secolo la sua musica viene anche cantata oltre che decifrata e analizzata, imponendosi come testimonianza di una fase in cui il contrappunto inizia a sfruttare i nessi della retorica e le caratteristiche timbriche dell’ordito polifonico con finalità anche espressive e non solo simboliche e metaforiche; di recente è apparso un saggio di Willem Elders che individua Ockeghem non già nella torva e occhialuta figura tradizionalmente riprodotta su tanti libri bensì nel fiero ed elegante maestro vestito di rosso che dirige i cantori nella medesima miniatura. Il Requiem di Ockeghem, opera tarda sopravvissuta in fonti postume e lacunose, esiste su disco in quasi una dozzina di alternative (anche nell’accostamento col Requiem di Pierre de La Rue proposto dalla Cappella Pratensis) rispetto alle quali la lettura di Guerber non guarda al “buon padre” di Josquin (come recita la chanson che Josquin compose in morte del maestro) ma al “nipote” di Machaut, a un figlio del suo tempo più che a un profeta; in tal senso l’accostamento col Requiem di Pierre de La Rue (c1450-1518) acquisisce valore non come “perfezionamento” ma come separazione tra generazioni, non è l’Angelo di Leonardo nel Battesimo del Verrocchio ma sono Piero della Francesca e il Perugino visti uno accanto all’altro. Carlo Fiore       Nel mensile “Classic Voice” di carta o in digitale c’è molto di più. Scoprilo in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html    
  • Recensioni DVD

    Verdi Otello

      Tredici anni possono essere molti o pochi, nel teatro musicale: nel caso di Jonas Kaufmann, rappresentano il relativamente breve arco di tempo durante il quale, dal cantare Cassio nell’Otello parigino del 2004 (diretto da James Conlon con protagonista Vladimir Galusin), è dapprima diventato il tenore più corteggiato del mondo per scalare infine quello che molti considerano l’Everest tenorile, il personaggio di Otello. Vincendo alla grande, secondo me, una sfida particolarmente impegnativa considerato il dispendio nervoso provocato da un’aspettativa senz’altro abnorme. Questo era già evidente nella trasmissione nei cinema d’una delle prime recite: ancor più s’impone nel video ufficiale, senz’altro frutto d’un giudizioso mix di diverse riprese organizzate da Jonathan Haswell in un montaggio sotto ogni aspetto esemplare. Kaufmann plasma un Otello in tutto e per tutto personalissimo, privo di qualunque influenza che del ruolo possano aver suggerito i suoi interpreti più reputati del dopoguerra, da Vinay a Del Monaco, da Vickers a Domingo. Personale il timbro, più che mai fascinoso nelle scure bruniture che screziano una linea solida, omogenea a tutte le quote e intensità, che un controllo formidabile dell’emissione mantiene sempre morbida lungo quelle amplissime escursioni dinamiche che sono il suo inconfondibile marchio di fabbrica. Una voce scura capace d’assottigliarsi in piani e pianissimi “soffiati” fino all’inverosimile, ma i cui contrasti con cantabili ampi e timbratissimi (e soprattutto sempre “cantati”, mai che i passi declamati scantonino nel parlato), con legati di compattezza e fluidità assolute, scandiscono altrettante tappe d’un processo psicologico di estrema e avvincente logica teatrale. Un Otello molto poco eroico, niente “titanico oricalco” (quantunque l’Esultate sprigioni tutta l’energia necessaria, coi due la naturali che non saranno colate di bronzo ma sono fermi e robusti), piuttosto un uomo forte nella sua vita pubblica ma fragile in quella privata: quasi un epigono di certi tormentati personaggi della letteratura romantica. Innumerevoli i passi memorabili dell’interpretazione di Kaufmann, ciascuno meritevole di studio: il duetto d’amore, ovviamente; la tormentosa, lancinante progressione psicologica del second’atto; un terz’atto da brivido; apice assoluto, un finale d’opera che da oggi sarà ineludibile punto di riferimento. I giorni nostri, per varie ragioni tutte contestabili ma purtuttavia ormai ineludibili, non consentono più prese di possesso di ruoli dalla lunghezza comparabile a quella del passato, esempio massimo i trent’anni di Domingo-Otello. Augurabile, tuttavia, che simile debutto in un ruolo simile non resti confinato a questo spettacolo e a quello programmato per novembre prossimo a Monaco (con Petrenko, Harteros e Finley): il teatro verdiano ne soffrirebbe a mio avviso parecchio. Maria Agresta è un’ottima Desdemona. Splendido il registro centrale della sua voce, valorizzato da un’emissione solida e ben proiettata; acuti qua e là un filo tirati (il solito scoglio costituito dal duetto del terz’atto) e gravi appena un po’ carenti di corpo: ma fraseggio molto curato entro una linea luminosa, morbida, fluida e omogenea, che se nell’ultimo atto trova il suo punto di forza è comunque sempre rifinito e interessante. Marco Vratogna sostituì all’ultimo il previsto Ludovic Tézier: secca perdita, non c’è dubbio, sul fronte vocale. Ruvido il timbro, sconnessa spesso la linea vocale con eccedenti sconfinamenti nel parlato, profluvio di sgradevoli aspirate nel Brindisi: l’ottima dizione, però, di conserva al notevole senso del teatro e a un lodevolissimo scansare ogni birignao da bieco infame d’infausta tradizione, gli consente fraseggio non risaputo, belle intuizioni d’accento, in generale un chiaroscuro espressivo notevole, comunque in grado di reggere senza troppo scapitarne l’arduo confronto con Kaufmann. Tutto il cast (che si giova di parti minori ben scelte, nonché d’un  ottimo coro sotto la guida del suo nuovo direttore William Spaulding) è retto al meglio dalla magnifica direzione, capace d’ispirarlo, guidarlo e sostenerlo in ogni momento non importa quanto delicato. Ricchezza di dettaglio (memorabile, in particolare, l’articolazione ovunque leggibilissima dei molteplici piani sonori del grande concertato) entro un arco narrativo dinamico, elastico, privo di cadute di tensione, dai contrasti nitidi, di estrema logica e coerenza teatrale. Lo spettacolo di Keith Warner è stato abbastanza maltrattato, persino dalla solitamente assai sciovinistica critica locale, tutta un rimpianto per la produzione precedente. Non ne comprendo le ragioni. Regia impostata su di un marcato antinaturalismo, con evidenti spruzzate espressionistiche. La tempesta iniziale, ad esempio: l’immobilità e le posture innaturali, certi contorcimenti e cadute in un buio rotto solo da rari lampi, rendono secondo me benissimo la geniale lunghezza d’un brano per l’appunto espressionista nel suo ritardare così tanto l’ancoraggio tonale. Il palcoscenico per lo più vuoto chiuso da pareti mobili che modulano con abilità lo spazio sfruttando anche le ottime luci, concentra l’attenzione sui personaggi com’è costume anglosassone che, se tutti i teatri nazionali prendessero a esempio, tanto ma tanto meglio sarebbe. Il gioco cromatico tra bianco (riferito a Desdemona ma anche ai veneziani, riassunti nel gigantesco leone candido che scorre nel terz’atto e poi appare rimpicciolito e sventrato al quarto) e nero riferito agli altri è magari semplicistico, come lo sono le due maschere – nera e bianca – che nel silenzio iniziale Jago tiene in mano, nonché lo specchio deformante nel quale Otello contempla il proprio disgregarsi sentimentale: ma vivaddio è chiaro, e lasciamo i quiz tanto intelligenti ai tedeschi e affini. Certo, il carisma c’è chi ce l’ha  (Kaufmann al massimo, Vratogna abbastanza) e chi no come l’Agresta: ma la recitazione è comunque curatissima e ovunque logica, con quel magistrale impiego dello spazio scenico che sempre costituisce la cartina al tornasole per un vero regista. Elvio Giudici       Nel mensile “Classic Voice” di carta o in digitale c’è molto di più. Scoprilo in edicola o su www.classicvoice.com/riviste.html
Ultime Novità CD

The Gounod Edition

(15 cd Warner Classics)   Il Faust con Plácido Domingo, Mirella Freni, Nicolai Ghiaurov, diretto da Georges Prêtre. Poi il Roméo et Juliette interpretato da Alfredo Kraus e Catherine Malfitano, Michel

Debussy – I suoi primi interpreti

La raccolta si apre con Debussy al pianoforte con Estampes in una registrazione storica del 1913, Poi la mano passa a Ricardo Viñes che affronta “Poissons d’or” dal secondo libro di Images e “La Soirée dans

Christa Ludwig

Un cofanetto per i 90 anni del mezzosoprano Christa Ludwig che raccoglie i recital incisi per Warner, complici i compositori emblematici del repertorio austro-tedesco. Si va da Die Allmacht di Schubert a Der Schmied di

Cristina Zavalloni Special Moon

(cd Encore Jazz) Dopo aver battuto strade musicali contemporanee complesse, dove le lune (tema del disco) che Cristina Zavalloni ha conosciuto erano, a detta sua, “malate, ubriache, sanguinanti,
Ultime Novità DVD

Gerry Mulligan Concert

Il sassofonista Gerry Mulligan (1927-1996) esegue due sue composizioni pensate appositamente per sax baritono e orchestra insieme all’Orchestra Filarmonica di Stoccolma, diretta per l’occasione da Dennis Rusell

Verdi

In formato bluray la Dynamic pubblica il debutto nella regia d'Opera di Dario Argento del 2013 con Macbeth di Verdi al Teatro Coccia di Novara. Il Cast vede Giuseppe Altomare nel ruolo del titolo e Dimitra Theodossiou

Sharon Isbin

Un ritratto della camaleontica chitarrista di formazione classica Sharon Isbin in un documentario che include la performance alla Casa Bianca ed esecuzioni di musiche di Howard Shore, Mark O’Connor (che concerta con

Vivaldi

Se il cast è composto da Mary Ellen Nesi, Delphine Galou, Sonia Prina, Loriana Castellano, Emanuele D'Aguanno, Roberta Mameli, Magnus Staveland, l'orchestra è quella del Maggio Musicale Fiorentino. Sul podio Federico