Massenet Jules

Montaud,12 V 1842 – Parigi 13 VIII 1912

Massenet Jules Comporre un’opera, orchestrarla, seguire la sua messa in scena, curarne la pubblicazione. La biografia di Jules Massenet coincide quasi del tutto con il ciclo produttivo del sistema operistico parigino negli anni del Secondo Impero. Laddove anche gli spostamenti andata e ritorno da Parigi alla residenza in campagna e dalla capitale francese alle altre grandi città europee erano scanditi, ritmati, al suono di repliche e premières. E questo, lungi dall’essere una non notizia, è al contrario un eloquente indizio per comprendere la personalità di un compositore che nell’epoca delle parabole artistiche irripetibili e degli individualismi esasperati sceglie la strada dell’automatismo produttivo, dell’anonimato creativo. Chi è l’uomo Massenet? Un signore borghese, che ama la vita tranquilla, meglio se in campagna, disdegna la vita mondana, crede nei sacri valori della famiglia e del lavoro, al quale dedica tutte le ore della giornata. C’est tout.

Anno dopo anno

Il padre era un imprenditore del settore agricolo, la madre insegnante di pianoforte, un’attività che esercitò soprattutto dopo il 1847, quando il marito andò in pensione e la famiglia si trasferì a Parigi. Lui, ultimo di quattro figli, a dieci anni fu ammesso al Conservatoire, classe di pianoforte e solfeggio. Per dieci anni studiò continuativamente musica, passando poi alla composizione con Ambrosie Thomas. Timpanista negli stessi anni al Théâtre Lyrique, familiarizzò presto con le opere di Gounod, Reyer e altri compositori francesi, ma anche di Gluck, Mozart, Beethoven e Weber. Vincitore del Prix de Rome nel 1863 con la Cantata David Rizzio (una sorta di master in composizione per i più brillanti diplomati), visse in Italia per due anni, viaggiando molto, incontrando gente (Liszt, soprattutto, e la sua futura moglie Ninon) e componendo poco (un Requiem, qualche chansons e una suite). Come ogni altro compositore francese che si rispetti.

Tornato a Parigi nel 1866, piantò le fondamenta di quell’edificio solido e spazioso che fu la sua carriera di operista: il matrimonio con Ninon (da cui ebbe una figlia, Juliette), il legame con Georges Hartmann, suo editore e punto di appoggio per venticinque anni, la sinergia con l’ambiente del Conservatoire, di cui poi sarà professore di composizione (dal 1878). Prima che ne diventasse direttore, Thomas offrì a Massenet l’opportunità di presentare all’Opéra Comique un’opera in un atto. Con la Grand’ tante, “creata” il 3 aprile 1867, la pachidermica carriera prese il via.

Quarantacinque anni trascorsi placidamente tra grands opéras, opéras comiques, drames lyriques, ma anche scènes pittoresques (o dramatiques, napolitaine, hoingroises), con incursioni nel terreno pianistico e della chansons. Una vita senza traumi e scosse, da esplorare come un continente più che da raccontare cronologicamente, scandita da tappe artistiche obbligate: dopo Méduse (interrotta per gli sviluppi della guerra franco-prussiana del 1870), Le roi de Lahore (1877), Hérodiade (1881, a Bruxelles però, l’intreccio biblico-amoroso a Parigi avrebbe fatto scandalo), Manon (1884), Werther (1892 a Vienna, a Parigi l’anno seguente), Thaïs (1894), Chérubin (Monte Carlo 1905) e Don Quichotte (Monte Carlo 1910).

Giorno dopo giorno

In quarant’anni l’Europa si trasforma, la musica si evolve, in Francia affronta l’onda creativa della generazione di Debussy, Ravel, Fauré. Massenet non cambia, mantiene imperturbabile la stessa direzione. E la medesima agenda. Sveglia alle quattro del mattino e composizione fino a mezzogiorno (più tardi inizierà alle cinque d’estate e alle sei d’inverno); pomeriggio dedicato all’insegnamento e sere a casa o dagli allievi dove spesso si faceva musica e salotto. Vita regolarissima, dopo il 1899 nella nuova residenza di campagna a sud di Fontainebleau.

“Riserva la mattina per la composizione e l’orchestrazione, senza aspettare l’ispirazione che altrimenti non arriva”, raccomandava agli allievi. E così diceva anche a se stesso, tenendo fede al comandamento per moltissimi anni. Lavorava a un tavolo dove era stato incastrato un pianoforte Pleyel, in modo da consentire pochi movimenti e zero distrazioni. Così l’orchestrazione di una Navarraise lunga 257 pagine poteva essere completata in appena nove giorni.

Scelto l’argomento, selezionata una fonte letteraria, individuato il librettista, visitava i luoghi veri legati a quella vicenda (per comporre Werther si spinse da Bayreuth fino a Wetzlar, dove Goethe concepì la romanzo). “Quando ho raggiunto il cuore del mondo dei miei personaggi, quando sono vivi nella mia immaginazione, lascio passare due anni senza scrivere niente”. Scatta l’attesa. E “nel momento in cui la partitura è scritta nella mia mente, la trascrivo dalla memoria in sei mesi”, racconta nei Souvenirs pubblicati a puntate, più tardi raccolti in volume. Poi, mentre l’orchestrazione era ancora in corso, lo spartito veniva corretto e dato alle stampe prima che iniziassero le prove. Nelle partiture autografe, oggi conservate nella Biblioteca dell’Opéra, si trovano in calce annotazioni sul tempo, gli eventi quotidiani, le persone che gli stavano intorno. Il diario di una vita vissuta sì proficuamente. Ma tutt’altro che pericolosamente.

Andrea Estero

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