Verdi – Rigoletto

L'Opera riparte con uno spettacolo emozionante. E Gatti è fedele alla partitura ma "espressionista"

ROMA – L’idea non è nuova. Nel 1982 Jonathan Miller per la English National Opera mise in scena al teatro Coliseum di Londra un Rigoletto trasferito dalla corte rinascimentale di Mantova alla corte mafiosa di Cosa Nostra, nella Little Italy di New York. Lo spettacolo fu veduto anche in Italia, a Bologna. Del resto già il Rigoletto verdiano trasferisce l’azione dalla corte del Re di Francia alle più ridotte dimensione di una corte ducale padana. Ma Miller si muoveva all’interno di una impostazione teatrale tradizionale, realistica, anzi iperrealistica, Damiano Michieletto imposta invece la sua messa in scena con parametri teatrali totalmente nuovi. Appena uno si siede nell’immensa gradinata il colpo d’occhio è mozzafiato. Di lato le rovine del Palatino, di fronte il palcoscenico, gigantesco, e davanti al palcoscenico, lo spazio dell’orchestra, dilatatissimo: ai lati, e davanti la scena, per permettere il distanziamento fisico dei suonatori. Il fondale è occupato da un grandissimo schermo, come se ne vedono nei drive-in. Le solite proiezioni, uno pensa, ormai è la moda. Ma appena comincia l’opera ci si accorge che l’idea è un’altra. Due cameramen seguono i cantanti attori nei loro movimenti e li riprendono. Sullo schermo appaiono, ingigantite, le loro immagini, i loro gesti, le espressioni dei loro volti. E’ sì come un film, ma il film si vede nel momento stesso in cui viene girato e diventa così teatro. Rigoletto è forse l’opera più noir di Verdi. Era già noir il dramma (chi sa perché nel programma di sala Michieletto lo chiama “romanzo”) di Hugo, Le roi s’amuse, il re si diverte, andato in scena a Parigi nel 1832 . L’ambientazione rinascimentale rischia oggi, però, di non far percepire al pubblico questo tono cupo, visionario, soffocante, del dramma.  Perché la bellezza delle scene e dei costumi occulta la sostanziale violenza dell’azione. Invece sulla scena, al posto di fondali, porte, specchi, archi, vediamo sei automobili americane e un furgoncino. Sulla destra una giostra: il buffone è un giostraio.

Ma il colpo di genio si ha nel terzo atto. Piave colloca la scena sulle sponde del Mincio, una “casa mezzo diroccata” che alberga una “osteria” e le stanze di Sparafucile e di sua sorella Maddalena, che è una prostituta. Squallore estremo. A dare l’aspetto attuale di questo squallore la “casa mezzo diroccata” è diventata una roulotte. Maddalena è una bellissima, avvenente Martina Belli, in minigonna, seni prosperosi in mostra, che attua magnificamente la sua parte, sembra uscita da un film di Fellini o di Pasolini. Ed è bravissima nel mimare i gesti adescatori di una prostituta di strada. Ed è proprio la recitazione ciò che più attrae di questo spettacolo. I primi piani proiettati sullo schermo ne fanno cogliere tutte le finezze. Per esempio, il trasformarsi del viso di Gilda, una straordinaria Rosa Feola, forse la migliore in campo, dall’espressione ingenua del primo atto all’amara consapevolezza dell’ultimo. In un mondo di sopraffattori, lei chiede solo di non essere violata, sopraffatta, di essere lasciata decidere per sé. Meglio la morte che quella vita di perenne vittima degli altri. Roberto Frontali è un Rigoletto sofferente fin dalla prima scena, un frustrato, uno schiavo, che s’illude per un attimo di potere sopraffare il suo sopraffattore. Ma tutti sono perfettamente in ruolo. Dal cupo Sparafucile di Riccardo Zanellato al fosco Monterone di Gabriele Sagoma, all’ambiguo e sfuggente Marullo di Alessio Verna. Forse un po ingessato, monocorde, è proprio il Duca di Mantova-capo gangster di Iván Ayón Rivas, anche se impeccabile nel canto. E qui veniamo a quello che, naturalmente, è il lato debole di una simile messa inscena: la musica. All’aperto, e in un luogo senza pareti riflettenti, anche l’amplificazione non rende giustizia all’esecuzione musicale. Tuttavia, entro questi limiti, nonostante queste insufficienze esteriori, non dovute agli interpreti, Daniele Gatti, che ha concertato l’insieme, ha saputo imprimere alla sua interpretazione quella concitazione, quell’intensità già quasi espressionistica, che la partitura richiede.  E non sarà mai ringraziato abbastanza per avere ristabilito il piano all’attacco di “Vendetta, tremenda vendetta”. E non è ultimo vanto della rappresentazione avere sfidato condizioni che parevano volerla impedire. Non solo per la situazione tragica di questa pandemia, ma anche per le incomprensioni, va detto, che la classe politica italiana sembra continuare a nutrire nei confronti del mondo dello spettacolo: più divertimento che cultura. E preferendo altri tipi di divertimento. Il calcio, per esempio. O, forse, altre pressioni economiche. Il presidente Mattarella, però, intervenuto ad assistere allo spettacolo, e applauditissimo, chi sa,  ha voluto anche ristabilire la gerarchia sociale dei valori della cultura, rispetto ad altri. Lo ringraziamo, proprio per questo. Il pubblico ha applaudito tutto e tutti. Segno che presentare, ormai da anni, al Teatro dell’Opera di Roma il teatro moderno ha finito per convincere anche il pubblico più riottoso, quello del melodramma.

Dino Villatico

 

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