Bizet – Carmen – Maggio fiorentino

Il teatro fiorentino sta risalendo la china e una bella pubblicità gratis fa niente male
interpreti V. Simeoni, R. Aronica, L. Giordano, S. Alberghini, E. Bellocci, G. Frasconi, D. Shikhmiri,G. Bonfatti
direttore Ryan McAdams
orchestra del Maggio Musicale Fiorentino  
regia Leo Muscato
teatro del Maggio Musicale Fiorentino

 

FIRENZE – “Pubblicità, ninfa gentile”, titola una deliziosa operina di Gino Negri. Mi torna alla mente, uscendo da questa ormai famosa-famigerata Carmen. Nel programma di sala, Leo Muscato scrive di  tradimenti (epoca e luogo) operati sulla drammaturgia tradizionale, ma non parla del finale rovesciato in cui Carmen, ferita – forse a morte ma forse no – da una violenta manganellata alle reni vibratale da José, gli spara con la pistola che gli aveva sottratto, magari per evitare che lui l’usasse contro di lei. Indiretta conferma, ritengo quest’omissione, dell’essere partita dal sovrintendente e non da lui l’idea di impiegare tale alterazione (peraltro non poi così sacrilega come tante anime belle, cadendo nel tranello, hanno sproloquiato) quale manifesto protestatario contro la piaga del femminicidio: foglia di fico, a mio sommesso parere, d’un intento di marketing pienamente riuscito. Tutti a parlare di questo finale, bollandolo come scandalo inaudito (capirai, con quello che ti propinano in terra tedesca…) e proponendo per derisione – ma spirito molto stile asilo Mariuccia – tutta una serie di finali alternativi per ogni opera conclusa da una morte. Ha funzionato, dunque. Una Carmen che in partenza avrebbe ricevuto solo una cortese e comunque limitata attenzione, è stata (assieme al teatro che l’ha inscenata, questo è il bello e questa credo fosse soprattutto l’intenzione) al centro dell’attenzione internazionale, con commenti interviste sproloqui, sciorinati dai consueti tuttologi. Personalmente, plaudo. Il teatro fiorentino, da troppo tempo in disarmo, sta risalendo la china e una bella pubblicità gratis fa niente male.
Ma al di là di questo supposto scandalo terminale, com’era questa Carmen? In generale, molto buona, quantunque col non lieve handicap di proporre l’ormai obsoleta (ma risparmiosa, essendo fuori dai diritti) edizione Choudens con tutte le pecche relative. Direzione niente di trascendentale però solida, energica, all’insegna d’una generale asciuttezza che nell’opporsi risolutamente a ogni bozzetto di colore o belluria rendeva un ottimo servizio a Bizet e si sposava perfettamente – a prescindere dal finale che comunque ci sta – con la regia di Muscato.
Sulla scia di ormai non pochi spettacoli, niente Spagna e per conseguenza niente cartoline turistiche. Accampamento nomade anni grosso modo Settanta (“la Siviglia”) come scena fissa, circondato da filo spinato e sorvegliato da polizia in tenuta antisommossa. La zuffa tra Manuelita e Carmencita è riflesso dell’antagonismo tra operaie “normali” e zingare. Second’atto veramente bello nei movimenti generali, con talune idee da ricordare (per esempio un “Fiore” con lui solo davanti alla roulotte dove s’è chiusa Carmen). Terz’atto non sui monti ma in quello stesso campo, col contrabbando non già in viaggio ma in partenza. Gran risparmio all’ultimo: niente sfilate e quant’altro, perché gli zingari assistono alla corrida seduti per terra davanti a un televisore, mentre il duettino Escamillo-Carmen avviene per telefono. E la violenza finale non arriva inaspettata: già nel Preludio, al risuonare del motivo del destino, s’era visto José manganellare Carmen durante la segregazione dei rom nella zona recintata, e durante il prosieguo l’indole violenta di lui era stata sottolineata con abilità. Gestualità per conseguenza asciuttissima, che sottrae a Carmen l’abusato cliché della vampirona scosciata e ancheggiante per farne una creatura semplice, spontanea, con un non so che d’indifeso (la scena delle carte è all’insegna della trepidazione, non della tragedia greca) che ne sfaccetta moltissimo – e non in peggio – il carattere.

Merito della regia, ma soprattutto di Veronica Simeoni. Che oltre a cantare benissimo e col tesoro timbrico che ormai da tempo le si apprezza, interpreta con la voce lavorando di continuo sulla dinamica e trovando quindi accenti e colori uno più riuscito dell’altro, ma tutti all’insegna dello sfumato, dell’accenno che dice e sottende ben più dell’estroversione viscerale: e per ognuno di essi ha il gesto più giusto capace di valorizzarlo e chiarirne definitivamente il senso. Oggi come oggi, la Carmen migliore che un palcoscenico possa sperare. Accanto a lei, Roberto Aronica è un magnifico José. Voce di robustezza a tutta prova (bisogna risalire indietro, ma molto indietro, per sentire un finale terzo paragonabile), anche lui accenta e recita con una varietà e una sottigliezza entrambe mirabili, unite a una forza di comunicativa davvero rara.
Discreta la Micaela di Laura Giordano (ma quant’è brutto quel suo costume!), quantunque venga a capo della sua grande aria con qualche sbandamento e diverse note al limite. Sempre apprezzabile Simone Alberghini giunto a salvare le prime recite per malattia dell’Escamillo titolare. Note invece lietissime sul fronte del coro e di tutte le parti di fianco: Mercédès e Frasquita (Giada Frasconi e Eleonora Bellocci) di voce bella, piena e timbratissima anziché aguzza e vetrosa com’è tanto spesso il caso; Dancaire e Remendado (Dario Shikhmiri e Gregory Bonfatti) anch’essi cantanti eccellenti e attori capaci di schizzare due personaggi di reale consistenza nella loro infida protervia in luogo elle innocue macchiette cui sono sovente confinati.
Elvio Giudici

 

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228 - Maggio 2018
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