Il “Toscanini” inedito di Harvey Sachs

Molti particolari sconosciuti nella nuova biografia del Maestro: li raccontiamo in due puntate

Quasi quarant’anni fa aveva pubblicato la sua prima biografia (“Toscanini”, 1978), cui aveva aggiunto ulteriori  tasselli con “L’arte all’ombra della politica” (1987), “Music in Fascist Italy” (1987), “Reflections on Toscanini” (1991, mai tradotto in italiano), e soprattutto il fondamentale “The letters of Arturo Toscanini” (2002). Dopo tutti questi anni di continue ricerche, ogni volta confluite in nuovi lavori, Harvey Sachs ci consegna con “Toscanini, Musician of Conscience” (Liveright Publishing Corporation) il ritratto più completo e probabilmente definitivo del grande direttore. Si tratta di un volume di proporzioni notevoli (920 pagine), cui va aggiunto un “Supplementary Chapter”  online di altre 450 pagine, contenente la cronologia dell’attività di Toscanini, la lista dei compositori da lui eseguiti, una bibliografia scelta e le note al volume stampato. Sachs ci aveva già raccontato quasi tutto di Toscanini, ma in questa sua ultima fatica è come se avesse usato una lente d’ingrandimento per mettere a fuoco situazioni e rapporti con altri personaggi. Il libro è appena uscito negli Stati Uniti e “Classic Voice” ne anticipa alcune delle novità più interessanti, in attesa della traduzione italiana che dovrebbe essere completata nei prossimi mesi per opera del Saggiatore.

Un filantropo che non si negava mai a chi gli chiedeva aiuto
Si sapeva che il rapporto di Toscanini con il denaro era praticamente inesistente. Il direttore più pagato al mondo non aveva mai un soldo in tasca. Era la moglie Carla a definire le clausole economiche dei contratti e a cercare di far fruttare i cospicui proventi. Combinando diversi pasticci, come verificò il primogenito Walter quando, diventati troppo anziani i genitori, toccò a lui mettere mano ai conti di famiglia. Un aspetto inedito, illuminato dal nuovo libro di Sachs, è la grande generosità di Toscanini e della sua famiglia. Non si contano i concerti per beneficenza eseguiti senza compenso, e sorprendente è il numero delle persone aiutate (amici, parenti, musicisti in difficoltà) soprattutto durante l’ultima guerra. Oltre agli aiuti individuali, che consistevano non solo in denaro ma anche in beni di consumo, a libro paga della famiglia c’erano settanta associazioni filantropiche. Quando nel 1943 Toscanini diresse gratuitamente un concerto per la Croce Rossa a New York, consegnò all’organizzazione un assegno in bianco da riempire con la cifra necessaria per arrivare a 20.000 dollari. Alla fine, contribuì con 1.000 dollari.

Amava l’arte e la letteratura e non frequentava solo musicisti
L’idea che Toscanini fosse una persona di modesta cultura, forse perché figlio di un sarto nato in un quartiere popolare di Parma, è abbastanza comune. Anche Daniel Barenboim lasciò trasparire questa convinzione qualche anno fa, in una conferenza stampa alla Scala. Certo, Toscanini non aveva una preparazione accademica come Furtwängler ed era un autodidatta. Ma non era interessato soltanto al proprio lavoro. Amava le buone letture, una passione nata proprio nel laboratorio del padre, dove si cantavano arie e cori di opere, ma dove spesso qualcuno leggeva ad alta voce romanzi nelle ore di lavoro. Toscanini in età matura arrivò a leggere in inglese Shakespeare, Shelley, Byron, Keats, oltre agli adorati Dante, Leopardi, Carducci. Frequentava intellettuali come Luigi Albertini, Benedetto Croce, Delio Tessa, Stefan Zweig, Thomas Mann e artisti come Vittore de Grubicy e Leonardo Bistolfi. Amava l’arte e aveva una curiosità inesauribile per ogni forma di spettacolo: prosa (Sachs racconta che  a  Tel Aviv non volle perdersi un “Mercante di Venezia” in ebraico), musical, balletto. A Londra ebbe un curioso incontro con G.B. Shaw, che gli spiegò come la marcia nuziale del “Lohengrin” derivava da una ballata popolare inglese. Richiesto di un parere su questo incontro, lo scrittore inglese rispose che un suo articolo su Toscanini sarebbe costato 5.000 sterline.

Al piano con Puccini, improvvisò le campane della “Tosca”
Molti i particolari che emergono riguardo i rapporti personali tra Toscanini e altri musicisti. Del legame fra Toscanini e Puccini si sapeva quasi tutto, ma forse non è così noto, a proposito di “Tosca”, che mentre Puccini suonava all’harmonium l’inizio del terzo atto, al suo fianco Toscanini improvvisò la parte delle campane che il compositore poi inserì nella sua partitura.  Toscanini non diresse  la prima di “Butterfly”,  avendo lasciato la Scala, ma era così preoccupato per l’esito della serata (per il legame con il compositore ma soprattutto perché aveva una storia con Rosina Storchio, la protagonista) che diede a un amico le chiavi di casa perché si precipitasse da lui alla fine della recita a riferirgli com’era andata. E quasi per far coraggio da lontano agli esecutori, all’ora d’inizio si mise al pianoforte nel suo studio e suonò tutta l’opera. Toscanini temeva un insuccesso, ma non prevedeva un fiasco di quelle proporzioni. Sachs racconta anche del caloroso abbraccio a Parigi con Debussy, che non aveva potuto assistere alla Scala alla prima di “Pelleas”. Come è noto, Toscanini diresse sempre tutto a memoria. Una volta, in un periodo di molti impegni, provò a tenere una partitura sul leggio, durante le prove dell’opera “Medio Evo Latino” di Panizza, ma gli orchestrali lo guardavano proccupati, come se non conoscesse il testo. Così in una notte studiò tutto a memoria e l’indomani diresse senza partitura.

Bis proibiti alla Scala, ma a Caruso concesse anche un tris
Toscanini aveva partecipato come violoncellista alla Scala alla nascita di “Otello”, ed era rimasto impressionato dal fatto che, alla prima prova d’assieme, il primo atto era filato via liscio dall’inizio alla fine. Il segreto era che tutte le prove separate con cantanti, coro e orchestra erano state meticolosissime. Questa fu per lui una regola da seguire sempre: massima accuratezza uguale massima efficienza. Ovviamente, il lavoro doveva essere scrupoloso: per il “Falstaff “radiofonico del 1950, i cantanti provarono sei ore al giorno per sei settimane… Altra norma tassativa: prima prova d’orchestra completa dall’inizio alla fine del brano e senza interruzioni. Detestava quei direttori che si soffermavano subito sui dettagli perché era convinto che i musicisti dovessero avere anzitutto un’idea generale del pezzo e della visione del direttore. Certo, i suoi rapporti con le orchestre non furono sempre semplici. A Parigi, una volta, gli orchestrali esasperati dai suoi modi e dalle sue richieste gli dissero che “loro” avevano suonato con Mahler e con Richter. “Ma non con Toscanini!”, rispose lui. E il sovrintendente Gatti Casazza, ai musicisti del Met che protestavano per gli insulti ricevuti, rispose diplomaticamente: “Dovreste sentire quello che dice a me…”. In generale, però, le sue orchestre lo adoravano e accettavano le sue sfuriate con rassegnazione. Così anche i cantanti. Con i quali non sempre adottava lo stesso metro: se alla Scala i bis erano proibiti, a Buenos Aires aveva concesso a Caruso addirittura di trissare “La donna è mobile”. (1 – continua)

Mauro Balestrazzi

 

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