Attacco al Festival respinto

Qual è il migliore dei tre titoli del Verdi di Parma, in replica fino al 20 ottobre

PARMA – Tre i titoli di punta del Festival Verdi 2019, mentre tra un anno ci attendono Lombardi alla prima crociata, Rigoletto (a Busseto), Macbeth (in francese, e in San Francesco) ed Ernani (in forma di concerto): un eccellente bottino tenendo conto che la programmazione verdiana ha dovuto convivere con i fasti di Parma “Capitale Italiana della cultura 2020” cui sono stati destinati molti fondi. La novità oggi è l’acquisizione di uno spazio alieno da quello “all’italiana” del Regio per soddisfare la voglia di alternatività scenico-rappresentativa assolta dal Teatro Farnese. L’ex-carcere – a piano terra ci sono ancora corridoi su cui si chiudono terribili portoni armati a ricordare che lo è stato fino agli anni Sessanta – nonché ex-Chiesa del XIII secolo di San Francesco al Prato è lo spazio del triennio entrante. In attesa del ripristino che la riporti all’originario culto, navata e alte pareti sono ingombre anzi foderate di impalcature (vere) che inscatolano la lunga platea. Si entra, ci si emoziona. E immediatamente si pensa alle posizioni “carcerarie”, fisiche e spirituali, di Luisa Miller, l’opera eseguita. Ma quando ci si accomoda al posto, si ha la sensazione che nonostante l’illuminazione radente gli alti muri disintonacati, rimanga solo una sala da opera-concerto stretta e profonda, in cui la vista è da binocolo e l’ascolto remoto.

Luisa, Dodin sbaglia ma seduce
Luisa Miller è la partitura (forse) più sfuggente di Verdi: è continuata a sfuggire. La concertazione sofisticata e scaltra di Roberto Abbado, teatrale seppure condizionata dall’impermeabilità dello spettacolo alla drammaturgia verdiana, era lodevole visto lo spazio, e grazie all’orecchio e al braccio esperto del direttore e l’attenzione dell’orchestra del Comunale di Bologna. Non rivelatrice come si dovrebbe ascoltare al festival Verdi e come l’edizione critica messa sui leggii esigeva. La locandina era di tutto rispetto: Francesca Dotto, Amadi Lagha, Franco Vassallo, Gabriele Sagona e Riccardo Zanellato. Incantevole, per quando indifferente e disinteressato alla Miller, lo spettacolo di Lev Dodin ha dimostrato che si può sbagliare – non per incapacità: i “quadri” scenici, giocati in uno spazio di palcoscenico vagamente elisabettiano che, quasi a rilevare la claustrofobia del luogo e dell’opera, immobilizzava oratorialmente il coro (e i mimi) erano coerenti e di per sé seducenti – e comporre lo stesso un rito teatrale di straordinario fascino. Come la sorta di messa nera conclusiva (tutti i personaggi e si avvelenano e giacciono sul lungo tavolo-banchetto delle mancate nozze) che lo conclude, proseguendo il dissanguamento affettivo e tragico delle scene precedenti: cariche di immagini oniriche, spezzate e create dai tagli di luce, e dal gioco di tavolati montati progressivamente, pezzo dopo pezzo, scena dopo scena, che contenevano (nel doppio significato di accogliere e reprimere) i possibili smarginamenti affettivi e drammatici dei protagonisti, azzerando il piano drammatico-narrativo ordinario dell’opera fatto di interni-esterni, entrate-uscite, soli-assieme e disperazioni toccanti.

I due Foscari, il meglio nei dettagli
All’opposto, I due Foscari che hanno inaugurato. Spettacolo calligrafico di Leo Muscato (scene di Andrea Belli ossessionate dal numero dieci, sipario e diorama con i dogi; di notevole efficacia evocativa seppure senza concessioni veneziane, in parte richiamate nei costumi “hayeziani” di Silvia Aymonino), direzione musicale senza fronzoli, efficace più che perspicace di Paolo Arrivabeni. Compagnia solida su cui ha dominato con qualche esuberanza poco da “vecchio cuor” Vladimir Stoyanov, con Stefan Pop, Maria Katzarava e Giacomo Prestia. Qui la “verità” verdiana andava colta nei dettagli di recitazione, nel rispetto non didascalico delle didascalie, nella suggestioni delle immagini (scelta l’ambientazione mazzinian-verdiana, Muscato ha sottolineato ogni aggancio d’attualità, ad esempio vestendo i terribili Dieci come giudici o togliendo alla fine il trono di Francesco a rilevare il vuoto assoluto, di ruolo e di sentimenti, creatogli intorno), e con la rinuncia alle posizioni melodrammaticamente prevedibili ha creato lo spazio d’attenzione ideale per la musica di questa partitura più in avanti e “sperimentale” del coevo Ernani.

Nabucco per immagini (patetica la difesa dei “comitati civici”)
A metà tra la didascalia seppure letta con occhi volutamente strabici e la ricreazione radicale, era Nabucco, terza occasione operistica per Ricci Forte, e palcoscenico per una locandina di voci importanti: Saioa Hernández, Amartuvshin Enkhbat, Michele Pertusi, Ivan Magrì e Annalisa Stroppa. Punteggiata nell’accoglienza dalle patetiche rimostranze dei comitati di difesa verdiana locali concentrate negli “intermezzi” che coprivano il cambio di quadro (inquietanti entrambi, allusivi alla morte intellettuale, distruzione di libri sacri e civili, e fisica, annegamenti in mare, che stanno diventando tragici fotogrammi social del nostro tempo) ma alla fine benaccetta. Morale: il miglior augurio che si possa fare al festival e Parma è che i superstiti del becero folklore loggionistico-verdiano vengano definitivamente isolati.
Questo Nabucco, certo non vuole lasciare indifferenti. Calato in una realtà distopica ma con riferimenti espliciti all’oggi, è ambientato in una sorta di arca-sottomarino – scene di Nicolas Bovey – dove la guerra per gli spazi vitali evoca con immediatezza recinti spinati, gulag o stadi-prigioni collettive. La massa di fluorescenti giubbotti di salvataggio (immagine quotidianamente esibita dai media) del primo quadro, i reperti monumentali della nostra civiltà artistico-monumentale impacchettati a fare da sfondo al “Va pensiero”, il groviglio-ragnatela di funi che imprigiona il protagonista nel finale del secondo quadro e via dicendo sono immagini inquiete e forti. E ricordano che al di là dell’accumulo di allusioni e di storie sotterranee intrecciate e subliminale, Ricci Forte raccontano proprio Nabucco. Fedeli all’opera e alle sue ragioni drammaturgiche e autentiche. Che, dalla buca d’orchestra, l’idea musicale e la resa interpretativa di Francesco Ivan Ciampa da sola valevano a sostenerle.
Angelo Foletto

 

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245 - Ottobre 2019
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