Brahms Dvorák – Mozart – Quintetti con pianoforte – Quartetti per archi

[quartetto] di Budapest
[pianoforte] Clifford Curzon
[cd] Naxos 8.11307 (reg. or. 1950-53)

[quartetto] di Budapest
[cd] Naxos 8.11307 (reg. or. 1955)

Sopra tutti gli altri, nei tre Quartetti prussiani e nell’Hoffmeister come nei Quintetti di Brahms (op. 34) e Dvorák, il violoncello di Mischa Schneider: un portento di calore e dolcezza canora ad ogni altezza (comprese le incursioni nel registro di soprano, frequenti in Mozart). Era celebre il Budapest (che, come si sa, dopo il 1936 non ebbe più nulla d’ungherese) per l’equilibrio tra le voci e la spiccata dialogicità dell’approccio esecutivo; nulla, peraltro, c’impedisce di riconoscere la superiorità dello strumento più grave, specie rispetto al primo violino, Joseph Roisman, non esente da acidità in alto (in parte dovute alla rottura d’un polso). L’attitudine classica, composta, liscia degli archi ben si sposa alla misura e riservatezza connaturate a Curzon: come le coeve incisioni di Schumann e del brahmsiano op. 26, anche queste appartengono ai “classici”; in Dvorák, e in particolare nei movimenti centrali, non si può chiedere di meglio. L’asciuttezza della dizione in Mozart rischia alle volte di sacrificare l’interna varietà degli stili in favore di un nobile tono meditativo (colori poco brillanti, trama sonora molto compatta e densa, ancorché priva di pesantezze), che apparenta il Salisburghese al “nordico” Brahms. Nel repertorio da camera austro-tedesco di Sette e Ottocento il Budapest riconosce e indica una lezione di severa speculazione intellettuale, un patrimonio da proteggere ed esaltare contro gli assalti feroci della Storia.

Jacopo Pellegrini


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