Lully Atys

interpreti M. Newlin, G. Bridelli, A. Quintans, A. Wolf, A. Fournaison/M. Mofidian, S. Junker/G. Blondeel
direttore Leonardo García-Alarcón
orchestra Cappella Mediterranea
regia e coreografia Angelin Preljocaj
2 cd, dvd, Blu Ray Château de
Versailles CVS113

L’opera si rifà al mito di Ovidio col suo racconto del bellissimo ma ahimè casto Atys che, amato invano dalla dea Cybèle, s’innamora della ninfa Sangaride venendone punito con la pazzia, che lo porta ad uccidere l’amata e poi suicidarsi, tosto trasformato dall’afflitta dea nel sempreverde pino. Opera che negli alessandrini e nella sapiente condotta drammaturgica di Philippe Quinault perfettamente simbiotici con la perfezione formale dei declamati di Lully, attinge senz’altro al capolavoro. La si scoprì nell’incisione solo audio del 1987, diretta da Christie che vi tornò nel 2011 con un video-capolavoro, documento del favoloso spettacolo di Jean-Marie Villégier all’Opéra- Comique e a Firenze dove lo importò Bogianckino: e la si riscopre adesso in uno spettacolo che vince l’ardua impresa di porsi su identico livello di riferimento, in una confezione extralusso che comprende due cd (registrazione separata, in studio), un dvd e un Blu Ray che documentano la recita teatrale.
Come si sa, le opere di Lully hanno il ballo non come riempitivo ma – datosi l’essere il Re Sole in persona un valente ballerino che amava prodursi per la reverente Corte – come parte integrante della drammaturgia organizzata dai versi: il geniale coreografo franco-albanese Preljocaj, qui alla sua prima regia d’opera – non intervalla canto e danza, bensì fa strettamente dialogare tra loro i due linguaggi drammaturgici. I cantanti iniziano il brano ballando (coreografia gestuale, ma non solo) e attorno a loro i ballerini sviluppano quei gesti, li contrappuntano, ne amplificano il significato emotivo: estetica generale improntata a una severità ieratica da rito religioso (i ballerini quali sacerdoti abbigliati in costumi di foggia giapponese stile Hokusai o Kurosawa, alternati a body neri, a veli e tuniche), in una scena dominata dal nero, chiusa sul fondo da un alto muro pietroso che ricorda i bastioni di Micene, solcato da crepe profonde attraverso le quali i corpi entrano e scompaiono, finché alla fine quella massa petrosa scompare, magicamente mutando le crepe in radici che s’aggrovigliano a tronchi calati dall’alto, diventando un elemento arboreo dall’inquietante scheletro umano (vengono in mente le celebri “macchine anatomiche” di Raimondo de Sangro), su cui il corpo di Atys viene issato mentre le donne danzano tutt’intorno.
Stupenda, la concertazione e direzione di García-Alarcón: suoni pieni, di morbido e sontuosissimo velluto che di continuo pulsa allargandosi e sfumandosi, con perfetta aderenza al canto che avvolge e sollecita, in ispecie nel fenomenale impiego d’un continuo addirittura opulento (viola da gamba, violoncelli, contrabbasso, fagotto, teorba, clavicembalo) che s’integra al canto con una teatralità che sembra avere sempre in mente l’impronta d’un Racine. Matthew Newlin è protagonista sensazionale: balla e canta con identica scioltezza (dizione francese che un critico ha definito “da Comédie”, ed è dire abbastanza, anche perché lode estesa a tutto quanto il cast, lode a Parigi centellinata con supponenza che si vorrebbe fosse applicata anche all’italiano esotico e nasale di tanti loro artisti), plasmando col corpo e con l’accento un personaggio che non si dimentica più. Non meno brava Giuseppina Bridelli nel creare una Cibèle crudele per troppo desiderio d’essere amata (qui la coreografia è particolarmente intrigante), voce ampia, sicura, innervata da accenti di forte personalità. Ana Quintas è una Sangaride la cui morbida grazia non scade mai nel lezioso, e gli altri sono tutti encomiabili.
Elvio Giudici


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