Critica social

“Può essere imbarazzante essere ‘amici’ di qualcuno di cui si deve poi valutare una prestazione professionale”

socialCoraggio, parliamone anche nel foyer: com’è cambiata la critica musicale nell’era dei social media? Come per ogni novità, ci sono vantaggi e svantaggi. Cominciamo dalla fine. Svantaggio numero uno è il proliferare della critica fai-da-te, con assatanati che si trasformano subito in killer prêt-à-juger con uno sprezzo del ridicolo pari solo a quello per la sintassi. Nei casi estremi, le loro inappellabili sentenze confinano con l’insulto o la diffamazione a mezzo stampa; in quelli un po’ meno estremi ma sempre deprecabili, capita che sparino giudizi che sono spesso pregiudizi  sulla base di trasmissioni radiofoniche (tanto, si sa, all’opera l’importante è la musica e solo la musica) o di precarie dirette streaming. Se invece si degnano di andare effettivamente a teatro, ecco i blog “ad personam”, nel senso che sono scritti da una persona sola e letti da altrettante, che servono solo per scroccare un biglietto omaggio all’ufficio stampa boccalone di turno. Ma è una fauna di cui nel foyer si è già spettegolato, quindi inutile insistere. Salvo che per precisare che ci sono anche bloggari competentissimi, preparatissimi, equilibratissimi e spesso meglio informati di un critico “vero” o di un direttore artistico italiota, e non ci vuole poi molto.
Svantaggio numero due: spesso la critica cattiva scaccia quella buona. La rete è un mare dove non sempre si pesca il meglio. Qui, ovviamente, tocca al lettore distinguere il grano dal loglio: ma se il lettore non è troppo provveduto può anche non riuscirci. L’unico possibile ma non probabile motivo di ottimismo è che alla fine la credibilità vinca, però molte tristi esperienze contemporanee inducono a pensare che così non sia. La politica, italiana e straniera, sta lì a dimostrarlo.
Detto questo, ci sono anche vantaggi. Chi scrive lo fa anche per un quotidiano e si è accorto (benché da meno tempo da quando era diventato ovvio, ma questo solo per colpa sua) che la recensione sul sito del giornale è molto meglio di quella sul giornale “di carta”. Intanto perché chi la scrive non deve autocastrarsi nelle ormai abituali e mortificanti trenta righe (però attenzione: non è che il web sdogani automaticamente lo sbrodolamento. Se lì le righe diventano centocinquanta, siate pur certi che l’unico a leggerle tutte sarà chi le ha scritte). E poi perché fra Facebook e Twitter e il resto della compagnia social il pezzo si propaga e si raddoppia e, se non produce un’esplosione, raggiunge in ogni caso molti più potenziali lettori del colonnino cartaceo.
Altro vantaggio: il lettore può interloquire. Vantaggio molto relativo, quando si tratta di uno dei leoni da tastiera di cui sopra, spesso coniuge-amante-concubino-parente o, Dio non voglia perché sono i peggiori, mamma o papà del cane che si è appena stroncato. In questo caso, estote parati: non arriverà una garbata contestazione, ma una sequela di insulti sanguinosi, ovviamente anonimi. Però va pur detto che l’iterazione con i lettori è spesso utilissima: la verità in tasca non l’ha nessuno, le obiezioni motivate e argomentate inducono a riflettere, attività sempre utile benché faticosa (e forse proprio per questo praticata così poco) e ne nascono talvolta discussioni stimolanti per tutti.
Resta il grande problema dell’“amicizia” su Facebook. Posto che di amicizie più che virtuali si tratta, può essere imbarazzante essere “amici” di qualcuno di cui si deve poi valutare una prestazione professionale. Nel dubbio, meglio astenersi, intendo dall’amicizia, non dal giudizio. E, in caso estremo, meglio ancora non concederla o cancellarla, l’amicizia, giusto per evitare pericolose confusioni. Lasciamoci così, senza rancor.

Alberto Mattioli

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