Russian Heart

direttore Valery Gergiev
interpreti O. Borodina, L. Sokolova, N. Putilin 
pianoforte Aleksandr Toradze
orchestre del Mariinskij, London Symphony, Rotterdam Philharmonic
17 cd Decca 482 547 
prezzo 45,90

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“Cuore russo” è titolo s’altri mai appropriato per questa collezione discografica d’ingenti proporzioni che viene compilata fruendo del talento di uno dei maggiori interpreti odierni del repertorio russo, Valery Gergiev. Diciassette cd, la cui produzione si racchiude entro un’area cronologica che si estende dal 1989 al 2005 e che fa onore alla quasi totalità del repertorio di musica del paese coll’unica (ma ingombrante) assenza di uno dei capifila di quel cosmo ossia Nikolaj Rimskij-Korsakov. Assenza invero curiosa trattandosi di uno degli autori di maggior carisma di scrittura di quel gruppo fastoso; per il resto vi trascorre il meglio del ritratto di famiglia, da Glinka a Borodin, da Musorgskij a Ciaikovskij, da Prokof’ev a Sostakovic, da Stravinskij a Rachmaninov e Scriabin, non trascurando di far una puntatina di qualche minuto verso i meno illustri Ljadov e Khachaturjan. Perché “cuore”? Non soltanto perché è ivi che s’annida il più cospicuo forziere di musica della Madre Russia ma anche perché a ognuno è noto come soprattutto di cuore tal forziere sia espressione diretta più di quanto non lo sia altrove. E in quanto al dedicatario del cofanetto, Gergiev appunto, non sfugge che di quello scrigno musicale costui sia erede e depositario in misura eloquente continuando l’opera di insigni colleghi anteriori e coevi quali, per dire, Mravinskij o Temirkanov. Il di più di Gergiev riposa semmai sull’emozione diretta che egli suscita rispetto al look più classicheggiante (o forse più freddo?) di costoro. E non dico che ciò valga a statuirne una maggior autorevolezza, solo che si tratta di due linee interpretative che non sempre si conciliano fra di loro, ciascuna col proprio credo e col proprio gesto. A chiunque sia accaduto di ascoltare Gergiev dal vivo, e in Italia è accaduto spesso, non è sfuggita la discrepanza che si è aperta fra il direttore di musica russa e quello sovente impegnato nei capolavori della tradizione occidentale; rammento a Roma assai puntate di costui, telluriche e affascinanti ma non sempre affidabilissime sul piano dello stile, in Verdi come in Richard Strauss. Ma allorché la sua bacchetta si concentra sulla musica natia è difficile restare indifferenti; e qui se ne ha conferma preziosa. Molte le eruzioni di vitalità che vengono alla mente: si pensa, per citare i due casi più stringenti, alla ciaikovskijana Patetica, gettito di sale sulle ferite aperte e lotta oscura contro i demoni interiori che però non scadono mai nella sovreccitazione effettistica; o alla barbarie di un Sacre forse mai così rude nella sua angolosità e capace di render visibile il vero trauma stravinskiano, ovvero il diverso modo di respirare della musica ove solo contano l’irregolarità del ritmo elevato a struttura portante dell’edificio e l’ossificazione dei nuclei tematici, i quali valgono ormai nella loro specificità di valore arcano e non più nel loro divenire dialettico. Il campionario di opere qui raccolte è, come dicevo, vastissimo: risaltano in avvio la breve sinfonia del glinkiano Russlan e Ludmilla e gli altrettanto concisi Baba Jaga e Kikimora di Ljadov, ma prima che si trascorra alle due Sinfonie di Borodin (presso di noi derelitte alquanto), s’impone la splendida realizzazione di quei Quadri di un’esposizione della Coppia d’Assi più mirabile dell’intera storia della musica, Musorgskij-Ravel, ove è pertinente osservare il ruolo primario degli strumenti solisti della London Philharmonic (il sassofono del Vecchio Castello, i puntuti dialoghi tra Samuel Goldenberg e Schmuyle), ai quali è demandato di far da voce narrante come si trattasse di personaggi in carne ed ossa. I due massimi alfieri ottocenteschi e novecenteschi del Gruppo, Ciaikovskij e Stravinskij, sono poi onorati con la presenza di alcuni lavori di vario impegno (oltre la menzionata Sesta Sinfonia, un collage di musiche da La bella addormentata, l’Ouverture 1812 e la Francesca da Rimini per il primo, L’Oiseau de feu e il Sacre per il secondo). Tappe di diversa estrazione e significato si propongono quindi per due autori che non è dato inserire nel ristretto gruppo degli insigni ma che comunque contano fra le voci non trascurabili del ritratto di famiglia, Rachmaninov con la sua Seconda Sinfonia e Scriabin coi due Poemi del Fuoco e dell’Estasi. Di portata invece notevole è infine il cospicuo bagaglio di sinfonie di Prokof’ev e Sostakovic. Dei due maggiori sinfonisti del Novecento si offre uno spaccato consistente: Prokof’ev è presente con tre sinfonie, Prima, Terza e Quinta, una selezione del ballo Romeo e Giulietta, la aguzza Suite Scita e le due cantate scritte per i rispettivi film di Ejzenštein Aleksandr Nevskij e Ivan il terribile. Di esse ultime varrà osservare un dato: il loro riascolto, fuori della magia visiva del grande regista, provoca la curiosa sensazione di una odierna diminutio, quasi il tempo si fosse incaricato di disperderne in qualche lieve misura il pur attraente dettato sonoro. Ma l’esecuzione di Gergiev alla guida delle due magnifiche compagini orchestrale e corale del Mariinskij (il Nevskij) e della Filarmonica di Rotterdam (l’Ivan) ne estrae ogni possibile attrattiva, col concorso dei solisti di canto Olga Borodina, Ljubov Sokolova e Nikolai Putilin; viene forse conferita miglior identità all’aspetto malinconico che a quello epico delle due opere, la qual cosa mi trova personalmente consenziente. E infine: vanno pregiate per modernità di tratto le letture delle Sinfonie di Sostakovic: Quarta (l’invisa ai censori del regime), Quinta, Settima, Ottava e Nona; ivi la lettura di Gergiev pare farsi più introversa e attenta al dato formale, e con ragione. E si ammirano particolarmente le due a mio giudizio superiori, la Quarta e l’Ottava, i cui due movimenti finali conclusi su un Allegro e un Allegretto di misterioso dépouillement segnano il top dell’esecuzione del maestro russo. Un autentico must, al dunque.
Aldo Nicastro

 

 

 

 

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