Schumann – Il Paradiso e la Peri

[interpreti] D. Röschmann, M. Hartelius, B. Fink, W. Güra, C. Gerhaher, C. Strehl
[direttore] Nikolaus Harnoncourt
[orchestra] Symphonieorchester des Bayerischen Rundfunks
[2 cd] Rca 88697 27155

Tratto dal celeberrimo poema Lalla Rookh dell’irlandese Thomas Moore, questa storia lirica (definizione più calzante di Oratorio) è uno de maggiori capolavori di Schumann, che solo da poco sta conquistando il posto che sempre gli sarebbe stato dovuto, al fianco delle altre non minori vette costituite da Scene dal Faust e Il pellegrinaggio della rosa. Lo slancio melodico è quello dei suoi Lieder migliori; raffinatissima la sapienza nell’organizzare assiemi molto diversificati fondendoli mirabilmente gli uni agli altri; sempre in tensione la varietà narrativa, che alterna solisti, cori e passaggi strumentali tra i più complessi, arditi e armonicamente audaci mai concepiti da Schumann: tutto riesce a fondersi con freschezza e spontaneità espressiva straordinarie, che la direzione di Harnoncourt enfatizza molto meglio di quanto il disco abbia mai saputo esprimere fino ad oggi.
Dalla delicata introduzione affidata ad archi legni e corni, fino al grandioso coro finale strutturato in rondò, attraverso pagine stupende quali il finale della prima parte dove Bellini sembra conversare con Händel e Mendelssohn; quali il diafano sussurrare del coro dei Geni del Nilo; quali la sublime elegia del quartetto a cappella in cui le lacrime della Peri purificano l’aria dalla peste, preparando la grandiosa scena drammatica successiva; quali la vigorosa energia della grande aria della Peri nella terza parte: non c’è momento dove la tensione narrativa s’allenti, l’equilibrio e la leggibilità dell’articolazione delle diverse sezioni s’offuschi, il terso nitore strumentale s’inquini, la pulsione ritmica s’afflosci o la freschezza melodica s’irrigidisca.
Benissimo Dorothea Röschmann nell’aspra tessitura da soprano drammatico della Peri: se il lunghissimo do sovracuto conclusivo riesce solo benino, scansando sol di poco la rigida fissità della nota-fischietto, il resto è notevole. Attorno, un cast privo di cadute: dal timbro fondo e vellutato di Bernarda Fink alla luminosa espressività di Werner Güra; dall’intensità espressiva di Malin Hartelius e Christoph Strehl alla bravura eccezionale del coro bavarese, cui sono demandati gli oneri ma quindi anche gli onori maggiori.

Elvio Giudici

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248 - Gennaio 2020
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