Rameau – Les Boréades

interpreti H. Guilmette, M. Vidal, E. De Negri, S. Droy, Y. Dubruque, C. Purvis
direttore Emmanuelle Haïm
orchestra Le Concert d’Astrée
regia Barrie Kosky
regia video Julien Condemine
dvd Erato 0190295050399

 

Opera che, a causa della repentina morte dell’autore a mezzo delle prove per la prima, restò sconosciuta per duecento anni: incredibile, giacché di capolavoro si tratta. Pure, questa sorta di maledizione sembra persistere: senza confronto meno rappresentata di altre, difatti, nonostante la sua schematica drammaturgia (soprano altolocata ama tenore plebeo ma la legge le imporrebbe di sposare il figlio d’un potente, salvo che alla fine il tenore si rivela invece nato benissimo e tutti contenti) consenta impostazioni le più diverse perché di eterna attualità. Ci fu uno spettacolo straordinario a Salisburgo (regia degli Herrmann, direttore Rattle), uno discreto a Lione (Pelly-Minkowski), entrambi purtroppo non documentati su dvd a differenza di quello parigino del 2003, il migliore di tutti grazie all’accoppiata Carsen-Christie, solo bemollizzata da un soprano calamitoso. E ora questo spettacolo: splendido.
Quella della Haïm è la classica bacchetta divisiva: la si odia o la si ama. Io sto invariabilmente tra quest’ultimi. Talentuosissima, coniuga energia al calor bianco e dolcezze languorose senza consentire neppure per un attimo che la tensione narrativa non dico s’ammosci ma solo s’allenti un po’: dinamica frastagliatissima, ritmo incalzante, gamma cromatica stupefacente, rispetto all’austero papà Christie lei è la figlioletta discola ma geniale che rimette in discussione ogni bella maniera per crearne una nuova, all’insegna del teatro modernissimamente inteso. Ci si ricorda ancora dei non pochi fischi che accolsero la fine del prim’atto di Christie, e del suo rivolgersi al pubblico con un glaciale “aspettate la fine per sprizzare il vostro veleno”: nel caso, la Haïm sono sicuro si rivolgerebbe alla platea con la franca risata tipica di chi al genio accoppia un carisma debordante. Bravissima.
Kosky è sicuramente meno elegante e raffinato di Carsen: ma certo non meno geniale. Scena riassunta in un grande cubo bianco la cui metà superiore si solleva a mostrare una candida piattaforma dove si srotola non tanto un’azione (che in pratica non c’è) quanto molteplici quadri sentimentali dei singoli, circondati da un coro di cantanti e danzatori col diavolo addosso: mai un attimo di stasi, con un dominio dello spazio, un senso del timing, una capacità stupefacente d’introdurre spruzzi d’ironia nei momenti più cupi, tutta insomma quella seria – mai seriosa – leggerezza che contraddistingue subito Kosky, facendone da tempo protagonista tra i massimi del teatro internazionale. Mai visto in Italia? E ti pareva.
Cast di rara perfezione. Innanzitutto, la lingua. Un solo straniero, l’inglese Christopher Purves nel ruolo-cameo del dio dei venti Borée, recitato come suole insegnare l’eccelsa scuola del caratterista anglosassone: all’inizio compare nel silenzio, anzianotto coi capelli lunghi raccolti in un codino, soffia con fare autoritario  e la Haïm fa una faccia schifata, no no non ci siamo; soffia ancora più forte, e lei col sopracciglio scettico fa capire che niente da fare; tira fuori tutto il fiato che ha, e allora graziosamente lei attacca; mezzo minuto, e la cifra c’è già tutta. Gli altri, sono non solo di madrelingua, ma di lingua della Comédie-Française: ineguagliabile, e come amano dire con la consueta supponenza i francesi (affermazione che si guardano bene dal seguire nel loro Monteverdì) “il n’ya pas de Rameau sans langue”. Hélène Guilmette principia infondendo alla stupenda “Un horizon sereine” un mirabile mix di dolorosa, intensa pateticità, e prosegue sul medesimo livello con la sua voce delicata, luminosa, duttilissima. Mathias Vidal, (un Abaris in completo bianco spiegazzato, con gli occhialini da intellettuale della Rive Gauche) canta e accenta con pari intensità. Emmanuelle De Negri è un Amour cicciottello che compare con un grande sacco di stoffa pieno di frecce multicolori, tutta arguzia ironia e disincanto. Bravissimi i sei danzatori, ottimo il coro, perfette le parti di fianco.
Elvio Giudici

 

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270 Novembre 2021
Classic Voice