Cavalli Il Giasone

interpreti V. Sabadus 
K. Hammarstrom 
K. Mkhitaryan, W. White 
G. Gurle, R. Gimenez
direttore Leonardo Alarcon
orchestra Cappella Mediterranea
regia Serena Sinigaglia
regia video Isabelle Soulard
dvd Alpha-Classic 718

 

Il bellissimo libretto di Cicognini mette in scena i personaggi delle Argonautiche di Apollonio Rodio, è vero: ma la Venezia finalmente libera dai gesuiti gli suggerisce caratteri ben diversi, dove l’erotismo la vince di gran lunga tanto sull’eroismo (visto sotto una luce di demistificante ironia) quanto sulla serietà degli incanti della maga Medea, in realtà protagonista dark d’una situation comedy in – vittorioso, e molto – anticipo di oltre quattro secoli sulle molte serie televisive attuali. Da cui lo spettacolo centratissimo, con l’unica nota stonata il portare in scena alla fine, a mo’ di morale, un banale striscione inneggiante al pateticamente sessantottino “Fate l’amore non la guerra”. Nel microscopico palcoscenico del ginevrino Théâtre des Nations Serena Sinigaglia ambienta le molteplici vicende tra nuvole ricciolente di cartapesta incombenti su rocce e siepi che via via alludono “teatralmente” agli innumerevoli ambienti – grotte, porti, campagne apriche, palazzi delabré, boschi – in cui si svolge questo girotondo a luci rosse in mezzo a una guerra finta a uso telegiornale. E c’è Cupido che di selfie in selfie certo non ci pensa proprio a volare con la ciccia che si trova addosso, creata dalla stessa ostentata gommapiuma che gonfia i posticci muscoli di Ercole-Rambo da salotto, che s’è tatuato i simboli delle sue – molto supposte – dodici fatiche. E c’è un Giasone sex symbol stile Querelle di Fassbinder, laddove la Medea un po’ ciabattona e Isifile, la sua rivale in sesso (di amore meglio non parlare) vestono anni Venti incedendo con stile che non comporterebbe certo un invito nella villa del Grande Gatsby. Insomma, un divertimento continuo portato avanti da un cast affiatato di grandi attori-cantanti.
Alarcon non delude ma anzi conferma il suo essere lo specialista numero uno che oggi possa sperare la musica di Cavalli: opera qualche intervento sulla partitura che in linea di massima non trovo indispensabile, ma dirige con freschezza, verve, ebbrezza dinamica tutte formidabili, suggerendo e sostenendo il canto in un modo che ha continuamente la resa espressiva e dunque teatrale come fine precipuo.
Come quasi sempre negli spettacoli barocchi moderni sostenuti da grande regia, se il lato scenico accomuna tutti su livello di assoluta eccellenza, qualche bemolle inficia il settore più squisitamente vocale. Il marito piantato da Medea ma ancora innamorato, Egeo, ha la voce ormai un tantino ectoplasmatica di Raul Gimenez. L’Ercole di Alexander Milev tonitrueggia parecchio con gravi d’intento cavernoso e realtà troppo d’aria calda; la Delfa scatenata drag queen ninfomane di Dominic Visse parla e squittisce, quantunque così bene che gli/le si perdona quasi tutto; Willard White è l’attore dal gigantesco carisma di sempre, ma la voce è ormai quella che è e il servitore Oreste ne avrebbe invece bisogno. Mariana Flores, in compenso, la Musa di Alarcon (memorabilissimo il loro recital di due cd comprensivo di almeno un brano da tutte le opere di Cavalli), plasma una Alinda strepitosa, così come molto bravo è il controtenore Valer Sabadus, ad onta d’una voce che pare abbia perso un poco della luminosa brillantezza che lo contraddistingueva. Dominano comunque il cast la languida Isifile di Kristina Mkhitaryan (suoi i più bei lamenti dell’opera, tra i massimi di Cavalli) e la temperamentosa Medea di Kristina Hammarström, che della magnifica “Dell’antro magico” fa il culmine dello spettacolo.
Elvio Giudici

 

 

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