ZURIGO Händel Giulio Cesare in Egitto

interpreti C. Vistoli, C. Bartoli, K.J. Kim, A.S. von Otter, M.E. Cencic, R. Dolcini, K. El Demerdasch
direttore Gianluca Capuano
orchestra La Scintilla
regia Davide Livermore
teatro Opernhaus

Capuano mi ha fatto ascoltare il più bel Giulio Cesare della mia vita: la superba compagine barocca La Scintilla, sotto la sua guida davvero rende nomen omen il proprio nome. Pulsioni dinamiche leggerissime e continue, immerse in una trasparenza fenomenale e ancor più fenomenale morbidezza sotto profili ritmici scolpiti al rasoio; agogica che entro un ritmo incalzante, a tratti addirittura infernale, d’improvviso ti spalanca voragini di melanconia sensualissima per accogliere, come su di un soffice ma vibrante cuscino, abbandoni vocali di suggestione straordinaria, dove non si rilascia ma al contrario si rimpalla una tensione narrativa che di continuo s’avvita con teatralissima, entusiasmante ricchezza di sfaccettature. Totale, la sintonia col palcoscenico: cast e regia. Carlo Vistoli domina una parte oltremodo scabrosa (parecchio bassa, per un controtenore) in virtù della perfetta tecnica che esalta il timbro brunito sia nelle pirotecniche colorature, tutte sgranate con perfezione fenomenale, sia nelle aperture melodiche intrise di sensuale ma sempre virile abbandono, sia infine (e questo è il tocco forse più personale e fascinoso che Livermore conferisce al complesso personaggio) in magistrali tocchi di quell’ironia che è spia di forte personalità: capolavoro. Cecilia Bartoli, dopo quarant’anni di carriera costantemente ai massimi livelli, non ha bisogno di commenti: solo d’inchini davanti ai suoi prodigi tecnici ma molto di più artistici, che al fraseggio händeliano donano tratti interamente suoi, apice un “Piangerò la sorte mia” dove – lei sola al centro d’un palcoscenico tutto vuoto – il tempo letteralmente si sospende in una magia strumentale e vocale che ti s’imprime indelebilmente nella memoria. Bravo il controtenore Kangmin Justin Kim, voce chiara e fraseggio giustamente un po’ infantile, a delineare perfettamente il debole bamboccio che è Sesto: gli stanno a fronte l’arte tuttora eccelsa di Max Emanuel Cencic, il Tolomeo per antonomasia degli ultimi vent’anni, e il magnifico Achilla (personaggio chiave molto spesso trascurato) cantato e recitato benissimo da Renato Dolcini. Cornelia è titolare delle arie forse più belle dell’opera, ma è uno di quei personaggi difficili da creare perché in apparenza monotono nel suo eterno piangersi addosso, sì, ma con un lirismo di lancinante intensità che esige grande cantante e grandissima artista: Anne Sofie von Otter, a settant’anni, artista lo è come sempre ma la voce – gran peccato – non c’è più, e troppo spesso sparisce nonostante i prodigi escogitati al riguardo da Capuano.
Lo spettacolo di Livermore, nato qualche anno fa a Montecarlo, è un capolavoro in cui la capacità davvero shakespeariana (ma del teatro inglese in generale) di Handel d’impastare tragedia e commedia, Eros e Thanatos, alto e basso, vetriolica ironia e sincerità sentimentale, viene resa compiutamente. Durante la Sinfonia ci si imbarca sul vascello “Tolomeo” che solcherà il Nilo, tutti i personaggi in fogge anni Trenta, un po’ come se l’Orient Express di Agatha Christie si mutasse nella nave di Assassinio sul Nilo. Apice la favoloserrima scena con le doppie arie di Cleopatra nelle vesti di Lidia e di Cesare improvvisatosi crooner al microfono d’un cabaret orientale veramente “abisso di luce” come commenta lui stesso prima di lanciarsi, ritto in piedi davanti a un complesso strumentale – strepitosa la violinista, strepitoserrimo Vistoli nelle celebri posture di Elvis the pelvis -, in un “Se in fiorito ameno prato” dal piglio jazzistico, giustamente salutato alla fine da applausi oceanici. Direttore e spettacolo sono attesi a Firenze il prossimo giugno: s’assalti il botteghino!
Elvio Giudici


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