Cineasti all’opera?

La mania tutta italiana di ingaggiare registi di cinema per allestire opere liriche è una strategia di rinnovamento o una scorciatoia?

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E ci risiamo con i registi di cinema che si mettono all’opera. Per restare all’attualità, ecco soltanto gli ultimi casi di una lunga serie. Sofia Coppola ha appena fatto La traviata a Roma (“da un’idea – sic – di Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti”, due noti drammaturghi). Per la prossima stagione, la Scala annuncia una Gazza ladra affidata a Gabriele Salvatores, di cui peraltro non sarà il debutto all’opera come si è letto qua e là perché, più tempo fa di quanto piaccia ricordare, esibì a Bologna un’orrenda Figlia del reggimento. Al San Carlo fanno di meglio: inaugurazione con Otello, quello di Rossini, con la regia di Amos Gitai, poi riprese di ben due allestimenti di altrettanti cinematografari: Lucia di Lammermoor di Gianni Amelio e La traviata (ancora!) di Ferzan Ozpetek. Il Festival Puccini di Torre del Lago, con il consueto sprezzo del pericolo e anche direi del ridicolo, annuncia invece una nuova Tosca di Enrico Vanzina, ma tanto per perdere prestigio bisogna prima averlo, quindi a Torre del Lago non rischiano nulla.
Murati nel loro provincialismo, i direttori artistici italiani non sanno chi sono i veri grandi registi d’opera di oggi. Non è un’esagerazione: proprio non ne conoscono i nomi né ne hanno visto gli spettacoli. Qualora per miracolo li conoscano e provino a invitarli, la risposta è generalmente negativa, perché si tratta di gente che ha agende pienissime mentre in Italia, com’è noto, si programma sempre all’ultimo momento. Infine, se li conoscono, li invitano e quelli accettano, le regie vengono generalmente fischiate dal pubblico e stroncate dalla critica. Bisogna capirli: devono ancora metabolizzare Ronconi… (continua sul numero 205 di “Classic Voice”, giugno 2016)

Alberto Mattioli

E tu cosa ne pensi? I cineasti all’opera sono un’opportunità di rinnovare il linguaggio registico o una facile scorciatoia?

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