Rimskij-Korsakov – La Leggenda della città invisibile di Kitez

CAGLIARI 

[direttore] Alexander Vedernikov
[regia] Eimuntas Nekrosius
[teatro] Lirico

La leggenda della città che per sfuggire all’assedio dei tartari si rende invisibile sprofondando nel lago tra le nebbie è un mito fondante della cultura russa, così peculiarmente segnata dal pericolo esterno che incombe, dalla paura dello straniero che mina la sua integrità e civiltà. In realtà lo è fino a un certo punto, essendo – a differenza dei miti – localizzata nel tempo e nello spazio e tramandata nella memoria orale. Non è propriamente un mito, quindi; ma, per gli stessi motivi, neanche una fiaba, di quelle le cui origini rimontano all’ancestrale e ormai fantomatica “anima” di quel popolo. La Leggenda della città di Kitez è proprio una leggenda – lapalissiana ma opportuna precisazione – che Rimskij-Korsakov recupera negli anni della montante fortuna dell’arcaismo e del primitivismo, facendola lievitare con un linguaggio musicale suggestivo e incantatorio. Siamo lontani da quelle robustezze che definiscono una precedente russicità, così come dallo scintillante folklorismo d’antan. In realtà possenti cori paraliturgici e svettanti canti popolari sono cosparsi a piene mani nella sterminata partitura. Ma l’attenzione si concentra sui nuovissimi e tintinnanti sortilegi orchestrali che brulicano dovunque: un mosaico pulsante come la natura che descrive. Alexander Vedernikov sul podio del Teatro Lirico di Cagliari evita i clamori, assottiglia gli intrecci, raffina la trama. Sbalzando così le valenze impressionistiche dell’intreccio, più che gli appelli sinfonici e monumentali. Coadiuvato dalla vocalità accesa e vibrante della Fevronija di Tatiana Monogarova, da quella appropriatamente caratterizzata del Griska di Mikhail Gubsky, dal brillante paggio di Marika Gulordava, infine dal possente principe padre di Mikhail Kazakov, mentre il principe erede, tenore di prammatica, stimbra un po’.
A firmare la rara apparizione, quasi unica in Italia, di questo piccolo capolavoro c’è la regia di Eimuntas Nekrosius, le scene di Marius Nekrosius, i costumi di Nadezda Gultiajeva. Il team lituano è sulla carta in perfetta sintonia con l’universo arcaico e mistico, ancestrale e misterioso della partitura. Un’affinità che diventa alla fine un limite quando si trasforma in licenza di ripetersi e proliferare, tra abbondanza di simboli e oggetti pregnanti, bulimia di movimenti e gesti, presenza di indecifrabili azioni metaforiche. Ci sono bellissime soluzioni, certo. Come quando il leggendario lago viene composto dai cuscini depositati dalla popolazione inerme, in una notte insonne e gravida di preghiere. Ma l’insistenza su una bruegheliana umanità contadina residente in casette piccole piccole, quasi come quelle delle api coltivate del primo atto, rischia di condurre dritti nei pericolosi territori della fiaba. E se la natura, celebrata panteisticamente dalla partitura, è presente solo attraverso un’abnorme fioritura cartoon, la redenzione e trasfigurazione dell’ultimo atto è appesantita da un ridondante apparato scenografico. Dietro i menhir si svelano nicchie affrescate da icone dorate, a spiegare il sincretismo tra paganesimo e cristianesimo della Russia arcaica. Ma la città magicamente sprofondata così non può più resuscitare.

Andrea Estero


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