Wagner – La Walchiria

V. Kowaljow, P. Seiffert, 
A. Harteros, G. Zeppenfeld, C. Mayer
direttore Christian Thielemann
orchestra Staatskapelle Dresden
regia Vera Nemirova
regia video Tiziano Mancini
sottotitoli It., Ing., Fr. Ted., Sp., Cor., Giap.
dvd BluRay 4K C-Major 742907

 

Nel 2017 cadeva il cinquante­nario dell’inaugurazione del salisburghese festival di Pasqua voluto e gestito (rischiando economicamente in prima persona) da Herbert von Karajan.

Si scelse di celebrarlo nel peggiore dei modi possibili a teatro riproponendo quell’antico spettacolo: con le scene di Günther Schneider-Siemssen ricostruite da Jens Kilian che si prende carico anche dei costumi anziché rifarsi a quelli originali di Georges Wakhévitch (brutti, ma meno di questi); e affidando la regia a Vera Nemirova, senz’altro talentuosa ma irrimediabilmente su tutt’altra lunghezza d’onda concettuale.
Ricompare dunque il frassino-sequoia che alla base ha scavata la capanna di Hunding e in alto i suoi rami si aprono intrecciandosi a formare un anello, che negli atti seguenti si disegnerà invece in basso sotto forma di una rampa circolare sollevata dal palcoscenico, al cui centro c’è una concrezione grigiastra che non si può capire cosa sia perché occorre aver presente il Rheingold, nel quale era il cumulo d’oro entro cui stava oscenamente piantato fino a mezzo busto Alberich, e ora funge da funereo, minaccioso memento.
Qualche sporadico tocco fa intuire che dietro ci sarebbe una potenziale regista. Durante il racconto di Siegmund, ad esempio, Hunding (che non è il massiccio barbaro della tradizione ma ha il fisico asciutto, volitivo e quasi elegante di Zeppenfeld) attira violentemente Sieglinde sulle proprie ginocchia e vorrebbe manifestarle un affetto che s’intuisce reale, sia pure nel suo modo rozzo e violento: lei si divincola disgustata, e lui la getta a terra con una delusione che ce lo fa apparire molto più umano del consueto. Bella l’idea della pelle di lupo che copre le spalle di Siegmund: viene raccolta da Sieglinde che vi s’avvolge con voluttà e poi verrà impiegata come misero giaciglio prima del combattimento: e con la pelle di lupo che ha sempre indossato Wotan – il progenitore del Wälsungenblut, il sangue welsungo – verrà coperta Brünnhilde addormentata.
Sarebbero bastati questi leggeri tocchi, io credo: senza scomodare i video, che mezzo secolo fa com’è ovvio non c’erano e che adesso punteggiano l’azione in modo francamente ridicolo. Per non dire dell’orrenda pupilla spalancata (altro simbolo dell’Anello?) che giganteggia a ogni apertura di sipario.
Thielemann è spesso accostato tanto alla vecchia scuola interpretativa tedesca quanto a Karajan, di cui d’altronde fu assistente. E nel celebrare il cinquantesimo di quella che a suo tempo fu superficialmente chiamata “rivoluzione karajaniana” nel modo di suonare Wagner, è palese quanto si sforzi d’accostarsi al modello. Che dunque la Staatskapelle suoni come può suonare quella che a mio avviso è la migliore orchestra del mondo, neppure ci sarebbe bisogno di sottolinearlo né men che mai esemplificarlo. Ma questi paradisi sonori ospitano un perverso serpente: il manierismo. Un compiaciuto manierismo del bel suonare; dell’esplorare una gamma inaudita di dinamiche sottolineandone immancabilmente l’effetto quel tanto di troppo che non incrementa un’emozione ma la ingessa mettendola in vetrina; del cesellare infiniti particolari uno più prezioso dell’altro; del liberare sontuose montate sonore dietro le quali par di scorgere però sempre la strizzatina d’occhio.
Anja Kampe è artista fine e sensibile, ma per i suoi mezzi questa tessitura è troppo: non solo per i Do dell’entrata, che in definitiva sono solo suoni, ma per la fatica a reggere una tessitura peraltro non proibitiva ma che esige tutt’altra solidità in zona centrale. A sessantatré anni Seiffert si permette di far durare un’eternità sia il carismatico “Wälse” sia, più ancora, il La naturale di “Wälsungenblut” suscitando un putiferio di urla in chiusura di sipario: più in generale, canta ancora con robustezza riuscendo anche ad addolcire sovente una linea che nonostante qualche durezza è tuttora omogenea e flessibile, conservando il magnifico colore brunito che sempre l’ha contraddistinta. Rispetto alle recite scaligere Kowaljov è ancora migliorato: morbidissima e di colore fascinoso la linea, nessun problema in zona acuta e con gravi pastosi, solidi e ben timbrati, il fraseggio non è un prodigio d’introspezione ma neppure inerte. Zeppenfeld è un Hunding insolitamente giovanile, scattante, dal fraseggio asciutto ed essenziale, di fortissimo spessore. Superbo debutto quello di Anja Harteros in Sieglinde. Linea vocale ferma, sicura, resa luminosa e duttile da un fiato poggiato e proiettato molto bene: solo Waltraud Meier svolge il racconto della spada al prim’atto con comparabile ricchezza di chiaroscuri; nessuna sovreccitazione isterica, solo fremiti via via più intensi e passionali ma sempre “cantati”, nel finale primo; e il sublime espandersi dell’addio a Brünnhilde nel terz’atto (qui l’orchestra è strepitosa) dà l’impronta definitiva a un autentico capolavoro d’artista.
Elvio Giudici

 

 

 

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