Funesta Aida

Fischi e poi applausi all'Opera di Roma

Funesta Aida  L’opera in musica è teatro; il teatro è architettura di luce, al cui interno agiscono le memorie, le passioni, le traiettorie interiori dei personaggi che abitano questo spazio scenico e mnestico.

Appena si apre il sipario, qualunque sia il titolo in cartellone, subito uno spettacolo di Bob Wilson appare firmato dal suo autore. Anche questa Aida, che dopo Bruxelles e Londra, arriva al Teatro dell’Opera in prima italiana, è in tutta evidenza uno Wilson. Le luci puntate al millimetro e che diventano una mobile partitura visiva, i dettagli – una mano, un volto, un colore – che si dilatano trasformandosi in simboli, la gestualità sempre contenuta e sempre antirealista, anti-narrativa. 
Ma l’incontro della sua poetica ieratica ed evocativa con la temperatura drammatica verdiana non è immediato, e non solo per l’evidente peso esercitato dalla memoria del pubblico, abituato ad allestimenti del titolo più o meno trionfali, comunque non insensibili alla dimensione grand-opéra. 
Le scelte del regista texano e dei suoi collaboratori (costumi Star Trek di Jacques Reynaud, coreografia ieratica di Jonah Bokaer) non sono esenti da auto-citazioni, quasi dei clichè che la premiata ditta ha più volte sperimentato. Ma è stata acuta la scelta della nuova direzione artistica di inaugurare la stagione con un titolo così di repertorio in un allestimento che il suo periclitante pubblico, disabituato ormai al confronto con il teatro di regia contemporaneo, ha accolto anzitutto affollando un teatro che ha visto troppi forni e poi appassionandosi, con fischi, battute e, infine, applausi prevalenti.
Daniel Oren ha offerto una delle sue prestazioni meno convincenti, spesso coprendo le voci con un generico turgore orchestrale, raramente approfondendo l’intimità dei passaggi cameristici, accelerando dove poteva sostare. E mai come in questa occasione il suo ipercinetismo da podio si rivelava scisso dal risultato musicale.
Nonostante i litigi col regista durante le prove arricchiscano ormai l’aneddotica operistica, Giovanna Casolla si è rivelata l’interprete più recettiva delle indicazioni di Wilson, così lontane dal suo passionale modo di concepire la teatralità melodrammatica. La voce è sicura, potente, carica di intenzioni, mentre il giovane soprano cinese Hui He ha più eleganza (filati e pianissimi sempre a piombo, e tenuti) che bellezza nell’emissione senza incrinature. Non elegante la prova di Salvatore Licita, un Radames corretto ma poco goduto. Ambrogio Maestri (Amonasro) e Ramfis (Carlo Colombara) sono cantanti più esperti che duttili, cui il peso vocale non difetta. Istruito da Andrea Giorgi, il coro, che deve acquisire una maggiore disciplina scenica, si rivela uno dei punti di forza del teatro. (23 gennaio 2009)
Sandro Cappelletto 
 

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