Dario Fo, il poeta giullare che fu anche musico

Lo ricordiamo con un'intervista sulle sue passioni musicali pubblicata su Classic Voice per i suoi 90 anni

dario-foCi sono stati i canti sacri e quelli profani, l’età del jazz e del folk. Ci sono state le canzoni e c’è stata l’opera… Sorprendente e lunga la colonna sonora della lunga e sorprendente vita di Dario Fo. Novant’anni di teatro, di letteratura, di pittura e anche di musica. Declinata nel corso del tempo in variazioni tra le più inattese.
Per esempio, chi mai avrebbe immaginato che il tuo esordio nel mondo dei suoni sarebbe stato con degli inni religiosi…
“In effetti, forse nemmeno io… Eppure è andata proprio così. Ero un bimbetto, avrò avuto si e no dieci anni, quando qualcuno decise che avevo una bella voce e così finìi nel coro di Domo Val Travaglia, il mio paese. Una Schola cantorum di quella liturgia ambrosiana introdotta da sant’Ambrogio nel IV secolo. Canti antichissimi, ispirati ai salmi. Naturalmente in latino”.
Ma voi bambini conoscevate il latino?
“Certo che no. E nemmeno la musica. Come tutti mi limitavo a seguire il gesto del maestro e a imparare a memoria quelle misteriose parole. Strane tiritere di cui non capivo il senso, ma mi divertiva molto cantarle con gli altri ragazzi, modulando i toni in alto e in basso, spingendoci tutti insieme su vere montagne russe vocali. Un gioco bellissimo”.
Quanto è durato?
“Un paio d’anni. Poi la mia voce è cambiata. Da ‘bianca’ qual era, di colpo è diventata ruvida e un po’ insolente, da ragazzaccio. Non più adatta per un coro angelico. Ma, pur se breve, quel periodo è stato prezioso per la mia vita artistica successiva. Quei canti, quell’impostazione vocale mi hanno insegnato a usare il diaframma, a cimentarmi nel falsetto…”.
Non dirmi che, crescendo, cantavi sempre gli allelujatici!
“No, quelli sono ricomparsi più tardi, con certi spettacoli in teatro… Tutta la vestizione di Bonifacio VIII in Mistero Buffo si compie proprio mentre intono un allelujatico. E se le parole non sono quelle canoniche, il ritmo lo è assolutamente. E proprio grazie a quell’antica lezione. Ma per tornare ai miei verdi anni, la vera scoperta dell’adolescenza è stata un’altra, il jazz”.
Quale jazz? In quegli anni in Italia c’era il fascismo. Il jazz era proibito
“Già. Ma quella ‘musica negroide’, così la definiva Mussolini, cacciata dalla porta, rientrò dalla finestra grazie ad alcuni artisti pronti a sfidare la censura. Come Natalino Otto, che era stato negli Usa, scritturato da una radio di New York e lì si era innamorato dello swing. Tornato in patria, per aggirare i divieti del regime, dovette cambiare i titoli di quei motivi. Così ‘Saint Louis Blues’ diventò ‘Le tristezze di San Luigi’, mentre ‘Tiger Rag’ di Cinico Angelini, dove Rag alludeva al Ragtime, divenne ‘Il ruggito della tigre’. E per suonare ‘Sonny Boy’ Gorni Kramer dovette trasformarlo in ‘Dormi bimbo adorato’. Un’ossessione per l’italianità che non risparmiò nemmeno i nomi stranieri: Luis Armstrong fu tradotto in Luigi Braccioforte, Benny Goodman in Beniamino Buonuomo…”.
Eppure, nonostante quegli esiti esilaranti, l’età del jazz all’italiana era cominciata.
“Il dopoguerra fu un’esplosione di libertà, di ingegni e anche di musiche. E io, che avevo finito gli studi a Brera e avevo iniziato con il teatro e la satira, mi tuffai in quel mondo di trasgressioni sonore. Al Santa Tecla, al Derby, locali mitici, ogni sera si incontravano personaggi come Franco Cerri, Adriano Celentano, Cochi e Renato… E Enzo Jannacci, subito diventato mio grande amico, complice di canzoni come ‘Ho visto un re’, ‘l’Armando’, ‘Vengo anch’io’. Ho anche suonato il trombone nella band di Enrico Intra e cantato i finti blues americani… Giorni felici che ho voluto ricordare in un quadro esposto alla mia mostra a Palazzo Reale nel 2012: un dipinto che rende omaggio a quel mondo fantastico tra jazz e cabaret. Dentro ci siamo tutti”.
In quegli anni hai anche iniziato a scrivere canzoni. Le più celebri con Jannacci, ma molte anche con Fiorenzo Carpi.
“Alla fine credo di averne firmate in tutto un centinaio… Una delle prime, musica di Carpi, straordinario artista, aveva lo stesso titolo di un nostro spettacolo ‘Ma che aspettate a batterci le mani’. Una marcetta che con la sua allegria guittesca, da comici dell’arte, ci ha accompagnato tutta la vita”.
Sempre con Carpi, poco dopo hai scritto “E chi ce lo fa fare”, leitmotiv di Canzonissima 1962, edizione rovente, condotta da te e Franca
“Uno scandalo fin dalla sigla. Che così divenne un tormentone, il manifesto musicale del nostro teatro, ripescata anche ne ‘La signora è la buttare’. Con Fiorenzo la collaborazione è stata intensa. Insieme abbiamo messo a punto parole e musiche di tanti spettacoli, da ‘Gli arcangeli non giocano a flipper’ a ‘Isabella, tre caravelle e un cacciaballe’ a ‘Settimo ruba un po’ meno’… Con lui scrissi anche la canzone di chiusura di Canzonissina, ‘Stringimi forte i polsi’”.
A cantarla era Mina…
“Interpretazione da brivido. Quei versi però erano nati per Franca: ‘Stringimi forte i polsi/ dentro le mani tue/ Ed anche ad occhi chiusi/ se tu mi vuoi bene, saprò’. Li ho scritti pensando a lei”.
Come è nata invece “Ho visto un re”?
“Ah, qui bisogna risalire ai tempi di ‘Ci ragiono e canto’. Un viaggio nel mondo della musica popolare che Franca e io abbiamo esplorato attingendo al lavoro dell’Istituto De Martino e grazie a studiosi e musicisti come Giovanna Marini, Caterina Bueno, Ivan Della Mea, Paolo Ciarchi… Canti di povera gente, di lavoro, di fatica, di dolore, di guerra, di sopraffazioni sociali. Fu un grandissimo successo, però qualcuno, pur lodando l’operazione, ebbe da ridire sulla cupezza ricorrente in quei motivi. E allora, per la seconda edizione dello spettacolo, 1969, risposi alla critica con ‘Ho visto un re’. Che così si chiude: ‘Il fatto è che noi villan… Sempre allegri bisogna stare che il nostro piangere fa male al re/ fa male al ricco e al cardinale/ diventan tristi se noi piangiam’. Con Jannacci l’abbiamo cantata tante di quelle volte, sempre con le lacrime agli occhi dal ridere”.
Il ‘78 è l’anno del tuo debutto nella lirica, con L’Histoire du Soldat di Stravinskij, sotto l’egida della Scala…
“A propormi la sfida fu Claudio Abbado, ai tempi direttore artistico della Scala. La ‘prima’ a Cremona, al Ponchielli, poi a Milano al Lirico. Con Donato Renzetti a dirigere i musici issati su un trabattello enorme e la platea invasa da cantanti, acrobati, mimi… E una gigantessa composta da tre ragazze messe insieme sui trampoli. Una macchina teatrale audace, inedita su una ribalta lirica. Abbado che seguì le prove, era entusiasta”.
Per te fu il colpo di fulmine con il teatro musicale.
“A dire il vero, l’amore è ben più antico. Mio nonno materno, agricoltore in Lomellina, aveva fatto studiare musica a tutti i suoi figli. Che di sera spesso si cimentavano in brani dal Trovatore, Tosca, Carmen. Pezzi d’opera suonati da dei contadini. Non so se fossero bravi, ma per me erano magici”.
Questo amore di gioventù è poi continuato?
“A fasi alterne. I primi spettacoli lirici sono stati molto deludenti. Al confronto quelli delle marionette del mio paese mi parevano ben più innovativi. A riconciliarmi con l’opera ci sono voluti i grandi registi, Strehler, Visconti, Ronconi. Le loro letture mi hanno aperto nuove visioni, sollecitato idee”.
 E poi è arrivato Rossini
“Un Barbiere dall’Olanda… Il direttore dell’Opera di Amsterdam, che aveva visto il mio Soldat, mi invitò a provarci con Figaro. Andammo in scena nel marzo dell’87, la chiave era quella scanzonata e colta della Commedia dell’Arte, con maschere, serenate, tutti che correvano da ogni parte, come portati via dal vento della follia. Un carnevale gioioso che girò mezza Europa. Forse divertì pure Rossini che mi fece arrivare anche a casa sua. Alberto Zedda, direttore del Festival rossiniano di Pesaro, mi propose L’Italiana in Algeri, poi ripresa a Bologna con Michele Mariotti. E successivamente anche La gazzetta, satira sul nascente potere della stampa”.
Titolo quest’ultimo ripreso qualche stagione dopo, riveduto e corretto secondo i tempi, con il protagonista Don Pomponio trasformato in una sorta di Berlusconi…
“Ah, Berlusconi era irresistibile… Un vero personaggio da comica finale. Se Rossini l’avesse conosciuto ne avrebbe certo fatto il protagonista di una sua opera”.
Al suo posto ci hai pensato tu con quel “Viaggio a Reims” che hai allestito ad Helsinki.
“Il Cavaliere al posto del Re! Del resto Carlo X era uno che cambiava le leggi a suo vantaggio, chiudeva i giornali che lo criticavano, si dichiarava l’Unto del Signore… Rossini aveva già previsto tutto”.
In Italia alcuni non apprezzarono, si giunse a chiedere la cancellazione del titolo dal cartellone del Carlo Felice di Genova. Ma Paolo Arcà, allora direttore artistico del teatro genovese, resistette.
“Risvolti comico-surreali. Mi fanno venire in mente un’altra opera che ho interpretato pur senza cantare, Pierino e il lupo. Prokoviev intellettuale scomodo, inviso a Stalin per la sua libertà, parlò ai bambini perché gli adulti intendessero.
Scomode verità raccontate in forma di fiaba. Nulla di meglio per prendersi gioco del potere”.

Giuseppina Manin


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