Verdi – Il Trovatore – Nabucco – Recensione

interpreti A. Machado, S. Branchini, S. Piazzola,
E. Shkosa//A. Mastromarino, G. Giuseppini, V. Tola, G. Sborgi, V. Borin
direttore Paolo Arrivabeni,  Antonello Allemandi
orchestra Regionale delle Marche
coro Lirico Marchigiano
regia Francisco Negrin, Gabriele Vacis
teatro Sferisterio
MACERATA

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MACERATA – Esiste una terza via registica tra attualizzazione e nostalgia per il Verdi che fu? Francisco Negrin ha provato a individuarla mettendo in scena per lo Sferisterio di Macerata la sua opera “quintessenziale”. In questo Trovatore il passato non passa, si materializza nelle voci del coro. “Ah scellerata!… Ho donna infame! Del par m’investe odio e orror”: sono odiatori dell’aldilà, offesi della storia, trapassati e incombenti, che le luci di Bruno Poet distinguono negli incarnati cadaverici dai personaggi reali. Le ferite, le colpe, prendono corpo anche in altri fantasmi, più prossimi: il figlio di Azucena finito per errore nel rogo si aggira, la donna lo abbraccia. Commuove. Poi la vecchia madre morta riappare, continua ad ardere in “quella pira” e a tessere la sua ragnatela di odio (è il cordone rosso che le lega). Gli antefatti bruciano ancora, eternamente presenti.
Dunque sul palcoscenico troviamo i personaggi e le loro ossessioni. Il regista spinge fino in fondo questo doppio gioco, muovendo i primi con soluzioni gestuali pregnanti ed essenziali. Vere. E lasciando che i simboli crescano su loro stessi, in bilico tra coerenza e ridondanza. Leonora canta il terzetto finale avvitandosi in quel cordone simbolico, imprigionata in un vincolo che ha scelto ma non le appartiene. Il realismo, la “concretezza” di Verdi non avrebbe potuto sopportare di più.
Puntare sui registi dell’ultima generazione, non solo italiana, come sta facendo la “nuova” Macerata, comunque conviene. Più che sui venerandi maestri o sulla generazione di mezzo: il Nabucco di Gabriele Vacis, fratello maggiore dei giovani e teatralmente agguerriti che sfilano e sfileranno allo Sferisterio, è già meno coraggioso. Lancia la sua provocazione – gli ebrei simili ai palestinesi, costretti ad armarsi, o fratelli-immigrati nei camion stracarichi come barconi; gli altri, odierni signori della guerra in terra d’Africa o d’Asia – ma poi ritira la mano. In quei paesi, è vero, le guerre si combattano per l’acqua, ma le sue bottiglie di plastica componibili restano una bella e innocua scenografia. Mentre subito tornano i corpo a corpo tra padre e figliastra, il gioco artificiale dei pretendenti intorno alla corona, i fulmini e le saette che atterrano il re: si recita a soggetto sempre e solo nella porzione centrale del palcoscenico (l’enorme bastione dello Sferisterio funge da “muro del pianto”), laddove in Trovatore veniva utilizzato, con ampie dislocazioni delle masse e corse forsennate di tenore, baritono e soprano, in tutta la sua lunghezza. E per la gioia dei tanti spettatori laterali.
In ogni caso in tempi di magre vocali, una regia può fare la differenza ma non decidere le sorti di un allestimento, figurarsi se di questo Verdi, più che mai teatro di voci. Non è giudicabile quella di Alberto Mastromarino, Nabucco tra l’usura e la rottura anche nel registro medio-grave: colpa forse di un’indisposizione che ha suggerito di cedere lo scettro a Luca Salsi dalla seconda recita. Il collaudato Zaccaria di Giorgio Giuseppini non sfigura di fronte alla generica Abigaille di Virginia Tola e all’aspra Fenena di Gabriella Sborgi. E se il coro quantomeno se la cava, l’orchestra di Allemandi è grigia, priva di slanci e monotona negli accompagnamenti. Impermeabile alla musica. Meglio quella di Paolo Arrivabeni nel Trovatore, dove crescono respiri, indugi, colori (la negletta “tinta” notturna dell’opera) anche se mancano gli slanci, gli scarti, oltre che numerosi appiombo. Osiamo: se la navigazione non è poi così sicura, perché non rinnovare anche il podio? Tra i ragazzi sul palcoscenico c’è invece un’Azucena di bella personalità vocale, Enkelejda Shkosa, e un Conte di Luna promettente, Simone Piazzola; spavaldo nel timbro il Manrico di Aquiles Machado, assai meno nei proverbiali acuti; generosa ma discontinua la Leonora di Susanna Branchini.
Andrea Estero

 

 

 

 

 

 


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269 Ottobre 2021
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