Puccini – Turandot

Ricci/Forte propongono un fantasy contemporaneo. Crudele e magico come voleva Puccini

MACERATA – C’era una volta una ragazzina che gioca a fare la principessa perché non vuole crescere. Ha paura dell’amore. Nel mondo della principessa di gelo tutto è congelato in enormi blocchi di ghiaccio: piante, fiori, uomini. Soprattutto uomini. Di qualunque età: al posto del principino di Persia viene trucidata un’intera scolaresca. Nelle favole i bambini vengono imprigionati, mangiati, soggiogati dai grandi. Qui sono immobilizzati sotto teca: la principessa odia la maternità.
La Turandot di Ricci/Forte che ha scosso lo Sferisterio a colpi di applausi, polemiche e sold out è un fantasy contemporaneo, popolato da figure inquietanti e spaesate, estreme ma familiari. Televisive e ancestrali. Avete mai visto i loro spettacoli, disturbanti e poetici, violenti ma sognanti? Questa Turandot è una narrazione complessa ma autentica che non tradisce l’essenza, il “cuore”, dell’intenzioni d’autore: la crudeltà, la violenza, immersa in una situazione da fiaba, irreale e magica. Quanti altri allestimenti – che piacciono ai custodi del vero e della tradizione – hanno proposto una fuorviante Cina pacifica, folclorica, realistica, cioè antipucciniana?
Invece il racconto pop e pulp di Ricci/Forte aderisce alla storia, perché di quell’archetipo narrativo è un’ennesima variante. Non importa dunque se al posto di altri mammiferi la delfina pechinese cavalca un enorme orso polare. In quell’Antartide che è il suo cuore, raffreddato secondo il libretto dalla “gelida bianchezza della luna”, ci sta. Al centro della sofisticata scrittura visiva – sviluppata in scena da Stefano Ricci – c’è un ensemble di figuranti tutto al maschile che incarna la volontà di ferro e gli istinti repressi della femminilità: sono loro che surgelano le vittime al comando della Frigida; ma pure spingono – letteralmente – Calaf a farsi avanti. D’altra parte il linguaggio del fantasy “speculativo” sembra fatto apposta per scavare nel profondo della psiche, dare corpo ai traumi e visualizzare metamorfosi interiori. Nella scena degli enigmi la fragile ragazzina di ferro perde la parrucca da lady perfettina, gli abiti e i gioielli da regina dysneyana e affronta la sua prima perdita. La notte in cui “nessun dorma” è un magico jardin féerique, con fiori rossi enormi e fluttuanti, da incubo. Solo quando avrà “ucciso”, lei stessa, Liù – il suo modello di donna santa e intangibile – e dopo aver celebrato il suo funerale sarà pronta per amare. “Chi ha paura muore ogni giorno”, dice lo striscione che issa insieme ai suoi coetanei ora diventati grandi: cantano Alfano, ma almeno citano Shakespeare.
Il fisico matronale di Irene Theorin, certo, toglie credibilità a un tale racconto scenico, però la sua voce è indiscutibile: gli acuti sono fendenti e luminosi, e la linea di canto propone morbidezze improvvise e intenzioni liricizzanti da favola, per quanto in lingua e pronuncia indistinguibile e remota. Il Calaf di Rudy Park è più squadrato, possiede lo squillo ma non lo smalto, il piglio, il fascino dell’eroe. E meglio di Liù (Davinia Rodriguez), Timur (Alessandro Spina), Altoum (Stefano Pisani) – tutti e tre deboli, affaticati – fanno le tre maschere di lingua affilata (Andrea Porta, Gregory Bonfatti, Marcello Nardis), impegnate in fantasiosi giochi clowneschi e surreali. Pier Giorgio Morandi ha un’idea “raveliana” dell’opera, e la declina con andamenti prudenti e un’attenzione speciale per i dettagli strumentali e la magia di timbri puri, nuovi per Puccini. Altre letture, più compatte e “orchestrali”, non gli sarebbero state consentite da un Coro e Filarmonica marchigiani – con diversi aggiunti dell’ultim’ora, c’è da credere – un po’ sfilacciati e imprecisi.
Andrea Estero

 

(La recensione completa dal Macerata Opera Festival è pubblicata nel numero 220 di “Classic Voice”, settembre 2017)

 

 

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