Beethoven Ludwig van

Bonn 16-XII-1770 (?) - Vienna 26-III-1827

Beethoven Ludwig van

Le origini
Nasce tedesco, vive viennese, diviene – post mortem – l’anima della nazione germanica, poi di quella europea. Ma quel “van” spesso dimenticato (Beethoven o van Beethoven?, una querelle è tutt’ora in corso) ricorda le sue origini fiamminghe. La culla della sua famiglia si trova a Campenhout, una cittadina del Brabante al centro del triangolo Bruxelles-Malines-Lovanio. Andando indietro nel tempo si arriva fino al capostipite Johann van Beethoven, vissuto nella seconda metà del XV secolo. E si continua con una varia umanità (artigiani, un falegname, perfino una donna bruciata come strega…): fino al bisnonno, Michael, mercante d’arte trasferitosi a Bonn per sfuggire ai creditori; fino al nonno, Ludwig pure lui, musicista e direttore d’orchestra prima a Lovanio poi alla corte di Bonn; fino al padre, Johann, cantore presso la stessa Cappella di corte. E sposo, nel 1767, di quella Magdalena Kewerich che sarebbe stata la madre di uno dei più grandi musicisti di tutti i tempi.
Battezzato il 17 dicembre 1770, Beethoven nacque forse il giorno prima. Ma per tutta la vita sostenne di essere più vecchio di uno o due anni, sospettando che suo padre avesse manomesso gli atti per creare la leggenda di un bambino prodigio. Neanche di fronte ai certificati originali si lasciò
convincere. D’altra parte Magdalena aveva avuto un altro figlio, morto subito dopo la nascita, il 2 aprile 1769. E allora si può ipotizzare ragionevolmente un errore di qualche mese.Ma Beethoven, personalità rocciosa, carattere difficile, da sempre spirito pugnace, ragionevole non lo fu quasi mai.
 
La formazione
Nel 1781 ha termine la scolarizzazione del piccolo Ludwig. Il compositore che cambierà lo status del musicista moderno – da artigiano a intellettuale – conclude il suo cursus studiorum con il diploma delle elementari. La sua coscienza culturale sarà affidata alle intense letture e a qualche lezione universitaria (corsi di logica, metafisica e letteratura greca). Per la
formazione musicale invece – cominciata con le lezioni di violino e pianoforte impartite dal padre e proseguita con vari maestri attivi a Bonn in composizione, violino, viola e organo – potrà vantare un curriculum invidiabile: dopo gli studi con Christian Gottlob Neefe, a Vienna sarà allievo di Albrechtsberger, Salieri e Haydn, tre autorità nella scienza contrappuntistica, nell’arte del teatro, nell’invenzione strumentale, le abilità a cui un compositore di quell’epoca non poteva
rinunciare.
Proprio l’autore della Creazione, di passaggio a Bonn, avevo chiesto al principe elettore che il ragazzo lo seguisse a Vienna. In quest’occasione il conte Waldstein, suo protettore, aveva pronunciato un augurio profetico: «Dalle mani di Haydn riceva lo spirito di Mozart». E anche se il primo cominciò presto a non correggergli tutti gli errori (Beethoven se ne accorse e decise di “recuperare” con il più meticoloso Schenk), l’incontro con quella grande personalità della musica viennese deve avere lasciato il segno.
 
La carriera di virtuoso
Fu, o cercò di essere, un bambino-prodigio.Ma i primi risultati si videro solo nel 1782, quando vennero pubblicate le variazioni per pianoforte in do minore «del dilettante decenne Louis van Beethoven» e – in un annuncio giornalistico – si poteva leggere di un «ragazzo di 11 anni dotato di un talento molto promettente», che suona «il pianoforte con grande bravura e forza», «per la maggior parte il Clavicembalo ben temperato», che «diventerà di sicuro un secondo Mozart». Ha però già diciassette anni quando improvvisa davanti a Mozart (nel corso di un primo viaggio a Vienna), strappandogli un convinto «costui farà parlare di sé il mondo»; già ventuno quando entusiasma Franz Xaver Sterkel, impeccabile virtuoso alla tastiera. Siamo dunque lontani dai precoci prodigi del piccolo Amadé. Senza accorgersene divenne presto un eccellente, ma “normalissimo”, concertista. Nel 1795 si esibisce di fronte al pubblico viennese in un ciclo di tre concerti. Esegue il suo Primo concerto per pianoforte (in si bemolle, poi catalogato come Secondo) e il K 466 di Mozart, per il quale scrive due nuove cadenze. 
Nel corso dello stesso anno compone tre Sonate (op. 2) dedicate ad Haydn e le esegue in
sua presenza; nel 1796 suona a Berlino per Federico Guglielmo di Prussia, nel 1798 presenta a Praga i suoi primi due Concerti per pianoforte, non senza avere dato prova della sua bravura a Dresda e a Lipsia. La carriera di pianista, tardiva ma promettente, s’interromperà presto, con l’acuirsi della sordità.
 
Le fonti del sostentamento
Quali sono le fonti del sostentamento per un musicista tra Sette e Ottocento? Assunto, a soli quattordici anni come organista e membro dell’orchestra di corte, poi come violista nel teatro di Bonn, nel 1787 gli viene attribuita metà dello stipendio del padre che, alcolizzato, è espulso dalla città; ma anche la responsabilità del mantenimento e dell’istruzione dei fratelli più piccoli. Quando le truppe francesi, nel 1794, rovesciano l’elettorato di Bonn-Colonia, il suo impiego a corte è soppresso. Con questo fatidico licenziamento “in contumacia” (in quegli anni era già attivo a Vienna) inizia l’avventura del musicista nel mare aperto della libera professione, in balia dei successi concertistici e delle cangianti fortune del mercato editoriale. Beethoven, meno propenso all’ottimismo dei sociologi di oggi, comprese subito che non si trattava di un progresso (si leggano le patetiche missive in cui chiederà perfino a Goethe di intercedere per la pubblicazione   l’esecuzione delle sue opere); e fece di tutto per procurarsi qualcosa che assomigliasse a una paga fissa. Assicurandosi prima uno stipendio annuo di 600 fiorini concesso dal principe Lichnowsky; poi nel 1809 una rendita vitalizia versata dall’arciduca Rodolfo e dai principi Kinsky e Lobkowitz (quest’ultimo fu costretto a revocarla nel 1811) per trattenerlo a Vienna. Nel 1811 la bancarotta della Stato austriaco porterà a una svalutazione della moneta che ridurrà al valore di circa 1600 fiorini quello stipendio che prima ne valeva 4000.
 
Gli stili
Nel 1802, su consiglio del medico, Beethoven passa l’estate in campagna a Heiligenstadt. In una letteratestamento, ritrovata tra la sue carte solo di recente e
divenuta celebre con il nome di “Testamento di Heiligenstadt”, si confessa: «O voi uomini che mi credete ostile, scontroso,misantropo, come siete ingiusti con me […], come avrei potuto infatti dire agli uomini: parlate più forte, gridate, perché sono sordo, […] come poter confessare la debolezza di un senso, che dovrei possedere molto più degli altri […]». Un disagio esistenziale che è stato messo in relazione con il maturare di un nuovo stile compositivo “monumentale”. Con la Sinfonia n. 3 “Eroica”, il Concerto n. 3 per pianoforte e orchestra, la Sonata per violino e pianoforte “A Kreutzer”, tutte del 1803 (cui seguirà l’anno successivo la prima versione di Fidelio, con la sua genealogia di ouvertures), Bee
thoven compie un balzo in avanti rispetto al sonatismo haydniano, nel cui modello si riconoscono ancora le prime due Sinfonie, i primi due Concerti per pianoforte, le prime Sonate per pianoforte fino alla “Patetica”, i Quartetti per archi dell’op. 18. Il “secondo stile”, la cui fiammata divampa fino al 1811, trapasserà nel “terzo” intorno al 1818 (con la Missa solemnis, opera spartiacque): la Sinfonia n. 9, gli ultimi Quartetti per archi, le Sonate per pianoforte op. 109, 110, 111 ne sono le opere più rappresentative.
 
La politica, gli amori, la famiglia
Nel 1809 Vienna è assediata dai francesi. Beethoven compone il Concerto n. 5 per pianoforte sotto i bombardamenti. I rapporti del compositore con gli ideali dell’Illuminismo e della Rivoluzione sono controversi e oggetto di discussioni. Si trattò solo di una infatuazione giovanile? La dedica a Napoleone
Bonaparte apposta inizialmente sul frontespizio della Sinfonia n. 3 fu in seguito cancellata. E la terza versione del Fidelio, ormai proiettato nella dimensione “ideale” della Grosse Oper, fu rappresentata
nel corso del Congresso di Vienna (nel 1814), di cui Beethoven divenne una sorta di compositore “residente”. Per celebrare il ritorno alla pace (amministrata dalla Santa Alleanza…) vengono eseguite pure la “Vittoria di Wellington” e la cantata “Il momento glorioso”. Con il trionfo della Restaurazione la sua celebrità è alle stelle, la politica lo blandisce, ma non altrettanto si può dire della considerazione degli intenditori, che prima lo osannavano.
In questo periodo si dedica relativamente poco alla musica. Allo stallo creativo contribuisce forse la delusione patita per l’infelice esito della sua relazione con l’«amata immortale». E d’altra parte fin dalla dichiarazione d’amore pronunciata nel 1795 alla cantante Magdalena William, nonostante l’interesse per Giuletta Guicciardi e la passione nutrita per Josephine Brunswick, non ebbe mai una vita sentimentale appagante, né riuscì a far propria l’esperienza di quell’amore coniugale esaltato nella sua unica opera in musica.
La difficoltà di trovare un’alternativa allo stile eroico permane anche negli anni seguenti al Congresso di Vienna. Nel 1816, morto il fratello, ottenne la tutela del nipote
Karl, litigando con la cognata. Dopo la revoca del tribunale e il ricorso contro la sentenza del giudice, gli sarà attribuita definitivamente nel 1820. «Tutte queste traversie hanno di nuovo influito sfavorevolmente sulla mia salute […] solo a stento posso dedicare qualche ora al giorno al dono più prezioso che il cielo mi abbia concesso, la mia arte, e alle mie muse».
 
La nascita del mito
Gravemente malato (prima alle vie respiratorie, poi d’itterizia, infine all’intestino), negli ultimi anni dovette provvedere al suo sostentamento (anche se i suoi rapporti con gli editori rimasero poco arrendevoli) e a quello del nipote, che nel 1826 tenterà il suicidio. Corteggiato dalla Società filarmonica di Londra, dopo le ovazioni per la sua Nona Sinfonia, rimarrà a Vienna, visitato da Schubert, Liszt, Weber e Rossini. Muore il 26 marzo del 1827, dopo tre operazioni e durante un temporale. Con i soldi inviati da Londra, Schindler organizzò le esequie e, il 29 marzo, un solenne funerale a cui parteciparono dieci, forse ventimila persone. Questo speciale rito durato tre giorni, con l’orazione funebre tenuta da Franz Grillparzer, diede il via alla consacrazione del compositore. E alla formazione del “mito” di Beethoven: prorompente titano della musica, pura energia creatrice. Quasi essere soprannaturale.
 
Andrea Estero
 
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