L’incoronazione di Dario di Vivaldi

Torino, Teatro Regio, dal 13 al 23 aprile

L'incoronazione di Dario-Atto I scena 8-13Da Venezia a Torino. Per Vivaldi la trasferta nel capoluogo piemontese è d’obbligo. Alla Biblioteca nazionale universitaria c’è la quasi totalità dei suoi manoscritti, perciò il nome e cognome del compositore veneziano intitolano un primo Festival dal 5 al 23 aprile. Piatto forte della kermesse è la messinscena al Teatro Regio (dal 13 al 23 aprile) dell’Incoronazione di Dario (nel bozzetto una scena del primo atto) a trecento anni dalla prima rappresentazione. A dirigerla è uno dei massimi esperti del repertorio barocco, Ottavio Dantone (nella foto grande).
Perché rappresentare oggi L’incoronazione di Dario come prima opera del Festival Vivaldi?
“Credo che ne valga la pena soprattutto perché si tratta di un’opera in tre atti che, contrariamente ad altre del Prete Rosso, ha un libretto e una struttura molto teatrali. Con il regista Leo Muscato si è pensato di ambientarla in un Medio Oriente attuale, nel mezzo del deserto arabo con i protagonisti impegnati a disputarsi l’impero economico di un giacimento di petrolio. Un allestimento che ha coinvolto anche, per la prima volta, gli studenti dell’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino nella realizzazione di scene e costumi”.
Le peculiarità di quest’opera?
“È una partitura che conosco molto bene avendola incisa ed eseguita, più volte, in forma di concerto. Sulla carta è un’opera seria, ma che inserisce nell’intreccio teatrale momenti quasi comici, da Commedia dell’Arte. D’altronde, il librettista de L’incoronazione di Dario, Adriano Morselli, era noto all’epoca per aver creato delle commistioni tra l’opera seria e quella comica. Una particolarità che Vivaldi sembra seguire soprattutto nella diversa costruzione dei recitativi, nello scambio delle battute, nell’utilizzo delle armonie, dei ritmi e nell’intervento, anche all’interno di un recitativo, di parti ariose che rendono tutto estremamente vario e meno statico rispetto allo standard vivaldiano. Le arie sono molto godibili e ritmiche, mancando, contrariamente all’usanza dell’epoca, di grande virtuosismo per preferire una ricerca d’atmosfera che aiuta la narrazione del libretto”.
Per l’Orchestra del Regio il repertorio barocco è insolito. Che cosa ha richiesto ai suoi componenti?
“Se è vero che sono considerato un filologo che ritiene importante l’utilizzo di strumenti antichi per la resa espressiva e del suono più fedele all’epoca, sono altrettanto convinto che sia possibile ottenere questi risultati anche con strumenti moderni. L’importante è che l’Orchestra decida di attuare un linguaggio coerente che possa far comprendere al pubblico il discorso musicale. In questo caso ho spiegato e motivato quale prassi esecutiva richieda questo repertorio. Qui, come in altre opere vivaldiane, sono gli archi a farla da padrone, ma, in alcuni punti, ho aggiunto degli strumenti per ottenere determinate sonorità dal momento che, a quell’epoca, la stesura della partitura era approssimativa”.
Com’è avvenuta la scelta del cast?
“Principalmente sono cantanti già presenti nell’edizione discografica da me diretta, professionisti del repertorio barocco come Carlo Allemano nel ruolo del titolo, Sara Mingardo, Delphine Galou, Veronica Cangemi, Riccardo Novaro, Lucia Cirillo, Roberta Mameli, Romina Tomasoni e Cullen Gandy. Un team vocale che so essere ideale per quest’opera trasmessa anche in diretta, il 13 aprile alle ore 20, da Rai-Radio3 ed il 23 aprile, alle ore 15, in diretta streaming online con la possibilità, per la prima volta, di creare una regia personalizzata live scegliendo tra 15 telecamere che riprendono lo spettacolo”.
Antonio Garbisa

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