Bizet – Carmen – Arena

Per grattare l'impianto di de Ana bisogna sfrondare quintali di salmerie e zavorre sceniche

VERONA – Quando manca l’essenzialità, si può dubitare di tutto. La bandiera che non garrisce sul pennone è uno scherzo delle funi o l’intenzione di descrivere una Spagna strozzata dall’avanzare delle forze franchiste? La risposta ai prossimi refoli della Carmen firmata Hugo de Ana che il 22 giugno ha aperto la 96° stagione dell’Arena di Verona, in una serata da tutto esaurito sugli spalti e persino fuori, dove i cavalli di scena parcheggiati in piazza Bra si confondono con i colleghi equini deputati alla sicurezza. Tutto secondo prammatica: lo spettacolo delle 21 partirà a un comodo 21.35 per permettere al nuovo sovrintendente Cecilia Gasdia di ricordare Tullio Serafin nel 50° della morte, all’Orchestra diretta da Francesco Ivan Ciampa di suonare l’inno, ai cerimonieri di deporre un mazzo di 32 rose rosse (tante quante le vittime di femminicidio accertate nel 2018) in una seggiola lasciata opportunamente vuota in platea. La pioggia al primo intervallo allungherà la liturgia fin oltre l’una e mezza di notte (e non si dica che Bayreuth è il teatro più scomodo del globo). Conseguenza di ciò, la diaspora di pubblico prima e durante il terz’atto che consegna Carmen alla sua morte tradizionale, pudicamente celata dietro una paratia da toreri. L’essenzialità, questa sconosciuta. Per grattare l’impianto di de Ana – ambientato nel 1930, anno cruciale in cui le forze repubblicane spagnole costituirono un comitato rivoluzionario nella transizione dalla monarchia – bisogna sfrondare quintali di salmerie e zavorre sceniche, che assieme alle masse, eiettate di continuo sul palcoscenico con gran trambusto, rendono la decifrazione degli eventi una sfida anche per le diottrie più scafate. L’idea di partenza non sarebbe malvagia e rassicura subito chi teme un finale stravolto: Don José muore subito fucilato per il suo delitto. Tutta l’opera, così, concorre a spiegare la prima scena. Il problema è come lo fa, con un faticoso ed entropico agglomerato di materiali da stiva che miracolosamente fanno inciampare solo una volta i personaggi (è toccato ad Escamillo, il non memorabile Alexander Vinogradov). La gestione dei generosi spazi areniani diviene così una convulsa esposizione di tutti i luoghi comuni della Spagna da figurine Liebig, un repertorio da cartolina reso ancor più didascalico da proiezioni di incerto lettering sugli spalti (a che serve sparare a tutta Arena “Sevilla 1930”?). E, suggello finale, la pioggia di coriandoli giallorossi che neanche Plaza Mayor dopo la vittoria ai Mondiali (chiedere ai ricoperti musicisti cosa ne pensano).

Il risultato è inevitabile: senza la minima volontà di asciuttezza visiva, il pubblico si lascia andare, batte le mani, e se potesse anche i piedi, ma per il freddo. Peccato, perché musicalmente questa Carmen avrebbe buoni motivi per farsi sentire (per quel poco che si può sentire in Arena). Ivan Ciampa non cede quasi mai all’effettaccio, rallenta all’eccesso i passaggi più incalzanti (come l’ingresso dei contrabbandieri) ma lo fa nel quadro di una lettura coerente, al netto di una difficoltà sostanziale nel tenere insieme orchestra e coro, due mondi quasi mai solidali. Le voci: Mariangela Sicilia conferma uno stato di grazia già apprezzato in Mimì al Comunale di Bologna. Qui è una Micaela campestre e sognante, che sembra cantare un mondo perduto. Le sue entrate in bicicletta sono deliziose, perfetto il suo stare sul palcoscenico (in quel palcoscenico!). Quando si muove, da attrice vera, anche le scene sembrano di colpo più pulite. Anna Goryachova (Carmen) si muove invece su altre frequenze, non foss’altro che per il modo in cui si presenta: non cala graziosamente dal cannone di una bici ma da un rude camion di rivoluzionari. Il suo cantare è mascolino, energico, più carnale che sensuale. Tra lei e Don José (il patinato e corretto Brian Jagde) sembra esserci spesso uno scambio di ruoli, sensata scelta registica. Tra i comprimari ottimi Ruth Iniesta (Frasquita) e Luca Dell’Amico (Zuniga). Il pubblico, quello sopravvissuto al freddo, al vento, all’orario e alle ritualità, applaude convinto. I fischi, qui, sono di approvazione. E a tutti va bene così.
Luca Baccolini

 

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