Aida da baule (ma anche Nabucco, Falstaff…)

Parla chi ha scoperto la versione originale del III atto che si ascolta per la prima volta alla Scala

Quando “Classic Voice” rivelò qualche anno fa il contenuto del mitico baule di Sant’Agata e l’inventario che era stato fatto a Villa Verdi, con un’inchiesta ispirata da una denuncia che Anselm Gerhard aveva affidato al direttore di questo giornale, il primo studioso a correre alla Soprintendenza di Parma per controllare quegli elenchi fu proprio lo stesso Gerhard. Il quale, oltre ad essere uno dei più stimati specialisti verdiani, possiede in sommo grado quella curiosità del ricercatore che l’ha portato nei mesi scorsi a scovare nella collezione degli schizzi e abbozzi verdiani, oggi in deposito presso l’archivio di Stato di Parma e finalmente consultabili anche se per ora solo nella forma digitalizzata, la partitura completa, poi scartata dall’autore, della prima scena dell’atto terzo di Aida.
Gerhard naturalmente ricordava una citatissima lettera di Verdi a Giulio Ricordi, riportata nel “Copialettere”. In data “Torino, 12 novembre 1871”, il compositore aveva scritto al suo editore: “…ho sostituito un coro e romanza Aida ad altro coro a quattro voci, lavorato ad imitazione uso Palestrina, che avrebbe potuto farmi buscare un bravo dai parrucconi e farmi aspirare (checché ne dica Faccio) ad un posto di contrappuntista in un Liceo qualunque. Ma mi sono venuti degli scrupoli sul fare alla Palestrina, sull’armonia, sulla musica egiziana!… Infine, è destinato!… non sarò mai un savant in musica: sarò sempre un guastamestiere!”.
È ovvio che il contenuto di questa lettera abbia sempre stimolato la curiosità degli studiosi. Ma Gerhard confessa di non aver cercato espressamente quella scena. “Ho sfogliato le carte di Aida perché ero interessato a vedere quali abbozzi sono conservati di quest’opera. Non pensavo in particolare alla lettera e al coro cui si riferiva, ma quando mi è capitata tra le mani la riproduzione di quelle pagine di partitura completa, naturalmente, ho capito di che cosa si trattava e ho esaminato i fogli con grande interesse. Tra l’altro, devo dire che la qualità della riproduzione digitalizzata è altissima, anche se per un esame approfondito sarà sempre indispensabile la consultazione degli originali”.
Individuato il coro “alla Palestrina”, Gerhard (nella foto) l’ha trascritto e l’ha pubblicato con un saggio sulla rivista di cui è condirettore, “Verdi Perspektiven”. Roger Parker, il musicologo che aveva curato l’edizione di Tosca con cui la Scala aveva inaugurato l’ultima stagione lirica, ha parlato di questa scoperta a Riccardo Chailly, ben conoscendo l’interesse del maestro per le versioni originali o inedite. E così questo ritrovato inizio del terzo atto, mai eseguito prima, lo sarà alla Scala nelle recite dell’opera in forma di concerto programmate dal 6 al 19 ottobre.
Gerhard spiega che si tratta della “bella copia della partitura di 108 misure (principalmente in Fa maggiore) a cui Verdi sostituì nell’agosto 1871 le 151 misure – con coro all’unisono e nuova romanza – che conosciamo da 149 anni. Come nei casi analoghi di Simon Boccanegra e Don Carlos, Verdi staccò quaranta pagine di musica dalla partitura che avrebbe trovato la sua destinazione finale nell’archivio di Casa Ricordi. Queste pagine scartate rimasero nelle mani del compositore”. La prima stesura della prima scena dell’atto terzo comprende un breve preludio orchestrale, un coro dei sacerdoti a quattro voci (in cui è possibile riconoscere il “Te decet hymnus” della Messa da Requiem, perché Verdi ha poi riutilizzato quel materiale) e l’ingresso di Aida con un recitativo di quattro versi. Nella versione definitiva abbiamo l’introduzione orchestrale, il coro delle sacerdotesse e quello interno dei sacerdoti e la romanza di Aida dei “cieli azzurri” (“Oh patria mia, mai più ti rivedrò!”) preceduta dal recitativo “Qui Radamés verrà!”. In tutto circa undici minuti di musica, tre/quattro in più rispetto alla versione eliminata.
Perché Verdi ha riscritto questa scena, che anche drammaturgicamente sembra più vicina ai suoi ideali di brevità e concisione (la romanza di Aida è un rallentamento dell’azione)? Gerhard fa un paio di ipotesi: la prima è che volesse trovarsi un’occupazione nei mesi di attesa della prima al Cairo, posticipata di quasi un anno; la seconda, più maliziosa, chiama in causa Teresa Stolz, destinataria della nuova romanza. Naturalmente, non si può escludere che Verdi, ripassando il suo lavoro, avesse semplicemente considerato la prima versione “non abbastanza caratteristica”, come da una lettera a Ghislanzoni, e quindi che la sua decisione fosse soltanto di carattere musicale: perché deve essere comunque chiaro che questa nuova versione riscoperta fra le sue carte non è una versione alternativa (come per altre opere), ma una versione eliminata dallo stesso autore. Cosa di cui naturalmente è ben consapevole anche il suo riesumatore.
Dice infatti Gerhard: “Questa versione non è da considerarsi un modello per altre rappresentazioni di Aida in futuro. Vogliamo soltanto presentare al pubblico un’Aida diversa, invitandolo a un viaggio nel tempo alle radici della fucina compositiva di Verdi. Certo, il compositore si sarebbe opposto all’esecuzione della sua prima versione come si oppose nel 1889, vanamente, alla riesumazione del suo Oberto alla Scala. Verdi scrisse che tutte le carte dette ‘abbozzi’ dovessero essere ‘abbruciate’. Conservandole accuratamente, però!”. Perché è chiaro che se avesse voluto realmente eliminarle, lo avrebbe fatto di persona. Non era tipo da affidare certe responsabilità agli altri, tantomeno agli eredi. La possibilità di studiarle e analizzarle a fondo è per gli studiosi di un valore inestimabile.Che cos’altro potrà uscire dal mitico baule? “Non lo sappiamo”, confessa Gerhard. “Non credo però ci siano molti altri brani completi, voglio dire con la partitura intera, come questo di Aida. Dovrebbe esserci la partitura del balletto del Nabucco composto per Bruxelles. C’è poi un’altra versione della fuga finale del Falstaff, che non è molto diversa da quella definitiva: la cosa interessante è che c’è la musica ma non ci sono i versi, segno che probabilmente Verdi aveva avuto l’idea della fuga prima ancora che ci fosse il libretto. Trovo strano che non ci siano tanti abbozzi dei Vespri siciliani e della Forza del destino. Comunque, quello che c’è da esaminare è già tanto. Se cinque studiosi si mettessero tutti i giorni ad analizzare ogni foglio, non basterebbero forse due anni per venirne a capo”.
Mauro Balestrazzi

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257 - Ottobre 2020
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