Lione, città delle luci

E all’Opéra Nouvel il Festival Verdi: Macbeth, Don Carlos e Attila

Un viaggio inedito in epoche e culture diverse. È quello che regala Lione, capoluogo della regione Rodano-Alpi, punto di snodo tra la Francia settentrionale e quella meridionale, con il suo centro storico dichiarato patrimonio universale dell’umanità dall’Unesco, le sue viuzze e i traboules, ovvero quei passaggi ricavati all’interno delle abitazioni per spostarsi da una via all’altra, il suo lungofiume animato e le grandi piazze della Presqu’île, la penisola formatasi all’incrocio dei fiumi Rodano e Saona. Soprannominata la città delle luci, questa metropoli bimillenaria, fondata all’età di Giulio Cesare come colonia romana, stupisce per la sua Città Vecchia, il più grande quartiere rinascimentale d’Europa. Qui si possono ammirare Place des Terraux, l’Hôtel de Ville e la Cattedrale di Saint Jean, uno dei migliori esempi europei di transizione dal romanico al gotico. Ma anche il Museo di Belle Arti con importanti capolavori di autori italiani e stranieri, da Tintoretto a Rembrandt, da Rubens a Matisse, la fontana di Bartholdi dello stesso scultore che realizzò la Statua della Libertà e un numero incalcolabile di vicoletti e stradine dove si trovano i famosi bouchons, trattorie che offrono una delle migliori cucine del mondo con tutti i prodotti che fiumi, colline e pianure donano ogni giorno a Lione in una perfetta fusione tra cucina di popolo e borghese. Tra i piatti tipici vi è la carne, grande protagonista nella andouillette, la salsiccia di intestino e stomaco di maiale immersa nel fegato di vitello, nel sabodet e nel saucisson chaud à la lyonnaise, ovvero nel cotechino e nella trippa, mentre per i vegetariani è da non perdere la classica insalata lionese con cardi, cipolle gratinate e diversi formaggi. Adagiata sulle colline di Fourvière e della Croix-Rousse, dove un tempo c’erano le seterie e le botteghe artigiane, Lione vanta anche un importante luogo sacro come la Basilica di Fourvière costruita nel luogo dove furono uccisi i primi martiri cristiani della città. Questa basilica ha una strana forma che la fa assomigliare ad un gigantesco elefante rovesciato con quattro torri ottagonali. Costruita nel 1870 si caratterizza per una mescolanza di stili all’esterno, dal gotico al classico e al bizantino, e per una navata in mosaico che racconta la vita della Vergine Maria. Uno degli edifici simbolo della città è senza dubbio l’Opéra Nouvel. Qui la sofisticata facciata ottocentesca, in stile neoclassico, si mescola alla perfezione con il foyer moderno dell’interno e con il tetto in vetro. È in questo tempio dell’opera che, sotto la direzione d’orchestra di Daniele Rustioni, il mese di marzo diventa momento musicale per il Festival Verdi con tre titoli di grande richiamo, disposti uno di fila all’altro per una tre giorni verdiana da non perdere. S’inizia con la messinscena di Macbeth che, dal 16 marzo al 5 aprile, vede impegnati, con la regia di Ivo van Hove, Elchin Azizov nel ruolo del titolo, Susanna Branchini, Roberto Scandiuzzi e Arseny Yakovlev. A seguire, dal 17 marzo al 6 aprile, è servito il piatto forte del Festival: la nuova produzione di Don Carlos nella versione in francese in cinque atti con la regia di Christophe Honoré e con Michele Pertusi, Sergey Romanovsky, Stéphane Degout, Roberto Scandiuzzi, Sally Matthews ed Eve-Maud Hubeaux. A chiudere è invece Attila che, in forma di concerto, schiera il 18 marzo un interessante quartetto d’interpreti composto da Dmitry Ulyanov, Alexey Markov, Tatiana Serjan e Massimo Giordano.  (A.G.)

 

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241 - Giugno 2019
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