Debussy Claude

Saint-Germain-en-Laye, 22 agosto 1862/ Parigi, 25 marzo 1918

Figlio di modesti commercianti, il caso gli fece incontrare, all’età di 8 anni, un’ex allieva di Chopin che lo avviò seriamente allo studio del pianoforte.

Entrò nel 1872 al Conservatorio di Parigi, che frequentò per 12 anni nelle classi di Marmontel, Franck, Durand, Guiraud, ottenendo quindi nell1884 il "Prix de Rome".

Dopo aver soggiornato 3 anni a Roma, rientrò nella capitale francese cominciando a frequentare ambienti di intellettuali e circoli artistici. Nell1888 si recò per la prima volta a Bayreuth, dove rimase fortemente impressionato dalle opere wagneriane. L’anno seguente si avvicinò alla musica orientale attraverso l’Expositión Universelle.

Con il "Prélude à l’après midi d’un faune" giunse nel 1894 la sua prima grande affermazione, seguita da altre numerose conferme negli anni seguenti. La migliorata situazione economica gli permise così di dedicarsi esclusivamente alla composizione.

Dopo il matrimonio con Rosalie Texier (1899) e la drammatica separazione coincisa con un nuovo rapporto (Emma Bardac, 1904), la sua produzione proseguì intensa fino all’ultimo, nonostante difficoltà di vario genere e i primi sintomi di una malattia incurabile.

Compose opere, balletti, lavori per orchestra, pagine corali, pianistiche, vocali da camera. La musica strumentale da camera consiste di un Quartetto per archi, 3 Sonate per diversi organici, 2 pezzi per clarinetto e pianoforte, un Trio con pianoforte e le "Chansons de Bilitis" che, prevedendo la voce recitante, si sottraggono a una precisa classificazione di genere.

Fra i lavori cameristici che appartengono a una categoria musicale piuttosto singolare e raramente rappresentata, troviamo la Chansons de Bilitis per 2 flauti, 2 arpe, celesta, voce recitante, una lavoro oscillante tra musica di scena e musica da camera.

Le Chansons dovettero tuttavia misurare la loro popolarità con il conformismo degli esecutori e del pubblico: innanzitutto a causa dell’organico originalissimo che ne sottolinea la grazia sensuale ed arcaica; e poi per l’ambiguità del genere che porta la poesia ad essere raffigurata nella musica, ma senza sfociare in canto.

Dopo le "Trois Chansons de Bilitis" per voce e pianoforte, capolavoro del 1898, Debussy nel 1900 si accostò nuovamente alle false poesie greche dell’amico Pierre Louys – spacciate per ritrovamento archeologico – scegliendone 12: "Chant pastoral" ("Canto pastorale"), "Les comparaisons" ("Paragoni"), "Les contes" ("Favole"), "Chanson" ("Canzone"), "La partie d’osselets" ("Astragali"), "Bilitis", "Le tombeau sans nom" ("La tomba senza nome"), "Les courtisanes égyptiennes" ("Le cortigiane egizie"), "L’eau pure de bassin" ("L’acqua pura di vasca"), "La danseuse aux crotales" ("La danzatrice coi crotali"), "Le souvenir de Mnasidika" ("Ricordo di Mnasidika"), "La pluie au matin" ("Pioggia del mattino").

Furono affidate ad una voce recitante contrappuntata da pagine musicali di straordinaria eleganza, essenziali nella scrittura ma pregnanti di un’espressività intima, sottilmente insinuante, venata di erotismo in obbedienza al testo che fa parlare in prima persona Bilitis fanciulla e poi donna, delusa dall’amore degli uomini, votata al circolo di Saffo a Mitilene, quindi esule, prostituta e ragazza sacra.

Questo delicato, raffinatissimo e compiuto ciclo di musiche che soffre di una impopolarità davvero inspiegabile, fu dato in prima esecuzione nel febbraio del 1901 senza produrre particolare impressione.

Parte del materiale fu riutilizzato da Debussy nelle successive "Six épigraphes antiques" (1914) per pianoforte a 4 mani.

Ultimo lavoro da camera scritto da Debussy nell’800, il Quartetto per archi costituisce un altro passo fondamentale nella definizione della poetica debussiana, ispirata alla corrente simbolista.

Tutt’altro che "apostolo del sensazionismo armonico", come ebbe a scrivere con dispetto Vincent D’Indy, nel 1893, anno di questo lavoro, Debussy stava ancora cercando la veste più adeguata alle proprie idee.

Ma già nel Quartetto si possono riscontrare degli elementi caratteristici, in particolare l’invenzione armonica, il gusto per il dettaglio, la grande varietà della scrittura strumentale, la ricerca della sonorità come dimensione psicologica.

Questa partitura impegnò molto l’autore, ma, proprio per la sua novità nei contenuti, nonostante la classica suddivisione in 4 movimenti e l’applicazione ciclica dell’idea tematica, non trovò consensi significativi.

Del resto, un’analisi condotta con l’ottica tradizionale della cultura francese di quell’epoca, influenzata da nazionalismi di maniera e dall’importazione dei modelli tedeschi, poteva scorgervi soltanto contraddizioni, ignorando le intuizioni geniali sotto l’apparente facilità melodica, che puntavano a un’astrattezza simbolica, inafferrabile.

Il Quartetto op. 10, presentato per la prima volta nel dicembre del 1893 dal Quartetto Ysaye alla "Société Nationale de Musique" prevede, come detto, 4 tempi: "Animé et très décidé" ("Animato e molto deciso"), "Assez vif et bien rythmé" ("Abbastanza vivo e ben ritmato"), "Andantino doucement expressif" ("Andantino dolcemente espressivo"), infine "Très modéré" ("Molto moderato"), che muta in "Très mouvementé et avec passion" ("Molto movimentato e con passione").

Il Trio in sol maggiore per violino, violoncello e pianoforte, ritrovato in tempi relativamente recenti, risale al 1880 e si situa in un periodo che per Debussy fu di formazione e di apprendistato. Fu in quel 1880, a 18 anni, che il maestro francese entrò nelle grazie di Madame Nadièzda von Meck, la protettrice di Ciaikovskij, con l’incarico di insegnante privato e di musicista tuttofare. Nei 3 mesi trascorsi al servizio della von Meck egli portò a termine il suo Trio, un’opera interessante, che rimase unica nel suo catalogo di musica da camera, ma ancora acerba, pur nella freschezza delle idee. È un’opera incorniciata dalla grazia e percorsa da un fremito melodico incessante, che però non pare mai decollare, ostacolata dalla fragilità della struttura. I tempi sono "Andantino con moto allegro", "Scherzo intermezzo"; "Andante espressivo" e "Finale: Appassionato".

Lavoro celebre della letteratura per pianoforte a 4 mani, la "Petite Suite" è una breve serie di pezzi, dai titoli di sapore barocco, che risale al 1889.

La produzione debussiana di quel periodo lascia già intuire i successivi sviluppi in direzione progressista, sotto l’influenza dei fenomeni artistici più disparati, che approderanno ad un simbolismo di grande forza innovatrice.

È però ancora presente la tradizione francese, da Fauré a Gounod e a Massenet, rappresentanti di un sentimentalismo raffinato e spontaneo e di un aristocratico intimismo.

La melodiosità è il tratto dominante di questo pezzo del ventisettenne Debussy, dove si sentono gli echi delle delicate Arabesques scritte un anno prima per pianoforte solo.

È un lavoro affascinante, in cui la sensibilità armonica ingentilisce e illumina la felicità dell’ispirazìone.

Noto anche in una versione orchestrata, non da Debussy ma da Henri Busser, un
allievo di Franck e Gounod, consta di 4 episodi: En bateau, Cortège, Menuet e Ballet.

Risale infine al 1891 la Marche écossaise sur un thème populaire per pianoforte a 4 mani, una breve Marcia scozzese – "Marche des anciens Comtes de Ross", specificò l’autore, riferendosi con ogni probabilità alla commissione di qualche discendente dell’antica famiglia nobile. Interessante la stilizzazione, che consente un disegno leggero e svelto, adatto al clima sereno e dilettevole del brano. La forma, armonicamente proiettata verso la libertà di invenzioni e accostamenti, è ternaria, con un disteso, gentile episodio centrale e una luminosa conclusione. Questo brano fu pubblicato nel 1903.

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