Verdi – Rigoletto

[interpreti] Z. Lucic, D. Damrau, J. D. Florez
[direttore] Fabio Luisi
[regia] Nikolaus Lehnhoff
[teatro] Semper Oper di Dresda

La parabola satellitare permette oggi di seguire una fetta notevole di vita musicale europea. Se la parte del leone la svolgono le radio, le reti televisive fanno tuttavia la loro parte: la Rai esiste nel primo caso, ma latita nel secondo, anche laddove sia coinvolta una grande personalità musicale italiana. Di direttori, si sa, ne abbiamo così tanti che non sappiamo più che farcene, dunque continuiamo a esportarli. Fabio Luisi, ad esempio, come già Sinopoli prima di lui, è a Dresda. Vi dirige un nuovo, attesissimo allestimento d’uno dei nostri maggiori capolavori, Rigoletto, per il quale chiama a raccolta un cast che difficilmente oggi potrebbe essere migliore, e uno dei registi più stimolanti del panorama europeo: radio e televisione tedesche si mobilitano, Arte trasmette in diretta, e noi via coi reality e il bla bla, tanto il canone è diventato tassa e va pagato comunque. Ma bando alle malinconie, stasera grazie alla parabola è gioia grande: musicalmente, il più bel Rigoletto da quello di Giuseppe Sinopoli; scenicamente, un Rigoletto capace d’allinearsi ai migliori di sempre, quelli di Vick e McVicar le cui direzioni, però, in un eventuale paragone non arriverebbero neppure alle caviglie. Tempi, dinamiche, spessori e articolazioni dei molteplici piani sonori, colori che i geniali impasti strumentali verdiani – nove volte su dieci piallati dalla retorica più bombastica – valorizzano nell’arco d’una tensione narrativa strepitosa: nella pulsante, morbida, chiaroscuratissima direzione di Luisi a capo di un’orchestra fenomenale, tutto s’amalgama a formare quanto di più nuovo e interessante si sia udito in ambito verdiano negli ultimi vent’anni assieme alla Traviata di Temirkanov. Parallelo valido anche per la totale simbiosi con la scena.
Lehnhoff non è lontano, nell’impostazione di Gilda, da Vick e McVicar: una reclusa, murata in una stanzetta blu provvista di minuscole, metaforiche aperture a croce. Solo una così, può non avere alcun anticorpo contro la vita: e a “Caro nome”, commuove come mai prima lo sfavillare delle crocine lungo tutte le pareti, che la prigione azzurra mutano in cielo trapunto di stelle. Rigoletto, durante l’introduzione sale dalla buca del suggeritore e cupo, dolente, stanco, si trucca da buffone: per vivere, cede la propria umanità così come ciascuno alla corte del Duca, dove inalberano una maschera zoomorfa creando un’atmosfera di alienata, nevrotica tragicità. Scene senza agganci né di luogo né di tempo, gestualità quotidiana, rapporti reciproci sempre nitidi, articolati su un divenire psicologico d’acuta, intelligente evidenza: teatro moderno, insomma, alla faccia di quanti ancora si baloccano con l’antica scemenza che direttore e regista servano solo quale piatto di portata per le voci.
L’attesa maggiore era probabilmente per Florez che debuttava in Europa il suo Duca: ne canta splendidamente ogni nota, anche quelle carognissime del duetto e dell’aria, e s’impegna più del solito quanto a fraseggio, con risultati buoni ma (spero) migliorabili. E la serata se la porta a casa Diana Damrau: vocalità stupefacente per esattezza, morbidezza, facilità; recitazione e fraseggio eccezionali, fusi nella creazione d’un personaggio complesso che consegna al robivecchi della lirica la solita oca giuliva qualificandosi come la Gilda da cui d’ora innanzi si giudicherà ogni altra. Zeljko Lucic compensa qualche scricchiolio sul passaggio (specie nei piani) con l’ampiezza e robustezza d’una linea che ricerca molto più l’accento della forza brada, non mortificando così gli sforzi di direttore e regista nel dare eccezionale spessore al personaggio. Coro e comprimari d’alto livello, con uno Sparafucile – Georg Zeppenfeld – da tenere d’occhio.

Elvio Giudici


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