Schumann – Ravel, Bartók

De la nuit
pianoforte Dénes  Várjon
cd Ecm New Series  2521

 

Nei suoi transiti dal jazz alla musica contemporanea al repertorio classico, la Ecm ha tenuto un pensiero fisso: restare riconoscibile. Nell’attraversare la cultura afroamericana al di qua dell’oceano ha inventato nuove combinazioni europee che hanno modificato la lingua d’origine; per mettere in luce compositori e pensieri non-serialisti sfuggiti alla storia ha frugato nelle aree di confine e nelle terre emerse dopo la caduta del Muro, scoprendo anche tesori “mistici”.
Per mantenere la propria identità nella musica del passato storico, ha scelto la via più difficile: scegliere artisti non celebri, magari non perfetti ma con l’anima. Dénes Várjon è di questa stoffa. È nato nella terra di Liszt e di Kurtág. Ha da poco girato la boa dei cinquant’anni ma non è una stella. Si è segnalato a Zurigo nel Concorso intitolato al suo connazionale Géza Anda. Ha coltivato molto la dimensione riservata del camerismo. Ha capito dove voleva andare incontrando un altro ungherese come lui, András Schiff, il più celebre fra gli artisti Ecm. Ha lavorato gomito a gomito con Kurtág, che l’obbligava a stare “anche due o tre ore su otto battute”.
Il programma del quarto album registrato da Várjon per la Ecm ha pure il suo perché: i Phantasiestücke op. 12 di Schumann (1836), Gaspard de la nuit di Ravel (1908) e Szabadban di Bartók (1926), sono musiche segnate da un filo notturno che nasce dai modelli letterari che le muovono (E.T.A. Hoffmann, Aloysius Bertrand).
Dénes Várjon suona con una sensibilità che non sfugge alle richieste tecniche, ma le mette “dietro”. Non teme la velocità (Scarbo), non ha fragilità nell’articolazione (inizio e finale di Szabadan), ma il suo tratto dominante è la ricerca dei colori, delle sfumature dinamiche, della varietà di tocco. Un pianismo che espone il suo meglio nel quinto e nell’ottavo dei Phantasiestücke (In der Nacht, Ende vom Lied) con qualche rubato “all’antica”, nelle polverizzate liquidità di Ondine e negli stupori di Gibet (Gaspard di Ravel), nei passi più attoniti di Klänge der Nacht (rumori della notte), il più contemplativo dei cinque Szabadban di Bartók (tradotto Im Freien in tedesco e Out of Doors in inglese). Un pianismo in sintonia con le correnti “sensitive” di Lupu, Schiff e Uchida, e un pensiero lungo a modelli ammirati come Cortot, Annie Fischer, Serkin e Brendel.
Carlo Maria Cella

 

 

 

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