Mozart e il virus

Il passato ci insegna che servirà un vaccino contro la precarietà

“Sabato sera Sua Altezza Reale la Principessa fidanzata si è sentita male, e ieri le è comparso il vaiolo”. La principessa fidanzata è Maria Josepha d’Asburgo Lorena, promessa sposa di Ferdinando IV di Borbone re di Napoli: non ce la fa e dopo una settimana “è diventata sposa del fidanzato celeste”. Aveva 16 anni. Autore della lettera, datata Vienna ottobre 1767, è Leopold Mozart. La morte di Maria Josepha ha come conseguenza la chiusura dei teatri per sei settimane in tutti i territori dell’Impero; le opere e i concerti programmati per festeggiare il suo passaggio nelle varie città durante il viaggio da Vienna a Napoli vengono cancellati. A Vienna sono soprattutto i bambini a morire: “Su 10 bambini il cui nome viene annotato nel registro dei decessi, 9 erano morti di vaiolo”. Leopold decide di lasciare “questa città infestata”. Prende la strada di Olmütz, 200 chilometri a nord; oggi, la città si chiama Olomouc e fa parte della Repubblica Ceca. Arrivano, alloggiano alla locanda All’aquila nera, verso le 10 del mattino Wolfgang comincia a sudare, ha le guance bollenti e rosse, le mani invece sono gelate, il polso è irregolare.  Il 31 ottobre il vaiolo esplode: la febbre diventa molto alta, le pustole lo ricoprono interamente, il corpo si gonfia, il naso è una palla. Leopold, un no-vax  che non crede nel beneficio dell’inoculazione, già largamente diffusa, prega: in te Domine speravi, non confundar in aeternum. Il terrore dura una settimana, poi la febbre scende, le pustole si seccano, spariscono. Wolfgang si alza, si guarda allo specchio e dice: “Adesso assomiglio a Mayr”. Andreas Mayr, un violinista di Salisburgo con il volto butterato tipico di chi ha avuto il vaiolo. Per tutta la vita Mozart porterà i segni della malattia. Suo padre, con acutezza da sindacalista, pensa a una sorta di cassa integrazione per gli artisti senza lavoro: “Sarebbe opportuno che qualcosa venisse autorizzato, in considerazione delle persone che devono vivere di queste attività”.
Sarebbe lieto di sapere che oggi in Italia qualcosa per fronteggiare l’epidemia Covid-19 è stato previsto. Per i lavoratori dello spettacolo, sia quelli stabilizzati che i precari  (la netta maggioranza tra musicisti, danzatori, attori, tecnici), il decreto Cura Italia predispone della forme di assistenza, diverse a seconda dei diversi tipi di contratto in essere e senza escludere le numerosissime partite Iva. Sarà dunque necessario imparare come viene disciplinato dall’Inps il Fondo di Integrazione Salariale.
Ma sarà solo il primo passo; il secondo è fare tesoro di questa emergenza per attrezzarci in vista delle prossime. Troppo facile prevedere, nell’immediato futuro, la difficoltà a riprendere il cammino con il passo abituale, in particolare per le realtà più deboli; la riduzione dei cachet artistici; la proposta  – in nome dell’emergenza – di condizioni contrattuali peggiorative in tutti i comparti; l’affermarsi della persuasione che, di fronte alle infinite emergenze, il nostro sarà l’ultimo settore di cui occuparsi. La maggiore responsabilità ricadrà – già ricade, adesso – sulla Siae. M anche le associazioni concertistiche, le tante cooperative di spettacolo e di servizio, la compagnie teatrali, dovranno vincere la radicata tendenza all’azione individuale, riscoprendo il gioco di squadra. Non basterà pregare, come Leopold Mozart. Sarà necessario avere fiducia in nuovi vaccini. Cerchiamoli subito.

Sandro Cappelletto

 

 

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256 - Settembre 2020
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