Vivaldi L’incoronazione di Dario

interpreti C. Allemano, S. Mingardo, D. Calou, R. Mameli, L. Cirillo, R. Novaro, V. Cangemi
direttore Ottavio Dantone
orchestra Teatro Regio
regia Leo Muscato
regia video Matteo Ricchetti, Adriano Figari
sottotitoli It., Ing., Fr., Ted., Sp.
dvd Dynamic 37794
prezzo 27,60

 

Facendo seguito alle tre esecuzioni in forma di concerto dei primi anni del nuovo secolo – Orlando finto pazzo, Orlando furioso, L’Olimpiade -, Torino rafforza il lodevole percorso vivaldiano (che in fin dei conti le compete: la locale Biblioteca Nazionale custodisce i fondi Foà e Giordano, ovvero la quasi totalità degli autografi di Vivaldi) mettendo in scena una delle prime opere con le quali il Prete Rosso assurse alla notorietà nella tumultuosa vita musicale della Venezia primo Settecento. Antecedente di parecchio ai più noti capolavori della maturità, questa Incoronazione mostra evidente la propria filiazione dal secentesco universo barocco veneziano che in Cavalli e Cesti aveva avuto le proprie glorie. Solo qualche energico refolo virtuosistico fa presagire i tornado delle opere a venire, mentre già molto più elaborato (non sorprendentemente, trattandosi d’uno degli autori che più hanno elevato la musica strumentale tardobarocca, e che aveva già alle spalle i dodici concerti dell’Estro Armonico) è il tessuto strumentale posto a rivestire una delle tipiche trame secentesche che in un contesto storico più o meno definito svolge una trama complessa fatta avanzare sul doppio binario della smania di potere da una parte, e di aggrovigliati viluppi erotico-sentimentali dall’altra. Il trono che fu di Ciro il Grande (il quale s’aggira come fantasma nella reggia) è vacante, e il successore deve essere colui che ne sposerà la nipote Statira, definita “difettosa di mente”, sorella dell’invece intrigantissima quantunque parecchio casinara Argene, che trama per scavalcarla. Alla mano di Statira (ma molto di più al trono) ambiscono addirittura in quattro:  dal cortigiano Niceno al nobile Oronte già promesso sposo di Alinda; dal capo militare Arpago al principe Dario. Onde intrighi, denigrazioni, violenze varie alternate a momenti di esilarante comicità in quel puro stile soap-opera secentesca che proprio in quegli anni i testi di Apostolo Zeno stavano archiviando espungendo la comicità da quel tipo d’opera che verrà definita seria e che difatti lo sarà anche troppo.
Dantone – impegnato anche nel basso continuo al clavicembalo, su cui improvvisa con magnifico estro – aveva già diretto quest’opera in concerto con la sua Accademia Bizantina e con cast quasi identico, incidendola per la Naïve nel quadro della sua benemerita Vivaldi Edition e optando allora per l’edizione integrale, laddove qui diversi tagli un po’ dispiacciono, riguardando brani quasi sempre assai pregevoli: l’orchestra del Regio (con qualche “prestito” dell’Accademia) si mostra all’altezza della situazione suonando con stile che non molto ha da invidiare a quello del complesso specializzato. I brani concertanti, che della partitura sono autentici gioielli (il fagotto nell’aria del pontificante Niceno; violino, cello e flauto nelle arie di Statira e di Alinda, entrambe dedicate all’imitazione degli augelletti ma che riflettono l’indole svaporata dell’una e quella melanconica dell’altra; solo due dei molti esempi), s’alternano a recitativi e arie che tengono sempre desta l’attenzione grazie all’incisiva energia con cui la direzione coniuga rigore di stile ed estro narrativo, stabilendo intesa perfetta con un cast alla cui eccellenza l’essere italiani e il saper scolpire perfetta dizione – le due cose non sono consequenziali – certo non sono le ultime cause.
La splendida voce di Sara Mingardo, valorizzata dalla perfetta tecnica, conferisce risalto eccezionale al personaggio più insolito e originale dell’opera, la svampita Statira che si promette sposa a tutti i pretendenti, convinta di fare la cosa più buona e logica del mondo. Molto brava Delphine Galou nei panni della di lei sorella Argene, dagli intrighi sempre reiterati ma sotto sotto non privi di comicità: luminoso timbro sopranile, linea morbida e omogenea, spiccato senso del canto di coloratura. Roberta Mameli, in una delle tipiche parti di amante rifiutata ma che alla lunga la vince, è l’ottima cantante e l’eccelsa interprete che ormai da tempo si apprezza, e che qui gareggia in bravura e sapidità d’accenti con la sempre più brava Lucia Cirillo, magnifico timbro mezzosopranile che fa della non ampia parte di Oronte un capolavoro. Un po’ più in difesa Veronica Cangemi nei panni di Arpago: l’interprete c’è, la voce un po’ meno nella sfilacciatura abbastanza evidente della linea. Molte parti femminili, dunque, data la ben nota avversione di Dantone per i controtenori: ma la varietà d’accenti e l’esatta caratura timbrica delle interpreti evita ogni monotonia. Nel comparto maschile, il baritono Riccardo Novaro è perfetto nel rendere la spocchiosa figura di Niceno, mentre Carlo Allemano riesce a plasmare un apprezzabile Dario nonostante il timbro adesso alquanto arido e la linea parecchio indurita.
Muscato sposta l’azione in una Persia moderna, ovvero l’Iran dei pozzi di petrolio sorvegliati dall’esercito e obiettivo della lotta al potere, frammisti ad arredamento pacchianone da nuovi ricchi. Il carattere tragicomico della vicenda assume marcati tratti da telenovela, complice una recitazione scioltissima, ricca di sapide controscene, nella quale tutti, dal primo all’ultimo, si dimostrano attori di gran vaglia: ripresi al meglio da una regia televisiva molto articolata e attenta a non vanificare proprio quella ricchezza di controscene con le quali le arie solistiche diventano – secondo il mai abbastanza lodato costume moderno – non soltanto autoreferenziale pezzo di bravura vocale, bensì gran pezzi di teatro.
Elvio Giudici

 

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