Monteverdi – Il ritorno di Ulisse in patria

interpreti R. Villazón, M. Kožená
direttrice Emmanuelle Haïm
ensemble Le Concert d’Astrée
regia Marianne Clément
dvd Erato dvd 0190295738129
prezzo 20,20

 

Su Monteverdi, in Italia e all’estero, circolano molti equivoci. Quando Monteverdi scrive che la musica deve essere “serva dell’oratione”, non intende affatto significare che la musica debba seguire pedissequamente l’intonazione delle parole, bensì che deve, analogicamente, imitarne la costruzione retorica. In parole moderne, che la costruzione musicale debba ubbidire a una logica della convinzione simile a quella che la retorica prescrive per l’orazione. In parole povere, debba rappresentare musicalmente il movimento degli “affetti”, cioè delle passioni. Pertanto il testo, lontano dal porsi come supporto concettuale della melodia, offre alla melodia il proprio percorso melodico: la lingua, il verso, è già musica, compito del musicista è estrarre dalle parole, dai versi, questa musica interna, implicita, delle parole. Quello che il poeta fa con le allitterazioni, gli accenti, le figure retoriche, per commuovere l’ascoltatore, deve farlo la musica con mezzi musicali, i ritmi, le melodie, le dissonanze, la distribuzione delle parti. Si tratta di sovrapporre alla retorica del testo la retorica della musica. Se non si entra in questa logica, e cioè nel sistema del recitar cantando , anzi di ciò che Monteverdi chiamava “parlar cantando”, non si capisce nulla. Il punto di partenza deve essere il testo, non la musica. E’ dalla retorica del testo che scaturisce la retorica della musica. Niente di tutto questo è realizzato nello spettacolo andato in scena al teatro degli Champs-Elysées di Parigi nel marzo del 2017. A cominciare dall’impostazione vocale dei cantanti. Cantano come se cantassero Gluck o Mozart. E andrebbe pure bene se rispettassero almeno la drammaturgia del fraseggiare. Ma sembra, invece, che di ciò che dicono non intendano niente, preoccupati solo dell’emissione vocale. Che cantino “dolenti affanni” o “amiamo, godiamo”, cantano nello stesso modo. I personaggi non si distinguono l’uno dall’altro. Né tanto meno i loro sentimenti. Non basta stringere una mano a mostrare un reciproco affetto. E qui entra in gioco la regia, se possibile ancora più banale della direzione musicale di Emmanuelle Haïm. Marianne Clément crede che presentare gli dei greci come rocchettari di oggi, feriti a morte nel ridicolo “crepuscolo” finale, o fare scendere un hamburger dal cielo per il goloso Iro, o sparare una scritta “smash!” quando Ulisse inforca l’arco e uccide i Proci, sia teatro moderno. È invece un avanspettacolo che vuole  presentarsi come teatro moderno. Il teatro barocco italiano del Seicento mescola tragico e comico. Ma comico, non farsa di quint’ordine. Il comico è anzi l’altra faccia del tragico, come nel contrasto tra Penelope e Melanto. Che dire, dunque, degli interpreti? Tutti, a cominciare da Rolando Villazón, Ulisse, e da Magdalena Kožená, Penelope, sbagliano ruolo, perché sbagliano opera. Credono di cantare un melodramma in cui la voce è tutto, e dovrebbero invece recitare cantando. Il risultato è di una insopportabile monotonia. Tutto il contrario di ciò che invece richiede l’impostazione teatrale di Monteverdi: infinite e diverse espressioni musicali nelle quali s’incarnano le passioni dei personaggi e si realizza l’azione teatrale vera e propria. En passant: il dramma, libretto e partitura, è in cinque atti. Nel booklet e sui singoli dvd diventa – perché? – in tre atti.
Dino Villatico

 

 

 

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