Schubert – Winterreise

controtenore Xavier Sabata
pianoforte Francisco Poyato
cd Berlin Classics 0301309BC

 

Sarebbe assai più corto l’elenco di quanti artisti non abbiano inciso questo che dei cicli liederistici rappresenta probabilmente l’Everest. Tutte le voci possibili, dal soprano (Lotte Lehmann docet) al mezzo (Fassbaender, Ludwig), al tenore (sublime l’antico Peter Anders, ma grande pure Schreier con Richter, e Kaufmann regge bene la sfida), al basso (e qui torreggiano le tre incisioni di Hotter), al baritono che costituisce la schiera più folta. Anche non-voci, come quella recente di Ian Bostridge che ho avuto l’ingrato compito d’ascoltare, quantunque mitigato dal ricordo dell’acutissima sua esegesi pubblicata per il Saggiatore. E persino accompagnamenti desueti, come quartetto d’archi o chitarra classica, hanno suscitato utili riflessioni sulla poliedricità espressiva di questi stupefacenti brani. Il controtenore mancava, ma a pensarci era persin strano, oggi che tale tipologia vocale furoreggia (da noi meno, ma “eppur si muove”): e dopotutto, David Daniels aveva realizzato un capolavoro con le berlioziane Nuits d’Été che del romanticismo musicale è capitolo importante. Dunque, approccio sospettoso: ma già al termine dell’iniziale Gute Nacht, si dà ragione alla mozartiana Contessa che ammonisce “la cieca prevenzione delude la ragione”. Proprio quanto sembrava l’ostacolo maggiore, il timbro, si rivela la carta vincente.
La voce chiarissima (ma con suggestive, assai personali bruniture nel registro grave) prodotta da questa emissione così particolare, in virtù d’un gioco accentale, dinamico, ritmico raffinatissimo – però mai, assolutamente mai inquinato da manierato calligrafismo – ha l’effetto d’una luce bianca che passi attraverso un prisma di vetro: si sfrangia in un’infinità di colori enfatizzati dalla totale simbiosi col magnifico accompagnamento pianistico. E l’ottica espressiva è assai singolare. Non angoscia sbarrata, né nevrosi allucinata, né patetico sgomento, come sarebbe stato ipotizzabile con siffatto timbro: bensì una sorta di rabbiosa rivolta, di energia non di rado esplosiva (certi ritmi frenetici, come in Rückblick, dominati superbamente; o la cupa rivolta di Der Wegweiser, originalissimo) che rendono il Wanderer di Sabata non un vinto ma un combattente. Che soccombe, sì: ma ruggendo, ma guardando in faccia il Leiermann con la sua gironda senza affatto sentirsene affine. L’ho ascoltato tre volte di seguito: non mi capitava da tempo.
Elvio Giudici

 

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258 - Novembre 2020
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