Verdi Otello

interpreti A. Antonenko, S. Yoncheva, Z. Lucic, D. Pittas, G. Groissböck
direttore Yannick Nézet-Séguin
orchestra Metropolitan
regia Bartlett Sher
regia video Gary Halvorson
formato 16:9
sottotitoli It., Ing., Fr., Ted.
dvd Sony 88985308919
prezzo 25,60

oteloo

Che palle, questa iattura del politically correct! Non se ne può proprio più. Vietato dire sordi o ciechi, anatema parlare di negri (e in America ogni due per tre si cambia la definizione “giusta”, da nero ad afroamericano proseguendo verso denominazioni sempre più elaborate, o idiote a seconda delle personali preferenze) e via così. L’ultima trovata è che un attore bianco chiamato a interpretare un personaggio che l’autore ha voluto negro, debba restare bianco: il blackface essendo l’ultima violenza inaccettabile. Ripeto: che palle. E che idiozia, anche. Giacché se l’autore (e di non irrilevante statura, trattandosi di Shakespeare e Verdi) pone a base della psicologia di Otello il suo essere diverso per razza, automaticamente è già chiaro come questo si porti dietro il complesso dell’outsider in un mondo che lo tollera e finge d’accettarlo perché gli serve, ma a ogni minimo accenno di crisi il “selvaggio dalle gonfie labbra” lo tirano fuori subito tutti, e lui stesso ne avverte il peso ricordando come abbia “sul viso quest’atro tenebror”. D’accordo, la diversità può essere suggerita altrimenti: ma occorre allora un fior di regista di teatro da camera: che Bartlett Sher, nonostante (o forse proprio perciò) il suo essere vincitore di Tony Award nel settore musical, davvero non mi pare sia. Sicché questo suo Otello caracolla per ogni dove vestito da ufficiale tardottocentesco con spalline, controspalline e cordelline dorate, entro una scena nella quale Ev Devlin profonde come sempre la sua intelligenza (quattro enormi elementi architettonici in plexiglass di stile neoclassico): ma che nel muoversi, ruotare, unirsi e allontanandosi, compongono e scompongono ambienti, “agendo”, per così dire, assai di più di quanto facciano i protagonisti. Otello, soprattutto: dato anche il viso di Antonenko, che bianco o nero che sia sempre intagliato nel più duro e immutabile legno resta per tutta l’opera.
Non male, quindi, l’idea di un mondo chiuso che le continue proiezioni immergono in una natura – mare e cielo – sempre oscura e tempestosa, dove tutti spiano tutti e ne sono spiati, e i cui ambienti scorrono con effetto da carrello cinematografico: il confronto tra Otello e Jago, ad esempio, comincia all’esterno, prosegue in interni con saliscendi di scale e finisce in una camera da letto che sottolinea ambiguamente l’elemento erotico. Ma l’essere Otello un diverso per razza, quindi estrazione sociale, quindi facile preda d’insicurezza privata tanto maggiore in quanto sicura è invece la sua immagine pubblica di militare vittorioso: questo è lasciato del tutto all’immaginazione. Rapporti reciproci molto scarsi. Recitazione modesta, con parziale eccezione per Desdemona, la fierezza e la forte personalità della quale emerge, sì, ma molto più per carisma personale della Yoncheva che per impostazione registica.
Senz’altro meglio, insomma, questo Otello rispetto a quello del Met di cui prende il posto, una porcheria da soap opera particolarmente kitsch: ma per l’ennesima volta, si segue la politica gattopardesca che tutto cambi per far restare tutto com’è: al posto di praticelli verde smeraldo sotto cielo blu Madonna, vediamo gran blocchi di plexiglass che vanno e vengono circondando personaggi anonimi che vanno e vengono tra masse immobili (quelle masse bloccate lungo tutta la tempesta!) esibendo gestualità prossima allo zero assoluto, dei personaggi ci dice solo quello che già sappiamo e quindi attribuiamo loro istintivamente. Tradizionale? No, solo banale.
Molto bella la direzione del nuovo direttore musicale del Met. Concisione di racconto, tenuto in continua tensione grazie a pulsione dinamica incessante, tempi di estrema logicità, ricchezza di colori e di chiaroscuri introspettivi: un Salice strepitoso, ad esempio, non solo grazie al magnifico canto della Yoncheva ma anche a un’articolazione strumentale la cui modernità è evidenziata come solo di rado m’è capitato di ascoltare; stessa cosa per il grande concertato, impostato su linee grandiose ma con un’attenzione alla microstruttura che ne evidenzia ogni sfaccettatura; e più in generale, l’estrema ricchezza del dettaglio non diventa cincischio ma concorre alla definizione della complessiva architettura narrativa.
Timbro chiaro, quello di Antonenko: gradevole novità, che al personaggio potrebbe apportare connotazioni oltremodo attinenti a quanto Verdi aveva in mente, stando al suo mai abbastanza indagato epistolario. Lo emette in modo peculiare, però. Il marcato impiego delle cavità superiori gli conferisce una forte accentuazione nasale che, in aggiunta alla sua propensione a cantare tutto forte e stentoreo (con qualche scivolone, peraltro, come il perfido la bemolle di “Venere splende” o come taluni sbandamenti nell’intonazione), configura un fraseggio declamatorio di stampo antico, quello che fa vibrare accentuatamente certune consonanti, un po’ alla Gassmann prima maniera interprete di Kean o di Amleto: monodirezionalità espressiva, memore di taluni moduli del passato che oggi suonano troppo risaputi. Meglio Lucic, che quantomeno si sforza d’impiegare sfumature e in generale di conferire a Jago connotati un po’ più complessi del solito bieco infame. Ma a dominare il cast è sicuramente Sonia Yoncheva: bella voce ampia e benissimo emessa, fraseggio vario e chiaroscurato, spiccata personalità cui la figura dona ulteriore rilievo. Le forche caudine che Desdemona deve attraversare sono le scabrose fiondate del duetto del terz’atto, lanciate sopra marosi orchestrali che, quantunque sapientemente manovrati come fa Séguin, sono pur sempre intimidenti: magnifica qui la cantante, nello squillantissimo la naturale di “cagion di tanto pianto” (come lo sarà nei vibranti do del concertato, e nell’aereo ma comunque corposo la bemolle conclusivo dell’Ave Maria); ma ancora di più lo è l’interprete, nel costruire una progressione psicologica che in questo brano è di particolare complessità.
Elvio Giudici

 

 

 

 

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