Schumann sposa l’Islam

A Palermo “Das Paradies un die Peri”, oratorio profano messo in scena da Anagoor

Hanno viaggiato in Iran, Turchia e Siria per trovare le radici della Peri di Schumann, cacciata dal Paradiso e determinata a volerci rientrare, a costo di scendere nel regno degli uomini per superare tre prove. La sfida del gruppo teatrale Anagoor, qui rappresentato da Simone Derai, ritorna fatidicamente al Faust di Gounod messo in scena due anni fa nel circuito emiliano. Anche in questo caso, un viaggio iniziatico. Questa volta affrontano Das Paradies und die Peri, oratorio profano che il luterano Schumann compose travolto dal fascino della spiritualità islamica. A sposare il progetto è il Teatro Massimo di Palermo, con quattro recite dal 24 al 29 ottobre dirette da Gabriele Ferro. Come dare una veste scenica a una pagina non-operistica è stata la prima difficoltà del regista e del suo gruppo, “superata – spiega Derai – grazie al fatto che questa musica permette di inserire grandi visioni, con le quali racconteremo un’iniziazione, non un’azione”.
Ci faccia vedere “in anteprima” la scena.
“Una gradinata tra platea e palcoscenico ospiterà l’orchestra e il coro: sarà come vedere l’umanità sulle soglie dell’Eden. Sul palco vero e proprio si animeranno delle visioni frutto del nostro viaggio. Attenzione, non è né un documentario né un diario: è un tableaux visivo che fa da contraltare all’oratorio, il quale non ha nulla di narrativo, ma ispira semmai contemplazione. Abbiamo lavorato molto per evitare che le immagini non risultassero ‘giustapposte’ sulla musica”.
Cosa si vedrà del vostro viaggio?
“Siamo stati in zone lambite dalla guerra, anche in pieno Curdistan. Abbiamo molti sfollati e a un certo punto ci soffermiamo su un bambino alle porte di Isfahan, in Iran: è un rifugiato e non parla la lingua locale, ma canta, e gli anziani che lo hanno adottato lo ascoltano in silenzio. Questo sarà anche l’unico momento in cui la musica di Schumann sarà interrotta, per sentire il canto del bambino”.
Com’è stato lavorare senza un libretto tradizionalmente inteso?
“Quest’oratorio è definito profano in quanto non confessionale. Ma non significa che non abbia un testo di una spiritualità altissima. Non avere a che fare con l’opera offre molto più margine per sperimentare. Das Paradies è a sua volta un lavoro estremamente audace, eredità della rivoluzione portata da Goethe, che col suo Faust ha cambiato le regole del gioco, inaugurando il teatro della mente. Credo che la crisi delle possibilità espressive dell’opera stia in questo: nella difficoltà a rappresentare in scena il campo della mente”.
E Schumann coglie tutto questo?
“In questa sorta di Faust d’Oriente Schumann capisce che può indagare l’assoluto, sempre col dubbio tutto goethiano che la ricerca dell’assoluto non ci faccia perdere di vista l’attimo presente. ‘Davvero vuoi il Paradiso?’ sembra chiedersi la Peri, che in realtà è Schumann stesso, un uomo che ha ormai perso per sempre la serenità: dopo quest’oratorio, nella primavera 1844 lo troviamo in una delle sue crisi più acute, tanto da fargli quasi perdere la parola e le capacità motorie. Un episodio che anticiperà il crollo del febbraio 1854 quando tenterà il suicidio gettandosi nel Reno”.
Luca Baccolini


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246 - Novembre 2019
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